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Seconda Visione, cinema, sciocchezze e pretese culturali. Ogni martedì dalle 2230 alle 2330 su Città del Capo - Radio Metropolitana 96.3 e 94.7 MHz Bologna
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martedì, giugno 30, 2009
 
Il Gran Galà di Seconda Visione

E anche quest'anno concludiamo la stagione alla grande. Martedì 7 luglio dalle 21 alle 23.30 assegneremo i nostri premi, sentiremo conduttori passati e critici esprimere i loro pareri sulla stagione appena trascorsa, faremo esplodere raudi e miccette. Bando alle ciance, ecco le nominations.

Ah, come al solito, esprimete il vostro voto nei commenti, poveri illusi. Noi abbiamo già deciso tutto.

Gnocca dell'anno
- Megan Fox per Transformers - La vendetta del caduto
- Il cast femminile di Vicky Cristina Barcelona
- Il cast femminile di Quantum of Solace
-
Caterina Murino per Alibi e sospetti
- Il cast femminile di Generazione Mille Euro

Gnocco dell'anno
- Benicio del Toro per Che
- Hugh Jackman per Australia
- Vincent Cassel per Nemico pubblico
- Daniel Craig per Quantum of Solace
- Luca Argentero per Diverso da chi?

Premio DAMS e Scienze della Comunicazione
- Tropic Thunder
- Aspettando il sole
- Antichrist
- Lo strano caso di Benjamin Button
- The Wrestler

Premio film equo e solidale
- Il canto di Paloma
- Che
- Terra madre
- Milk
- La classe

Attrice filodrammatica
- Renè Zellwegger per Appaloosa
- Claudia Gerini per Aspettando il sole
-
Charlotte Gainsbourg per Antichrist
-
Laura Chiatti per Gli amici del Bar Margherita
- Nicole Kidman per Australia

Attore filodrammatico
- Tom Cruise per Operazione Valchiria
-
Luigi Lo Cascio per Gli amici del Bar Margherita e Miracolo a Sant'Anna
-
Sean Penn per Milk
-
Brad Pitt per Il curioso caso di Benjamin Button
-
Demian Bichìr per Che

Migliore colonna sonora
- Coraline e la porta magica (Bruno Coulais)
- Ponyo sulla scogliera (Joe Hishaishi)
- The Reader (Nico Muhly)
- Vincere (Riccardo Giagni)
- Burn After Reading - A prova di spia (Carter Burwell)

Miglior film di animazione
- Coraline e la porta magica
- Wall-E
- Valzer con Bashir
- Ponyo sulla scogliera
- Le avventure del topino Desperaux

Miglior attrice
- Angelina Jolie per The Changeling
-
Valeria Golino per Giulia non esce la sera
- Meryl Streep per Il dubbio
- Kate Winslet per The Reader e Revolutionary Road

Miglior attore
- Clint Eastwood per Gran Torino
-
Mickey Rourke per The Wrestler
-
Gianni Cavina per Gli amici del Bar Margherita
-
Frank Langella per Frost/Nixon
-
Mathieu Amalric per Racconto di Natale

Cesso d'oro
- Gli amici del Bar Margherita
- Antichrist
- Aspettando il sole
- Home
- Lezione 21
- Louise-Michel
- Miracolo a Sant'Anna
- Un giorno perfetto
- Transformers - La vendetta del caduto
- X-Men le origini: Wolverine

Seconda Visione d'oro
- Il canto di Paloma
- Che
- La classe
- Gran Torino
- Lasciami entrare
- Racconto di Natale
- Rachel sta per sposarsi
- Si può fare
- Two Lovers
- Vincere


Votate, votate, votate. Tra qualche minuto va in onda l'ultima puntata della regular season e poi, il 7 luglio, eleganti e profumati al Gran Galà di Seconda Visione.
postato da secondavisione | 21:51 | commenti (8)


sabato, giugno 20, 2009
 
 Taking Woodstock

(USA, 2009) di Ang Lee

E' il solito Ang Lee un po' paraculo, se mi si passa un termine che non brilla certo per tecnicismo. Che sfoggia fotografie patinate e le mescola con un po' di fango made in Woodstock e sgrana altri passaggi, che fa tanto repertorio, disegnando Woodstock così come ci piace immaginarla, un'infilata di disastri ed errori di un manipolo di eroi freaks, alcuni nerds (come il protagonista nonché autore del libro da cui Lee trae la sceneggiatura, Elliot Tiber, fautore quanto Michael Lang del mito. In realtà quello che viene dipinto come una specie di Rickie Cunningham un po' più cappellone a New York aveva bazzicato con Truman Capote e Allen Ginsberg, tanto per dirne un paio), fate hippie dai capelli di luna e dosi massicce di Lsd che per puro caso generano il più straordinario evento della storia della musica. Insomma, Ang Lee non si fa mancare nulla dell'infilata di stereotipi, alcuni divertenti altri più smaccatamente melensi e piacioni, che hanno costruito nel tempo la mitologia di quel concerto, indugiando solo en passant su una possibile deriva commerciale dell'intoccabile Woodstock. All'inizio pare la messa in scena di un classico film adolescenziale per la tv, che ci racconta di quanto erano simpatici e scavezzacollo quei nonnetti che oggi vediamo ostinarsi a portare i capelli lunghi, nonché bianchi, raccolti a coda di cavallo, e che portano impresso il marchio Woodstock-sessantotto-contestazione come fosse un marchio d.o.c..Poi si impenna su alcuni bei passaggi ed immagini, strappa sorrisi, insomma si fa vedere con piacevolezza pure se restando avvertiti del carattere di favola bella e costruita per farci rimpiangere cosa (non)siamo stati. Insomma avvertenze per la visione: scivolateci dentro come si può scivolare in un rassicurante sogno psichedelico, di quelli da visione pop e fanciullesca, ma poi credeteci fino ad un certo punto. Anzi, poi magari guardate d'infilata “My generation” così da smorzare brutalmente la melassa.

Lu

postato da secondavisione | 11:40 | commenti (1)


giovedì, aprile 09, 2009
 
FORTAPASC di Marco Risi

Ci sono film sui quali forse occorre sospendere il giudizio artistico più snob e puntiglioso (ed evitare raffronti con genitori ingombranti) per lasciarsi liberamente catturare dal contenuto e dal livello di riflessione (amarissima) che stimolano sullo spettatore. Questo non per dire che quello di Marco Risi sia un film "cinematograficamente" poco riuscito: pecca solo a tratti di qualche ingenuità da fiction televisiva, ma nel complesso funziona. La storia del giornalista Giancarlo Siani, che dalla cronaca nera di "Fortapasc", (come lo stesso sindaco definì Torre Annunziata nel "lontano" 1985) arriva a scavare nella melma degli intrecci sporchi tra camorra, danaro e politica, appalti e morti ammazzati nell'eterna guerra di clan per il controllo del territorio, non avrà forse il respiro universalistico di Gomorra, del quale si presenta forse come fratello minore (con qualche strizzata d'occhio pure a certe modalità narrative del "Divo" sorrentiniano, come se Garrone e Sorrentino avessero davvero inaugurato una nuova onda cinematografica italiana, con la quale il raffronto è inevitabile). Ma coinvolge, appassiona la vicenda umana di un giovanissimo, che si fa ammazzare prima di arrivare all'età dei contemporanei "bamboccioni". La vitalità del protagonista Libero Di Rienzo è omaggio riuscito all'anima bella di questo ragazzo, morto per la follia che tutt'ora si perpetua di una guerra che spesso è con fastidio relegata tra i fatti di "cronaca locale" e non -come invece sarebbe giusto- denunciata come male nazionale.

Luciana
postato da secondavisione | 11:03 | commenti (5)


giovedì, marzo 12, 2009
 

GRAN TORINO, Clint Eastwood, USA 2008

Clint torna sulla scena del delitto. I riferimenti a quell’immenso capolavoro che è Unforgiven sono più di uno nella nuova fatica, in tutti i sensi, del sempre più prolifico maestro. A cominciare dai personaggi principali, William Munny e Walt Kowalski, le assonanze sono molteplici, non solo per l’iniziale dei nomi, ma per il retroterra familiare, la comune perdita della moglie, la presenza, nel caso di Gran Torino assenza, dei figli (chissà come sarebbero diventati quelli di Munny), e soprattutto il comune passato. Un passato opprimente di sangue e misfatti da lavare, non importa se all’interno o al di fuori della legge, se Missouri o Corea. Ancora Clint attraversa lo schermo faticosamente, malandato, tossendo, sputando sangue, portando addosso il fardello di un’epoca tramontata, e il desiderio di una possibilità di riscatto, non solo morale. Più che mai Gran Torino si presenta come un western, in abiti moderni, ma pur sempre western. C’è una piccola città, una veranda sotto un portico dove sedersi sorseggiando un caffè, fumando una sigaretta e osservando il passaggio come il Wyatt Earp di Sfida Infernale, c’è un barbiere con l’insegna bianca e rossa, macchine al centro dell’azione là dove ieri c’erano cavalli, frasi memorabili da farsi scolpire. E un comune denominatore, un elemento destabilizzante che vorrebbe imporre la propria legge e che è sempre stato chiamato “gang”, banda. Ma in questo western contemporaneo sta la grande differenza rispetto ad Unforgiven, perché siamo in presenza del Clint che è partito dal sogno americano infranto di Un Mondo perfetto, che ha attraversato i ponti di Madison County per bagnarsi nelle placide e grigie acque del Mystic River, passando per le palestre di periferia dove ragazze da un milione di dollari combattono tenacemente contro le avversità e le imposizioni di una vita dura. È il Clint saggio e dolente, capace di piangere e perdonare, vestigia di un tempo e di un mondo. Al cambio del nuovo millennio, la fine secolo sancita nel sangue da William Munny appare inutile anche al razzista Walt Kowalski. Vivo in una ghost story che parla di ombre e di morti. Gran Torino è l’ennesimo caposaldo, commovente summa di vita e di poetica, di Clint l’autore, il regista, l’attore, il volto, la voce. Con quella classicità, la tante volte discussa classicità, tanto semplice da venire oltrepassata e nuovamente superata. Grande. Semplicemente.

Tom
postato da secondavisione | 01:42 | commenti (1)


sabato, marzo 07, 2009
 
L'italoamericano del cast (rubrica che ogni tanto va fatta).

L'italoamericano del cast, questa settimana, è Richard Cetrone, stunt coreographer di Watchmen (ma soprattutto indimenticabile Big Daddy Mars di Ghosts of Mars).
postato da secondavisione | 19:39 | commenti (1)


mercoledì, marzo 04, 2009
 
postato da secondavisione | 12:36 | commenti (3)


venerdì, febbraio 27, 2009
 

THE READER di Stephen Daldry

Parto da una premessa: incondizionatamente sottoscrivo l'Oscar a Kate Winslet.  
Dopodichè,  se The Reader può prestare il fianco ad una valanga di critiche o, al contrario, essere osannato, l' interpretazione dell’attrice non può essere messa in discussione nemmeno dai detrattori più feroci. Altrettanto incontrovertibile è il fatto che, al contrario, Ralph Fiennes dia un po' il peggio di sè. Tra questi due poli sta il film: anzi, forse questo doppio, questo contrasto tra eccellenza e gusto discutibile è un po' la cifra di tutto il film. La narrazione, che intreccia piani temporali diversi, è la ricostruzione nella memoria di Michael (Ralph Fiennes appunto), malinconico (o solo un po' lesso?)  avvocato di mezza età, di un’adolescenza, una giovinezza ed un’intera esistenza segnati indelebilmente dall’incontro con Hanna Schmitz (Kate Winslet). Nell'anno del signore 1958  tra il quindicenne Michael (interpretato da David Cross) e Hanna, a seguito di un incontro casuale, nasce una storia di passione e iniziazione: al sesso e all’amore, per il ragazzo, ai piaceri della letteratura per la donna che esaltando le capacità di lettore del ragazzo nasconde la sua inconfessabile vergogna di essere analfabeta. All’improvviso la donna scompare. Michael la ritroverà qualche anno dopo, giovane studente di legge, in un’aula di tribunale, imputata assieme ad altre ex carceriere dei lager nazisti in uno dei tanti processi che intesero restituire un briciolo di dignità e giustizia alle vittime della Shoah.
Intensissimo ed esplicito nel mettere in scena tutta la violenza, la dolcezza e la capacità devastante di un amour fou, quale può essere quello tra un adolescente ed un’adulta, la storia perde d’intensità e si meccanicizza nell’impatto con la Storia. Prendendo forse un po’ troppo alla lettera l’harendtiana “banalità del male” (ma, come insegnò Norimberga, se l’ordine è immorale si ha il diritto, forse il dovere, alla disobbedienza), l’aguzzina Hannah/Kate Winslet può apparire a tratti incosciente -e quindi in qualche modo innocente- dei crimini commessi. Arrivando addirittura -catarsi suprema nell’espiazione della colpa- ad autoaccusarsi nel corso del processo per non svelare la vergogna che il suo corpo, la sua mente e il suo stomaco di donna percepiscono più infamante dello sterminio stesso perpetrato, ossia il fatto di essere analfabeta. I discorsi sul diritto e sulla morale che coinvolgono lo studente Michael ed il suo docente di diritto penale (Bruno Ganz, che a me fa sempre piacere vedere), sulla necessità di una difesa imparziale stridente con l’abominio dell’Olocausto che, solo, fa saltare qualsiasi schema di processo giusto ed equo, non riescono ad avere lo stesso impatto emotivo della storia privata tra la trentenne e il ragazzo.
Insomma, Daldry è bravo a parlare di adolescenze, ma dovrebbe evitare scivoloni mettendosi a maneggiare una materia che per enormità e peso non sa trattare: almeno a sentire i giudizi più feroci della stampa (alcuni critici l’hanno definita “Repellente. Una manipolazione disonesta a base di sesso nazi-pedofilo”). Perchè il supremo scandalo di cui sarebbe colpevole è l'aver fatto del corpo di una nazista materia calda e pulsante, quanto le pagine di un libro, per aver mischiato la nobiltà e la purezza dell’amore, la sensualità della passione, l’ossessione per le belle lettere con la suprema colpa che le nostre coscienze tentano, da più di sessant’anni, di rimuovere. Allora come lo consideriamo, il film? Non è un problema da poco. Posso dire "mi è piaciuto", ma rischio l'anatema da parte di chi, legittimamente, mi contestasse "ma come puoi amare un film nel quale un'aguzzina fa la parte dell'agnello sacrificale?".
Ci sono pecche che non mi fanno gridare al capolavoro, non c'è dubbio: la seconda parte del film è una corsa agli ostacoli per tirare le fila di tutto e ricondurre le temporalità disperse in un unico piano, verso un the end che però è imperfetto come un maldestro tentativo di quadratura del cerchio. Ma la Winslet, che potenza. E che bellezza. Lei vale il biglietto, senza riduzione.
Attendo commenti e confronti.

Luc

postato da secondavisione | 11:45 | commenti (5)


venerdì, febbraio 20, 2009
 

PPP (perseguitato dal product placement)

Quest'anno sono stato a vedere due film adolescenziali, Ti stramoHo voglia di un'ultima notte da manuale prima di tre baci sopra il cielo e Questo piccolo grande amore. Guilty pleasure, of course. Ma un po' speravo anche di scrivere un pezzo arguto e illuminante sul fenomeno. Invece ho scoperto che:
a) ho un debole per le giovani attrici che hanno fatto Raccontami;
b) Stram di Ti stramo indossa abbigliamento tecnico motociclistico della Spyke, come me;
c) Andrea di QPGA indossa occhiali da sole Lozza, come i miei.

p.

postato da secondavisione | 12:32 | commenti (8)


martedì, febbraio 17, 2009
 

IL CURIOSO CASO DI BENJAMIN BUTTON, David Fincher, USA 2008

 

David Fincher è diventato grande. È curioso, come il caso di cui si parla, che a testimoniarlo sia una pellicola all’apparenza non propriamente fincheriana, che trasforma sostanzialmente un racconto breve di Scott Fitzgerald, ispirato ad una frase di Mark Twain, in un romanzo cinematografico dall’ampio respiro. La bizzarra storia di formazione capovolta di un personaggio dalla vita al contrario, che nasce vecchio e ringiovanisce decrescendo a neonato, evidenzia una certa tendenza di alcuni autori, più o meno giovani, del nuovo cinema americano, che dopo aver imposto vigorosamente un proprio tocco personale riconoscibile, un immaginario visivo e quasi visionario, dimostrano una piena maturità registica con film in cui lo stile sembra essersi asciugato nella sobrietà. Guardando ammirati There will be blood ci si chiede quando arrivino le rane, e si rimane sorpresi a constatare che, in realtà, a piovere è solo petrolio. Dove sono i virtuosismi della mdp e i grassoni che urlano in Non è un paese per vecchi? Ci si aspetta perfino qualcosa à la Mendes in Revolutionary Road, chessò, qualche ragazza ignuda coperta di petali, qualche leggera e poco pretenziosa citazione di Kubrick. Il pensiero torna alla disputa se fosse lynchiano o meno il più che lynchiano The Straight Story, che con semplice grandezza trattava il bene allo stesso modo come in cui era stato raccontato il male. Una nuova generazione di registi sembra aver cristallizzato una propria consapevole, e non solo estetizzante, poetica. Il curioso caso che vede protagonista Benjamin Button, a pensarci bene, è un film perfettamente fincheriano, senza per forza essere immerso in livide luci desaturate sotto una pioggia incessante. Lo è per come tratta la devianza, la mostruosità, già al centro di Alien³, Seven, Fight Club e Zodiac, tutti accomunati dal fatto di essere, a loro modo, grandi racconti di formazione. Un moderno classico, commovente riflessione sulla vecchiaia e sulla giovinezza, la cui presunta sobrietà svela la maestria tecnica. Il ringiovanito Fincher è cresciuto nel maturo Fincher, presente ma celato dietro le nubi onnipresenti e minacciose che accompagnano i personaggi fino a Katrina. Agli Oscar un ragazzo indiano campione di quiz televisivi toglierà a questo film la soddisfazione della vittoria. E nonostante questo rimarrà nella memoria, strano, affascinante e prezioso. Cate Blanchett mai così bella.

 

Tom

postato da secondavisione | 18:17 | commenti (10)


domenica, febbraio 08, 2009
 
Frost/Nixon - Il Duello (Ron Howard, USA 2008)

Credo sia difficile per un non americano comprendere appieno che impatto abbia avuto il Watergate, ma più in generale la figura di Richard Milhaus Nixon, e di conseguenza questa serie di interviste che sono il centro del film di Ron Howard. Ma non importa, perché il film che ne viene fuori è molto buono e, soprattutto, molto valido dal punto di vista cinematografico: e in questa sede, questo ci interessa.
Ron Howard si trova comunque di fronte ad una figura in decadenza, che ha perso tutto, ma che è stata perdonata da Gerald Ford (uno degli errori di uno dei presidenti più bistrattati - spesso a ragione - della storia degli Stati Uniti). Ma soprattutto il popolo americano non perdonò mai a Nixon il fatto che si sia dimesso senza chiedere scusa.
L'altra figura è quella di David Frost, fondamentalmente un intrattenitore un po' dandy e molto donnaiolo, che sente di iniziare a perdere terreno, ridotto com'è a fare un varietà in Australia.
Messi di fronte i due personaggi in un contesto antagonistico, Howard fa capire subito che entrambi hanno lo stesso scopo: (ri)farsi un'immagine. La metafora pugilistica è quindi evidente: tra una pausa della registrazione e l'altra, Frost e Nixon vanno dai rispettivi assistenti che, come i secondi nel pugilato, valutano l'incontro fino a quel momento e danno consigli tattici. E come nei migliori film di pugilato, chi sembrava sconfitto recupera e vince nell'ultimo round.
La forza del film, però, è di non calcare la mano su niente, ma di scegliere ritmi e toni pacati, ma inesorabilmente ascendenti, per condurre naturalmente (per così dire) al climax finale. E in questo Howard sa bene come fare: usa la macchina da presa in maniera discreta ma presente, riesce a dare senso ai numerosi fuori fuoco, e talvolta compone l'inquadratura in maniera apparentente classica, ma in realtà disturbante. Per esempio ci sono dei controcampi in cui l'ex presidente è al centro del quadro, ma "sporcato" a destra e a sinistra dalle figure fuori fuoco degli assistenti alla trasmissione e dall'inquietante luce rosse della telecamera.
Eccezionali gli attori, in particolar modo Langella, che pur non somigliando all'uomo che interpreta, riesce a far trasudare da ogni movimento quell'essenza che ha condannato Nixon ad essere, per sempre, "Tricky Dick".

Francesco
postato da secondavisione | 18:52 | commenti (2)


mercoledì, febbraio 04, 2009
 

UN PO' DI FFFFFFFFFFFFFFUTUREFILMFESTIVAL

Butto lì, aspettando che i nuovi adepti del culto di Nakagawa manifestino il giusto sdegno per non riportare di seguito parole sul sommo maestro. Somma pudicizia mi spinse. Timore. Attendo le loro però!

IDIOTS AND ANGELS
di Bill Plympton (Usa, 2008)
La storia è quella di un uomo ordinariamente meschino e arrogante, volgare e abitudinario, cui l'apparire di due ali d'angelo sulla schiena spezza fastidiosamente l'abituale tran tran di doccia barba e quotidiane abiezioni (straordinaria la scena in cui, con satanico autocompiacimento, fa esplodere con una fiamma il serbatoio di un auto colpevole di avergli rubato il parcheggio). Le due innocenti ali, che tenta di estirpare con la sega elettrica quando si accorge che lo portano, contro ogni sua volontà, a compiere azioni "buone", saranno non tanto l'inizio della redenzione per l'uomo, quanto lo scatenarsi di una folle girandola di opportunisti che in quel fenomeno freak  scorgono tutte le opportunità di arricchimento (l'esibizione da baraccone dell'uomo-angelo potrebbe essere remunerativa...). Al suo solito il cattivissimo Plympton sbatte ci sbatte in faccia miserie (tante) e (poche) nobiltà, tutte le umane piccolezze e lo squallore cui non si pone argine nell'eterna lotta dell'homo homini lupus. Col suo tratto sporco e livido, stilizzato e ripugnante nel descrivere sommariamente ma puntualmente le sgradevolezze dell'anima riversate sui corpi e nei volti difformi, ci fa vergognare di essere umani, e non ci offre il sollievo finale di una redenzione piena. Al fondo resta sempre quel senso di incompiutezza, peccato e "sporcizia" che ci rende maledettamente, condannati a vita, umani. Si ride, e a volte si distoglie lo sguardo come quando allo specchio notiamo un particolare che proprio non va. Lo ami e lo odi, perchè ti sbatte in faccia lo squallore del vero, senza chiederti il permesso.
 

SITA SINGS THE BLUES
di Nina Paley (Usa, 2008)
La sorpresa più starordinaria del Festival. Avevo giurato che mi sarei incatenata davanti a Palazzo Re Enzo se non avesse vinto. Poi si sono verificate due coincidenza: non ha vinto, ed ha iniziato a piovere di brutto. Comunque..
That's the story. Questa pazza regista quarantenne, Nina Paley (che si definisce allegramente una "media whore" e fornisce la sua mail. Le ho scritto, mi ha risposto) nel 2002 si trasferisce  in India assieme al marito. Legge il Ramayana, poema indu, e si accorge che la storia della principessa Sita abbandonata dal suo principe azzurro e consorte Rama, si ripete ironicamente da millenni, nella vicenda sempre nuova e sempre uguale dei risvolti-psicologici-nei-rapporti-tra-giovani-uomini-e-giovani-donne. Ne fa, in 5 anni, un film animato sul computer di casa, poi comincia a fare una colletta per portarlo su pellicola. Il risultato è un film straordinario per originalità, incantevole per ironia, ammaliante per i diversi registri narrativi e di tratto che coesistono con una naturalezza e un risultato sorprendente. Sita e Rama sono di volta in volta differenti, in un caleidoscopio si frantuma e si scompone la loro vicenda. La loro storia è raccontata da tre "ombre" indonesiane che continuamente sembrano mettere in discussione il racconto, con lapsus e frequenti incertezze (prendiamolo un po' in giro questo mito, che è in fondo una storia di corna e debolezze). E diventano le figurine, certo, dell'iconografia classica indiana, volti fissi e occhi bistrati di nero, figurine piatte e rigide che interpretano il loro millenario ruolo. Ma  la loro storia è raccontata pure dalle note struggenti del blues malinconico e donnesco di Annette Hanshaw, cantante jazz degli anni venti: e allora la principessa Sita si trasforma in Annette, o Annette in Sita, bambola mora dalle curve mozzafiato che canta della rudezza del suo uomo, di quanto è dolce il suo uomo, di quanto sa ferirla il suo uomo. E la loro storia si riflette pure nella vicenda americana e contemporanea di Nina (altro registro grafico) e del suo compagno che le spezza il cuore via mail (gli uomini sono tutti uguali, e la mamma ve l'aveva detto). Insomma, la storia millenaria e dall'aura sacrale, desacralizzata dall'accostamento alla banalità delle quotidiane beghe amorose, con inserti pop che avrebbero fatto crepare d'invidia sir George Harrison e compagnia. La Nina mi ha detto che in Italia sarà distribuito. Visione obbligatoria, che in un colpo spazza via il piattume di produzioni animate a volte serializzate (con le dovute, grandiose, eccezioni).

IGOR
di Tony Leondis (Usa-France, 2008)
Bella sorpresa questa cooproduzione franco-statunitense, parodia gustosissima dei film della difformità e del mostruoso. Straordinaria anche perchè proiettata in lingua originale, dato che stiamo parlando di signore voci: per questo spassosissimo cartoon si sono scomodati niente popodimeno che Steve Buscemi, John Cusack Jay Leno, Cristian Slater, tanto per dirne qualcuno. L'Igor del titolo è un "Igor", appunto, come molti suoi omonini hunchback ed aiutante del suo personale Scienziato del Male, nel Regno del male di Malaria, oppresso dalla pioggia perenne e da un dispotico re nano (beh..) il cui trono è insidiato da uno degli Scienziati del Male, più ambizioso dei suoi colleghi/rivali. Ogni anno si porta all'attenzione di una soggiogata platea la sfida delle Invenzioni Malvage progettate dagli Scienziati. Igor si diletta di scienza, nonostante il suo status di servo non lo consentirebbe. E quando accidentalmente il suo Padrone Scienziato muore, decide di proseguirne l'opera e di creare la più straordinaria invenzione di sempre, la vita, di un essere ovviamente malvagio. Peccato che gli esca fuori una specie di Biancaneve obesa ed abnorme, filantropa ed appassionata di recitazione. Tra gag divertentissime e tentativi falliti di costringersi ad essere "cattivi" più che si può (dato che pare che solo le ragazze, e i ragazzi, cattivi vadano dovunque), Igor si arrenderà alla fine alla propria (buona) natura e a quella del suo novello Frankenstein in gonnella, aiutato nel suo percorso da due sue creazioni, Brian, un cervello sotto vetro (ovviamente stupidissimo) e Scamper, un coniglio reso immortale suo malgrado, che escogita mille stratagemmi (invani) per suicidarsi. Se avrà successo commerciale ne saremo felicissimi. Forse arriva un po' in ritardo rispetto alle evoluzioni poetico-espressioniste della Pixar? Vabbè, chi se ne frega, avercene come diceva qualcuno qui vicino...

PACO AND THE MAGICAL BOOK
di Tetsuya Nakashima (Giappone, 2008)
La follia allo stato puro. Gli orizzonti estetici nipponici mi risultano sempre ostici da afferrare, comprendere dunque godere. Mettono talvolta a dura prova il mio imbarazzo. Nell'usuale accumulo di personaggi strambi, barbe posticce, improbabili occhiali, capigliature esplosive, vecchietti ridicoli, accumuli di oggetti da scenario apocalittico colorato con gli Uniposca, la storia è quella (ripercorsa nella memoria di uno scrittore, scopriremo alla fine chi è), di una strambra clinica/ospedale/ricovero per travestiti ripudiati, loschi individui sfregiati, infermiere sadomaso in bianco, mogli-vampire assetate di potere. Onuki, un vecchio canuto cinico e sgradevole, sopporta a stento l'olezzo di questa compagnia di reietti, e in generale l'umanità. Ma capita che sulla sua panchina si sieda Paco, una ragazzina (i buoni, osservava giustamente il Dottor C. ad una proiezione, hanno sempre tratti più occidentali), che legge continuamente lo stesso libro pop up in cui sono narrate le avventure di un principe rana.Paco a segiuto di un incidente ha perso la memoria. Ogni notte il sonno cancella i ricordi del giorno precedente. E nel cuore secco del vecchio Onuki si fa strada una crepa, di commozione e affetto, che lo porta ad escogitare un modo per regalare alla bambina la possibilità di trattenere almeno un ricordo. Così recluta pazienti e infermiere per mettere in scena la fiaba che la bambina legge ogni giorno con avidità, fino al commovente finale. Una favola che all'inizio ti respinge poi ti fa sciogliere inevitabilmente nella commozione anche se continui a non capire che diavolo possa passare nella testa di uno che si inventa e filma una storia del genere (oltre ad invidiare inevitabilmente le sostanze che potrebbe avere assunto).

Luciana


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lunedì, febbraio 02, 2009
 
Pigro ed in tre parole (poi il dibattito)
 
 
Lasciami entrare
 
Bello, intrigante, affascinante. Un po’ sopravvalutato? Forse, ma chi se ne frega. Come si dice in questi casi: avercene.
 
Cose belle: l’amore come ambiguo in sé, senza aver bisogno un punto di vista forzoso. Affetto come salvezza apparente e dannazione eterna.
 
Cose brutte: qualche difetto di costruzione e sceneggiatura qua e là. Ma sono rilievi da geometri.
 
Australia
 
Lungo, noioso e ambiziosamente rovinoso. Visti i risultati al botteghino, probabilmente il prossimo film di Luhrmann sarà un adattamento di Finale di partita girato con videocamera fissa.
 
Cose belle: la parte western, a essere buoni. Hugh Jackman
 
Cose brutte: l’ultima ora e mezza, il Gormito Botox che prova ad essere giovane e sbarazzina, presenza di  negro magico sopra il livello di guardia (grazie violetta)
 
Appaloosa
 
Ogni anno esce un western e tutti siamo più contenti. Anche se questo è più classico e meno crepuscolare, se ironico e inaspettatamente con un ritmo dispari. Da vedere, anche se in cuor mio mi aspettavo un poco di più
 
Cose belle: Viggo. La figura femminile. I duelli. Riconoscere Lance Henriksen
 
Cose brutte: Zellweger. Qualche discontinuità. Il doppiaggio italiano (ma come si può vedere un western su uno schermo di un computer? È contro natura)
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mercoledì, gennaio 21, 2009
 

Milk (Usa, 2008) di Gus Van Sant

Avvertenze per la lettura: l'altra sera pure io ho visto W su La7.
Avvertenza n° 2: le righe che seguono sono sfacciatamente elogiative (da unire alla precedente, che potrebbe aver aggravato il mio stato di esaltazione).
Ma se si mescolano Gus Van Sant, Sean Penn (che si porta dietro il suo Alexander Supertramp/Emile Hirsch), Josh Brolin, Diego Luna e la più grande icona seventies del movimento gay statunitense (e non solo), Harvey Milk, che ne può uscire?
Anche James Franco ci fa la sua porca figura (la nostra amata Violetta Bellocchio ci perdonerà per quest'ultima audace affermazione).
Un biopic denso, commovente, colorato, drammatico, ironico, intenso, gioioso e terribile che ripercorre gli ultimi 8 anni della vita di Harvey Milk, narratore. Che nell’arco di una notte butta nella spazzatura la propria (falsa) esistenza di impiegato modello dalla doppia vita (il suo orientamento sessuale è “perversione, “devianza” o “malattia” da tenere occultata) per approdare assieme all’amante hippie-e-riccioluto James Franco al quartiere di Castro, San Francisco, nella città con (ancora oggi) la più alta concentrazione gay degli Usa. I due si inventano un negozio di fotografia, e quando si accorgono che non tutti i commercianti della zona (e figurarsi dio) gradiscono i loro baci appassionati per strada, fondano un’associazione dei commercianti gay (la “Castro Valley Association”) e si accorgono che la loro reale libertà è lontana dall’essere conquistata senza una rappresentanza politica. Così Harvey ci mette la faccia (e ci rimette il compagno): prova tre volte ad essere eletto nel consiglio cittadino con l’aiuto di un team magnificamente disordinato di gay in cui infila una lesbica (”il vero uomo del gruppo”), ci riesce al quarto tentativo, diventando il primo  cittadino dichiaratamente gay ad essere eletto ad una carica pubblica. Lotta per i diritti della sua comunità, impone con ferma dolcezza ai suoi l’outing, sorride a volte amaro del suo destino di icona, assumendosene i rischi. Ma riesce a fare breccia anche nelle menti degli anziani, degli operai, delle donne, credendo che la lotta alla discriminazione, di qualsiasi natura essa sia, non sia questione di politica ma di sopravvivenza. Fa passare una legge sui pari diritti agli omosessuali nella sua città, blocca la famigerata "Proposizione 6"  del senatore dello stato Briggs, chiedendogli un pubblico confronto (vi ricorda altro? ma no...). Fosse passata, nello stato della California gli insegnanti gay sarebbero stati rimossi dal loro ruolo di insegnanti in quanto colpevoli di generare pericolose devianze omosessuali. I manipolatori. Consapevole di essere un bersaglio, viene freddato da diverse pallottole, a 48 anni: ma fa in tempo a scrivere la frase che è il suo epitaffio: “se una pallottola dovesse entrarmi nel cervello, allora riesca pure a distruggere tutte le porte dietro le quali ci si nasconde”.
Straordinario il lavoro di ricostruzione di Van Sant, che da anni cullava il progetto: di certo aveva in mente The times of Harvey Milk, il documentario del 1984 col quale Rob Epstein vinse l’Oscar. Abbandona, Gus, le adolescenziali (intro)ispezioni e le lentezze di macchina dei suoi ultimi lavori. La camera da presa si muove, scruta, accumula particolari, persone, folle, gesti. Il cast è strepitoso. le camicie a fiori e le code di cavallo campeggiano in vista assieme a tutto l’immaginario della controcultura hippie. Le sequenze di repertorio si amalgamano al girato con naturalezza, già i titoli di testa sono un piccolo miracolo in bianco e nero di equilibrio e intensità. I titoli di coda accostano ai volti dei reali protagonisti di quel pezzo di storia i volti (incredibilmente somiglianti) degli interpreti (Josh Brolin è paradigmatico), mentre in poche righe si condensano i destini di ognuno. Un’invasione ad alta emozionalità che mi ha ricordato la foto sgranata di Alexander Supertramp (quello vero), come una pugnalata, in fondo a Into the wild. Gli si perdona anche qualche eccesso retorico, peccato veniale.
Sean Penn. Magnifico. E questo è tutto.

Tra qualche giorno il dibattito sui gay si sposterà a Sanremo. Gaudeamus igitur.

Lucy

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lunedì, gennaio 12, 2009
 

Mala tempora currunt, se il mondo ha bisogno di fiabe e se si è persa la capacità di riconoscerle.

Ovvero, detto meno trombonescamente (parlo come mangio, essì):

come cazzo ha fatto The Millionaire a vincere il Golden Golden Globe? E pure regia e sceneggiatura?

I complottisti si fanno largo:

Curry allucinogeno circola tra la stampa straniera?

I critici asseragliati in una battaglia di retroguardia mandano messaggi cifrati:

1) Lo stile è anziano, anni '90, senza essere recuperabile alla nostalgia. Cioé, una roba improbabile. Ma anche fuori dal tempo.

2) L'equosolidale in patina cool è la nuova tendenza pret a porter. Dopo le lacrime incrociate ed esotizzate di Babel, la fiaba (leggi eventi improbabili legati con  lo sputo però che hanno come protagoisti individui semplici e riconoscibili e con cui scatta l'empatia come "fanciullo di bidonville" condito dalla nozione più colossalmente malinterpretata della storia, altrimenti dovrei gettare dalla finestra "se una notte di inverno un viaggiatore", cioé la leggerezza e un happy end che è una presa per il culo che la metà basta) esotizzata che consola autoassolvendoci.

3) Ma l'omaggio a Bollywood finale è fatto perché siamo in India e anche i sassi ischemici sanno che nei film indiani si canta e balla a sproposito? Metterci un fachiro e un elefante bianco no? So uncool?

4) Uno fa Trainspotting, 10 anni di film brutti, poi fa "Trainspotting a Bombay" e lo salutano come un genio. Se Tarantino rifà Reservoir Dogs lo nominiamo imperatore direttamente?

5) La struttura incasinata e confusa che crea più buchi che risolverli è sintomo dello Zeitgeist? Cioè che dopo l'11 settembre non è più possibile la struttura a orologeria tipo i soliti sospetti? Che, probabilmente se fosse girato adesso a Kaiser Sauzee verrebbe il cagotto mentre racconta l'ennesima palla e tutto il suo castello di carte crollerebbe come se niente fosse. Non c'è più il Grande altro e l'ideologia clintoniana era l'Imodium del caos. Ipotesi interessante.

Uno più ardito e incosciente esce dal torpore e dice:

Qui non funziona nulla! Scrittura, fotografia, casting. E' tutto imbevuto di falsità, pressapochismo, vago colonialismo dal sapore veltroniano. Se un Santo ci fa la grazia tra due mesi sarà sparito tra i fiotti della storia. Avete presente Santa Maradona, ecco quella roba lì. Tipo essere contemporanei mettendo assieme tendenze che erano contemporanee 5 anni prima e sono morte e sepolte. Ecco, tutto questo e the millionaire.

Povero visivamente, narrativamente e davvero povero di spirito

I più snob urlano:

vi piace questa roba? Io mi riguardo La fiamma del peccato e basta. Poco costruttivo, non c'entra nulla ma piace ai giovani

manu

 

postato da secondavisione | 17:07 | commenti (11)
 

Incubi ad occhi aperti

Si riesce ad immaginare qualcosa di peggio di un remake de "Il buono, il brutto e il cattivo" diretto da Steven Soderbergh e interpretato, nell'ordine da Brad Pitt, Benicio del Toro ed Adrien Brody.

Io non mi figuro nulla di più terrorizzante.

manu

postato da secondavisione | 15:05 | commenti (6)


martedì, dicembre 16, 2008
 
Come Dio Comanda di Gabriele Salvatores
 
 
C’era un punto del famigerato dogma italico che recitava così:
“le canzoni pop di dieci anni anteriori all’uscita del film devono apparire una sola volta e non devono essere invasive”
Nella scrittura di quel comandamento, risentivamo dello Zeitgeist post anni 90 e quindi ci si riferiva all’abuso di effetto revival/nostalgia appiccicato a caso su delle immagini.
Ora che sono passati anni, e grazie al cielo ascoltare Rino Gaetano ha smesso di essere una pratica culturale innovativa e cool, bisognerebbe riformulare il principio, e applicarlo ai Mogwai, ai Sigur Ros, a Antohny and the Johnsons ecc. Vogliamo chiamarla “musica fighetta”? Musica che piace ai registi “giovani”, indipendentemente dalla loro età anagrafica? Non so, manco della necessaria cultura musicale per farlo, accetto aiuti.
Intendiamoci bene, a me piace quella musica, come piacciono anche A whiter shade of pale, The End e altri pezzi del passato. Forse, se mai facessi un film , potrei pensare anche di metterli in colonna sonora.
Ma il problema è l’abuso. Il problema è il cattivo uso. Il problema è la musica utilizzata come Viagra, come si stesse girando un emotional, come se ci fosse bisogno di un megafono musicale in ogni sequenza, in ogni dialogo. Musica usata indistintamente come collante narrativo, come indizio per la sceneggiatura, come potenziamento sensoriale.
Inoltre, ma questa è una mia impressione, è che sia usata male: attacchi sempre fuori sincrono rispetto a quando dovrebbero essere, con un risultato sempre diverso da quello che sembrava voler emergere dall’intenzione. Una serie di errori che fanno sorgere il dubbio: ma non sarà intenzionale? La ricerca continua dell’uso disforico della musica? Può rimanere il dubbio, ma io propendo personalmente con l’errore, con il dare alla musica un ruolo sempre sbagliato. Come si dice, la persona sbagliata al momento sbagliato nel luogo sbagliato? Ecco, una cosa così. Insopportabile.
Inoltre, questo uso è ancora più fastidioso in quanto applicato ad una materia narrativa potente: la relazione totalizzante e ambigua tra un padre naziskin e suo figlio adolescente. Lo spettatore poteva essere messo a disagio nel trovarsi a provare empatia per un personaggio tanto fastidioso quanto da rispettare nell’intensità del suo sentimento per il figlio. Una posizione scomoda, quando ci si trova obbligati a rispettare una persona per quello che sente e non per quello che è.
Ma questo non emerge mai dalla semplice narrazione: il rapporto tra padre e figlio non diventa mai carnale, non è mai qualcosa di talmente forte da essere indispensabile, da tramutare la violenza in un’educazione, sbagliata, ma pur sempre educazione sentimentale.
Nel film tutto si risolve a tarallucci e vino: il naziskin viene amato in quanto in fondo è buono, ma dovrebbe essere amato perché il suo cuore è nero. E c’è una bella differenza. Inoltre, al ragazzino crolla il mondo addosso, si trova a seppellire cadaveri come se mangiasse gelati, senza apparenti trasformazioni del suo essere. Il che è un problema drammaturgico non da poco. La trasformazione è imposta dalla musica, ma questo non è sufficiente. O forse è anche troppo.
Ultimo problema (e forse quello da cui tutti discendono, ma è una mia fissazione): il film è girato in Friuli, ma non c’è nessuno che parla con la cadenza friulana. E, visto che si parla di “white trash”, questo è un problema non da poco. Si hanno delle location incredibili, per suggestione, per angoscia, per vastità dei sentimenti, e alla fine si ha l’impressione che se come dio comanda fosse stato ambientato a Brugherio, non ci sarebbero stati cambiamenti di sorta. Uno dei consueti difetti del cinema italiano, la totale incapacità di rappresentare la provincia, se non per bozzetti e lampi (ricordo alcuni stralci di Texas di Paravidino, di Non pensarci di Zanasi e adesso non mi viene in mente altro) nei casi migliori, o completo travisamento programmatico, idillio o inferno, nei casi peggiori (Provincia meccanica e Agata e la tempesta, ma anche il casolare della Meglio gioventù, giusto per tornare sui vecchi cavali di battaglia.
Note positive. Recitazione dei tre protagonisti, Germano Timi e Alvaro Caleca, il ragazzino, che sono davvero bravi e l’inseguimento nel bosco sui motorini. Unica sequenza davvero riuscita.
 
 
The Millionaire di Danny Boyle.
 
Il film più brutto e fasullo del 2008. Falso come l’ottone, e non venitemi a dire che è una fiaba. Le fiabe sono cose serie e appassionanti.
 
Manu
 
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giovedì, dicembre 11, 2008
 
STELLA (Francia, 2008) di Sylvie Verheyde

Compito per casa:
se la terza sessione della patria Commissione per la Censura (composta da «esperti di cultura cinematografica» nominati dal Ministero dei beni culturali) ha vietato il film "Stella" ai minori di 14 anni, e succitato film contiene una intima, delicata, profonda e mai banale esplorazione delle crudeltà dell'universo adolescenziale e della capacità di riconoscersi, in quella delicata fase, di ribellarsi al già segnato, e ancora se si parla di Cocteau, di Balzac e Duras come qualcosa di appassionante,bene trovare il collegamento. Please. 5 i secondi di tempo a disposizione.
Fatto?
....
Stella ha 11 anni, i suoi gestiscono un bar nel 13mo arrondissement, sono un po' rozzi. La mamma Karole Rocher usa troppo il colore rosso e comanda  papà Benjamin Bioley, che è un po' bugiardo e un po' donnaiolo, e i due nemmeno si sopportano più troppo. I clienti del bar giocano a carte, ballano fino a tardi, bevono e si strusciano. Stella dice parolacce, la mamma pure. La nonna è stramba, non porta le mutande e ruba i soldi dalla cassa, con grande disappunto di mammà. Stella sa già "come si scopa" e che gli avventori del bar dove vive moriranno di cirrosi, se gli va bene.Uno è Guillaume Depardieu/Alain Bernard, bello e dannato, il suo secondo papà, di cui è un po' innamorata. Stella si addormenta tardi perchè nel bar c'è baccano, non è un asso in grammatica ma sa tutto di flipper, fucili e bari. Però gli è stata data l'opportunità di andare a studiare in un liceo della Parigi bene, lei che è troppo cittadina per essere provinciale e troppo provinciale per essere considerata dalle compagne del "genere protetto", quelle che vanno a letto alle otto e mezza e non hanno il permesso di guardare la tv, e sono bionde e profumate da far schifo.
Stella non è interessata a nulla, ed è attenta a non scambiare chiacchiere con nessuno, specie con quelle che le fanno notare che il colletto di lapin della sua giacchetta a scacchi fa schifo. Però per sbaglio la rossa Gladys, la secchiona, le rivolge la parola, perchè la scambia per quella Natalie "carina, che sa fare la ruota". Gladys è ebrea, argentina, figlia di intellettuali scampati al regime militare, pure un po' chiatta e secchiona. E  le insegna a leggere Cocteau e altro, e si affeziona a lei, e la difende durante i consigli di classe. Così, tra una perplessità e l'altra, tra la fatica di portarsi addosso tutti i propri amorfi 11 anni, Stella cresce, impara, qualcosa, non troppo, che magari quell'opportunità snobbata potrebbe essere reale, e nel frattempo ha pure il tempo di spaccare la testa sul termosifone a una compagna di classe perchè come diceva qualcuno chi nasce tunno nun po' morì quadrato.
E ora mi fermo che sono prolissa e poi racconto tutto. Splendidamente girato, nonostante - a quanto ho letto- il basso budget a disposizione della regista al suo terzo lungometraggio, con una fotografia sempre impeccabile nel restituire le atmosfere, che oggi fanno tanto freak ,della Parigi del '77, Stella è un delicato, straordinario racconto di formazione, e magari sono i francesi che sono più bravi a maneggiare a delicata materia dell'adolescenza, da Truffaut in poi. Com'è che noi ci fermiamo solo tre metri sopra il cielo, invece di andare un po' più in là? E sapete qual'è uno dei  miracoli? Che arriva dritto allo stomaco? Tra le violenze, le sconfitte, le tenerezze, quel sapore accennato di primo amore struggente devastante malinconico romantico onnipervasivo che se avete trentatrè anni come me sapete di non provare più da vent'anni almeno.  Quello da vuoto allo stomaco di una discesa ripida in bici, o di un giro sul calcinculo.Andatelo a vedere, poi ditemi se Ti amo di Umberto Tozzi non ci sta, proprio a pennello. E chi l'avrebbe mai detto?
Guillaume Depardieu, alla sua - credo - ultima prova. Magnifico, dolente, quasi in dissolvenza, come nella vita, forse.
Straordinaria la piccola protagonista Leora Barbara, a suo agio con una disinvoltura da far invidia.
Un incanto di film. Non avessi visto Racconto di Natale, sarebe il mio preferito.

Censored.
Se avete meno di 14 ani avete senza dubbio di meglio, e meno pericoloso, da vedere.

L.

postato da secondavisione | 22:35 | commenti (2)


martedì, dicembre 09, 2008
 

RACCONTO DI NATALE, Arnaud Desplechin, Francia 2008

C’è questa strana abitudine, nella distribuzione cinematografica, di fare uscire alcuni film in determinati periodi dell’anno, più che altro basandosi semplicemente sui titoli, ignorando del tutto il contenuto. Se si potesse ridurre il cinema ad una mera questione di stagionalità, sottraendone così quella universalità ed eternità a cui anela fin dalla sua nascita, Luci d'inverno dovrebbe essere solamente visto davanti ad un caminetto nelle lunghe serate di gennaio, Milou a maggio a conclusione della festa della mamma, L'estate di Kikujiro mentre si fanno i bagagli per le vacanze, Racconto d'autunno dopo aver fatto una castagnata a base di vino novello.

Ed è probabilmente per questa ragione che abbiamo dovuto aspettare diversi mesi per vedere l’ultimo lavoro di Desplechin, acclamato all’ultimo festival di Cannes, forse giudicandolo, dal titolo, una storia edificante, ideale per le festività incombenti. Invece Racconto di Natale è quanto di meno edificante si possa pensare, storia di una famiglia ferita e divisa che si ritrova forzatamente non in occasione di una festa ma di un tumore. Desplechin conferma una volta di più la propria bravura nel raccontare l'universo familiare, un vero e proprio regno dove i genitori si chiamano per nome, dove i figli sono costretti a sfogare le aspettative su di loro riposte nella follia, dove le madri si chiamano come divinità e hanno la capacità di decidere la vita e la morte, dove si ride e si ironizza amaramente sulla mancanza d'amore e sull’ineluttabilità del dolore. E non è un caso il richiamo a “Canto di Natale” di Dickens, perché di ghost story si tratta, fatta di fantasmi di un passato opprimente che allungano le lugubri ombre su un presente di morti che camminano. Certo, Desplechin è pur sempre un autore che non nasconde la propria autorialità, orgoglioso figlio non tanto dei vari Truffaut o Godard, anche se la nouvelle vague riecheggia in ogni inquadratura, quanto di Eustache (il suo Comment je me suis disputé…fu considerato La maman et la putain degli anni '90), talmente bravo da farci appassionare ad una storia a base di odi, amori, rancori, morti, poesia, jazz, pittura, cinefilia e letteratura, dove i personaggi guardano e parlano alla macchina da presa e le ombre cinesi raccontano i preamboli necessari, con la generosità e fluvialità delle sue emozionanti due ore e mezza, e una tale leggerezza e libertà, non solo formale, che lascia incantati. Cast ancora una volta stupefacente, Mathieu Amalric grandioso e destabilizzante, una ritrovata Deneuve, cattiva e commovente, e una Emanuelle Devos che illumina lo schermo. Siamo così sicuri che a Natale si debba per forza essere tutti più buoni?

 

Tom

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giovedì, dicembre 04, 2008
 
Changeling di Clint Eastwood
(si ricomincia con un bel post leggero)
 
Discutendo con P., si è trovato a convincermi che il patentino di “classico” che viene dato a Eastwood sia in realtà un grosso malinteso con il concetto di “sobrietà”, “eleganza” e “pulizia”.
Il regime classico di rappresentazione – se mai vi è stato, comunque diamo per scontato che ne facciano parte concetti del tipo regime tendenzialmente oggettivo, narrazione lineare, punto di vista privilegiato sui personaggi e sulla storia, sintassi cinematografica normata ecc. – viene confuso con le buone maniere di un signore un po’ ageé con un frac, che entra in una stanza con un sigaro, beve brandy e dice “pardon” senza dare confidenza a nessuno.
Insomma, si considera Clint Eastwood un classico perché ci ritroviamo con una concezione di piccolo borghese di classico? Idea per cui un cappello a cilindro conta di più che il punto di vista sul racconto per determinare la “classicità” di qualcosa. In effetti, in un film, è più facile trovare un cappello a cilindro che delle strutture narrative. Ma, siccome questa si chiama pigrizia intellettuale, proviamo a scalfirla.
Un gioco da blog sarebbe comparare i due portacolori del classico secondo i luoghi comuni sul cinema, Ron Howard e Clint Eastwood, e vedere se possono essere considerati secondo la stessa etichetta.
Giochino tendenzioso, la cui risposta è negativa comunque.
Quindi, Changeling è classico o meno?
Proviamo a partire dalla posizione dei personaggi. Il mondo in cui si muove Christine Collins è un mondo leggibile in cui si può agire. Lavoro, fatiche, crociate, lotte: ci sono ostacoli, ma questi si possono vincere. Si fanno delle cose per cui si raggiungono degli obiettivi. È un universo che funziona. Anche dopo la perdita dell’equilibrio, cioè il rapimento del figlio. L’universo da incubo in cui sembra essere precipitata non è senza senso: la sua costruzione risulta da interessi, pigrizie, errori, atti. È quindi leggibile e in qualche modo risolvibile: la giustizia trionfa, il colpevole viene preso e condannato, gli uomini di cattiva volontà hanno ciò che gli spetta, e le donne e gli uomini di buona volontà riescono ad avere la ricompensa. Questo è quello che si potrebbe definire un universo classico? Probabilmente sì.
Ma il rapimento del figlio non è una rottura che riguarda solo l’equilibrio dell’universo umano, della giustizia umana, ma è qualcosa che non si può rimarginare. Una frattura originaria, diciamo.
Non si intende con ciò che nell’universo “dell’azione” (classico) i crimini non abbiano conseguenze, ma semplicemente che il ripristino dell’ordine “umano” è presentato e accettato come una conclusione. Non importa in che senso, ma una conclusione.
Nel caso di Changeling, in modo forse meno evidente che in altri film di Eastwood, questo ripristino del funzionamento dell'universo umano non è una conclusione plausibile. L’evento delittuoso persiste per sempre nella vita del protagonista, sia dell'Angelina Jolie di questo film, sia in altri della carriera di Clint.
Semplicemente, Christine Collins non diventa pazza perché la rinchiudono in manicomio, ma diventa pazza nel momento in cui capisce che, indipendentemente da quello che farà, non potrà mai vivere senza l’affermazione del fatto che il figlio è scomparso. Non potrà mai fare a meno di cercarlo: lei la chiama speranza (ultima parola del film, se non sbaglio) e Eastwood con pietas accetta la sua definizione. Ma, da un punto di vista dell’universo della narrazione, è il non-accettare la risoluzione umana della questione.
Meglio ancora, non è che non può farne a meno, sceglie di non dimenticare. Una scelta. Non fatta liberamente, anzi non è proprio questione di libertà (è costretta dal crimine subito ma sarebbe anche libera di accettare la risoluzione “umana” per ricominciare da capo). È una scelta, punto, kierkegaardiana se mi consentite.
Come Frankie Dunn sceglie di far smettere di soffrire Maggie Fitzgerald, e poi non può fare altro che sparire. Come i personaggi di Mystic river scelgono di essere carnefici o vittime, dopo che il mondo li ha costretti ad essere carnefici o vittime.
Il mondo sarà pure leggibile, ma non è riducibile, in conclusione. Non ci riesce nemmeno il discorso religioso: in Million Dollar baby il sacerdote è qualcuno che non ha risposte, in Changeling è qualcuno che dà una mano sul piano mondano, ma non può fare altro.
Lo sguardo di Eastwood è fatto di pietas per coloro che si trovano presi in questa follia: in Changeling anche per il ragazzino che collabora agli omicidi e alla sua scoperta, l’unico duro del film. Viene fatto scavare in quanto colpevole, ma a un certo punto, quando si scopre l’entità dell’orrore che ha vissuto, è giusto che la smetta.
E anche durante l’esecuzione del pluriomicida, nella scena più toccante del film, viene mostrata pietas (sarebbe interessante fare un paragone con l’impiccagione di Bjork in Dancer in the dark, per poi discutere di etica, dello sguardo e non).
Non viene messa in dubbio manco per un momento la giustizia della condanna, e della condanna a morte, ma solo che negli istanti prima si mostra comprensione per l’imbarazzante umanità di colui che sta per essere ucciso. Come di coloro che stanno assistendo a quell’esecuzione. Il rituale della giustizia funziona, ma alla fine è tragicamente inutile (sottolineato dalla canzone infantile che intona colui che sta per morire). Perché nel momento in cui tutto va per il meglio, emerge che nessuno potrà mai cancellare l’orrore di ciò che è stato commesso, né le vittime né i carnefici. In Mystic river, né Sean Penn né Tim Robbins.
Quindi? Si tratta di classicità o no? L’universo del racconto è leggibile e agibile, ma il punto focale è il limite di questa leggibilità/agibilità. Si potrebbe dire, una strada nuova nel mettere in scena e nel superare il modello di rappresentazione classico. Nel modo più diretto e complesso, recuperando le forme della tragedia.
 
Manu
postato da secondavisione | 15:27 | commenti (3)
 

Conosco un posticino


Nell'insuperabile Bar Sport di Benni c'è un capitolo che si chiama “Conosco un posticino”, una specie di destrutturazione della retorica del ristorante fuori porta, rustico e a buon mercato. Quello situato in una stalla, in una casetta in cima a una strada sterrata o in una specie di depressione della pianura, impossibile da trovare sulle Pagine Gialle.

 

Da appassionato di questa tipologia di locali e di cinema italiano, non posso fare a meno di pensare al raccontino di Benni praticamente ogni volta che vado a vedere un film italiano. Perché, come il ristorante rustico, anche il film italiano, spesso, tende a situarsi fuori dal dominio dell'estetica. Ecco una piccola e tutt'altro che esauriente casistica:

 


  1. Per quello che spendi... Ci sono posti dove si mangia con 15 euro (standard: provincia di Bologna). Quasi sempre male, inutile aggiungerlo. Ma come si fa a lamentarsi, con un prezzo così basso? Così ci sono film italiani che sono costati pochissimo e che non sono né belli né brutti, ma semplicemente un po' anemici. Tuttavia sembrano piccoli miracoli, stanno in sala 3 giorni (la difficile reperibilità...) e sono ingiudicabili. Esempio: Un altro pianeta di Stefano Tummolini, che di euro, si dice, ne è costati addirittura mille: cosa vuoi fare con mille euro? Come andare a vedere un kolossal, ma al contrario: ammiri i soldi che non ci sono.

  2. Lì fanno le rane fritte! Certi locali sono un po' malandati, non proprio a buon mercato, ma conservano preparazioni altrove introvabili, spesso a base di frattaglie o pesce di fiume. Alla stessa maniera, alcuni film ripropongono ingredienti perduti o ricette desuete. Esempio: i film di Argento o quelli di Olmi, spero che nessuno si offenda per l'accostamento. Tra i nuovi, per quello che ne leggo, Patierno o Frammartino. Hai un bel dire che il sapore non è più quello di una volta, che le rane che vengono dalla Turchia o dal'Albania non sono come quelle del fosso scolmatore: ma se hai voglia di rane fritte dove vai? Un cinema in bilico tra memoria riconoscente e monopolio.

  3. L'ha preso in gestione un mio amico. Tipologia più diffusa nelle aree urbane. L'amico dell'amico non è talentuoso come Aurora Mazzucchelli e non ha le invenzioni di Davide Oldani, ma è animato da tanto entusiasmo. Il risultato: cucina parasperimentale e qualche evergreen per soddisfare la piazza. Certi film piccoli hanno la stesse caratteristiche: tanto slancio e poco coraggio. Sembrano fatti, appunto, per gli amici, per le comunità grandi o piccole (sempre preesistenti) che vi si possono aggregare attorno. Bologna ne ha visti nascere a bizzeffe, di film così, negli ultimi anni. Il vento, di sera di Andrea Adriatico, Cavedagne di Bernardo Bolognesi e Francesco Merini, Paris Dabar di Paolo Angelini... Belli? Brutti? In amicizia.

  4. Lo chef è allievo di Ferran Adrià (o di Gualtiero Marchesi). Qui usciamo un po' dalla tipologia low cost. Certi ristoranti fanno gran uso di sifoni e azoto liquido, sperimentati con successo dal maestro catalano. Certi film, invece, valgono non per quello che sono, ma per ciò a cui vorrebbero assomigliare, in un tentativo di sprovincializzazione del repertorio cinematografico nazionale. Al posto dell'azoto liquido mettete gli altrettanto gelidi interni di Tsai Ming-liang ed ecco Aprimi il cuore di Giada Colagrande. Il maestro è un'altra cosa, ma in Italia chi le fa certe cose?


 

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postato da secondavisione | 11:16 | commenti (7)