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mercoledì, ottobre 29, 2003
Mystic River di Clint Eastwood
Stamattina sono crollato, ma ne è valsa la pena di stare sveglio fino all'una per vedere un film assolutamente incredibile. Non si tratta solo della sequenza finale più agghiacciangte che ricrdi, ma si tratta veramente di un film eccezionale sulla colpa. Eastwood guarda con distacco l'assunto disperato delle vittime che continuano a rimanere vittime, del fatto ce non si può dire "se fossi salito io su quella macchina", perché solo Dave c'è andato, e lui seguita a non salvarsi, come il potere perpetua se stesso nell prepotenza e nell'angheria , mentre il privato è un modo di sfuggire alle colpe civili e nei confronti degli altri.
Pieno di silenzi, di personaggi che non riescono a spiegarsi, come se il linguaggio fosse contiunamente sotto scacco nei confronti di un essere al mondo (lo so, ma leggo sta roba in questo momento, quindi volenti o nolenti ce la ritrovate) troppo disperato per essere vero.
Non riesco a togliermi dalla testa l'incrocio di sguardi tra le due mogli alla parata.
manu
martedì, ottobre 28, 2003
Kill Bill di Quentin Tarantino
Premetto che ci vorrebbe un post di duecento righe per parlare di questo film, tra attese, forse delusione, carne al fuoco che il beneamato Quentin decide di piazzare solo in una parte. Due piccole questioni: il film è francamente ingiudicabile perché non è stato evidentemente pensato, come ritmi, temi, struttura, per una visione in due parti distinte. Kill Bill è uno e non sono volumi.
Il tentativo è ambizioso e interessante: fare una summa del tema che muove buona parte dei B-movies di ogni era, la vendetta, e strutturarlo a capitoli con stili, rimandi, ossessioni diverse l'una dall'altra (animazione, western, omicidio singolo, combattimento strage) come se fesso una sorta di Ulysses. Sponsorizzazioni delle scarpe a parte, l'ho trovato convincente.
manu
Caterina va in città di Paolo Virzì
Molti avevano riposto speranze in questo autore, sulla rinascita a scadenze fisse della tradizione della commedia all'italiana, e secondo me con Ovosodo e Ferie d'agosto c'era riuscito. Anche questo Caterina va in città è molto vicino ai due, forse troppo. C'è sempre un semplice che incontra un mondo sofisticato, o presunto tale, come in Ovosodo, sempre la contrapposizione faziosa e acerrima, anche se finta, tra destra e sinistra, arricchiti e radical chic come in Ferie d'agosto. Quello che manca sono l'ispirazione e il divertimento. Si esagera con lo spazio dato a Castellitto e a un ruolo di padre frustrato sopra le righe, e le situazioni sono molto più imbarazzanti e fastidiose che autenticamente divertenti. A me questa scelta ha convinto: traspare un'amarezza senza indulgenze né nascondimenti, per cui si deve prendere una ragazzina di campagna delle medie, che poga su Verdi e sogna di fare la cantante lirica per riscoprire l'innocenza dell sguardo e lo stupore di fronte al mondo. Manu
mercoledì, ottobre 15, 2003
Chiedo uilimente venia, ma è un periodaccio e si fa fatica atrovare tempo per scrivere sul blog. Tento di recuperare aggiornando con un pò di visioni.
Ju-On (The Grudge o, come c'era scritto sulla videocassetta, il Rancore...), Takashi Shimizu: l'ho affittato casualmente (in realtà stavo cercando American Pie...), dopo averlo scovato in una famosissima videoteca che fa parte delle forze del male. Io non me l'aspettavo, giuro, ma è uno dei film più spaventosi visti da molto tempo a questa parte. La storia in sè ce la si dimentica dieci minuti dopo la visione del film (C'è una maledizione che passa di persona in persona e poi muori), ma rimane un'ansia indescrivibile che mi assale ancora oggi ogni volta che faccio il vialetto di casa mia che, mannaggia, è tutto al buio. Piccoli e brevi episodi collegati tra loro che prendono il nome della persona che inevitabilmente poi non fa una bellissima fine. Il regista riesce ad azzecare una serie di situazioni spaventosissime e le dilata fino all'inverosimile suscitando una sorta di fastidio-attrazione veramente assurdo. Molto del film deriva inevitabilmente da quella famosa trilogia horror giapponese, e quando (raramente) si utilizzano effetti speciali non proprio dello standard hollywoodiano, il tono si abbassa, ma il film funziona... pure troppo. Consigliatissimo agli appassionati.
La Leggenda Degli Uomini Straordinari, Stephen Norrington : una puttanata colossale su cui non varrebbe la pena di spendere neanche mezza parola se non fosse che si ispira a un fumetto epocale firmato da quel genio di Alan Moore. Un'ora e quranta del mio preziosissimo tempo buttata allegramente via. Del fumetto non rimane niente, se non il punto di partenza. Norrngton, che già aveva fatto Blade I (altra puttanata enorme), nonn riesce nè a divertire nè a interessare per più di dieci secondi di seguio, ma al limite realizza un filmetto scialbo, pronto per l'home video, noiso e insulso dove un vecchio vestito da imbecille che dice di essere il capitano Nemo fa a mazzate circondato da gentaglia che non si capisce per quale motivo sia li in quel film. Pretese di serietà insensate, scarso senso dell'azione, battute brutte e scontate, noia imperante. Che palle. Le critiche che sostengono che è un bel film di serie B secondo me hanno visto poca serie B o, in alternativa, tentano di salvare la faccia di Connery (Alan Quatermain, saggio, giusto, arguto e svelo di pugno e di carabina... nel fumetto era un povero vecchio distrutto dall'oppio) che qui è anche produttore. Norrington: RITIRATI! Il consiglio è quello di recuperare assolutamente il fumetto e lasciar perdere questo film inutile.
Freddy VS Jason, Ronny Yu. Sono andato con due amici e in tutto in sala eravamo in tre. Che dire... il film è esattamente come ve lo aspeattate: sangue a vagonate, tette a caso di fanciulle pronte a essere squartate, battutacce inutili, intreccio risibile, giovinastri imbecilli sempre pronti a bere, ubriacarsi, drogarsi, fare rave...che se non ci pensavano i due mostri... Secondo me, al di la di tutto questo, è un buon film, le idee non mancano e qualche sequenza e girata particolarmente bene. Le cose più divertenti si basano ovviamante sui vari cortocircuiti tra sogno e realtà (i territori di guerra dei due villain) che ogni tanto lasciano senza fiato. Ronny Yu dev'essere un Nerd tipo quello che vende i fumetti nei Simpson e si diverte come un pazzo a girare questoi film che si basa su un plot che al massimo andrebbe bene per un fumettone splatter. Per quelli stupidi come il sottoscritto un film gradevole che ogni tanto affascina. Quando finalemnte i due cattivoni si incontrano e comincaino a massacrarsi forse la si tira un pò per le lunghe, ma alla fine si rispettano in pieno tutte le aspettative. Alla frase "quel portiere dev'essere veramente incazzato" pronunciata da uno scoppiato tee ager dopo che Jason ha massacrato 20 giovinastri ad un rave ero per terra dal ridere. Unica pecca: la presenza di Kelly Rowland (quella a sinistra) che, dato il suo elevatissimo grado di insostenibilità, muore soffrendo troppo poco.
Recuperate anche Interstella 5555 che non è niente male.
Baci a tutti
FEDEmc
martedì, ottobre 14, 2003
Interstella 5555. Se diventassi ricchissimo con i proventi di questo blog telefonerei subito a Fernando di Leo e gli direi "facciamo un poliziesco io e te, cioè io ci metto un paio di idee e tu lo dirigi, lo facciamo tutto inseguimenti e sparatorie, per la musica chiamiamo Luis Bacalov e i Jolly Music...". Per fortuna (vostra) non diventerò mai ricchissimo, mentre i Daft Punk sì, e allora hanno chiamato Leiji Matsumoto (quello del tristissimo Galaxy 999) e hanno realizzato con lui un cartone di un'ora e venti che è fatto solo di sigle di cartoni animati e di combattimenti di cartoni animati. La storia è risiblie (una band di tamarri interstellari viene rapita da Satana-discografico e trasformata in una band di tamarri terrestri), i personaggi sono gli stessi di tutti i cartoni, l'animazione non è niente di che. Ma ci si diverte dall'inizio alla fine, la colonna sonora è tutto Discovery degli stessi Daft Punk e l'idea di usare per fini propri tutto l'immaginario infantile legato al cartone animato giapponese è strepitosa. Forse perché è un immaginario veramente condiviso a livello mondiale (più o meno) senza essere necessariamente omologazione. Mentre ripasso mentalmente Aerodynamic, però, mi pare che il poliziesco dei Jolly Music non sia poi un idea così stupida. paolo
The Dreamers di Bernardo Bertolucci
questo blog è un poco fermo, cerchiamo di ravvivarlo un pochetto.
Volevo essere brillante e sostenere che il film è la storia di due enormi capezzoli che si trovano a leggere "L'uomo a una dimensione" di Marcuse e si scambiano commenti, ma siccome negli scorsi tre giorni ho fatto tanti kilomentri in macchina come un camionista vi beccate una recensione banale e poco ispirata.
Io non amo Bertolucci, l'unico film che trovo davvero pregevole è Il conformista, che mi ha fatto appisolare. L'ultimo Bertolucci sembra aver abdicato decisamente dalla regia per darsi a qualcosa che sembra riuscirgli piuttosto bene, forse più remunerativa, che è l'arredamento di interni. Che assieme ai due dissertatori citati sopra è l'unica cosa pregevole del film.
Tutto deriva da due mie idiosincrasie: i film che usano il sesso e la carnalità per dire qualcosa di alto, in modo simbolico (?) e i film che affrontano la Storia senza riuscirci.
Questo film mette d'accordo le mie due antipatie. La polemica sul sessantotto come rivoluzione privata prima ancora che pubblica non mi interessa, sembra interessare anche poco al film, forse di più al regista che sproloquia in interviste e in polemiche sterili con "Il foglio". Il film la manca completamente, e qualsiasi tesi che sia ascrivibile al film sull'argomento è da buttare (per me sostiene tesi contraddittorie e mal poste)
Capitolo sesso: passi il discorso sulla cinefilia che si incorpora e diventa citazione seducente per un gioco liberatorio, ma per il resto il rapporto tra i tre (fighissimi) giovani non si regge su nulla, che non sia una psicanalisi passatista, un erotismo davvero scialbo e patinato, didascalismo nei passaggi chiave.
(Lo so che non dovrei, ma un altro elemento negativo mi sembra riscontrabile nel fatto che il film si risolve in una celebrazione romanzata dell'ego dell'autore, che può essere identificato con tutti i tre lati del triangolo amoroso). A voi la palla. Manu
martedì, ottobre 07, 2003
Rivelazioni! Attendibilissimo!!!!
Vi hanno detto eufemisticamente che la squadra dei conduttori era "un po' cambiata", ma non vi hanno spiegato il perché. Ecco allora tutti i retroscena sulla clamorosa scissione all'interno di secondavisione. Voci bene informate sostengono che i quattro conduttori si erano ritrovati per discutere sulle novità da apportare al programma. Dopo 1 minuto di riunione si erano accordati sul "nessuna novità". Era quindi il momento di brindare, come di consueto, con un bel bicchiere di Chinò. Ma, quale sorpresa, Fede e Fra avrebbero tirato fuori una bottiglia di Chinò Energy! Lo sconcerto si sarebbe dipinto negli occhi di Manu e Paolo, i quali hanno protestato vivamente. Fede e Fra avrebbero detto: "Se non vi piace il Chinò Energy ve ne potete anche andare...". Manu avrebbe affermato che lui non ci stava, e che il Chinò Energy sovrapponeva al percorso narrativo tipico del Chinò (quello di affermare una propria identità attraverso il consumo di una bevanda) un percorso molto più banale (dal consumo della bevanda al divertimento), implicando in questo modo un disinvestimento timico nei confronti della bevanda, che riduce il consumatore da virtuale soggetto di stato ad un banale soggetto del fare. Fede e Fra non ci avrebbero più visto dagli occhi. Allora Paolo avrebbe tentato una disperata mediazione, sostenendo che non si possono dare giudizi prematuri sul Chinò Energy senza prima capire se e come il Chinò Energy sarebbe riuscito a iscrivere la storia della bevanda nella sua struttura di prodotto, culturale prima ancora che alimentare. Fede e Fra lo hanno mandato a cagare. A questo punto lo scisma era completato. I due tradizionalisti se ne sono andati mugugnando, i due superstiti avrebbero ingaggiati Tommy, che in realtà è l'orsetto della pubblicità del Chinò Energy. La nostra fonte aggiunge che se i quattro avessero bevuto Cedrata Tassoni tutto questo non sarebbe accaduto.
venerdì, ottobre 03, 2003
Angeli, Wenders e la pubblicità: Non so se avete visto la pubblicià progresso sugli incidenti stradali, qualla saturata con gli angeli che dicono "Noi vigiliamo, ma voi non allacciate le cinture?" o una cosa del genere? Simile, come stile pomposo da bolla papale, è quella della Telecom sulla comunicazione "che mondo sarebbe senza comunicazione", fatta da qualcuno che deve aver recentemente letto un pessimo manuale di mediologia. Qualche riflessione: 1) sono un pubblicitario e devo fare uno spot (campagna) figo e cool. A quale modello mi rivolgo? All' ultimo Wenders, quello del Cielo sopra Berlino e di Million dollar Hotel per intenderci, che, avendo smesso di fare il regista, decide di fare una professione che va molto nei salotti bene, cioè il cool -hunter (e che l'Accademia della Crusca mi perdoni per averlo scirtto, giuro che l'ho fatto con la necessaria ironia). Nel calderone ci possiamo anche mettere la peste dei teleschermi italici, Unieuro e Tonino Guerra, assumendo come trait d'union l'horror d'autore Al di là delle nuvole. Perché accade ciò? 2) Come è possibile che la patinatura da rivista del tipo "Avanguardia oggi" è passata nel senso comune come marca di autorialità? Più esplicitamente il percorso è il pubblicitario vede le ultime opere orrende di Wenders - decide di rimasticarle per il proprio lavoro - le propina al grande pubblico con l'equazione del tipo "fatto così=intelletualmente avanti" quando invece si tratta solamente di una deviazione dell'estetica delle superfici tardo anni ottanta. Naturalmente non penso che tutti si bevano questa equazione, ma il fatto che esistano più spot fatti in questo modo mi permette di ipotizzare una tendenza 3) Il contenuto, ovvero gli angeli, ovvero il meraviglioso minimalista in salsa New Age. Vi è mai capitato di incontrare qualcuno fissato con gli angeli (elfi, spiriti o cose del genere)? Che non crede in Dio ma alla presenza degli angeli o di esseri soprannaturali che vivono accanto a noi nell'invisibile? Mi si accusa di derive adorniane, ma siamo veramente alla spirtualità da taschino, poco impegnativa, che sta con tutto (con la cravatta a pallini e con il pareo) e che cancella quel fastidioso alone di superficialità e grettezza da "io ci non credo". Messa in un altro verso: perché Godzilla (un esempio di meraviglioso)è tamarro e una capellone vestito da frikkettone ripreso in digitale e virato in seppia che fa l'angelo è intelligente? Tutto questo, secondo me, è appunto il tentativo artificioso di recuperare uno sguardo meravigliato nei confronti del mondo, ricercando la felicità possibile nelle piccole cose. Tentativo lodevole ma realizzato malissimo, perché questo sguardo positivo si vuole dipingere come non ingenuo, non da buon selvaggio, ma colto e all'avanguardia. Vive una contraddizione che lo fa essere solo ridicolo. 4) Wenders c'entra perché me la volevo prendere con lui (caro Wim, devo ancora perdonarti i barbari che galoppano nel campo di grano maturo), spero che si sia capito nella confusione quello che intendo, spero di lancaiare un dibattito. Manu
giovedì, ottobre 02, 2003
Appuntamento a Belleville
Finalmente torno a scrivere anche io, qui. A volte capita di avere voglia di un film leggero, magari di un cartone. Poi lo si va a vedere e scopri che è un film pieno di intelligenza, ma anche di qualcosa che si avvicina alla tristezza. Anche se non è la parola giusta. Insomma, Appuntamento a Belleville è un film da vedere. Non so se rientrerà nella scaletta della prima puntata di Seconda Visione, ma ne parlo lo stesso. La storia, piuttosto surreale, è quella di un ciclista che viene rapito dalla mafia francese per un giro di scommesse, appunto, su delle corse ciclistiche da fermo. Ma la sua affezionata nonnina, insieme al suo cane Bruno, grasso, ossessionato dai treni e ad un trio di vocalist ormai non più in voga, lo salveranno.

Lo so, detto così ha dell'allucinante. Ma andate a vedere i disegni. Viene usata la computer graphic, ma in maniera assolutamente funzionale alla storia. La gran parte delle animazioni, infatti è in un rigoroso 2D, ironico, stilizzato e pieno di stile e di inventiva. Ma la regista Sylvaine Chomet non si accontenta solo di questo. Il suo discorso è profondo e poetico, pur rimanendo complesso soprattutto al livello della forma, più che del contenuto. Quindi foto di giornali diventano schermi televisivi, ci sono dei ralenti (che io di solito odio) che prendono in giro loro stessi (e quindi hanno, secondo la modesta opinione del sottoscritto, più che un senso). Il cinema stesso è presente: si citano spesso film di Tati, ma anche l'artificio del cinema, come quando i ciclisti corrono da fermi, avendo davanti, in fondo, un trasparente.

Uscendo dal cinema, contento e felice, mi sono chiesto cosa potrebbe succedere se Appuntamento a Belleville fosse un sito internet, quale parole-chiave dovrebbe avere. Mi sono venute in mente queste: Walt Disney, Delicatessen, Tati, Paolo Conte, ciclismo, Gli Aristogatti, Marx (i fratelli), anni '20, anni '30, anni '40, animazione 2D e 3D, popcorn di girini, ghiaccioli di rane, Tour de France.
Basta così. Andate a vederlo.
Francesco
IL 7 OTTOBRE RICOMINCIA SECONDA VISIONE! La squadra dei conduttori è un po' cambiata, ebbene sì. Ma insomma, saremo di nuovo con voi, ogni martedì, dalle 20 alle 21 sui 96.25 MHz di Radio Città del Capo di Bologna. Se voi non siete di Bologna (basta anche solo che abitiate a Casalecchio...), potete sentirci in streaming e partecipare alle acute discussioni che vengono fuori ad ogni puntata. Il problema è che esse - le discussioni - sono farcite di cazzate. Il lavoro di filtraggio è duro per noi, figuriamoci per voi. Resistete, ascoltateci. A presto.
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