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venerdì, dicembre 26, 2003
Il film di Natale (e, come sempre, è meglio il libro)
È vero, come ha detto il mio amico-collega Fedemsì, che siamo tutti in vacanza. Personalmente, però, qualcosa di scritto lo vorrei lasciare.
Per festeggiare degnamente il Natale, mi sono visto American Psycho di Mary Harron (“Chi era costei?”), tratto dall’omonimo libro di quel genio che è Bret Easton Ellis. Il progetto di trarre un film da quel libro, pubblicato nel 1991, era passato prima nelle mani di Cronenberg (e dio solo sa cosa ne sarebbe potuto venire fuori), ma il canadese ha rifiutato (secondo me giustamente). Poi Di Caprio aveva rifiutato di interpretare il protagonista, Patrick Bateman, di professione vice-presidente ventisettenne della Pierce&Pierce di New York, come hobby serial killer. Immagino che il rifiuto di Leo sia stato motivato dall’hobby.
Insomma, alla fine il film è stato preso dalla canadese (ma molto meno dotata di talento di Cronenberg) Mary Harron, vede Christian Bale come protagonista, ed è uscito un paio di anni fa. Ed è una delusione annunciata.
American Psycho, il libro, è, come gli altri di Ellis, fatto di ritmo, di ossessività e di ben poco contenuto. Le azioni, spesso riferibili alla sfera sesso, droga, griffes e morte, sono ripetute compulsivamente, descritte nei minimi dettagli, spiattellate in faccia al lettore. Adattare un libro così è impresa assai complessa, soprattutto se si vuole alleggerire il tutto. E quindi in American Psycho, il film, di sangue ne scorre poco, di sesso ce n’è pochissimo, di descrizioni maniacali ed ossessive di oggetti, vestiti, status symbol non c’è quasi traccia.
Io, che ho letto il libro un paio di volte, ho riconosciuto il libro stesso, e mi è quasi sembrato di capire ciò che la Harron volesse dire. Ma c’era qualcosa che non mi tornava, mi continuavo a ripetere: “Ma cos’è che sto vedendo?”
Alla fine l’illuminazione: stavo vedendo il trailer di American Psycho, il libro.
Pubblicitari all’ascolto, ancora non avete pensato a questa forma di promozione?
Francesco
P.S. Ormai dispero di vedere Le regole dell’attrazione: qualcuno ce l’ha e me lo regala?
martedì, dicembre 23, 2003
Cari amici, noi siamo tutti andati placidamente in vacanza con il preciso impegno di poltrire ed ingrassare il più possibile. Torneremo in radio penso da martedì 6 gennaio (sempre dalle 20 alle 21 sempre qui per sentirci se non siete a Bologna). Vi facciamo tanti auguri per il vostro grasso grosso Natale e Capodanno e vi chiediamo di segnalarci il vostro film vacanziero. Grassoni in barca o bionde finalmente sexy alle prese con torbidi inganni? I divertenti segreti della Pizza o l'umorismo tutto italico dei nostri comici? Nella speranza di trovare qualcosa di valido (a me tutto quello che c'è in sala in questo momento mi ispira come una seduta dal dentista), vi invitiamo a recensire tutte le vostre visioni natalizie.
Baci e Auguri a tutti. L'altra sera, per non sbagliare, mi sono visto un bel pezzo di questo capolavoro
lunedì, dicembre 15, 2003
Dopo Resident Evil, 28 Giorni Dopo e le pubblicità delle Mentos, si continua a buttare fango sul povero George A. Romero. Tale Zack Snyder, uno che molto probabilmente non viene neanche salutato dal suo portiere, uno che viene preso in giro anche dai suoi familiari, debutta alla regia con il remake di Dawn of The Dead. Così, come se nulla fosse. Ma quando si comincerà a riconoscere a Romero ciò che merita? O almeno gli si concederà l'opportunità di girare altri film? Che ingiustizia. FEDEmc
venerdì, dicembre 12, 2003
VOLGARI NOI? IL PAESE CI BATTE Il ventesimo Natale della coppia De Sica-Boldi ROMA- Ditegli tutto, ma non ditegli volgare. Christian De Sica si Indigna: "Certo, nel film le parolacce ci sono, ma rispetto a quello che vediamo in tv, ttte e natiche sbattute in faccia, i commendatori del potere che scoprono il sesso a sessant'anni, il voyerismo de L'isola dei Famosi, Massimo Boldi e io siamo educande. Massimo può dire tutto, non è mai volgare, insieme siamo come cartoni animati. Questo paese è molto più volgare di noi, è la competitività sfrenata che lo rende volgare, l'Italia non è più quella di Rabagliati o De Sica." ... "Quest'anno c'è stato poco da ridere, nella realtà del mondo e nel cinema. Natale in India offre due ore di divertimento, di bellezza esotica, è un viaggio attraverso le meraviglie dell'India" dice ancora De Sica. "Questo film ha molti ingredienti in più degli altri, la storia è più avvincente, non scontata, ogni personaggio ha un suo percorso e, insieme alla comicità, c'è la curiosità di sapere come va a finire", aggiunge Boldi con pari entusiasmo... Pag. 48 Repubblica. giovedì 11dicembre 2003 Io mi vergogno. E mentre mi vergogno canticchio: "Quant'è bella Meganghella". Ma porca puttana... FEDEmc
giovedì, dicembre 11, 2003
LOST IN TRANSLATION - L'amore tradotto
Enorme Bill Murray. Lo aspettavamo perché lo amiamo dai tempi dei Ghostbusters. È lui che dà l’anima al film, che riesce a farlo vivere e a interpretare allo stesso tempo la crisi, la noia e la capacità di viverla con delicatezza e con un amaro sarcasmo. Oscura anche un poco Scarlett Johannson, che se continua a scegliere parti come questa e Ghost World diventerà una nostra passione. E brava la figlia d’arte (a molte non riesce, ricordiamo la nostra compatriota che porta il nome di un continente) che riesce a non far succedere nulla, ma a seguirlo con partecipazione e anche efficacia. Gli stereotipi sui giapponesi sono aggirati perché sono evitati dal filo principale del film: secondo me è inutile scandalizzarsi se si usano stereotipi per divertire, bisogna indignarsi sono quando sono usati in modo becero e scontato. Allo stesso modo funziona la patina cool della città di Tokio: rimane sullo sfondo come l’uso degli stereotipi, ma non interferisce con il sentimento principali. Alla fine è un film sullo spaesamento delle persone, e sul legame delicato che può unire quando ci si trova in esso. Alla fine si tratta della trattazione che si sviluppa su diverse basi, ma tutte coordinate tra loro, di un languore non soddisfatto, della possibilità di essere qualcosa di diverso e non riuscirci. Può alla fine risultare chiacchiericcio tra ricchi senza una reale incisività, ma forse è il cercare di percorrere strade non nuove con una sensibilità acuta e senza risposte definitive.
Bellissima la battuta “Tutte le ragazze hanno un “periodo fotografia” in cui non fanno altro che fotografarsi i piedi”
manu
martedì, dicembre 09, 2003
Come si fa a fare finta di fare un remake
Parliamo un po’ di Horror, ma soprattutto della preoccupante pratica del remake. Allora, Il film originale è un'altra cosa. Banale, certo, ma forse è meglio chiarire subito come è la questione. E Marcus Nispel non è Tobe Hooper. Tutto quello che suggeriva l’originale, soprattutto di politico, tutto quello che diceva sull’America, sul suo passato e sul suo presente, sulla Frontiera, sulla violenza, qui viene completamente dimenticato. È una cosa triste, ma alla fine lo si sapeva già. Detto questo, mi sento di dire che questa nuova versione è abbastanza divertente e che, in qualche modo, in un altro modo, funziona. Ma in che modo? E quindi la questione diventa, perché, ma soprattutto per chi, si rifà dopo trent’anni Non Aprite Quella Porta? La questione è tutta qui. Chi ha già visto l’originale probabilmente se ne starà a casa, o al massimo si riaffiterà il film di Hooper dopo aver visto la nuova versione. Chi ha sedici anni andrà al cinema e troverà pane per i suoi denti. Micheal Bay, produttore del progetto, dei gusti cinematografici dei teenager brufolosi made in USA un po’ ne sa. Non Aprite Quella Porta 2.0 mantiene furbamente alcune caratteristiche formali dell’originale, declinandole al tempo stesso al gusto nuovo dell’Horror degli ultimi anni. Con qualcosa in più. E qui la questione si fa inquietante. Tutto diventa “simile”, ma al tempo stesso evidentemente diverso dall’originale. Quel clima di malattia, di insania sconvolgente, che nel film di Hooper si manifestava principalmente nell’ambientazione e nella invisibilità della violenza, nel 2003 si limita ad essere un fastidio studiato a tavolino. La sporcizia, fisica e mentale, non è più un elemento pericolosamente strisciante del film, ma si trasforma in una calcolata scenografia. La nuova famiglia Hewitt, la loro casa, il nuovo Texas e i suoi incredibili abitanti, sono stupendamente brutti. E solo un po’ diverso, ma è un dato che rimane in superficie. La violenza c’è ed è anche molto sanguinolenta. Troppo sanguinolenta. Una fisicità troppo esibita e studiata per fare realmente effetto. Qualcosa a cui il nuovo spettatore può tranquillamente abituarsi. Sembra quasi che la sedicente coppia Nispel-Bay vogliano con questo film creare dei nuovi canoni per il genere, facendo finta di fare un remake, ma in realtà rendendo appetibile per una generazione di spettatori diversa, un film che evidentemente è ancora troppo sconvolgente. Se non si chiamasse come si chiama questo film, lo si potrebbe catalogare come un buon Horror adolescenziale con qualche guizzo di politicamente scoretto e una buona tenuta (e soprattutto una bella protagonista in canottierina bianca perennemente in corsa). Ma come abbiamo già detto: Il film originale è un'altra cosa.
FEDEmc
lunedì, dicembre 08, 2003
Alla ricerca di Nemo
Il nuovo film della Pixar è molto bello. Dal punto di vista tecnico è semplicemente strabiliante. Vi siete emozionati per come si muoveva la pelliccia di Sulley in Monster's Inc.? Beh, qui il movimento dei pesci, ma non solo, è meravigliosamente reso. Così come le luci, i colori e anche i suoni. Un plauso alla grandissima Carla Signoris dei Broncoviz che dà la voce alla pesciolina Dory. Da vedere insomma. Però...
Il punto è che nei film precedenti della Pixar alcune caratteristiche disneyane, come per esempio 'a morale der film de natale, erano quanto meno poco manifeste. In Finding Nemo, invece, a mio parere si sfiora (si sfiora) il didascalismo in alcuni momenti. Questo non toglie nulla alla godibilità del film, benintesi.
Però continuo a preferire Monsters&Co.
Francesco
P.S. Ringrazio Fede MC per avermi fatto notare che il corto che precede questo film, Knick Knack, è stato censurato. La bambola di cui è innamorato il pupazzo di neve, nella versione originale, aveva un seno bello grosso. Qui, invece, niente. Mah.
sabato, dicembre 06, 2003
Di Leo e il nuovo che avanza Di Leo ci lascia, e a tutti noi dispiace un bel po'. Martedì sera manderemo l'intervista che gli abbiamo fatto l'anno scorso e parleremo di lui in diretta con Manlio Gomarasca di Nocturno. Nel frattempo scopro, girando per blog, che il cinema italiano non è morto, anzi, pullula di meraviglia. Luminal di Isabella Santacroce diventa (o è già diventato, non ho avuto il coraggio di approfondire) film. Le musiche, però, non sono della Nannini ma di Nyman. Fra
mercoledì, dicembre 03, 2003
lunedì, dicembre 01, 2003
Il nuovo gioco di Secondavisione I suggerimenti di CT continuano. Partecipate all'entusiasmante giuoco di questo blog, Diventa il tuo censore preferito. Vuoi togliere le stelle a "2001. Odissea nello spazio " per farlo diventare un profondo Kammerspiel? Eliminare l'alieno di Alien per farlo diventare una ricerca etnografica sull'ipotetica vita in un'astronave? E perché mantenere lo squalo dello Squalo quando il ritratto intimista di una vita su un'isola della Florida potrebbe essere altrettanto avvincente ed educativo? Cari lettori, sfogatevi, e non lasciate la prerogativa del piacere di censurare a qualcuno diverso da voi stessi. Riappropriamoci dei nostri gesti, dei nostri spazi, dei testi come noi li desideriamo!
Su suggerimento di un amico (CT da Bologna), leggo la bellissima recensione di Bruno Fornara su segnocinema di questo mese su Buongiorno, notte, di Marco Bellocchio. Ricca, lineare, che regola i conti con tutto il chiacchericcio politico mediale sul film, con tutti i commenti contenutisti da parte di quelli che vanno al cinema una volta l'anno ma si sentono in dovere di esprimere la propria, preziosa, opinione. Vorrei postarla tutta, ma è un poco lunga. Vi lascio con il finale, sul finale del film "come dimostra il bellissimo, straziante finale in cui si immagina che il Padre sopravviva alla crudeltà dei figli (un finale, questo sì, sessantottino, pieno di nostalgia e utopia, singolarmente affine alla Venticinquesima ora di Spike Lee), Buongiorno notte non è un film consolatorio sull'immaginazione come fuga o conforto. E' un film che, come già l'ora di religione, cerca di rispondere alla domanda su come vivere nel modo giusto: saper riconoscere cosa sono i sogni e che cos'è la realtà, e viverli entrambi ad occhi aperti" Complimenti ad una critica vera ed attenta manu
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