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giovedì, gennaio 29, 2004
Nòi Albinòi di Dagur Kari
Finalmente posso parlare di un buon film, anche se in ritardo, e non sputare veleno. Quindi meno divertimento e più serietà. Non si tratta di nulla di nuovo, un diciassettenne disadattato, che non comprende la scuola anche se dimostra un'intelligenza straordinaria, che cerca di uscire, di fuggire dal suo paesino dell'Islanda. Forse niente di nuovo anche l'uso del paesaggio per illuminare gli stati d'animo dei personaggi, sia la neve fuori, sia la povertà degli interni (modernariato bellissimo) e delle relazioni interpersonali. Eppure tra tempi morti che circondano sequenze dal tono comico o dialoghi strampalati, sembrano compattarsi nella descrizione del tentativo di fuga da tutto ciò che circonda. Non c'è alcuna presa di coscienza, nessun'attacco frontale allo squallore che lo circonda. Ci sono affetti e riti che però non bastano più: meravigliosa la scena del compleanno di Nòi, il protagonista, in cui la nonna taglia un'enorme torta con sopra decorazioni per metà di palme e sabbia (le Hawaii, dove Nòi vorrebbe fuggire) e metà di ghiaccio (Islanda, ovviamente).
Non c'è nessuna facile apolgia della fuga, nessuna acre condanna della vita provinciale, e si tratta di provincia estrema: il desiderio di fuga si fonde pian piano con la tragedia, che però non semb ra dipendere dalla volontà, dai desideri, dalle azioni di Nòi, ma piuttosto qualcosa che non è dato controllare. Al protagonista rimane solo il dolore del distacco.
manu
PS. Bella anche la colonna sonora, di un gruppo di cui, da ignorante quale sono, non ricordo il nome, ma che un'esperta spettatrice mi ha detto essere islandese. (purtroppo non ho avuto la prontezza di rispondere: "ah! credevo fosse un gruppo tagiko e mi sono sbagliato tutto il film pensando a quanto fosse bello il meltin' pot culturale che il testo mette in scena")
21 GRAMMI, Alejandro González Iñárritu, 2003
Inarritu ha fatto il grande salto ed è finito a girare film a Hollywood. Niente di male, ci mancherebbe, solo che il regista sembra sforzarsi terribilmente per mantenere quello status di regista indipendente che gli è stato costruito attorno dall’uscita del sopravvalutato Amore Perros. Per riuscirci utilizza una lunga serie di (disonesti) tranelli: scompone la trama cronologicamente in un processo che anticipa gli effetti per poi mostrarne le cause, senza che il film abbia poi una risoluzione finale in grado di giustificare questo processo. Esteticamente utilizza uno stile che in qualche modo ricorda il temibile Traffic, quel finto sporco, quel traballante studiato a tavolino diventato ormai attestato di indipendenza. Penn e Del Toro sono bravissimi (Penn per quest’interpretazione si è portato a casa la Coppa Volpi), ma allo stesso modo di quella fotografia splendidamente rossa e splendidamente sgranata, risultano troppo perfetti. Ci si accorge della loro professionalità (e non è sempre un bene). Questi, e altri fattori, rendono 21 Grammi un film in qualche modo prevedibile. Godibile, funzionante, sicuramente con dei pregi (alla fine di storie così dolorose non se ne vedono tante da quelle parti), ma castrato da un’ambizione, almeno nella forma, assolutamente troppo elevata. I tranelli non permettono al regista di arrivare in profondità con la sua storia, ma lo condannano ad un’evidente superficialità. Vuole essere un film pestone (duro, doloroso, incazzato), ma alla fine non ce la fa. All’uscita, inevitabilmente, si ha l’impressione di aver visto un film furbo, che ce l’ha messa tutta per raggiungere il suo scopo, ma che in realtà ci è quasi arrivato.
Charlotte Gainsbourg, ingiustamente lasciata in disparte, è bellissima.
FEDEmc
mercoledì, gennaio 28, 2004
Come ci si può astenere da un piccolo commento sulle nomination agli Oscar? Non sarà originale ma sembra necessario. Punto primo: Bill Murray vincerà la statuetta? Noi gliela daremmo, gliela porteremmo pure a casa per poterci parlare, ma aver recitato in una commedia lo svantaggia (ah, la tradizione), con una giuria che di solito premia ruoli dove uno può fare l'istrione o il tamarro: il pazzo, il capitano coraggioso, il pilota di aereoplani in guerra ecc. Altrimenti a Johnny Depp:il film non è esattamente una perla, ma vista la scarsa capacità del suddetto di scelgere copioni decenti negli ultimi anni, l'obiezione non regge e accettiamo di buon grado la sua candidatura. Il primo dogma di questo post, che si infrangerà con la realtà (anche se le nomination qualche piccola soddisfazione ce l'hanno data), è che le candidature di polpettoni noiosi solo a pensarci come Seabiscuit, Ritorno a Cold Mountain e L'ultimo samurai non verranno neanche prese in considerazione. Forse in un futuro il genere "post-polpettone di almeno 150 minuti primi" sarà un genere affermato e rivalutato, ma in questo momento il nostro sistema nervoso non regge la visioni di simili opere. Lasciamo ai futuri critici l'onore e l'onere di rivedersi criticamente queste affascinanti espressioni artistiche e questi impareggiabili spettacoli visivi. Lo meriterebbe Mystic river, sarei piacevolemente sorpreso se fosse Lost in translation, ma sarà Il signore degli anelli. Non si può trascurare, nell'olimpo dello spettacolo, ciò che è puro spettacolo con l'intelligenza di capire il contesto storico e sociale. Sarà imperfetto, sarà impuro rispetto al libro, sarà squilibrato in alcune parti ma all'ambizione e alle promesse mantenute un premio va pure dato. E anche un compenso alla gioia che ci ha dato. Rispondiamo "Per Frodo!" all'appello che risuona per le piane di Gondor. Stesso discorso per la regia, anche se la Coppola deve fare qualcos'altro per averlo, non creiamo un altro Sam Mendes, con le debite proporzioni (la Coppola è meglio). Mettiamoci Weir in fiducia e pregiudizio per quello che ci diede in passato, di solito non sbaglia un film. Per le attrici ho visto pochi film, e mi sa che la condizione rimarrà tale. Dunque Naomi Watts per Mulholland drive, anche se non c'entra nulla. Chiedo venia per il post generalista. m.
martedì, gennaio 27, 2004
LOONEY TUNES BACK IN ACTION
Bugs Bunny e Duffy Duck vengono inseguiti dal terribile Taddeo all’interno del Louvre. Per scappare, entrano tra i quadri più famosi, assumendone di volta in volta lo stile. Per cui, se si scappa in un quadro di Dalì, le pallottole sparate dal cacciatore si scioglieranno come i famosi orologi e tutti parleranno producendo dei simboli. Se si pesta il piede a qualcuno dentro ad un quadro di Munch, secondo voi, che faccia si farà? È possibile con un ventilatore far volare via un personaggio vero disegnato da Seraut? L’area 51 non esiste. Esiste solo per coprire l’esistenza dell’area 52, capannone hi-tech dove vengono custoditi tutti gli alieni usciti dai film di sci-fi anni Cinquanta americani e dove, unico personaggio in bianco e nero, si aggira il bambino de L’Invasione degli Ultracorpi stretto ad un terribile bacellone. Queste sono solo alcune delle incredibili trovate che Joe Dante riesce ad inserire nel suo ultimo film, vero e proprio capolavoro di nostalgia e amore per un cinema dimenticato, trascurato. Un modo di pensare e fare che ormai si trova sempre più raramente sui nostri schermi. Un film assolutamente scatenato, che fa dell’accumulo l’unica legge, che si diverte a spingere sempre più a fondo sul pedale della citazione e del divertimento per nerd cinefeli, che si divertono a riconoscere, che so, Roger Corman in un cameo impegnato nelle riprese del nuovo Batman, due fratelli ciccioni famosi produttori o un Timothy Dalton che interpreta un padre attore, famoso per la sua interpretazione di agente segreto. Dante lascia a bocca aperta per la sua capacità di saper perfettamente strafare, di andare sempre un po’ più in la (vedi la gag dei travestimenti di Steve Martin, il presidente della A.C.M.E, quella delle armi di Will il Coyote) ma contemporaneamente di non annoiare mai e di essere estremamente intelligente. In realtà i bambini (pubblico a cui in Italia si è pensato di destinare la pellicola: si trovavano solo spettacoli pomeridiani e dopo una decina di giorni il film è inevitabilmente scomparso) forse troveranno difficile orientarsi in un così enorme calderone, in questo inesauribile serbatoio cinematografico, ma per i più grandicelli è come fare un grande giro su un enorme e velocissimo otto volante. Ottima l’interazione tra umani e cartoni animati (ci sono tutti: da Bugs Bunny a Yosemite Sam) e divertentissima la storia. Brendan Freaser (che incontra il protagonista del film La Mummia… e lo mena…) è un grande. Appena esce in videocassetta, obbligatorio recuperarlo.
LE VALIGIE DI TULSE LUPER
Irritante. Distante anni e anni luce dal cinema. Due ore in cui si fa fatica a rimanere svegli e a sorbirsi tutti i vari sperimentalismi e unione della arti (fotografia, scrittura, pittura, teatro) propinati senza sosta da Greenaway. Assolutamente isolato e compiaciuto, l’ultimo film di Greenaway testimonia completamente il declino di questo regista. Volgare e con poche idee. Noioso. Molto noioso. E, ripeto, distante anni luce da ciò che è il cinema. Adesso mi accendo la mia enorme pipa in radica e me lo dimentico. Fatto.
FREQUENCY
Ancora una volta ritroviamo un film molto interessante e assolutamente godibile, che alla sua uscita in sala in Italia è stato praticamente ignorato. A causa di una tempesta solare, padre e figlio riescono a comunicare via radio da trent’anni di distanza…cioè uno nel 1999 e uno nel 1969. Il figlio cresciutello dirà al padre come cambiare la sua vita e, inevitabilmente, ciò porterà a degli sconvolgimenti incredibili nella vita del figlioletto, nel presente. Lo sceneggiatore Toby Emmerich porta alle estreme conseguenze i casini spaziotemporali della serie Ritorno al Futuro, riuscendo a rilanciare continuamente la tensione e soprattutto a mescolare una marea di generi cinematografici differenti (dall’action movie al thriller con serial killer, passando per un accenno di melò) che incredibilmente coesistono in modo quasi perfetto, grazie alla regia professionale (niente di più, niente di meno) di tale Gregory Hoblit. Peccato per il finale un po’ buttato via, ma il divertimento è assicurato.
GALAXY QUEST
Galaxy Quest è una serie di telefilm di fantascienza famosissima (ricalcata fedelmente su Star Trek). I protagonisti sono una serie di inetti attorucoli con i classici problemi degli atttorucoli (“un tempo io facevo l’Amleto!”, “le interviste che mi fanno sono solo sulle mie tette!”). Ad una convention di appassionati della serie i nostri attorucoli vengono contattati da quelli che sembrano essere i capi dei nerd, ma che in realtà sono realmente degli alieni che confidano nelle capacità della squadra di attorucoli per sconfiggere un cattivone che vuole conquistare l’universo (o una roba del genere, insomma). Altro film assolutamente ignorato alla sua uscita, ma che riesce ad esprimere un sano e verace amore per la sci-fi televisiva e cinematografica. I nostri eroi, nel momento dell’estremo pericolo, riusciranno a cavarsela grazie proprio all’esperienza accumulata sul set della loro vecchia serie e, dopo poco, si comportano proprio come i personaggi che una volta interpretavano. Un film divertentissimo che riesce a divertire dall’inizio alla fine e, in qualche modo, a dire grazie proprio a quei nerd che all’inizio del film vengono straordinariamente presi in giro. Alan Rickman, nella parte di un parallelo del dottor Spock, è assolutamente straordinario e Sigourney Weaver è bellissima.
FEDEmc
lunedì, gennaio 26, 2004
Noialtri in Italia abbiamo avuto i Savoia che vanno in gita a Brindisi ma tornano per il vernissage, a Gondor invece hanno Aragorn. Così vanno le cose. La terza parte del Signore degli Anelli - Il ritorno del Re non so se sia un film bellissimo come alcuni hanno detto: mi sembra che la regia di Peter Jackson tenti di raggiungere lo statuto di classico a colpi di impersonalità, ma il film è più bello proprio nei momenti dispari. Cioè quelli in cui Jackson non cerca l'unità di tono e perde del tutto il controllo della materia, che d'altra parte non maneggia con tanta scioltezza, come si vede dai raccordi un po' zoppi. Ma una domanda s'impone: al grido di "per Frodo!" un film così induce a sogni di eroismo e sacrificio anche individui solitamente pacifici e oltretutto dichiarati inabili alla leva come il sottoscritto. Perché? p.
sabato, gennaio 24, 2004
martedì, gennaio 20, 2004
Abandon - misteriosi omicidi di Stephen Gaghan
In un college fichissimo, dove si forma la classe dirigente globale, è scomparso un giovane fichissimo. Massimo dei voti, capelli scompigliati e ossigenati, regista teatrale anticonformista, che è solo interessato agli spazi anticonvenzionali, che appare prima dei suoi spettacoli insultando il pubblico, che dice cose come "non siete brillanti, siete derivanti" o "solo una vergine può essere così organizzata", che è così ricco da finanziare scavi archologici in giro per il mondo. Si teme per la sua vita: lo spettatore irritato comincia a fantasticare sulla morte più dolorosa possibile per questo tizio. Sciolto nell'acido, ucciso a colpi di motozappa, squartato da Freddy Kruger capitato lì per caso. Un poliziotto indaga sulla sua scomparsa morte, ma ha un sacco di problemi: è appena rientrato in polizia grazie alla comprensione di un superiore (Fred Ward, che brutta fine per Remo Williams), ex alcolista, ex tossicodipendente ma sotto la dura scorza si cela un lettore accanito di Camus (testuale), una sensibilità bucolica e romantica, una comprensione per l'altro fuori dal comune. Poi c'è lei (Katie Holmes)bella, colta, studentessa modello di economia con una tesi del tipo "L'impatto economico sui produttori di bulloni dell'Arkansas della vetrificazione di un paese sfigato attraverso bombardamenti", che fa colloqui per società fichissime e queste società se la contendono e le offrono diecimila dollari di anticipo per trasferirsi a New York. A questo triangolo aggiungiamo a caso altri sterotipi: l'amica del cuore zoccoletta, l'amica anonima ma che rappresenta le minoranze, il nerd che studia fisica, il no global idealista e ingenuo sentimentalmente, lo psicologo marpione.
Mescoliamo tutto: ma il genio è morto o scomparso? Perché Katie Holmes (che recita come un tortellino emiliano, e ci assomiglia - pagherò le royalties a Pier Maria Bocchi che ha fatto questo paragone su Film Tv di questa settimana) ha delle visioni del genio? Stress da tesi, senso di colpa, ossessione amorosa, pochezza di sceneggiatura. Il poliziotto aiuta il tortellino e si innamora pure di lei, ma gli costerà caro. Anche questi filmacci hanno scoperto il fascino dell'indecidibilità tra sogno e realtà, sfruttando (male) l'ambiguità sullo statuto delle immagini. College movie finto thriller, senza guizzi né senso, noioso all'inverosimile che il regista, sceneggiatore di Traffic, cerca di nobilitare attraverso l'uso di flashback intrecciati, che in realtà fanno solo casino.
Impagabile il flashback del tortellino infante, sulla neve, con il padre che la tiene in braccio e musica over di carillon: come adoro il determinsimo psicologico cialtrone.
Pagabile, ma molto, il contributo al film della società in cui il tortellino va a lavorare. E' una sorta di coprotagonista: prima c'è l'orientamento per laurandi, in cui il dipendente da al tortellino una palla di gomma come gadget. Quando il tortellino è triste, fa rimbalzare il gadget contro il muro, nel caso il giovane spettatore fosse distratto dalle visioni e dai problemi esistenziali della protagonista. Poi sequenza di cinque minuti sul colloquio di lavoro, in cui il tortellino fa vedere di che pasta è fatto (scusate, mi è scappata), poi incontri successivi con i datori di lavoro, e assunzione finale a New York. Uno dei protagonisti poteva farsi tatuare il logo di Mcdonalds sulla fronte, per evitare agli sceneggiatori fatiche inutili.
manu
Petizione
Bisognerebbe vietare l'ingresso nei cinema che proiettano film horror o thriller a quegli individui che ridono su ogni scena, dall'inizio alla fine. Non so, si potrebbe approntare un test come quello della visita di leva. Irridere le convenzioni di un genere è una cosa più che normale, ma nel chiuso del proprio studiolo. Fuori, cioè al cinema, bisognerebbe avere un po' di rispetto per quelli che credono che non tutti gli horror funzionino come Scream (oppure che tutti gli action movie funzionino come Il duro della Road House). Vedere Tenebre o Distretto 13 con una platea di simpaticoni è un po' come andare a teatro a vedere Euripide con una spettacolo per le scuole medie.
lunedì, gennaio 19, 2004
Lo speciale di Seconda Visione sul Future Film Festival Ebbene sì. Che siate a Bologna o no, stavolta potrebbe toccarvi di ascoltarci lo stesso. Domani pomeriggio, all'interno di Patchanka, dalle 14 alle 15 circa, andrà in onda lo speciale sul FFF curato da Francesco e da Federico (che oggi sono stati in radio molto, molto tempo allavorà). Come al solito, se non riuscite a sintonizzarvi su una di queste radio di Popolare Network, potete sentirlo in streaming. Commenti, critiche, cestini natalizi che vi sono avanzati sono ben accetti.
sabato, gennaio 17, 2004
Tokyo Godfathers, di Satoshi Kon, Giappone 2002 
Tre barboni, Gin, Hana e Miyuki, trovano una neonata nella notte di Natale e decidono di riportarla alla madre. Vivranno una serie di avventure incredibili, ogni notte, fino a quella di Capodanno, quando tutto verrà risolto. Il film è una delle anteprime del Future Film Festival di quest'anno, fa parte della rassegna dedicata alla casa di animazione Mad House ed è un piacevolissima sorpresa. Pieno di ritmo, divertimento e azione, racconta in una maniera che ricorda tanto alcuni momenti di Fuori Orario di Scorsese (e il paragone non è assolutamente esagerato) le peripezie di tre personaggi indimenticabili. Gin è un alcolizzato, che ha un passato oscuro alle spalle: sua figlia e sua moglie sono veramente morte? Perché si è ridotto a vivere così? Hana è un gay meravigliosamente caratterizzato, che sfiora lo stereotipo, ma rimane di una leggerezza e di una credibilità commoventi. E infine la ragazzina Miyuki, scappata di casa in piena crisi familiare. I tre vivono insieme, ma saranno ancora più uniti dal ritrovamento dell'infante, che chiameranno Kiyuku. Il senso materno di Hana è appagato, così come quello paterno di Gin. Miyuki si ricorda di cosa sia una famiglia. E detta così potrebbe sembrare una commediola tremenda. Invece il regista ha un senso dell'azione cinematografica invidiabile, e riesce a mischiare perfettamente momenti che farebbero invidia a qualsiasi action movie americano ad altri di una poesia notevole, rendendo credibili anche particolari che, in un altro contesto, apparirebbero ridicoli e melensi, uno su tutti l'abitudine di Hana di comporre dei brevi haiku che scandiscono la storia raccontata. Un film perfettamente dosato, una commedia con momenti altamente drammatici ed altri ricchi di tensione e di pathos (e una volta tanto che questa parola abbia un senso!). Un gioiellino. Speriamo che qualcuno in Italia lo compri, così da poterlo (ri)vedere in sala. Francesco
giovedì, gennaio 15, 2004
Millennium Actress, Kon Satoshi, Jp, 2001. 
Due giornalisti riescono a strappare un’intervista alla diva del cinema giapponese Chiyoko, ormai vecchia e isolata dal resto del mondo. Partendo dai suoi ricordi personali, ci verrà mostrata la sua vita, con tutti suoi film, e con essa la storia del Giappone. Primo omaggio del festival a Kon Satoshi, regista, sceneggiatore e character designer della Mad House, casa di produzione giapponese. Millenium Actress è un ottimo film sulla memoria, in cui il cinema, il cinema d’animazione, la vita e i ricordi vanno meravigliosamente a mescolarsi, creando uno spaesamento a tratti vertiginoso. Lo spettatore, grazie ai due giornalisti, riesce ad entrare direttamente nella vita dell’attrice e a vivere con lei. Nei ricordi della diva, la vita reale e i suoi film diventano la stessa cosa: la ricerca disperata ed incessante del primo amore, avvicinato, ma mai realmente conosciuto. Metacinematograficamente, i passaggi da ciò che è ricordo “di cinema” e ciò che invece è ricordo “di vita”, si fanno sempre più labili mano mano che la storia procede e la vita di Chiyoko diventa quindi (ovviamente) come uno di quei melò che ha interpretto nella sua carriera. Sfruttando le diverse ambientazioni dei film di cui l’attrice è stata protagonista (tutti ricalcati su film veri), ci si muove con estrema raffinatezza e scioltezza nel tempo e nello spazio, creando per lo spettatore un effetto decisamente affascinante, spesso radicale e mai banale. Oltre all’innegabile seduzione della storia, quello che colpisce maggiormente è la cura con cui si è realizzata ogni singola inquadratura (interessante anche l’uso limitato dell’animazione 3-D, utilizzata solo per creare tableaux vivants di interazione tra il reale e il fotografico). Sfruttando al massimo le possibilità del cinema d’animazione, si riesce a dare la sensazione di un cinema reale, vivo, storico, quasi come se fosse anche nella nostra memoria. Sfortunatamente, come ieri per The Resurrection of The Little Match Girl, nel finale si rischia la saturazione melodrammatica, a cui evidentemente non siamo ancora abituati. Dopo Perfect Blue comunque, un’altra grande prova di cinema. Di bel cinema. FEDEmc
The Blade, Tsui Hark, HK,1995. 
Questa sera è stato proiettato The Blade, primo film della lunga rassegna che il FFF dedica a Tsui Hark. Innalziamo statue in bronzo a Carlo Tagliazzucca e Luca Della Casa, organizzatori dell'omaggio a questo pazzo furioso. Il film già ci aveva stupito anni fa alla prima visione in VHS (sempre grazie a Carlo), ma rivederlo oggi al cinema, con una pellicola in ottimo stato, con un audio al limite della sopportazione, ci ha lasciato assolutamente estasiati. O meglio: sconvolti ed esausti. Semplicemente un'altro film. Un'esperienza ai limiti del lisergico. Un film disperato, violento in modo insano, talemente dinamico e furioso da essere stancante. Ma tanto. Capita raramente di vedere film del genere al cinema. Un capolavoro. Assolutamente obbligatorio per chi se l'è perso oggi, recuperarlo domenica alle 16, 30 al Capitol 2. Può sconvolgere, disturbare, ma lo stupore, l'emozione, la partecipazione che si provano in molti momenti del film sono assolutamente senza eguali. Un film che riesce in un'ora e quaranta a fare piazza pulita non solo di tutto quello che è stato prima, ma anche di ciò che da quel momento in avanti invaderà gli schermi di HK e del resto del mondo. Scusate l'enfasi, ma sono appena uscito dal cinema ed è come se fossi tornato adolescente. E domani c'è la doppietta Once Upon A Time In China... Un esultante FEDEmc
Bill Plympton Il Future Film Festival dedica una ricca retrospettiva al disegnatore e cartoonist americano Bill Plympton. Tenterò di seguirla tutta, ma non so se riuscirò a scrivere di ogni singolo film o programmazione. La produzione di Plympton, infatti, è vastissima, e include molti cortometraggi, spot pubblicitari, lungometraggi di animazione e non. Ieri pomeriggio c'è stato un incontro con il pubblico in cui il disegnatore ha raccontato tantissimi gustosi aneddoti legati alla sua carriera, disegnando incessantemente (una videocamera ha mostrato a tutto il pubblico ciò che stava facendo, ovviamente). Anche ieri sera (un paio di ore fa) in occasione della prima programmazione dei suoi lavori, Plympton si è presentato, dicendo che vorrebbe esserci ogni volta che il FFF programmerà i suoi film. Ha mostrato a tutti disegni originali, trasparenti, ha messo in vendita i suoi dvd e i suoi libri, regalando ad ogni compratore un disegnino con dedica. Insomma, una personcina a modo, gentile e disponibile: speriamo quindi che l'intervista che gli farò venga fuori bene: potrete sentirla intorno alle 1720, all'interno di Humus.
Veniamo ai film di stasera. Il corto presentato si chiama Eat, ed è stato premiato come migliore cortometraggio animato al Festival di Cannes 2001. Il gusto di Plympton per il surreale, il grottesco e l'humor nerissimo, spesso con accenti splatter e gore. Il tratto di Pympton (che usa un'animazione a passo sei, cioè ogni disegno "dura" sei fotogrammi - e lui disegna personalmente tutto) è caricaturale, ironico, in continua mutazione, così come i suoi personaggi. Il film che è seguito a Eat è I Married a Strange Person, che ha vinto al Festival di Annecy del 1998. Grant viene colpito da un raggio, sviluppa una sorta di lobo che gli dà poteri incredibili. La moglie Kerry prima rimane sbalordita, poi lascia il marito, poi... Plympton si è ispirato ai contenuti dell'animazione giapponese e ai primi film di Peter Jackson. E infatti il risultato è una sequela velocissima di trasformazioni, spappolamenti, mutazioni e sparatorie, che fanno del film uno spettacolo meraviglioso, che lascia sbalorditi e sghignazzanti. E poi c'è sesso, tantissimo, tanto che il film (pensate un po') è stato censurato negli USA ed accorciato di quattro sequenze.
Forse non tutti conoscono il genio assoluto di quest'artista. Andate allora a vedervi qualcosa, qua. Vi accorgerete che, sicuramente, il suo tratto vi è noto, in un modo o nell'altro. Quindi venite a vedere i suoi film, ne vale assolutamente la pena.
Francesco
mercoledì, gennaio 14, 2004
Future Film Festival Iniziamo da oggi un report sul Future Film Festival di Bologna. Tenteremo di aggiornare il blog anche più volte al giorno. Su Radio Città del Capo, oltre ad una puntata speciale di Seconda Visione, martedì prossimo, Francesco terrà degli interventi dal mercoledì al venerdì all'interno di Humus, che va in onda dalle 17 alle 18. Chi è a Bologna può sentirci sui 96.250 MHz, chi è altrove può farlo in streaming. The Resurrection of the Little Match Girl, di Sun-Woo Jang, Corea del Sud, 2002.
Ju è un ragazzo che consegna cibo a domicilio e passa il resto del tempo in una sala giochi. Grazie ad un numero di telefono trovato su un accendino vendutogli dalla "fiammiferaia" del titolo, entra in un videogioco, o in una realtà in cui reale e virtuale tendono a confondersi. Il videogioco è articolato in tre livelli. Nel primo bisogna fare morire la fiammiferaia di fame e di freddo, come nella fiaba. Nel secondo bisogna salvarla dalla sua furia (auto)distruttiva. Nel terzo viene rapita e lo scopo è, ovviamente, quello di salvarla. Il primo film del festival è qualcosa di ben diverso di un film tratto da un videogioco, come può essere Resident Evil o la serie di Tomb Raider. Infatti in Resurrection, viene applicata la struttura narrativa di un videogioco al film, con risultati interessanti. Quindi ogni personaggio, quando compare nella vicenda, è contornato da una sorta di videata in cui c'è il suo nome, il suo ruolo, ma anche i suoi punti vita, i suoi punti attacco, e così via. Questo con risultati prevedibilmente esilaranti. Il personaggio di Lara, ad esempio, è presentato così: "Lara, come Croft, solo che è lesbica. Molto agile e forte, ma anche distratta". Infatti Lara salta, zompa, spara con due pistole, ma si prende anche delle craniate mostruose su porte, automobili e muri. Il film, inoltre, è pieno zeppo di riferimenti alla cultura cinematografica e non, partendo in primis da Matrix, di cui si richiamano pari pari alcune scene (il combattimento sotto la pioggia tra Neo e Smith) e alcune forme, prima tra tutte l'esistenza di un Sistema che tutto governa e controlla. Come avrete capito il regista non ci va certo leggero, anzi, il film è girato con il gusto della spacconaggine - o maragliaggine, che dir si voglia - e raggiunge spesso lo scopo, divertendo e avvincendo. Interessante l'uso delle musiche: da una versione assurda di Ave Maria, a una cover sambalounge di Besame Mucho, fino ad una canzone pop coreana che fa decisamente rimpiangere il canton-pop. Il film, però, non regge nel finale: il melò è d'obbligo, e quindi gli ultimi venti minuti fanno perdere al film di ritmo, freschezza e sopportabilità. Peccato. Fede Mc & Francesco
In Italia, il mercato della carta igienica sopravanza quello del cinema di circa sessanta milioni di euro. m.
Il caso Ilaria Bernardini Si è scatenato un casino incredibile. Ilaria Bernardini è bella? Ilaria Bernardini è cool? Ilaria Bernardini è pure fidanzata con quel figo di Massimo Coppola? Manu invece è un po' triste, sfigato? Manu si rifugia nela lettura compulsiva di Lotman perché non è capace di scrivere recensioni che spiccano il volo come quelle di Ilaria Bernardini? Un po' mi spiace che questa polemica di cui ho apprezzato il sangue finisse a tarallucci e vino, con reciproche attestazioni di rispetto per il lavoro altrui (e ci mancherebbe altro!). Quindi, a titolo personale ed esonerando Manu e Fede da qualsiasi responsabilità su quello che scrivo voglio dire che: 1) a me Ilaria Bernardini sta antipatica, non personalmente e in quanto Ilaria Bernardini, ma perché 2) credo che l'idea che il film per essere completo, comprensibile, fruibile, accessibile debba essere attraversato dalla mia (proprio dalla mia) vita sia molto più presuntuosa di quella che la mia intelligenza (sempre che ce l'abbia) possa trovare strade, valide per me e per gli altri, per accedere al film 3) mi pare che quella che ci vogliono spacciare per critica sbarazzina, disimpegnata e antiaccademica sia in realtà una specie di dannunzianesimo mascherato, un modo per dare visibilità all'eccezionalità del mio sentire, del mio linguaggio, del mio vivere attraverso un oggetto che può essere il cinema, ma può essere anche il mangime per cani 4) il problema è più ampio e riguarda tutti quelli che, dentro e fuori la critica istituzionale (di cui la Bernardini certo non fa parte) usano il cinema per dare sfoggio di qualcosa: cultura personale, capacità affabulatoria, sdegno aristocratico, acume creativo. Canova, Bocchi, Pezzotta, Nazzaro, Silvestri: alcuni mi piacciono, altri no. Critici che spesso non si sforzano, molti anche bravi, che però spesso vanno avanti a parole d'ordine e appelli: forme enunciazionali che poco hanno a che vedere con l'analisi. Paolo
venerdì, gennaio 09, 2004
Le invasioni barbariche
Cosa c'è di peggio di un film brutto? Niente, uno pensa. E invece peggio del film brutto c'è solo una cosa: il film intelligente. Il film pieno di cultura (sia pure liceale), di savoir faire, di talento constatativo applicato a nicchie socio-culturali che si sentono elites senza averne i requisiti. Le invasioni barbariche di Denys Arcand è proprio un film intelligente.
Immancabile battuta sull'Italia di Berlusconi, ruffianissimi "come eravamo stupidi negli anni '70" che in confronto Nanni Moretti sembra Proust, copertine di libri a tutto spiano, citazioni cine-musical-coreografiche in perfetto stile Almodovar ultima maniera: cosa manca per accontentare lettori dell'Unità e contestatori da foyer?
In più una serie di luoghi comuni da fare impallidire Panariello: i sindacati? Un'accozzaglia di mafiosi. Gli americani? Un popolo di fanatici religiosi. Gli italiani? Raffinati gourmet. Il telefonino? Un ostacolo alla comunicazione. Il poliziotto dell'antidroga? Un figurante di Miami Vice. La ragazza eroinomane? Un'anima graffiata, ma con quante doti profetiche! La colpa se la figlia si droga: è della madre. Padre assente e dongiovanni: figlio carrierista sosia di Stefano Tanzi. Senza contare le troppo simpatiche battute su eiaculazioni, fellatio e pratiche sessuali varie che, si sa, se dette da Alvaro Vitali sono volgari, ma se infilate tra un "quanto mi piaceva il decostruzionismo..." e "ti ricordi del nostro esame di dottorato?" e pronunciate da personaggi con la laurea, beh, allora è un altra cosa, siamo autorizzati a ridere.
Aria fritta, messa insieme per tenere la storia di un uomo che decide di morire degnamente per staccarsi dalla vita che tanto ha amato, circondato dalle persone più importanti della sua vita. Bella idea, certo, che affonda nella tradizione tutta stoica di esaltazione del suicidio (sì, anche noi siamo istruiti). Ma quest'idea viene messa al servizio di una tesi ottusamente reazionaria: tutto quello che arriva è barbarie, senza distinzioni. Noi, che siamo colti e raffinati, siamo perciò condannati a morire. Lo faremo di nostro pugno come Catone l'Uticense (l'ho già detto che siamo istruiti?), in sprezzante solitudine, lontani dal presente di decadenza che ci circonda. I visigoti non ci troveranno vivi. Se proprio vi piace il genere, è molto meglio Alberto Sordi di questo qualunquismo per molti ma non per tutti.
Paolo
mercoledì, gennaio 07, 2004
L'ultimo samurai
Sedevo prostrato ad osservare il vuoto nel mio studiolo, quando all'improvviso mi accorsi della mia viltade nei confronti della vita e dell'esistenza puerile che avevo condotto fino a quel momento, tra un evento di nonnulla importanza, e un delirio dovuto alle virtù ingannatorie dell'assenzio. Trasalii. Decisi che la mia fertile mente, ma ora disseccata dall'arsura della quotidianità da umo senza spina dorsale, doveva essere irrorata dal getto di virtù cardinali, di speranza, di forza morale. Trascinato nel vortice di tali risoluzioni, mandai un telegramma al mio caro amico Aristide De Rullis, uomo ben piantato, dal portamento signorile e dalle solide virtù morali. Era possessore di una discreta tenuta che assicurava lui un reddito da porlo al riparo dalle osillazioni e dalle tempeste che ora colpivano la nostra patria economia. Lo invitai a passare una serata al cinematografo, dopo una cena succulenta all'Ippopotamo d'oro, locale posto ai confini del centro cttadino, dove già si riesce a respirare l'aere della terra coltivata a granturco, di prorpietà di un vecchio conoscente di mio padre. Il virile passatempo che avrebbe rallegrato i nostri corpi i nostri intelletti lo convinse. Andammo a vedere un film che parlava di terre lontane, di valori che la nostra società avveva ormai perduto e che anelava in qualche modo di recuperare. Un bel giovane ne era l'eroe, sicché sia l'Aristide che la mia immaginazione potemmo dare sfogo, durante lo scorrimento della pellicola, al piacevole ed infantile gioco dell'identificazione, sentendo scorrere dentro le nostre vene atrofizzate, il pulsare di energie eroiche, dell'atavica rabbia contro il tradimento, del vibrare della battaglia condotta non con vigliacche armi da fuoco, ma come i padri dei nsoti padri con lame e acciano, intriso del sangue e dell'imperitura gloria. Ciononostante, la novella filmat che si andava raccontando non ci convinse più di tanto. Ne parlammo il De Rullis ed io, mentre fumavamo un sigaro, durante il ritorno a piedi alle nostre magioni, sotto una leggera acquerugiola che fredda, avvolgeva i nostri cappotti e le nostre anime.
Un'altra riflessione sulla critica Perché Ilaria Bernardini scrive di cinema? Perchè Ilaria Bernardini scrive di cinema su Linus, una rivista che amo molto? Ma chi è questa qua? Sono due mesi che leggendo la rivista che compro da anni mi trovo delle recensioni cinematografiche scritte da IB che non parlano del film, ma di quello che l'Autore fa e pensa attorno al film: i suoi pregiudizi, con chi c'è andata, cosa indossava, se questi abiti si intonavano con il suo mood o delle persone che la circondano? La giovane non scrive male, se non per il fatto che a completare il tono di familiarità con l'oggetto e con il lettore il tutto è condito da uno stile che richiama fortemente il Salinger del giovane Holden? Perché mi irrito? Perché non sopporto che uno che ha deciso di scrivere di cinema non ne parli, non lo ami e lo usi per fare della cattiva letteratura di dodicesima mano come minimo. Ma vogliamo renderci conto che il film esiste anche fuori dalle nostre paturnie quotidiane, e anche fuori dall'attuale e dal contingente? Sembra che ci sia una "corrente critica" molto presente sulla stampa che ritiene i film belli e utili solo se: 1) suscitano nel nostro animo un'epifania che ci fa esprimere i nostri sentimenti. (la nostra amica qui sopra e Marco Lodoli) 2) servono a capire la realtà attuale che ci circonda, e quindi sono una critica alla società x (da riempire con americana, italiana, globalizzata, contemporanea) e danno corda alle nostre opinioni così che possiamo esprimerle con più raffinatezza. Vuoi mettere dire ai tuoi amici, i più intelligenti che hai: "La violenza è nel Dna dell'America, l'opera omnia di Tarantino e l'ultima sua (pausa) splendida fatica sono paradigmatiche in questo senso". Tutto diventa in questo modo chiacchericcio, intimista o politico poco importa, ma che non pertiene neanche alla cattiva letteratura, ma solo al cattivo giornalismo. Di critica neanche l'ombra. Poi basta essere confidenziali cercando di imitare Salinger (che rimane uno dei miei autori preferiti). Primo consiglio: si può anche leggere altro (anche di Salinger stesso che non ha scritto solo Il giovane Holden). Secondo consiglio: The catcher in the rye (come sono colto e cosmopolita) è uscito nel 1951, ben cinquant'anni fa. In questi cinquantanni sono usciti altri libri di un certo spessore, decine di imbecilli hanno detto e scritto che la letteratura è morta. Non è che si può fare lo sforzo di essere attuali almeno nella scrittura, quando lo si tenta di essere in milioni di altri modi. Dunque per protesta io d'ora in poi scriverò recensioni come quella qui sopra, in un italiano finto aulico letterario, imitato malissimo (lo so, ma mica Ilaria Bernardini scrive come Salinger) e di film che rigorosamente non ho visto, ma vi racconterò le mie piccole e interessanti opinioni, e i miei teneri e condivisibili sentimenti Manu in un delirio di onnipotenza
sabato, gennaio 03, 2004
Una domanda sola
Chi è veramente il regista di 'sta porcata?

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