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giovedì, febbraio 26, 2004
 

Post populista e in fondo snob

Il supplente bistrattato da tutti scende le scale chiedendo al preside se il prossimo anno verrà promosso di ruolo, il preside con una serie di scuse burocratico puerili rifiuta, il supplente è triste. Allora lo raggiunge il bidello napoletano che lo consola dicendogli "Professò, ma che gliene importa! Noi dobbiamo scrivere canzoni, io la musica lei il testo, così facciamo i soldi e ce ne possiamo tornare al nord". Il supplente con la faccia triste dice"Sì, forse hai ragione tu. Ciao Peppì", inforca la bicicletta e se ne va.

Il supplente è Carlo Delle Piane, il bidello è Enzo Cannavale, il preside Mario Carotenuto. Il film è L'insegnante di Nando Cicero.

La sequenza sopra descritta è cinematograficamente perfetta: in mezzo a tette, battute orride, doppi sensi dementi, squilibri di sceneggiatura, inquadarature montaggio il discorso riesce per cinque secondi ad elevarsi e ad essere quasi toccante. Emerge un'umanità prima fintamente espressa da peti combustibili e arrapamenti compulsivi spacciati per vicinanza al popolo e ai suoi gusti.

Forse è il principio che una bella pagina siamo tutti capaci di scriverla? E' un caso fortuito? Mi sono bevuto il cervello (e per fortuna non sono da solo)?

manu

postato da secondavisione | 17:42 | commenti (3)


mercoledì, febbraio 25, 2004
 

Scary Movie 3, David Zucker, 2003

Penso sia evidente che la storia non sia propria una bomba, quindi la trama ve la risparmio. Scary Movie 3 però è una bella sorpresa, ed è uno dei film più validi al cinema in questo momento. Il passaggio di regia da Keenen Ivory Wayans a David Zucker si vede ed è inevitabilmente giovato al progetto. Il concetto di base, quello di citare e prendere per il culo gli ultimi successi horror e con loro qualche blockbuster, rimane, ma quello che ci ha colpito è come la parodia si sia fatta più intelligente e più trasversale. Il meccanismo di quest'ultimo film è più simile a quello adottato da Williamson per Scream, piuttosto che a quello utilizzato per i due Scary Movies precedenti. La citazione insomma non rimane solo ed unicamente in superficie, ad uso e consumo del lobotomizzato medio in preda a crisi da stinenza da blockbuster ma, lo ripetiamo, si fa più trasversale, profonda. Oltre a citare il film quindi, si smantella scientemente il suo meccanismo. I due film più citati sono Signs e The Ring di Verbinski, di cui a lato si recupera la trama, ma di cui principalmente si tenta di ricostruire l'atmosfera copiandone, inquadratura per inquadratura, intere sequenze. Insomma le regole di questi film nelle mani di Zucker diventano prima clichè, per poi essere esagerate, destrutturate, fino a diventare un'altra cosa. Oltre a questo c'è una cattiveria, una scorrettezza veramente incredibile, che non si ferma davanti a niente e che devasta tutto e tutti, a partire dalla sequenza iniziale con Pamela Anderson e Jenny McCharty fino alla straordinaria sequenza con il premio Madre Tersa. Ovviamente non si tratta di un film per educande, ma mancano quasi completamente battute o gags incentrate su caccapipìpuzzette. Alcune battute si perdono a causa del doppiaggio e a causa della mancanza di riferimenti a film o a attori da noi non proprio popolari (vedi i molti riferimenti alla cultura black). Ovviamente è un film da prendere per buono interamente o da smollare immediatamente.

PS. Il primo me l'ero perso volontariamente, il secondo l'ho recuperato in vhs, il terzo sono andato a vederlo colmo di aspettative e simpatia, segno evidente del fatto che sto diventando sempre più tamarro.

FEDEmc

postato da secondavisione | 13:34 | commenti (8)


martedì, febbraio 24, 2004
 

Riceviamo da un nostro piccolo lettore e pubblichiamo, scusandoci per la verbosità del nostro ammiratore, evidentemente in difficoltà.

 

Cara Laura,

posso darti del tu. Spero di si, sai, sono un bimbo di nove anni molto timido ed educato. Mi chiamo Gonzalo, ma non preoccuparti, quando sono nato io i Neri per Caso non avevano ancora spopolato.

Ti scrivo perché ho bisogno di una mano, e solo tu mi puoi aiutare. Ho dei problemi con la mamma e il papà, e non voglio dire che sia colpa tua, ma solo tu puoi fare qualcosa per far sì che tornino a volersi bene, a volermi bene e a recuperare le loro facoltà mentali.

 

Sai, il primo appuntamento è stato al cinema a vedere Bianca di Moretti. Mio padre era un tuo fervente ammiratore, e sebbene fosse un tantino retrò con quel suo gusto anni settanta, sedusse la mia mammina parlandogli di Carmelo Bene e del suo teatro, delle leggere difficoltà che attraversava il cinema italiano in quegli anni e del fatto che tu eri una speranza per un intera generazione di attori e artisti. Come puoi immaginare, legati a quel ricordo, hanno seguito, forse ossessivamente, la tua carriera. Bertolucci, Amelio, Moretti, Salvatores, sempre teatro, sempre innovativo, e poi, essere apprezzata e vivere in Francia, il sogno e il principale obiettivo di ogni intellettuale e artista italiano.

 

Li hai influenzati, li hai seguiti, ti vogliono bene. Ma da un po’ sono cambiati: mio padre è caduto in uno stadio di profonda depressione e insoddisfazione: dice che non c’è più speranza per questo paese, per la sua cultura, per la sua civiltà. Lo faceva anche prima, ma ora non riesce più a trarne quei suoi famosi e brillanti articoli.

Mia madre si è messa a strillare tutto il giorno, ad andare dallo psicanalista un giorno sì e uno no, a dimenticarsi di darmi da mangiare (in realtà finge di dimenticarsi, l’ho vista gettare la mia costata a Neruda, il nostro micione), a fumare quattro pacchetti di sigarette al giorno (in realtà ne fuma meno di due, perché non arriva neanche a metà di ciascuna) Lancia un piatto fondo e/o piano e un bicchiere e/o tazzina al giorno contro il muro in direzione del babbo. Si è iscritta a corsi di teatro, teatro danza, pittura fiamminga, teatro corporeo, yoga, violoncello, ginnastica teatral corporea, e non ha più i soldi della mia paghetta.

 E poi litigano tutto il giorno, continuamente. Io non ce la faccio più.

 

Io penso che la colpa sia anche un poco tua, dei tuoi ultimi film, delle tue intense e calibrate interpretazioni. Io e il mio amico Loris ci chiediamo perché ricorrere ancora allo stereotipo della donna borghese isterica e frustrata, quando questo è già masticato e digerito dalla Tv e da qualsiasi fiction passi sulle reti di stato. Che senso ha fare ritratti di interni come Woody Allen negli anni 80, che ha smesso ormai da quindici anni (di essere il Woody Allen degli anni ottanta e di essere Woody Allen). Che senso ha fare dell'introspezione psicologica che sembra fatta da un incrocio tra Bergman e un pesce rosso tonto. Quale respiro possono avere delle opere che si propongono di “pedinare” la realtà sociale, quando lo fanno allo stesso modo, con la stessa ideologia, con lo stesso sentire, di un mezzo pervasivo e, in questo caso, più efficace, come la televisione. Bastano un carrello circolare, una voce over un po’ poetica, un po’ colta, un po’ pirata e un po’ signora, qualche bella veduta per aggiungere cinematograficità a questa visione del mondo, a questo odo di sentire le cose?

Che senso ha interpretare sceneggiature al limite della calligrafismo, meglio Elisa di Rivombrosa, che oltre a non aggiungere niente alla prospettiva De Filippi sul sociale, non riescono neanche ad essere sentimentalmente ombelicali nel senso peggiore del termine, ma solo desolantemente supponenti e privi di anima? Non c’è critica, non c’è cinismo, non c’è ambiguità nella visione, nessuna empatia con i personaggi che non riescono ad essere che alter ego della vita e delle relazioni dell’”autore PGR”. Nessuna scrittura, per quanto il mio babbo dica che non devo usare questo termine.

C’è per caso una commissione che si incarica di bruciare le sceneggiature buone, a cui ne scappa qualcuna per fare film come quelli di Garrone?

Insomma, chi accipicchia urla a quel modo? E anche se esistesse, che senso ha immortalarlo e interpretarlo su pellicola?

 

Io e Loris abbiamo avuto un idea: abbiamo accumulato un bel gruzzolo con le scommesse clandestine sui tornei di Playstation (non dirlo ai miei, non vogliono che ci giochi, prometti) e vorremmo finanziare un film di Sharunas Bartas con te come protagonista: un’ora e cinquanta (per poi farci stare più pubblicità in tv, Loris è un volpone) di inquadratira fissa su te immobile e in silenzio, con un espressione neutra sul viso seduta su una spiaggia con dei granchi che ti passano dietro.

Che ne dici?

Fammi sapere, io spero tanto nel tuo aiuto.

 

Il cucciolo Gonzalo in difficoltà

 

PS dopo la visione di L’amore è eterno finché dura) mio padre ha cominciato a farfugliare che bisogna giocare con due punte, che in questi tempi bui ci vorrebbe un nuovo Re Sole per rigettare i tarli illuministi. Mi puoi spiegare che vuol dire?

postato da secondavisione | 11:50 | commenti (4)


venerdì, febbraio 20, 2004
 
Vaniglia e cioccolato, Ciro Ippolito 2004

Penelope, Pepe per gli amici, è una donna sui 40, insegnante di pianoforte con un debole per gli uomini che portano la camicia alla Lionel Richie. Stanca dei continui tradimenti del marito, lascia lui e i tre figli e si rifugia nella villa della nonna. Sola, nel luogo della sua infanzia, riflette sul suo presente e sul suo passato. Ripensa a quando, ancora bambina, rimase folgorata da quello che sarebbe diventato suo marito. Ripensa alla madre, che tradiva il padre con l'agente immobiliare. Ripensa a Carlos, focoso maestro di pittura spagnolo, col quale ha avuto una fugace storia d'amore, breve parentesi tra un tradimento e l'altro del marito. Carlos ora sta morendo. Pepe gli si concederà un'ultima volta, prima di ricongiungersi alla famiglia, della quale non può fare a meno.

E' veramente inutile fare ironia su un film come questo, oppure stroncarlo. Vaniglia e cioccolato ha tutte le caratteristiche del prodotto di exploitation arrivato con almeno 20 anni di ritardo, senza particolare convinzione, ma anche senza fastidiosa ironia postmoderna. Attori sul viale del tramonto (M.G. Cucinotta), star straniere senza contratto in patria (J. Cortès), emergenti televisivi (A. Preziosi). Storiaccia sentimentale presa dal libro di Sveva Casati Modignani. Produzione e regia di un vecchio, per esperienza, mestierante come Ciro Ippolito, a cui hanno detto che un po' di macchina inclinata e i carrelli circolari fanno tanto cinema. Alcune considerazioni:
un film così fa un po' tenerezza, come viaggiare in una carrozza di terza classe, brutta e scomoda, però lo fai se sei un patito del mezzo;
anche un film come Vaniglia e cioccolato (al pari dell'ultimo Muccino) deve inseguire disperatamente la tv sul suo terreno, che non è tanto quello della fiction, quanto quello del familismo alla Maria De Filippi, tutto corna, lacrimoni e anoressia;
non so se sia peggio Ciro Ippolito e la sua macchina da presa perennemente inclinata o quelli convinti che la soggettiva del quaderno di Almodòvar sia un chiarissimo segnale di stile;
il film è realizzato con il contributo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali;
il film è visibile in 144 cinema sul territorio nazionale ed ha incassato lo scorso fine settimana 232.000 € (ottavo in classifica).
paolo
postato da secondavisione | 17:45 | commenti (4)


giovedì, febbraio 19, 2004
 

MI PIACE LAVORARE (MOBBING), Francesca Comencini, 2003

Francesca, tra le due Comencini, è decisamente quella più dotata. Se qualcuno se lo ricorda, è la regista dello splendido e poco considerato Le Parole di Mio Padre, rilettura tutt’altro che banale de La Coscienza di Zeno, di Italo Svevo. Niente Sud Sound System o figli di Morandi nei suoi film, insomma. Questo suo ultimo film, doveva all’inizio essere un documentario voluto dallo sportello Anti Mobbing della Cgil, ma si è poi trasformato in un film di fiction incentrato su Anna (la Braschi), donna sola con una figlia e con il padre malato, alle prese appunto con un caso feroce di Mobbing. Dopo una fusione con un nuovo gruppo di dirigenti votati alla flessibilità, la donna verrà allontanata sempre di più dal suo posto di lavoro, fino a dover svolgere mansioni assurde o fisicamente pericolose, come la custode di una macchina fotocopiatrice o supervisore del lavoro manuale degli operai della fabbrica. Il film, che alterna sequenze sul posto di lavoro con le conseguenti ed insopportabili prepotenze a scene di vita familiare che inevitabilmente si fa via via più difficile, è inevitabilmente deprimente e denuncia giustamente un’usanza grave, odiosa e pericolosa. Un film in qualche modo utile insomma, contro il quale parte brutto prendersela, ma che alla fine annoia, non mostra nessuna soluzione registica interessante, mostra più di una caduta nel pietismo e con un finale francamente brutto, scorrettamente ottimista e fin troppo veloce. La Braschi, se la cava egregiamente (e lo scrive uno che dopo la visione di Pinocchio, l’avrebbe mandata volentieri a fare il punto croce a casa) ed è anzi il punto di forza del film, nel suo progressivo esaurirsi, distruggersi fisicamente e psicologicamente. Sarebbe stato sicuramente più interessante sotto forma di documentario, anche se non è assolutamente da buttare. Vi consiglio comunque vivamente di recuperare Le Parole di Mio Padre.  

FEDEmc

postato da secondavisione | 11:34 | commenti (2)


mercoledì, febbraio 18, 2004
 

PAYCHECK, John Woo, 2003

Ammettiamo di avere un debole per il John Woo di Hong Kong, folgorazione di un bel po’ di anni fa, come ammettiamo di considerare il suo periodo americano una completa ciofeca (salviamo Face Off e sequenze qua e là…). Un po’ come succede per Argento da quindici anni a questa parte, si va al cinema con nel cuore la speranza di vedere un capolavoro, ma la consapevolezza che la puttanata è più che possibile (lasciamo perdere che poi la puttanata ha quasi sempre vinto in tutti e due i casi). Paycheck, è un buon film d’azione, due ore di buon intrattenimento. Per quel John Woo che conoscevamo è un ulteriore sconfitta, ma per il John Woo di Mission Impossibile 2 non è niente male, e anzi presenta molti spunti interessanti. Il problema è che tutto quello che è stato fatto da Woo nel suo periodo d’oro, dal cinema americano ma non solo, dall’action movie in generale, è stato completamente vampirizzato. In qualche modo si è fatto lui stesso genere. Tutte le sue caratteristiche visive sono diventate stilemi di un genere ad una velocità impressionante, fino ad arrivare ad un Mexican Stand Off (due personaggi uno di fronte all’altro che contemporaneamente si puntano la pistola alla testa) nelle fiction televisive con Raul Bova. Se uniamo questo dato alla difficoltà che il regista ha dimostrato nel mettere in scena i suoi temi principali nei suoi film Americani, viene fuori un cinema svuotato, piatto, che non va al di là della sua più banale emulazione. In questo senso ci sembra che Paycheck sia un buon film, un film riuscito. Ci si concentra sulla storia (Philip Dick), assolutamente affascinante e divertente, su una gestione dei tempi più che calibrata e, grazie al tema della memoria, sui rapporti melodrammatici tra i due protagonisti. Con un occhio a Hitchcock e uno alla fantascienza degli ultimi anni (e evitando di saturare la storia di esplosioni e sparatorie una ogni tre minuti), Woo costruisce un buon prodotto che non può non divertire e che, torno a ripetere, lascia intravedere molti buoni spunti. Inevitabilmente non tutto fila liscio, e quando ormai pensi di averla scampata, da una porta entra al rallenti una colomba bianca digitale bruttissima, ma Woo riesce comunque a tenere unito il tutto e sembra anche aver riacquistato una fluidità nelle scene d’azione che sembrava aver ormai irrimediabilmente perso. Bullett in the Head o A Better Tomorrow sono sempre più distanti, ma ve lo ricordate Broken Arrow?

FEDEmc

postato da secondavisione | 13:13 | commenti (11)


venerdì, febbraio 13, 2004
 

Il peso dell'amore

Sono andato con molta curiosità a vedere il nuovo film di Matteo Garrone, Primo amore. Anche le locandine ricordano il suo film precedente, che aveva fulminato noi di SecondaVisione come molti altri, a dire il vero, cioè L'imbalsamatore. Sul manifesto del nuovo film, quindi, c'è scritto "dal regista de L'imbalsamatore", cosa strana per un film italiano. Ma veniamo al film. Primo amore, presentato in concorso alla Berlinale, è un film disturbante e difficile. Difficile da vedere e da farsi vedere, pieno com'è di fuori fuoco, di personaggi ripresi tra colonne, dietro alberi, lontani. E' un film difficile da sentire: una rigorosa presa diretta a volte rende difficile capire il dialogo, ma non per niente Garrone si affida alla cadenza veneta. Una volte eliminate le parole, rimane la musica, l'onda sonora del vicentino. E' un film difficile da capire: alcuni passaggi logici della sceneggiatura sono spiegati soltanto dopo. Prima vengono accennati con uno sguardo, un'inquadratura rapida, solo dopo vengono espansi narrativamente.
La storia è quella di un artigiano orafo, Vittorio Trevisan (interpretato dallo scrittore Vitaliano Trevisan) e di Sonia (Michela Cescon, un'attrice teatrale alla sua prima esperienza cinematografica). Vittorio ama le ragazze magre, a tal punto da "costringere" Sonia a dimagrire, fino a farle sfiorare l'anoressia. O meglio: tenta di modellare la ragazza come si fa con l'oro. Cesellando, fondendo, "togliendo tutto e poi raschiando". Ma l'esposizione della storia nel film rifiuta ogni canone classico, spazza via tutto. Non c'è l'incontro timido tra i due, ci vengono sbattuti in faccia dalla primissima scena. Ci sono e si sono incontrati. E la prima cosa che lui le dice è "pensavo fossi più magra". E da questo il film non si muove, ruota intorno a bilance, cibi rifiutati e desiderati. Non c'è la progressiva scoperta del corpo (altro centro tematico del film, insieme alla "testa"): Vittorio vede Sonia nuda da subito, perché lei fa la modella per l'Accademia di Belle Arti. Non c'è innamoramento, né corteggiamento. Le cose accadono e basta. Non ci sono discussioni sul cibo. Niente. Sonia smette di mangiare ed inizia a pesarsi. Ma c'è un profondo senso di oppressione e violenza. "Tu stai lì, mi guardi cupo" dice il fratello di Sonia a Vittorio. E il senso di cupezza lo avvertiamo anche noi, e proprio quando siamo sicuri che c'è, ecco che Vittorio abbraccia la ragazza, o ride, o mostra di saper suonare la batteria. Semplicemente agghiacciante.
Non è un film perfetto, Primo amore. Forse L'imbalsamatore è migliore nella forma, anche perché si appoggia, in un certo senso, ad alcune formule del noir. Forse scorre meglio, si sente meglio, si vede meglio, è più lineare sotto molti versi, soprattutto nella sceneggiatura. Ma il senso di disagio che lascia l'ultimo film di Garrone è stato per me talmente meraviglioso e insopportabile che non vedo l'ora di tornare a vederlo.

Francesco

postato da secondavisione | 23:25 | commenti (21)


lunedì, febbraio 09, 2004
 
Consiglio di andare a vedere le recensioni che appaiono sul sito www.genitori.it , il sito del MOIGE: assolutamente da non perdere le tabelle di valutazione con le categorie "vizi" e "virtù". m.
postato da secondavisione | 13:53 | commenti (1)
 

IN AMERICA, Jim Sheridan, USA, 2003.

Una storia triste, tristissima, dolorosa, per certi versi emotivamente inaffrontabile. Sheridan, che ha scritto questo film con le sue due figlie, rischia moltissimo, si mette in gioco in prima persona, e riesce ad evitare dei rischi enormi. Racconta di immigrati di buoni sentimenti alle prese con le brutture della vita, di bambini morti, di pittori burberi sotto sotto buoni, di “vite al limite”, ecc… Insomma sulla carta materia più che rischiosa, sempre al limite del primo premio del festival della sfiga, del ridicolo involontario. Ogni tanto inevitabilmente si raggiunge il limite, si è li li per scivolare nel patetico e al decidere di abbandonare il tutto etichettandolo come ricattatorio, ma lo sguardo fiabesco delle bambine, narratrici e registe dell’intero film, riesce nell’impresa di salvare il tutto. Dietro a tutto questo c’è infatti un’onestà disarmante, necessaria per un film di questa natura, un cinema pensato con il cuore che non può lasciare indifferenti. Sicuramente non perfetto, anzi le sbavature sono molte e più che evidenti (e in mano a qualcun altro mi avrebbero spinto a scardinare di mazzate la poltroncina di quello davanti a me), ma nel complesso riesce nella difficile impresa di farci accettare tutto il film e a farci emozionare. Alcune sequenze, come quella riguardante Halloween, rimangono impresse. Bravissime la bambine e Paddy Considine. Bellissima Samantha Morton.

FEDEmc

postato da secondavisione | 11:33 | commenti (4)


martedì, febbraio 03, 2004
 

LA RIVINCITA DI NATALE, Pupi Avati, 2003

 

Quella che sembrava essere solo ed unicamente una mossa furba per richiamare al cinema il pubblico di uno dei più bei film di Avati, si è rivelata invece una bella sorpresa. Il regista non ha perso quella cattiveria che era l’elemento portante del primo film, ma anzi riesce a ritrovarla e riportarla in un altro contesto storico. Rimasugli dei peggiori anni Ottanta, i cinque al centro della vicenda nel 2000, sono cambiati di pochissimo, pur essendo sempre più dei falliti destinati alla morte (Gianni Cavina è perfetto nella sua rovina fisica), e sono riusciti, chi più chi meno ad ambientarsi perfettamente. Anche quello che li circonda, le persone, le feste, le famiglie, le donne, si portano addosso quell’odore di ipocrisia mortale, quel vuoto mortale che, lo ripetiamo, era il punto di forza di Regalo di Natale. Anche se ovviamente il fulcro del film è la partita (anche se l’esito non è proprio difficile da intuire), la costruzione per arrivare alla sfida, l’attesa e la costruzione dei personaggi è ben strutturata e più che godibile. Nessun miracolo, ma un onesto seguito di un buon film. Decine di volte meglio dell’incredibilmente apprezzato Il Cuore Altrove. Non può che fare piacere ritrovare George Eastman su grande schermo dopo così tanto tempo. Il resto degli attori li conosciamo e sappiamo anche i loro pregi e difetti, ovviamente tutti presenti nel film.

Una nota: l’inizio del film si svolge a Milano ad una festa dove si mangia la polenta e dove tutti dicono delle frasi del tipo “Uè, bravo il Franco!”. Una volta arrivati a Bologna tutti si impegnano a dire delle frasi con tantissime esse, come “Ma lo scia che lei è proprio simpatico, soccia, adesscio le do una siarpetta nella sportina.” Mah…

FEDEmc

postato da secondavisione | 13:55 | commenti (5)
 
Quando le grandi menti si uniscono: Maria Pia Fusco intervista Nicoletta Braschi su la Repubblica di oggi. Maria Pia Fusco, lo ricordiamo, è quella signora che scrive di cinema sul secondo quotidiano nazionale perché un suo zio materno gestiva un distributore di benzina BP posto davanti ad un cinema parrocchiale. (Falso! Fate un salto qui qui per cogliere il contributo della Fusco alla settima arte...). Nicoletta Braschi è un'abile businesswoman, che ha azzeccato un matrimonio e un paio di film (Ovosodo...). Proprio lei è protagonista di un film sul mobbing, termine che indica molestie e isolamento sul lavoro. Contrappasso per l'attrice più miracolata degli ultimi 20 anni (ex aequo con M.G. Cucinotta)?
postato da secondavisione | 13:13 | commenti (6)


lunedì, febbraio 02, 2004
 

ABBASSO L'AMORE, di Peyton Reed, 2003

A un'amica non è piaciuto per nulla, bisgnerebbe rispondere punto su punto, ma cerchiamo di fare una recensione autonoma il più possibile.

Innanzitutto si tratta di un film "di scenografia", non conta tanto la trama, che rimane quella di una commedia romantica, quanto le superfici che vengono mostrate: arredamenti, vestiti, situazioni tipiche (per esempio: la casa futurista del seduttore cinico, elettronicamente dotata). Non si tratta, come nel film dei Coen, di una rielaborazione della scrwball comedy, ma della commedia anni sessanta (Doris Day Sandra Dee ecc.), che risente già di un periodo di crisi della major, e non è nemmeno un genere classicamente codificato.

Allora il divertimento sta nei lustrini, nell'immagine di modernariato (il funzionamento ricorda quello di Charlie's angels, esibizione delle protagoniste e dei loro vestiti nei contesti più strampalati) nel gioco di riflessione dell'estetica del tempo, senza alcuna riflessione sulle norme di un genere che effettivamente non c'è.

La stessa cosa avviene per la trama, o meglio, per il tema timidamente femminista. Tutte le spiegazioni che vengono date alla fine, del genere "sapevo che tu sapevi che io avrei fatto così se tu avessi detto questo ecc." sono per aggirare la retorica della "guerra dei sessi" che era presente nei film originali. Non può non venire in mente la protagonista di Amore e altre catastrofi che sta scrivendo la tesi di laurea su "Doris Day eroina femminista"; o qualcosa del genere. In Abbasso l'amore questa retorica viene aggirata fornendo eguali abilità e conoscenze ai due protagonisti, Renée Zellweger e Ewan MacGregor. Si può vedere questa manovra come un abile esercizio di politically correctness, quindi ritenerla sommamente fastidiosa, oppure come un modo per togliere alla questione qualsiasi pertinenza, in quanto è talemte complessa e irrealistica che il punto focale si sposta ai vestiti, ai colori, al ricordo.

Possiamo discutere che sia una forma di rinvio superficiale e non molto originale. Ma il gioco funziona, la trama è snella e comunque funzionale, dialoghi discreti, i due protagonisti si divertono un mondo e fanno divertire (Ewan McGregor è strepitoso) e la sfilata di oggetti, vestiti, cappellini, arredamenti è affascinante. Non è una lustrata inefficace di post modernismo ad un genere del passato come è Chicago. E' un'operazione commerciale furba, ma un risultato piacevole che non pretende di essere scuola.

manu

postato da secondavisione | 14:19 | commenti (3)
 

UNDERWORLD, Len Wiseman, USA, 2003

Due parole sulla trama vale la pena di spenderle. Budapest: caste di vampiri con il cappotto nero lungo, un po’ dannati, un po’ dandy, sono in guerra da 5000 anni con i Lican. Saranno mica dei licantropi? Perché vogliono rapire un umano questi cattivoni? E questi vampiri sempre impegnati in feste un po’ ambigue, siamo sicuri sicuri che sono buoni? Non ce la raccontano giusta… fortunatamente c’è Gnocca, una vampira molto bella e ricolma d’amore che si batterà contro il male a colpi di rallenti, con una convinzione quasi preoccupante. Action movie senza idee, Underworld tenta di mescolare le ultime (penultime…) tecniche del cinema d’azione (cappotto lungo nero e rallenti mentre si spara cosa mai vi fa venire in mente?), a un horror per dodicenni, fatto di mostriciattoli ridicoli e assenza quasi completa di sangue, recuperando in parte un’estetica dannata e sensuale modello Il Corvo. E già siamo messi male, ma quello che lascia esterrefatti di questo pastrocchio, è come continuamente ti spinga a pensare: “Ma è la versione per i meno abbienti di X”. (sostituite alla X una serie di titoli o di attori a caso). Ogni cosa l’avrete già vista in un altro film, fatta decisamente meglio. Potrebbe non essere necessariamente un male: ce ne sono di film che riescono, anche se castrati da budget non proprio da major e da idee non proprio fulminanti, ad avere qualcosa di interessante, ma qua non ci si sforza neanche per un secondo. Ogni spunto, ogni abbozzo di idea, non viene mai sorretta dal necessario coraggio. Non è un film d’azione, non è sicuramente un horror. Tentando di recuperare all’assenza dell’entertainment, di quello che in teoria dovrebbe essere l’attrattiva maggiore del film, si mette in scena una storia assolutamente pretestuosa e intricatissima, che dovrebbe sconvolgere per i colpi di scena, ma che al massimo potrà procurarvi qualche colpo di sonno. Chi può essere interessato a improbabili tradimenti da soap fatti da vampiri tamarrissimi? Chi si curerà dei diabolici piani di questi licantropi che sembrano dei figuranti di un film sulla mafia Russa degli anni Novanta? Le poche idee azzeccate del film, come non mostrare mai il sostentamento dei vampiri, che almeno qui non passano la notte a succhiare sangue a delle tettone per poi tormentarsi con inutili rimorsi, o l’idea dei proiettili alla luce (!!!) per uccidere i Vampiri (e mi sembra di aver detto tutto), vengono o smentite o sistematicamente abbandonate, in modo da farti pensare che anche gli sceneggiatori si siano dimenticati di quel loro guizzo di genio. Per finire: la storia d’amore tra la vampira, la bella Kate Backinsale, unica cosa vagamente positiva del film, e  l’umano, una copia per i meno abbienti di Matthew McCounaghy, con il suo corollario di bacini sotto la pioggia sui tetti di Budapest de notte, difficilmente si sopporta. Il combattimento finale tra un vecchio vampiro con mantello, e un miscuglio tra un licantropo e un vampiro mette quasi imbarazzo per la povertà con cui è realizzato. Insoddisfacente anche per il pubblico per cui è pensato (che in America però l’ha premiato), Underworld minaccia addirittura un seguito. Aridatece Steven Segal...

FEDEmc 

 

 

postato da secondavisione | 11:41 | commenti (1)


domenica, febbraio 01, 2004
 

L'avevamo detto, noi - Un post da vero blogger (anche se un po' Puffo Quattrocchi)

Da il manifesto di sabato 31, due notizie gustose. La prima riguarda Tim Burton e il suo nuovo film Big Fish. Tra gli autori che lo hanno ispirato, Burton cita, oltre a Fellini, Mario Bava. La cosa compare solo sul quotidiano sinistrorso. Il Corriere della sera, tanto per dire, non ne dà notizia. Il "Collettivo Cannibal", che applaudì in piazza Maggiore quando apparve il nome di Bava come direttore della fotografia nei titoli di testa di Hanno rubato un tram, esulterebbe, se esistesse ancora.

La seconda notizia riguarda il definitivo distacco della Pixar dalla Disney. Ecco perché quando abbiamo intervistato Ralph Eggleston e gli abbiamo chiesto dei rapporti tra casa madre e casa figlia si è innervosito e ha iniziato a trattare l'intervistatore con supponenza e freddezza: temeva una fuga di notizie? Potete ascoltare l'intervista a Eggleston qui, cliccando su Speciale Future Film Festival: ci vuole un po'...

Francesco

P.S. I link alle pagine de il manifesto credo che durino per una settimana soltanto.

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