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mercoledì, aprile 28, 2004
 

Dopo mezzanotte di Davide Ferrario

Lasciamo a un post successivo l’elaborazione della categoria critica dei "film teneri", perché in questo caso è pertinente fino ad un certo punto.

E, inoltre, anche se infrange un comma del dogma italico, quello della voice over, è perdonato. Primo perché non è di supporto ma integrata in un progetto abbastanza precisok, per cui per i primi venti minuti non è di ausilio alla storia ma la crea e la fa in piena autonomia. Secondo perché è raro trovare un film in cui l’omaggio cinefilo non è solo spocchiosa decorazione appiccicata per vantare presunti ascendenti e improbabili numi tutelari, ma organica alla narrazione, ai personaggi, alle vite. E non solo perché il protagonista, Martino (Giorgio Pasotti che, mai credevo che tali parole fossero da me enunciate, è convincente) fa il custode e vive nella Mole Antonelliana, nel museo del cinema.

Ma perché il riferimento a Buster Keaton, al muto, al cinema in genere diventa ragione di essere, non esaltata come elevazione culturale, ma qualcosa che può cambiare la vita ai personaggi e la storia che lo spettatore si fa raccontare. Una cosa che aveva già forse tentato Bertolucci con il suo The dreamers, che però si perdeva in ambizioni e conseguenti involuzioni ben più gravi.

Allora si possono perdonare difetti e imperfezioni, che non sono tanti, e si può anche ammirare la volontà produttiva che è stata sotto un progetto del genere.

Ultima notazione, non meno importante: Ferrario è uno dei pochi registi italiani, almeno che mi vengono in mente, che riesce a guardare e a raccontare la periferia urbana e i suoi abitanti. Lo fa di Torino, ma riesce a trovare percorsi validi anche al di fuori da quella città. Non è un soggetto né frequentato né amato in generale dal cinema attuale, se non per altisonanti e ben scritte denunzie o condiscendenze di convenienza o, soprattutto, per alienazioni paesaggistiche che servono per dipingere intimismi ambientati in casolari di campagna o consimili. Ogni tanto farne materiale di racconto non è male.

 

manu

postato da secondavisione | 10:24 | commenti (14)


domenica, aprile 25, 2004
 

Una storia americana di Andrew Jarecki

 

Anche se ha sofferto di una distribuzione ridicola, è quasi necessario parlare di un film, di un documentario del genere, vincitore di un premio al Sundance dell’anno scorso. La principale difficoltà sta nel continuo mutare del soggetto del documetario, che sottrae le certezze allo spettatore, mette in dubbio tutte le testimonianze attraverso la loro contrapposizione, cambia continuamente la posta in gioco. I Friedman sono una famiglia che vive a Great Neck, quartiere residenziale di Long Island, composta da padre madre e tre figli maschi, David, Seth e Jesse. Il padre, Arnold (in questo momento non ricordo di preciso) è un cineamatore, quindi ogni momento di vita familiare ha una testimonianza filmata, che è stata utilizzata da Jarecki: le vacanze, le grigliate, le riunioni sui vari problemi. Ad un certo punto la polizia scopre che il padre, professore al liceo che dava lezioni pomeridiane di informatica (siamo nel 1984 circa) e di pianoforte, si faceva inviare materiale pedofilo dall’Olanda. Partono le indagini interrogando i ragazzini, dagli otto ai dodici anni, partecipanti ai corsi pomeridiani che confermano i peggiori sospetti: le lezioni erano occasione per ripetute violenze sessuali, perpetrate dal padre e dal figlio minore Jesse. Sembra un copione classico: dietro la facciata di happy family si nascondno quali oscuri segreti. A questo punto la narrazione procede attraverso l’uso dei filmini della famiglia, le interviste ai figli Jesse e David, che fa il clown alle feste di compleanno dei bambini a New York, alla madre, al fratello di Arnold, a poliziotti, giornalisti, e a vittime (o presunte tali) delle violenze. Molti momenti della vita familiare sono ripresi nei filmini: la madre che abbandona il padre, i litigi all’intern della famiglia, i sospetti. Alla questione pedofila, si affianca l’esplosione familiare e giudiziaria, ripresa dal vero nella follia della ripresa continua, per cui anche prima del processo i tre figli si riprendono danzare fuori dal tribunale. Inoltre le testimonianze incrociate cominciano a fare emergere dei dubbi: nessuna coincide con un’altra. Ha Arnold abusato in tenera età del fratello minore? Ha compiuto atti di violenza sessuale? Sembra di sì, lo confessa. Ma com’è possibile che per tre anni dei ragazzi di dieci anni venissero stuprati, anche con “cerimonie” di gruppo e nessuno si sia mai lamentato, nessuno abbia mai detto niente. Perché alcuni ragazzini ora sostengono che mai nulla di tutto ciò accadde? Perché ci sono certi che dicono che le risposte furono loro messe in bocca dalla polizia? Perché alcune testimonianze di poliziotti sembrano ricordare un antro infernale pieno di riviste porno pedofile mentre nelle foto della perquisizione non c’è traccia di queste? Tutto scivola, non dà certezze, anche l’isteria collettiva sulla pedofilia viene messa sul piatto. Non si arriva ad un minestrone di temi, ma a un congegno che a un tema risponde con un altro, che mette in crisi quello precedente. Un’esperienza sconcertante e sconvolgente, un documetario di fattura davvero notevole. Da recuperare in ogni modo, se riuscite. manu

postato da secondavisione | 13:04 | commenti (6)


martedì, aprile 20, 2004
 

FILM DANNOSI PER L'UMANITA'

Inauguriamo un nuovo spazio all'interno di questo blog. Recensiamo film che trovano difficoltà ad inserirsi nelle ormai logore categorie bello, brutto, inutile, ecc.. Trattiamo quei film che a causa dei loro contenuti, del loro stile o della loro rappresentazione del mondo, possono essere considerati dannosi per l'umanità intera. Servizio gratuito fornito da questo blog che vi permetterà di preservarvi da pellicole terribili, da evitare come la peste.

Paura, eh?Il primo film che ha l'onore di entare a fare parte della categoria è Valentin, scritto e diretto da Alejandro Agresti. Argentina, anni '60: Valentin è un bambino di otto anni, dotato di un simpatico paio di enormi occhiali da nerd, attraverso i quali guarda un mondo agrodolce, fatto di papà cattivi, razzisti e donnaioli, di mamme che non ci sono ma ricolme d'amore, di nonne che parlano da sole perchè ormai rincoglionite e vedove, di zii simpatici e carini, di quartieri colorati con il bar all'angolo dove si alterna un'umanità piuttosto folkloristica (dall'uomo che legge il giornale al pianista romantico, mezzo filosofo e contemporaneamente mezzo alcolizzato, per finire con dottorini della mutua pronti a far uscire il loro lato più umano). Un mondo finto, melenso, tratteggiato con una profondità da sussidiario, luogo della memoria dell'autore che, attraverso un autobiografismo spudoratamente ricattatorio, tenta di far passare come poetico e tenero il guardare alla vita innocente e spontaneo di un bambino tenerissimo suo malgrado cresciuto troppo in fretta a causa delle brutture della vita. Inutile dire però che la fanciullezza ci dona anche la dose necessaria d'immaginazione per rendere il tutto più dolce e inevitabilmente poetico. Realismo magico? Ecco, siamo proprio da quelle parti. Nelle sue derive più becere. Il regista, dopo aver indugiato per tre quarti del film su primi piani da soap opera sul tenerissimo e simpaticissimo pargolo, si ritaglia pure la parte del terribile padre cattivone, così, giusto per incrementare ancora il pathos e il coinvolgimento personale. "La vita è come un piatto di tagliatelle" (!!!) dice Valentin alla fine del film. Lo spettatore, nelle intenzioni dell'autore, dovrebbe commuoversi con un bel sorriso sulle labbra per cotanta spontanea simpatia. In realtà, sogna sadicamente camion guidati da automobilisti impazziti d'odio che guidano bendati per la via del simpatico e colorato borgo argentino. Un Oscar poteva pure vincerlo...

FEDEmc

postato da secondavisione | 19:33 | commenti (10)


lunedì, aprile 19, 2004
 
FRATELLI PER LA PELLE, Bobby & Peter Farrelly, USA, 2004

Bob e Walt (Damon e Kinnear. Entrambi bravissimi. Giuro, anche Damon) sono due fratelli siamesi uniti per il fegato. Il primo è un timido ed impacciato cuoco, il secondo è uno sciupafemmine aspirante attore. I due, da un paesino sfigatissimo, si spostano a Hollywood per tentare di dare una svolta alla carriera di Walt. Decisamente il miglior film dei fratelli Farrelly, che rinunciano in parte alle battute più volgari con cui sono diventati famosi, ma che riesco a mantenere una cattiveria e soprattutto una scorrettezza (meno immediata che nei film precedenti ma sicuramente più grafiante) impensabili per una commedia Hollywoodiana. Al centro della storia questa volta i due registi piazzano in primo piano i freak che costellavano i loro film precedenti, scelta che permette loro di essere ancora più impietosi verso tutto e tutti, senza riserve. Il problema dei loro lavori precedenti era sempre quello della gestione del tempo e dei generi, che inevitabilmente in uno scatenato affastellamento andavano a urtarsi, creando notevoli differenze di ritmo. Al contrario in questo caso, tutto sembra filare liscio, la tentazione ad allungarsi ce l’hanno sempre ma, i momenti comici – che siano gags slapstick o scatenati non sense - riescono ad andare di pari passo con la narrazione e soprattutto con i passaggi sentimentali ed emotivi, quelli che creavano più problemi. La gag principe del film, la diversità dei due protagonisti, sembra non esaurirsi mai, rinnovandosi continuamente e trovando via via sempre nuovi sbocchi comici. La presenza di Cher, Griffin Dune e Meryl Streep nelle parti di loro stessi e di Seymour Cassel, permette alla storia di sbeffeggiare pesantemente l’industria cinematografica. Una gran boccata d’aria fresca in un periodo piuttosto deprimente. Rimanete per tutti i titoli di coda. Al solito, gran colonna sonora che piazza i ritrovati Pixies sui titoli di testa.

FEDEmc

postato da secondavisione | 13:35 | commenti (6)


domenica, aprile 18, 2004
 
SECRET WINDOW, David Koepp, USA, 2004

David Koepp è un bravo scrittore e un discreto regista. Ha scritto una lunga serie di buoni film, come Carlito’s Way, Spiderman, Omicidio in Diretta, Jurassic Park, e ha girato Echi Mortali, horror thriller più che dignitoso. Per questo suo nuovo film si è ispirato ad un omonimo racconto di Stephen King. Come sfortunatamente sappiamo, gli scritti del geniale romanziere del Maine, possono essere dei grandi film come delle immense bufale. Questo Secret Window alla fine non è ne uno ne l’altro. Si pone come una via di mezzo, a dire il vero piuttosto inutile. È uno di quei film che una volta accese le luci in sala, già sta scomparendo dalla nostra memoria. Qualche buona intuizione, buona volontà, affogata in una storia che al cinema evidentemente non rende e che sconta forse troppo il passaggio dalla carta stampata al grande schermo e in uno stile di maniera e decisamente poco incisivo. Quello che manca è la tensione, quella spinta che dovrebbe portare lo spettatore a sentirsi curioso, angosciato. Inspiegabilmente Koepp, che di meccanismi thriller dovrebbe capirne, al decimo minuto di film spiattella la soluzione della storia così, senza che nessuno gliela avesse chiesta. Quello che rimane, a questo punto, è un film che non sa assolutamente dove andare, che sa di avere poche cose da dire, e che soprattutto lo fa utilizzando situazioni che puzzano di deja-vu lontano un chilometro. La Metà Oscura aleggia inevitabilmente su tutto il film (la presenza di Timothy Hutton è li a sottolinearlo) e a metà si spera che arrivino degli alieni carnivori o che il tutto diventi un musical. Sfortunatamente niente di questo accade e si finisce per annoiarsi. Resta una buona interpretazione di Deep, evidentemente più a suo agio nei panni dell’imbranato che del figaccione, qualche virtuosisimo registico (al terzo però si invoca pietà) e poco altro. Turturro si limita a fare delle faccette buffe. Philipp Glass la deve smettere.

FEDEmc

postato da secondavisione | 22:49 | commenti


mercoledì, aprile 07, 2004
 

La passione di Cristo (per tacere di quella del minimo comune spettatore)

Andava visto, e vabbè. Ne ho parlato e se ne parla. Quindi: l'ho visto. Piccola nota personale: stasera mi girano le palle, anche perché è ormai settimane che vado al cinema e butto via un capitale di vita e di soldi a colpi di due ore/cinque euro. Ma vogliamo fare della critica cinematografica, no?, seppur cialtrona. Quindi.

Questo film è brutto, bruttissimo. Girato con mano pesante da morire. E' un film banale. Me lo immagino, Mel Gibson, nel suo studio, che pensa e dice: "Allora: il musical l'hanno fatto. Il kolossal hollywoodiano tutto costumi e comparse pure. Il film d'autore palloso, di quell'italiano, Pasoleeni, pure. Che manca?" Poteva pensare al postatomico, ma non è un genere commerciale e commerciabile oggi. Invece Mel ha pensato all'horror. E con quel taglio confeziona buona parte del film, in particolare i primi cinque minuti, ambientati in un orto degli ulivi terrificantemente simile ad un cimitero della Hammer. E anche l'apparizione di Satana (Rosalinda Celentano) è inquietante. La prima volta, s'intende. Perché dopo, quando si aggira a caso nel film, il senso di inquietudine diventa un molto più banale senso di fastidio e noia. Che poi l'horror viri allo splatter e al gore (carne che si spezza, schizzi di sangue: ci fosse la merda sarebbe veramente pulp - pure troppo) e ai video di Aphex Twin (le visioni di Giuda che si pente del tradimento, con bambini dai visi inquietanti sono trash - e usiamolo 'sto termine), beh, è un altro discorso.
Ma Gibson non si accontenta di rifarsi alla storia, appunto. Aumenta, ingrandisce, squarta, mostra pus e lacrime. Tutto al ralenti, metti che uno non colga.
E così Gesù lungo la via crucis sembra Rocky Balboa, che pare che non ce la faccia, ma alla fine si rialza, anche se lo sguardo non è dei più lucidi.
E così i Romani torturatori sembrano una banda di coatti ubriachi.
E la Bellucci (basta, no?).
E Sabrina Impacciatore che asciuga il volto insanguinato di Cristo, e la veronica che gli rimane in mano è precisa che manco con gli stampini.

Gibson è ossessionato dal mostrare. Non si/ci/mi/vi risparmia niente. Non fa parlare la storia (che è la seconda o la terza più portata sullo schermo. Qual è la prima? Dracula. Traete le conclusioni che volete), né si affida alla memoria dello spettatore, infarcendo tutto di flashback risibili e di un didattico che manco Zeffirelli (e ho detto tutto).

Il finale lo posso rivelare, tanto la storia la sapete, no? Alla fine il povero cristo viene messo in croce (chiodi infilati: se non sbaglio tre martellate a destra, tre a sinistra e altrettante nei piedi) e muore. A quel punto che fa il delicatissimo Mel? Ripresa dall'alto del Golgota e soggettiva della prima goccia di pioggia che cade. Al ralenti, ovviamente. E poi? Primo piano su RoSatana Celentano che urla disperata (il Male ha perso, il Bene ha vinto) in una landa desolata: superzoom velocissimo all'indietro. Che tocco, maestro.
Resurrezione: la pietra si sposta da sola, entra la luce nel sepolcro, che illumina il sudario, sotto il quale c'è il corpo di Cristo. Come nella sigla di Manimal, di colpo il sudario si "sgonfia" e compare in primo piano Gesù, di profilo. Apre gli occhi. Chiude gli occhi. Apre gli occhi e si alza, verso...
L'ultima immagine che abbiamo è assolutamente significativa del film, e offre la vera chiave di lettura dell'opera tutta. Primo piano della mano bucata di Gesù, stesa lungo la gamba. Vediamo la sua coscia attraverso il buco. Fisiologicamente corretto. Ops. Filologicamente, volevo dire filologicamente. D'altro canto, il film è in ebraico, aramaico e latino, no?

Francesco

postato da secondavisione | 22:23 | commenti (22)