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lunedì, maggio 31, 2004
A proposito di Troy, ieri sera in Tv davano una cosa chiamata Helen of Troy, in cui c'erano romani che combattevano anche se si chiamavano Ettore e Paride: era meraviglioso, sembrava di assistere a Centovetrine in salsa peplum manu
lunedì, maggio 24, 2004
Troy (Wolfgang Petersen, 2003)
Siamo seri, per accusare Wolfgang Petersen di lesa filologia ci vorrebbe un gran coraggio. E poi, ci interessa che Omero la racconti proprio così? Insomma, non sono gli innumerevoli strafalcioni a rovinare il film Troy, che è brutto perché è prolisso, musicato in modo criminale e si divide tra due protagonisti di cui uno (Achille, Brad Pitt) non ha niente da dire e parla troppo, mentre l'altro (Ettore, Eric Bana) non ha niente da far vedere ma è sempre inquadrato. Poi, come spesso succede nei film brutti, le cose più interessanti sono anche le più improbabili e gli spunti più belli vengono persi per strada.
Per dire, Achille è un prototipo di eroe psicopatico, incapace di frenare istinti, violenza e sentimenti. Non sarebbe stato male vedere un Brad Pitt meno apollineo, meno eroe cinico che sa tante troppe cose della vita, più invischiato nei lati oscuri dell'azione. Ci sarebbe la vendetta di Patroclo, che però qui è il cugino (non l'amato...) e si perde tutto il bello.
Brad Pitt, si diceva. La guerra di Troia dura più o meno dieci anni, cioè quasi un terzo della vita media di un greco dell'età classica, cioè tantissimo. La vicenda mostrata in Troy dura sì e no due settimane. Vi immaginate gli inamovibili pettorali di Brad Pitt dopo un campeggio di dieci anni sul mare? Infatti, il corpo meraviglioso dell'attore è davvero il centro del film. Non un corpo per l'azione, nemmeno per quella esagerata dei peplum italiani o di Conan - Schwarzenegger, ma un corpo alla Calvin Klein, perfetto quanto più privato di elementi terreni, deputato alla contemplazione. E questo è forse il lato più irritante (ma anche meno banale) del film: quello di trasferire l'epica, le imprese di uomini e di eroi che hanno bisogno di tempo e tradizione per diventare eterne, nell'istantaneità dell'immagine da mensile di moda, una versione disinvolta ma coerente del binomio greco bellezza/valore. Le musiche sono da interdizione dai pubblici uffici.
paolo
domenica, maggio 23, 2004
Critica preventiva (visto che va di moda, anche se non funziona molto)
Non penso che andrò mai a vedere I Diari dell motocicletta di Walter Salles, perchè costui mi ha già truffato con Central do Brasil e l'orrido Abril Desperacado. Sarà un film spettacolare di stretta osservanza hollywodiana (niente di diverso da Pearl Harbour, per intenderci) ma lento come si addice ai film "per persone intelligenti", con la presa di coscienza davanti alle sofferenze sottolinata da tontruante musica di archi. Sarà inoltre calmo e posato pèer dare l'alone di sudamerica, con l'aggiunta di qualche "bella vista" e di qualcosa di tipico (musica, poncho ecc.) Ma soprattutto non andrò a vederlo perché non ho voglia di trovarmi a difendere un film del genere da colro che diranno: "ma io ho letto il libro, non è mica così la vita del Che". L'ultima volta che ho sentito un discorso del genere è stato a proposito di "Buongiorno, notte", in cui una tizia sosteneva che il film era brutto perchè in realtà la brigatista donna non era buona ma era la più feroce di tutti. Io cercai una risposta adeguata che poteva essere: 1) cominciare dalla caverna di Platone per fare una panoramica sulla teoria della rappresentazione nel pensiero occidentale e cercare di giustificare un "hai detto una cazzata pazzesca" 2) cercare di ucciderla a colpi di pasta coi pomodorini 3) fare finta di niente e rivolgersi all'altro vicino per approfondire l'argomento "l'acquisto di Legrottaglie è chiaramente una manovra politica per accaparrarsi i favori della lobby yemenita". Io scelsi la terza.
Qualcuno dei colleghi forse andrà a vedere il film e mi smentirà. In realtà questo sarebbe dovuto essere un commento a caldo (e preventivo) sulla Palma d'oro a Michael Moore e al suo Fahreneit 9/11, ma è difficile. Forse tra le righe qualcosa di quello che ho scritto c'entra qualcosa.
manu
lunedì, maggio 17, 2004
PHONE,Byeong-ki Ahn, South Corea, 2002
La paura corre sul telefono senza fili, ovvero: ho sfortunatamente collegato il modem in una morta
Comincia ad avvicinarsi l’estate e puntualmente spuntano in sala i primi horror da discount. Questa volta, grazie al successo di film come Ringu, Dark Water e The Eye, si va a pescare in quell’enorme calderone che è la produzione di genere orientale (siamo finiti nella Corea del Sud), capace di cose fantastiche e, ovviamente, di cose non proprio esaltanti. Phone, da qui forse le ragioni del suo arrivo sui nostri schermi, recupera in gran parte situazioni e atmosfere dai film di Hideo Nakata, senza però averne la forza o l’efficacia. La storia, assolutamente risibile, gira attorno ad una giornalista e a delle strane telefonate che riceve sul suo cellulare. Le vocine dall’altra parte della cornetta rischiano di far impazzire un po’ tutti, bambina inquietante compresa, e ovviamente nascondono un angosciante e terribile segreto. Buchi di sceneggiatura, spunti persi per strada, citazione alla Tamaro (!!!) e al solito Chiaro di Luna, si rincorrono in un film che punta la sua funzionalità interamente sulla musica sparata a palla e al classico salto sulla sedia (e che diciamolo, fa anche poca paura). Interessante la lunga parte melò, ma decisamente inferiore a quella finale di Dark Water o di altri prodotti simili. Con le cose straordinarie che si girano in Corea, proprio Phone dovevamo distribuire? Per gli appassionati del genere si consiglia il recupero in home video in giorni uggiosi. Per gli altri… recuperate Hideo Nakata.
FEDEmc
domenica, maggio 16, 2004
La spettatrice di Paolo Franchi
Già il secondo film italiano bello visto nell’ultimo mese, quando le maglie imperscrutabili della distribuzione si fanno più larghe. La trama in breve forse sufficiente a rendere la atmosfere del film: Valeria (la bellissima Barbara Bobulova) fa la traduttrice simultanea e passa le serate a osservare dalla finestra il suo vicino Massimo, ricercatore farmaceutico. Quando questi d’improvviso si trasferisce a Roma, lei lo segue, senza averci mai effettivamente parlato, e si introduce nella sua vita, conoscendo la sua donna, la non più giovane Flavia, ordinaria di diritto penale.
Ci potrebbero essere tutti gli ingredienti del pessimo film italiano “d’autore per forza”, ma in realtà i silenzi carichi di significato per una volta non sono ornamentali, e si riferiscono a passioni e sensazioni molto precisamente delineate. Sono le scelte fatte in automatico, come la menzogna che racconta Valeria a Flavia in un bar, traducendo un discorso in inglese fatto a un tavolo vicino, sono scelte che non portano a nulla di concreto, se non ad attualizzare un’incapacità a vivere quasi congenita. Però non si rinchiude mai su se stessa in autocelebrazione o in facili scappatoie, ma diventa messa in scena pesante che non elude mai le durezze e impossibilità.
Nessuna facile risposta, una sceneggiatura asciutta, una scrittura rigorosa (peccato per le scena di masturbazione, unica vera caduta in un pessimo simbolismo decadente) che rendono il film realmente da vedere, per come riesce a mettere in gioco lo spettatore senza concedergli mai nulla.
Fatte le ovvie e debite proporzioni, solo gli ultimi film di Bellocchio mi hanno lasciato uscire dalla sala con una simile sensazione, tra i film italiani
manu
sabato, maggio 15, 2004
Noi discettiamo del più e del meno e ci siamo scordati che è uscito nelle sale quella cazzata ciclopica* di 29 Palms di Dumont Un film in cui il rapporto di coppia viene messo a nudo nelle sue dinamiche statiche e distruttive, in cui la matericità dei corpi si dilegua nella temporalità di movimenti di macchina gocciolanti e nella spazialità del deserto, che permette a Dumont di percorrere tableaux vivants di carne e sabbia. L’amore, il sesso: ma sono reali? La nostra vita non è fatta solo di pulsioni primarie? Siamo pronti a ricevere il tocco inaspettato del destino? Se stiamo insieme ci sarà un perché? Ma c’è sesso senza amore? Sono queste le domande che toccano un po’ l’umanità intera e questo film colloca sommessamente le sue risposte. Finalmente una pellicola che sembra soddisfare tutti i crismi del genere “cazzata ciclopica”, è come un po’ se la nostra ricerca dell’Eldorado avesse visto una conclusione.
*mi scuso con i non specialisti per l’uso dellla locuzione “cazzata ciclopica”, ma un buon dizionario dei termini cinematografici colmerà la vostra ignoranza. Tanto siete ignoranti e non capirete nemmeno le raffinate allusioni del film che io ho espresso con maestria nel corso della recensione.
manu
martedì, maggio 11, 2004
Aggiorniamo con un po’ di prime visioni. Riappare dopo alcuni anni di latitanza, Vincenzo Natali, regista canadese, autore di quel piccolo caso di fantascienza che fu The Cube. Il suo nuovo film, Cypher, è datato 2002, ma inspiegabilmente esce da noi solo oggi e in un numero di copie talmente esigue da renderlo abbastanza difficile da vedere. In un futuro molto prossimo, un uomo viene usato come spia da alcune aziende tecnologiche che non esitano a cambiargli identità, fargli il lavaggio del cervello o a drogarlo per i loro più bassi scopi. Contemporaneamente, mentre il suo distacco dalla realtà si fa via via più evidente, verrà contattato da dei “ribelli” che lo aiuteranno a districarsi tra gli innumerevoli tranelli e doppi giochi. Non potendo giocare ancora una volta con un meccanismo fin troppo calibrato e chiuso, fine a se stesso come quello de Il Cubo (che funzionava, ma inevitabilmente lasciava il dubbio che forse sarebbe stato meglio con venti minuti di meno), Natali tenta di realizzare un film che recupera una Sci-Fi che potremmo definire in qualche modo “classica”, sicuramente poco attuale: in un’ottica Dickiana, perdita d’identità, finzione e realtà, inganni, doppi e tripli giochi si rincorrono per tutto il film, tentando di rilanciare continuamente la tensione. Sfortunatamente dopo poco la struttura narrativa si fa fin troppo complicata e macchinosa, il regista conferma di essere decisamente prolisso e, al ventesimo colpo di scena, si comincia a sbuffare e ad arrovellarsi il cerebro con dei ragionamenti astrusi. Peccato perché Natali ha un buon occhio sui personaggi di contorno e soprattutto sui luoghi che, pur richiamando alla memoria i set del film precedente, non mancano di inquietare. Rimane la soddisfazione di vedere un discreto film di genere, realizzato con evidente povertà di mezzi. Cypher è infatti un piccolo film che trova spazio in un genere cinematografico oggi come oggi dominato dalle mega produzioni miliardarie, che fanno dell’effetto speciale e della sua evidenza una credenziale fintamente necessaria. Forse il suo pregio maggiore è tutto qui: la Fantascienza si può ancora fare con “pochi” soldi, ma con un surplus di idee. Certo, le idee di Natali non sono nuove e, come abbiamo detto, spesso non funzionano, ma almeno c’è un tentativo. Per gli appassionati del genere da recuperare in home video. Lucy Liu, nella parte della misteriosa donna del capo dei ribelli, con parrucca rossa e tutine di lattice, è sempre bellissima, ma sembra un po’ annoiarsi.
Parigi. Una cameraman annoiata e sola, viene casualmente in contatto con una banda di rapinatori e sceglie di darsi al crimine. Insieme i cinque, tra amicizie, amori e incomprensioni, architetteranno il “colpo grosso” per mettersi a posto per tutta la vita. Dopo la parentesi giovanilistica de L’Appartamento Spagnolo, Klapish realizza Autoreverse, film sicuramente non risolto, ma che a ben vedere evidenzia più di un pregio. L’intento è, anche in questo caso, quello di realizzare un sano film di genere. Klapish poi fa confusione, mescola un po’ troppo le carte in tavola, ma l’intento è sicuramente lodevole. Tolto l’inizio, stiloso e fastidioso come uno spot di una macchina, e il finale, brutto come pochi, rimane una buona ora di cinema di genere che spazzia tranquillamente dai toni della commedia a quelli della tragedia più cupa e dolorosa, passando per iln film di rapina. Decisamente più convincente nel finale, Autoreverse spiazza per come devasta senza pietà quello che poteva essere sulla carta l’ennesimo elogio furbacchione della microcriminalità simpatica e romantica, tutto stile video clip e frasi mitghe, miticissime. Tutto il film è percorso da un sottile filo d’amarezza che rende difficile provare quella simpatia tesa a farci rivalutare umanamente i gangsters figaccioni di Guy Ritchie o affini, e i pochi momenti di gioco, di sospensione della narrazione, sono quasi sempre tristi o grotteschi. Non sempre tutto torna e, lo ribadiamo, qualcosa di brutto c’è, ma qua e la si ritrova qualcosa che, con enormi e debite differenze, richiama alla memoria il noir americano Quaranta. Ottimo il cast.
Torna alla regia anche John Boorman con In My Country, film sull’apartheid tratto dal libro di Antjie Krog, Country Of My Skull. Durante le sedute delle “Commisioni per la verità e la riconciliazione” del 1995 in Sudafrica, si incontrano, si scontrano, si apprezzano, si amano, ma poi si lasciano, due giornalisti (Jackson e la Binoche), interessati a raccontare la verità sugli orrori perpetrati da parte della polizia ai nativi. Molti buoni spunti come il confronto tra due diversi tipi di appartenenza a una terra (Jackson afroamericano, Binoche bianca ma nata in Africa), il senso di colpa, il ritrovamento della dignità, affondano in un film indeciso tra il film dossier e la classica cartolina di denuncia. La sensazione è che la signora Mariella, all’uscita dalla sala, carica di commozione per le lacrime versate copiosamente dalla Binoche, si affretti ad acquistare compulsivamente dei monili africani per poi sentirsi a posto con la coscienza. La voce over della Binoche che recita insostenibili poesiole su quanto sia bella, selvaggia e fiera l’Africa, la sfortunata scelta di spostare l’attenzione dai dolorosissimi processi alla storia d’amore tra un afromaricano e una bianca (con battute degne di una parodia di Indovina Chi Viene A Cena), le faccette della Binoche che piange o che sbuffa borbottando frasi saggissime in Afrikaner, la presenza macchiettistica del nero simpatico e spensierato (un Martin Lawrence Africano quindi, nella mente degli sceneggiatori, dotato di una dose standard di saggezza) e un finale da denuncia, rischiano di rovinare un film dall’intento mobilissimo e sfortunatamente, insopportabilmente, attuale. Come per Monster, si rimpiange l’idea di non aver potuto vedere un documentario, ma un film che non ha il coraggio di andare fino in fondo e che troppo spesso si affida al pietismo e alla ricerca della lacrima facile. Peccato.
FEDEmc
lunedì, maggio 10, 2004
Conosci te stesso (autoreferenzialità travestita da approfondimendo, ergo nulla di nuovo) Ma noi quattro siamo davvero "critica facinorosa e selvaggia con pochi punti fermi e molti punti mobili"? Se si, cosa vuol dire? manu
domenica, maggio 09, 2004
Quiz cinefili per perdere interi pomeriggi. (caldamente consigliati i visuals)  Buon divertimento
mercoledì, maggio 05, 2004
Kill Bill e dintorni
So che Paolo aveva scritto un post ma spinder se l'è mangiato quindi, in colpevole ritardo, cominciamo il dibattito interno ed esterno su Kill Bill. Vi tocca un post palloso e lungo, ma sono di cattivo umore. Non è una scusa ma quasi.
Dopo il primo troncone mi era chiara, anche perché ribadita in ogni dove, l'intenzione di Tarantino, cioè di creare una sotra di summa delle variazioni sul tema vendetta, attingendo a piene pmani dal cinema di genere passato. La scansione in capitoli, di libro, era funzionale a questo: ognuno aveva un proprio "tema" (il massacro, l'uccisione del padre, la donazione dell'oggetto magico), un propria autonomia stilistica e figurativa (addirittura un cartrone animato).
Senza vole proprio prendere sul serio il paragone, una sorta di Ulysses basato però su un archetipo del cinema di genere. E sembrava funzionare: i capitoli avevano confini ben marcati, non erano mai consecutivi o consequenziali logicamente. Un'operazione toerica interessante, una sorta di presa di coscienza del ruolo che il cinema di Tarantino ha avuto negli ultimi anni. Il ruolo si può scegliere (parassita, capostipite, punta dell'iceberg, geniale ideatore), ma l'importante è che Kill Bill fosse una esplicita presa di coscienza.
Si dice un po' dovunque che Tarantino è godardiano. non sono sicuro di quello che significa, se non che è un bell'aggettivo, ma secondo me va inteso non tanto come decostruzione [prima deviazione: verrà pubblicato prima o poi un Indice del lessico della critica cinematografica, in cui il termine decostruzione, assieme ad altri, sarà bandito, in quanto inteso solitamente come "un film dove si può dire finalmente un po' quel cazzo che si vuole", e quindi paragonabile alla fede anarchica dei diciassettenni spinellari. FINE], quanto come una politica degli autori fatta negli anni novanta nei confronti degli unici a cui un'opoerazione del genere fosse ancora applicabile. Dunque, registi "di serie B", sottovalutati, criticati, ignorati. Ciò era già stato fatto con Pulp fiction e gli altri film, ma in questo caso sembrava dover'essere l'esplicitazione più cristallina di tutto questo.
Invece il Volume II sembra non sottostare a questa intenzione: la scansione in capitoli rimane, ma molto spesso sforano l'uno nell'altro, c'è un recupero della narrazione lineare, del dialogo esteso (anche se non troppo ficcante) contro il collage pop del primo. Nell'immediato ho provato delusione, perché la grandiosità della summa mi sembrava tradita e scivolata nella confusione e nell'imprecisione. Ma forse il marketing indica una strada possibile. Kill Bill volume II è stato lanciato come "Il nuovo capolavoro di Quentin Tarantino". Come Godard negli anni sessanta, si trova ad essere consumo culturale della cinefilia, o meglio "di chi vuole saperne di cinema". Ma senza allontanarci troppo in question esterne, il problema potrebbe risiedere nell'autore-star Tarantino, uno degli ultimi, assieme a Scorsese, che è un residuato di un "gruppo" che non fa più molto.[seconda deviazione: Bogdanovich gira spot per deodoranti in Canada, come dice Woody Allen che ormai è l'exploitation di se stesso come genere, Malick gira un film ogni vent'anni, Cimino perso nei deliri di onnipotenza, Coppola produce vini e sparge semi sperando che qualcosa venga fuori, Spielberg ormai Grande Autore fa film profondissimi della durata di sei ore in cui mette anche le idee che sono venute al suo gatto]. Insomma, per concludere, non riesce (per fortuna) a creare un gruppo Dziga Vertov, cioè ad andare in fondo alla sua intuizione e intenzione teorica che sembrava trasparire dall'inizio, ma recupera la narrazione, l'energia non solo del classico, ma anche del generi a cui si ispira e da cui prende a piene mani (niente giochini di riconoscimento di citazione, please).
Quindi, se da un lòato cede in chiarezza e metodicità dall'altro recupera una vitalità che nel primo era manifestata soprattutto dall'impatto visivo e dall'impressione di camp. Per questa doppia tendenza, da un lato è un film che non manitene quello che promette, che fa confusione e contraddice se stesso, dall'altra riesce a recuperare, attraverso l'imperfezione, una vitalità e uno stile che sembrano ancora funzionare e a coinvolgere.
Temo di essere stato pesante e poco chiaro, me ne scuso. Uma è la parte più bella del film.
manu
martedì, maggio 04, 2004
L'ALBA DEI MORTI VIVENTI, Zack Snyder, USA, 2004 Nell'ansia tutta americana di rivitalizzare l'Horror, si continua a guardare al passato e a rifare dei capolavori del genere. Ogni tanto si rimane delusi, ogni tanto si rosica un pò, ma sotto sotto... Ebbene si, mi sento quasi un pò in colpa a dirlo, visto che alla notizia della nascita di questo film mi ero un pò preoccupato, ma mi sono divertito. E non poco. Forse il migliore capitolo della trilogia dei morti viventi di Romero, sicuramente quello più felice nella difficle interazione tra intenti e realizzazione, finisce nelle mani di uno sconosciuto regista di video clip che riesce nella difficile impresa di non farci uscire dal cinema urlando orrende imprecazioni ai quattro venti. Il film in fin dei conti funziona: la trama viene rispettata, il sangue non manca, la tensione si mantiene costantemente alta, l'incipit è forte e accattivante... Certo, stiamo parlando di un altro film, di altre menti dierto la macchina da presa, ma per gli appassionati del genere c'è di che gioire. Snyder sembra intuire ciò che si trova a dover rifare e, pur accreditando Romero (Da una sceneggiatura di...) cambia alcune carte in tavola. Fondamentalmente muta la critica al consumismo e alla prossima morte cerebrale del cittadino dell'originale, in una critica generale, e sicuramente a ben vedere superficiale, all'America. Le inizilai sequenze del dilagare del virus, sono scene di repertorio di violenza urbana, di manifestazioni finite in botte, di "comuni" pestaggi da strada. La disgregazione della famiglia (l'orrenda filiazione), la posticcia pace e il finto ordine ritrovato del gruppo di eroi, il finto happy ending, qualche corda riescono a toccare. Niente a che vedere, sia chiaro, con la profondità del discorso Romeriano, ben più articolato e di inclinazione politica pare opposta, ma effettivamente a ben guardare qualcosa di politico rimane. Per lo meno non siamo dalle parti di quella socilogia spicciola di 28 Giorni Dopo di Danny Boyle. Le idee ogni tanto poi riescono a stupire (vedi la comunicazione tra fortino e fortino, tra mall e armeria, il tiro a segno con i simil divi del cinema e della televisione) e, anche se vi a pescare inevitabilmente tra un infnito materiale già esistente (oltre all'inevitabile fonte originale si notano qua e la Mad Max, Cannibal Holocaust, Il Ritorno Dei Morti Viventi di O'Bannon e molti altri), l'amalgama, a fasi alterne, funziona. Rimane il dubbio che il regista, al di la del facile discorso politico di cui sopra, abbia gioco fin troppo facile, e che di realmente personale ci abbia inserito ben poco ma, pur sperando che Romero vinca la causa in corso, ci si diverte e si evita il disastro. Io ho tirato un sospiro di sollievo. Con qualche senso di colpa, ma l'ho fatto. Brutto l'utilizzo del digitale, ma qualche buon colpo in colonna sonora (The Man Comes Around di Jhonny Cash). Tom Savini, storico curatore degli effetti speciali di Romero, compare nella parte di uno sbirro fascista.
FEDEmc
lunedì, maggio 03, 2004
MONSTER, Patty Jenkins, USA, 2003
Film sulla vera storia di Aileen Carol Wuornos, prostituta e spietata assassina seriale attiva in America negli anni '80. La donna, dopo aver passato un'infanzia terribile, ma ricolma di sogni, d'amore e di speranze per una vita normale, finisce per diventare una feroce assassina contro la sua volontà. A nulla ovviamente servirà la storia d'amore con un'altra anima persa, la giovane Selby. Patty Jenkins dirige un film dalle pretese più che alte (ritratto di un America feroce, amore redentore, crudeltà umana, ...) senza mai essere realmente incisiva, ma cadendo ovviamente nei più facili tranelli: il primo dei quali è ovviamente la tanto osannata interpretazione, premiata con l'Oscar, della bellissima Charlize Theron (per l'occasione irriconoscibile e brutta). L'attrice è costantemente sopra le righe e finisce per portare alla mente una parodia del Joe Pesci dei film di Scorsese, tanto è fintamente violenta e "scaricatrice di porto" (Christina Ricci, dispiace dirlo, ma qui è ai minimi storici). In secondo luogo lo stile da classico film indipendente americano (ma con più di una pecca) affloscia il tutto, svelando la falsità dei terribili luoghi e personaggi che la regista mette in fila uno dopo l'altro per farci capire meglio il perchè di tanta violenza. Quelle macchie di umidità in quelle brutte stanze d'albergo, giusto dietro a terribili bar malfamati, popolati da omaccioni barbuti e con la birra in mano, finiscono inevitabilmente per svelare immediatamente la loro natura di set argutamente sporcati a dovere (lo stesso lo si può dire per tutti i personaggi: tutti mostri di cartapesta. Tipo quelli di Megaloman). Ma la cosa forse più divertente la si ha nel momento in cui la Jenkins si cimenta con quello che sulla carta era la cosa più interessante del film: perchè questa donna è diventata una feroce assassina? La risposta, ovviamente, è da ricercare in quelle due terribile sequenze iniziali (girate con un finto super 8) in cui la protagonista da piccola legge una bella rivista di moda ma, come nei cartoni di Tom & Jerry, enrtrano in scena due gambe, un dito accusatore una mano violenta. Il padre, ebbene si, era un cattivone. Vi viene in mente un metodo più sbrigativo o più banale per tentare di andare a fondo di una mente malata? Fatecelo sapere. Il finale poi, con una bella voce over, musica a palla e luce bianca accecante, è la mazzata conclusiva per quello che poteva essere un buon film, ma che finisce per essere una sciocchezza anche abbastanza dannosa.
FEDEmc
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