|
mercoledì, luglio 28, 2004
Qui, di solito, si scrive di cinema. Scrivo di altro altrove. Ma è difficile parlare solo di cinema, quando ciò che sembra “andare a vedere un film in piazza Maggiore” è in realtà qualcos'altro.Sapevo da tempo che martedì 27 ci sarebbe stata la proiezione gratuita in piazza di Yellow Submarine. E sapevo anche che ci sarebbe stata molta gente a vederlo. Appena è iniziato il film, proprio sopra lo schermo, un po' a sinistra, c'è stata una stella cadente. Poco dopo iniziavano le note di “Yellow Submarine”. Ho avuto le lacrime lì lì sul bordo degli occhi per tutto il tempo.
Il film è un prodotto britannico, prima di essere un cartone animato, prima di essere legato ai Beatles. Le animazioni sono varie e valide: ci hanno lavorato in duecento, vorrei vedere. Spesso ricordano alcune cose che, negli stessi anni del film, venivano trasmesse dalla BBC: le animazioni di Terry Gilliam per il Monty Python's Flying Circus. Britannico, si diceva, soprattutto nell'ironia. Giochi di parole, soprattutto, che si rifanno a tutta la tradizione letteraria inglese, e, per discendenza, a quella cinematografica e radiofonica dell'epoca, che i quattro giovini seguivano. Intendiamoci: i Beatles, a parte le canzoni (e dici niente), non hanno messo becco nel processo creativo del film, anzi, manco lo volevano fare. Poi ne hanno visti dei pezzi e si sono entusiasmati. Alla fine sono stati loro ad approvare il film, un film che, oltre a dare un ritratto molto drogheggiante e ferocemente satirico della società inglese dell'epoca, è fortemente ironico nei confronti dei Beatles stessi. Per cui Ringo è, esattamente come pensiamo tutti, un bravo ragazzo un po' tonto, che ad un certo punto dice: “Anche se sono un batterista, so pensare”. Paul è un vezzoso baronetto (dei quattro, probabilmente, è stato l'unico veramente orgoglioso del titolo), che si aggiusta i vestiti e i capelli. George è un fattone che continua a dire che tutto è soggettivo: il giorno in cui viene trovato, ovviamente, è “Sitarday”. E infine John, in un gioco di parole, viene ridotto solo al suo ego. Non solo: si cita continuamente “Help” senza che compaia nella colonna sonora. Una delle armi dei cattivi, i Blue Meanies, sono delle mele verdi enormi. E ricordiamoci che la Apple era nata da poco, e già stava sulle palle a tutti, anzi: a quasi tutti. Indovinate chi continuava a farci conto?
Sarebbe possibile qualcosa del genere oggi? No. I tempi sono cambiati, si sa, discorsi vecchi e inutili.
Però quando i cattivi vengono sconfitti sulle note di “All You Need Is Love”, beh, ho creduto che fosse possibile usare la forza dell'amore per sconfiggere il male. Tre minuti e quarantasei secondi intensissimi.
Francesco
giovedì, luglio 22, 2004
Non è che qui non si va più al cinema, solo che c'è poca voglia di muoversi a causa del caldo, e quindi raggiungere le sale diventa molto difficile. Ieri sera però ce l'ho fatta - non potete capire con che sforzo - e sono andato a vedere The Call, primo film di Miike distribuito in Italia. Introduzione necessaria: Takeshi Miike è un pazzo furioso con un enorme seguito di fan sparsi per tutto il globo, che realizza una media di quattro cinque film assurdi l'anno. Inevitabilmente poi si fa media: qualche capolavoro, qualche ciofeca enorme, qualche film medio. Tra gli appassionati del regista in Italia, se ne è parlato molto, la cosa faceva molto gola ma, il trailer, quello che si poteva capire della storia e il titolo, richiamavano alla memoria una ciofeca enorme di qualche mese fa. E quindi la preoccupazione era enorme: Ma come? Finalmente Miike in sala di prima visione e ci rifilano una ciofeca? Non può essere... E invece, inevitabilmente, è andata proprio così. The Call fa parte della serie ciofeca della produzione del regista. Un altro bel film della serie: "non rispondere al tuo cellulare, potrebbe essere la Morte che ti chiama. Stai attento!" Uff... Per lo meno, dietro la macchina da presa, c'è qualcuno. Si vede che c'è del mestiere, e qualche sequenza lascia il segno, ma non si può passare sopra a una storia che fa acqua da tutte le parti (che puttanata, amma mia, che puttanata ...) e soprattutto sull'ennesimo riciclo di una lunghissima serie di topoi del cinema di genere orientale che ormai hanno rotto le palle anche a chi se visto solo Phone e Ringu. Qualche salto sulla sedia, poco sangue, qualche risata involontaria e tanta fatica per tentare di capire qualcosa in una trama che ha più buchi di sceneggiatura di un gruviera. Speriamo almeno che quest'uscita possa favorire l'arrivo di qualche altra pellicola di Miike in sala.
Per la cronaca: su Tv Sorrisi & Canzoni, famosa rivista di settore, The Call prende il massimo dei voti. Mah...
FEDEmc
martedì, luglio 20, 2004
Consigli di lettura
Mi permetto, sommessamente, di consigliare di investire i cinque euro e cinquanta che avreste dilapidato nella "Raccolta Relax", da compilare sotto l'ombrellone, nell'ultimo numero di Segnocinema.
Giurando che non mi pagano per questa pubblicità, il fatto è che contiene un interessante speciale sul "cinema commerciale" che, oltre appunto a parlare di commercio di film, illumina sul suo presunto opposto, il film come Cultura (o high culture, se preferite).
Da leggere un po' perché lo speciale è fatto bene, godibile e interessante, un po' perché quando si parla di commerciale vs. non commerciale mi vengono in mente le discussioni tra metallari adolescenti su Napalm Death vs. Guns 'n' Roses o robe simili. E quindi mi diverto a traslare tutto al cinema e a pensare a Straub come i Napalm Death e a Chicago come interpretato da Axl. Ma esco dalla musica che non è il mio campo.
Inoltre, c'è uno spassoso articolo di Enrico terrone sui "cinque gironi infernali" del cinema italiano, ossia: il narcisismo, l'autoreferenzialità, la cultura come orpello, la rappresentazione compassionevole dell'altro, il disprezzo della forma.
Sottoscriviamo in pieno, anche perché lo spirito è vicino al nostro (e di Spocchia) Dogma Italico. Alcuni brani volevo citarli, ma non sapevo quali scegliere.
Insomma, richiede più concentrazione di "Quindici modi per far miagolare la tua femmina" di Fox Uomo e di "Gustare il bollito di merluzzo delle Faer Oer: ecco il nuovo trend dell'estate" di D, ma ne vale la pena.
manu
PS. Non resisto, piccola citazione dall'articolo (si parla nella fattispecie della rappresentazione compassionevole dell'altro):
"Anche nella migliore società si può trovare il parente povero, l'amico sfortunato, il cugino di campagna. E tuttavia la sua presenza, per quanto sgradevole, è da considerarsi opportuna, poiché fa risaltare le vere qualità dei veri protagonisti e dà loro l'occasione di un gesto elegante di solidarietà caritatevole. L'aristocrazia progressista si distingue dall'aristocrazia reazionaria perché non lascia fuori campo il poveraccio, bensì lo accoglie rispettosamente facendolo accomodare sullo sfondo"
martedì, luglio 13, 2004
Esiste una regione tra la luce e l'oscurita', tra la scienza e la superstizione, tra l'oscuro baratro dell'ignoto e le vette luminose del sapere. E' la dimensione dell'immaginazione, e' una regione che potrebbe trovarsi... Ai Confini Della Realtà.
Supportato finanche da un bello spot radiofonico in onda in questi giorni sui 96,250 e sui 94,700 da Bologna su Radio Città Del Capo, anche domani, mercoledì 14 luglio dalle 21 e 30 circa, nello splendido scenario della Macchia in quel di San Lazzaro di Savena (BO), verrà proiettato uno degli episodi scelto dalla prima serie del vero telefilm "culto". Domani abbiamo scelto di gelarvi il sangue con Il Sarcofago, omaggio diretto al capolavoro di Billy Wilder, Il Viale del Tramonto. La strada per arrivare alla Macchia è lunga, ma non potete perdervelo. Io ve l'ho detto...
Supportato finanche da un bello spot radiofonico in onda in questi giorni sui 96,250 e sui 94,700 da Bologna su Radio Città Del Capo, anche domani, mercoledì 14 luglio dalle 21 e 30 circa, nello splendido scenario della Macchia in quel di San Lazzaro di Savena (BO), verrà proiettato uno degli episodi scelto dalla prima serie del vero telefilm "culto". Domani abbiamo scelto di gelarvi il sangue con Il Sarcofago, omaggio diretto al capolavoro di Billy Wilder, Il Viale del Tramonto. La strada per arrivare alla Macchia è lunga, ma non potete perdervelo. Io ve l'ho detto...
domenica, luglio 11, 2004
La donna perfetta di Frank Oz
Esiste una formula quasi matematica che lega il valore di un film all’interesse dei giornalisti di costume, secondo una proporzionalità inversa, ovviamente. Se un film su New York si guadagna la copertina di D, al novanta per cento è una palla inguardabile che però ha un tema stuzzicante. Direi che l’archetipo di questo genere, che vado a denominare “film per il giornalista di costume”, è il micidiale Proposta Indecente in cui Redford cercava di comprare in leasing Demi Moore, che generò un numero indefinito di sondaggi basati su sottili quesiti esistenziali del tipo “ a quanto venderesti la tua compagna?”.
La donna perfetta si inscrive in questo filone (che tipo di donna desiderano gli uomini?), condito inoltre dal divismo di Nicole, che gigioneggia passando dalla vamp di Manhattan alla casalinga anni 50.
Da un lato il film vorrebbe essere una classica trama “distopian”, il paradiso che nasconde chissà quale oscuro segreto. Ma non ci si limita solo far pensare, ma far pensare con il sorriso sulle labbra: quindi cerchiamo di far ridere. Peccato che le battute più divertenti siano assegnate all’amico macchietta-gay (“un gay repubblicano? Ha senso come un gay pettinato male” e cose del genere).
Dunque: il messaggio è confuso e si riduce al classico “ah che bella la nostra umanità anche se imperfetta e faticosa” la sceneggiatura è veramente stiracchiata, il gioco, che poteva essere divertente, sul design e sulle anni cinquanta si riduce a sfondo pretestuoso.
E visto che ce n’ho per tutti, pure Nicole (sempre gnocca) tra tic da donna in carriera e facce da casalinga non mi ha convinto per nulla.
Manu
PS: se non siete d’accordo con me, pensate a come è bella la nostra umanità che possiamo anche non essere d’accordo, ma è così bello confrontarsi umanamente.
sabato, luglio 10, 2004
THE PUNISHER, Jonathan Hensleigh, USA, 2004
Va beh... che facciamo? Ci scrivo addirittura un post? Ma si, sfoghiamoci un pò. Non vi racconto neanche che il fumetto de Il Punitore, per lo meno la prima serie italiana, quella in B/N del duo Potts/Lee, è uno dei fumetti più esaltanti e complessi della Marvel. Non ve lo dico perchè mi sono rotto i coglioni di andare in giro a dire a persone che non hanno mai letto Devil, Hulk o La Leggenda Degli Umoni Straordinari che "si... il film è una merda... lo so... però il fumetto... ah, guarda domani ti porto i numeri più belli. Vedrai, un'altra roba". E non scriverò neanche una frase sul film perchè non la merita. Perchè secondo me c'è qualcosa di losco dietro... Io la vedo così: quello che approva i copioni per i film alla Marvel, evidentemente odia i nerd da fumetto. Attenzione, non i fumetti... quelli che li leggono. E il suo scopo è quello di stressarli, deprimerli e, soprattutto, rovinargli le relazioni sociali. E' uno cattivissimo, che non ha mai sopportato la gente in tutina e che, in gioventù, non si capacitava di come milioni di dementi potessero passare le giornate in sperdute edicole o a casa da soli a leggere compulsiavemente le avventure di, faccio per dire, Savage Dragon. E allora lui si è infiltrato nella casa del nemico per sabotarla. Pensateci: dopo anni e anni di snobbismo da parte del cinema, si apre uno spiraglio, qualcosa sembra muoversi: una manciata di film sui tuoi personaggi preferiti in cantiere. Proprio su quelli che non hanno mai raggiunto la notorietà di un Batman o di un Uomo Ragno. Quelli che hai tentato di far leggere e tutti da quindici anni a questa parte. ("Sai, ieri sono andato in piscina" "Ah, tieni questo numero di Devil, La prossima volta che vai, leggilo. E' Bellissimo!") Fantastico! E allora vai dalla tua ragazza, dai tuoi amici che non hanno mai conosciuto quella malattia, da tutti quelli che non hanno mai pensato che quando la mamma ti faceva mettere la calzamaglia da bambino eri contento perchè un pò supereroe ti ci sentivi, e dici loro con uno sguardo da pazzo invasato negli occhi: "Hai visto? Ora tutto il mondo si dovrà ricredere! Impossibile che venga fuori un film brutto! Sono già storie da cinema... anzi, molto meglio. Vedrai sarà una bomba! Oddio, non ci posso credere..." Ala fine, con la forza dell'entusiasmo, riesci addirittura a portarli al cinema a vedere quello che dovrebbe essere la fine del mondo. Ma non hai fatti i conti con il cattivone... Lui lo sa che tu sei tutto speranzoso e che speri che la trasposizione si bella, che riesca a rendere la profondità, la complessità, l'amore per le storie che hai trovato su quelle pagine che ti hanno tenuto incollato per anni. E invece niente. Ma proprio niente. Il vuoto pneumatico. Ti trovi davanti a film che tu stesso, anche se poi ti sforzi di accatastare scusanti, trovi imbarazzanti. Copioni che riescono in un'ora e quaranta stiracchiata a snaturare completamente la natura dei personaggi, che ne banalizzano le motivazioni, che non sanno dove andare, che non riescono a mettere un'idea dietro l'altra... Ed è tutta colpa sua, perchè, ve lo giuro, ci vuole dello sforzo per fare un film così brutto da una storia del genere. E allora esci dalla sala che già ti girano i coglioni, e in più vieni guardato come un demente da quelli che hai costretto con la forza a seguirti in questa tua mania. E lo senti, ne hai la certezza, che la prossima volta che dirai qualcosa su un fumetto di uno che gira la notte vestito come un pirla per i grattacilei di una città, la gente ti darà ragione, poi si volterà e boffonchierà "ma che vuoi, quello è completamente cretino... legge ancora i fumetti...pensa chew una volta voleva darmi una roba di tale Devil da leggere in piscina".
Scusate lo sfogo. Non accadrà più. Però una puttanata del genere proprio non me l'aspettavo. E, mi rendo conto, non è normale che me la prenda così...
FEDEmc
mercoledì, luglio 07, 2004
THE TWILIGHT ZONE Amici,
l'informazione è, ancora una volta, per chi abita a Bologna e dintorni. Da questa sera alle 21,30 circa, con scadenza settimanale, partono alla Macchia le proiezione dei migliori episodi della prima, magnifica, incredibile serie di Ai Confini Della Realtà. Si comincia con l'episodio Chi Troppo Vuole... e se c'è tempo si prosegue con Il Sarcofago. Assolutamente imprescindibile per chi non li ha mai visti, un bel regalo per chi invece la prima serie l'ha vista, se la ricorda, e ancora sente quel brividino lungo la schiena...
Prossimo appuntamento il 14 luglio...
venerdì, luglio 02, 2004
La Casa Dei 1000 Corpi, Rob Zombie, USA, 2003
Con un passato con i fenomenali e devastanti White Zombie, gruppo proto noise newyorkese, con un presente da cantante solista (non troppo esaltante) e da disegnatore di fumetti, quella mente anarchica e pazzoide di Rob Zombie ha trovato il tempo di realizzare anche un film. Ne La Casa dei 1000 Corpi, trova spazio un immenso universo visivo, ed estremamente visionario, che ha da sempre accompagnato l'inqiuetante personaggio in questione: riferimenti al cinema e ai fumetti anni '50 e '60 (Sid Haig e Karen Black nel cast), iconografia garage punk (Ramones tra le musiche e citazione per i The Sonics), pagliacci, mostri, robots e freaks di ogni genere, inquieatanti disegni per bambini e, ovviamente, tanto, ma proprio tanto horror. Quell'horror che proprio da poco Hollywood ha deciso di omaggiare (di stravolgere e mal interpretare, sarebbe meglio dire) con il discutibilissimo remake di Non Aprite Quella Porta di Marcus Nispel con la supervisione di Micheal Bay. Quel New Horror che aveva sconvolto l'America alla fine dei '70, quella serie di film incredibili che avevano svelato bolle di passato sanguinose nella storia di una nazione, che in qualche modo erano riusciti ad essere politici ed estremamente disturbanti. Il film di Zombie parte proprio da qui (come già l'interessante Cabin Fever di Eli Roth), da un omaggio sentito proprio a quel genere e a quel lontano film di Hooper, e procede esagerando continuamente, trascinando il film in un incontenibile e inesauribile tunnel degli orrori e a farlo divenire, nelle sequenze finali, uno splendido e sconcertante esempio di psicotica psichedelia cinematografica. Scorretto, duro, deciso, disturbante, inquietante ed estremamente pauroso. Non tutto è riuscito, ma il film di Zombie si eleva al di sopra dei canoni di quello che ormai da tempo sembra essere uno dei generi più in crisi della cinematografia americana, grazie ad alcune intuizioni visive assolutamente eccezionali. Un piccolo gioiellino che rischia di passare inosseravato in questi periodo non troppo esaltante per le uscite in sala. Imperdibile per gli appassionati, una possibile sorpresa per chi all'horror magari non ci è proprio abituato.
FEDEmc
giovedì, luglio 01, 2004
E' morto il critico e storico del cinema Lino Micciché. Aveva quasi 70 anni ed era malato da tempo.
Ex critico militante dell'Avanti!, ex animatore delle giornate del Nuovo Cinema di Pesaro, ex direttore della Scuola Nazionale di Cinema, Micciché stava attualmente assistendo alla pubblicazione di un'opera che può essere definita solo monumentale: la Storia del Cinema Italiano in 15 volumi.
Critico e storico del cinema, nel senso di una delle poche personalità in grado di innestare gli esiti teorici delle politiques des auteurs su un terreno storiografico solido. Micciché, nei volumi dedicati agli anni '60 e '70, ha tracciato una storia del cinema italiano come storia degli autori, secondo una prospettiva sicuramente parziale, ma portata in fondo con una coerenza e una competenza fuori discussione. E anche con un'idea precisa e disincantata di cosa un prodotto culturale deve essere per essere autenticamente popolare.
Micciché ha scritto tantissimo, su tutti gli aspetti del cinema italiano del dopoguerra. Ma visto l'orientamento dei gestori di questo blog, l'attenzione va alle sue considerazioni sul cinema di genere, praticamente ignorato anche nella sua stagione più fortunata, salvo stigmatizzare i presunti "contributi autoriali" (Leone, Argento). Se la dimenticanza è discutibile, le motivazioni sono ancora in piedi: il cinema di genere italiano non è popolare perché non è nazionale, si appoggia su costruzioni mitologiche importate perché non è capace di interpretare quelle che ha in casa.
p.
|
|