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lunedì, agosto 30, 2004
VENEZIA '61 Anche quest'anno SecondaVisione seguirà per Voi la Mostra d'Arte Cinematografica di Venezia. Ogni giorno doppio appuntamento radiofonico: alle 8,30 del mattino circa, all'interno di Mente Locale e nel pomeriggio, tra le 17,00 e le 18,00 all'interno di Humus. La radio, ovviamente, è sempre Città del Capo Radio Metropolitana che potete simpaticamente ascoltare in streaming ovunque Voi siate. Per quanto riguarda il blog, sempre come l'anno scorso, si tenterà di aggiornarlo il più possibile con tutte le visioni. Sempre se Scarlett mi lascia un pò di tempo per scrivere...
FEDEmc
giovedì, agosto 26, 2004
Fahrenheit 9/11 di Michael Moore
In America hanno Michael Moore, noi Pancho Pardi. Questa è la prima constatazione sconsolata, che potrebbe inficiare tutte la mia opinione per manifesta inferiorità nazionale.
Fior fiore di opinionisti hanno detto la loro sul documentario di Moore: chi da un puntodi vista cinematografico, chi da un punto di vista culturale, chi (molti) da quello poitico.
Sono forse più interessanti le sterili reazioni dei maitre a penser che il film stesso? Penso di no: anche se gli articoli che ho letto si dividono in : incensatori, incensatori che devono dimostrare spirito critico, quelli che odiano le precedenti due categorie, e quindi stroncano il film, con argomentazioni di solito politico culturali (ormai è mainstream criticare bush, basta farlo che si ha successo, quindi). Se ne è occupato addirittura Cacciari che ormai dall’alto delle vette della metafisica domina la cultura umana nella sua interezza.
Il problema del film è che quando “parla ai convertiti” è efficace, lo è meno quando cerca di essere più universalmente convincente (leggi parte sull’Iraq). Questo non vuol dire che in quella parte è retorico, anche perché penso che in molti casi la retorica sia cosa buona, in quanto si tratta di muovere il pubblico con le armi del discorso e non di ingannarli. E’ che c’è troppa carne al fuoco, e da Bush (e entourage) come oggetto del documentario si passa a questioni più complesse che escono dalla linea che regge il film.
La tesi è evidente e distruttiva, ma questo, assieme all’accentuazione della dimensione estetica (il disgusto), non deve far perdere di vista i fatti che il documentario mette in evidenza: su tutti, aspettare una decina di minuti a fare qualcosa all’annuncio dell’attentato dell’undici settembre. E l’accanimento che ci mette Moore non può e non deve essere una scusa per girare attorno alla questione, esempio: “ma è prevenuto, è antiamericano e piace per quello!”. Se il discorso si porta sul piano della politica, non si può non dire che il documentario non porti dei fatti su cui meditare e a cui rispondere. Che poi non cambi di una virgola il voto alle elezioni americane, è tutta un’altra faccenda.
Se si cerca di attenersi al testo, è forte ma con troppa carne al fuoco. Lavora per appesantimento della quantità degli scandali, e non sull’approfondimento di questi. Obiettivo troppo ampio, che dà forza ma nuoce in compattezza e profondità.
Ma a noi tocca Pancho Pardi, quindi fare le pulci a Moore è forse masochismo.
manu
martedì, agosto 24, 2004
Starsky & Hutch di Todd Philips
Dal regista di immortali pellicole come Road trip, in cui l'ex marito di Drew Barrymore fa la gag di ingoiare un topo vivo, ecco un altro titolo per coloro che non possono proprio fare a meno di andare al cinema.
Per dare corda al nostro DT, questo film si pone come ideale contrario di 11.14. Mentre là la messa in scena è al servizio di una sceneggiatura calibrata che mette in scena i suoi meccanismi, Starsky e Hutch si situa dalla parte dell'ostentazione glamour di zoom, vestiti, oggetti, sequenza intere (gli inseguimenti con le macchine che zompano). La detection, come già in altri film del genere (es. Charlie's Angels uno e due), si riduce a un indizio che rinvia ad un'altra sequenza che è o divertente o nostalgica. Facciamo un esempio. La trama del film è: sul cadavere torvo un biglietto da visita, interrogo e vado dalla ragazzza pon pon, che mi manda in un bar di motociclisti, poi uno in galera che mi fa fare show piccanti (questo aggettivo lo usa mia nonna).
Ma non è ovviamente quello l'intento del film: è quello di diventare un oggetto di design. Lo riutilizzare dei miti del piccolo schermo non trascina con sé nessuna linea narrativa, nessun valore, nemmeno ludico. Starsky e Hutch sono solo due enromi macchiette semplificate, lasciate alla gigioneria di Stiller (che dovrebbe smetterla di fare Derek Zoolander) e Wilson. In relatà sono il preteso per mettere in scena oggetti, movimenti di macchian, colori, vestitti, che fanno un ambiente. Ed è solo un'evocazione cialtrona, da immaginario pubblicitario, ad essere il fine di questo genere di film.
A parte i danni dei pubblicitari al cinema, il film non è in fondo male: mantiene quello che promette. Se la commistione dei generi è banale, un paio di gag sono divertenti (quasi strepitosa quella delle pistolettate al pony, vecchia come il cucco quella della cocaina scambiata per dolcificante), e i lustrini conquistano per benino i fessi come me.
manu
venerdì, agosto 20, 2004
11.14 Destino Fatale di Greg Marks
Tra MariaRosa Mancuso che su Il foglio si reinventa storica del cinema e dei generi (giuro), e Goffredo Fofi che fingendo di apprezzare la rassegna di Venezia sul cinema sommerso italiano, in realtà dice che questi film sono stati e sono uno dei sintomi più evidenti della decadenza del cinema, della società occidentale e di quella italiana, torniamo anche noartri con le recensioni. Si parte con quella che è chiaramente un errore da “astinenza da sala”. E’ una piccola variazione sul genere della bassa postmodernità “gente che si incontra per caso” che diventa “gente che si incontra per caso e crepa”.
Non è esattamente un thriller come si dice, ma piuttosto un esercizio “indie” di sceneggiatura: più punti di vista e linee narrative che convergono tutti su due incidenti stradali, più o meno casuali. La tensione non è molta, e manco costruita bene, meglio sulla nevrosi dei personaggi e sul disagio che convoglia nello spettatore.
La struttura regge ed ben calibrata, anche se non c’è nulla di nuovo sotto il sole.
Osceno invece, l’uso distonico della musica: che divertente e comico quando c’è qualcuno che sta infilando un cadavere nel portabagagli e lo prende a pugni per farcelo entrare. Il tentativo di fare delle “tarantinate” è evidente, ma risultano piuttosto degli spezzoni comici attaccati, con tanta buona volontà ma con tanta cattiva abilità, al testo, e non rispondono a un piano organico. In più, Patrick Swayze è davvero invecchiato.
manu
sabato, agosto 07, 2004
L'anno che verrà Anche quest'anno vi diamo delle anticipazioni sulla programmazione cinematografica della prossima stagione, grazie all'imprescindibile contributo del numero di agosto di Ciak, da cui sono tratte le citazioni tra virgolette. Liberté, egalité, provocatorieté Nathalie già lo vedo come duro mestiere del critico. Fanny Ardant fa la borghese, Depardieu fa il marito che la tradisce, la Béart la prostituta assoldata da lei per sedurlo e farle raccontare i segreti e le perversioni "di un uomo che non conosce più". Prevista una fellatio in controluce. Una sbarra di ferro, s'il vous plait. Bor7 unitevi Torna Wenders. Ma c'è stato l'unidici settembre, non so se avete presente. In La terra dell'abbondanza racconta di un fanatico americano che sospetta di ogni arabo, anche di Andy Luotto in Quelli della notte, probabilmente. Contrapposto a lui un donna che "fa la cosa che più le piace: aiutare la gente", ed è appena tornata dalla Palestina. Basta, no? L'ultima cosa di Wenders che mi ricordo è la pubblicità della Barilla. Sceneggiata da Baricco, è vero, ma almeno quella durava solo poco più di un minuto. Eye of the Tiger In Due fratelli si narra la storia di due tigrotti separati quando un "vile principe indocinese spara alla loro mamma". Uno è timido, l'altro è spavaldo. Si rincontreranno in un'arena, dove sono stati portati per sbranarsi l'un l'altro e fare divertire il pubblico. La regia è di Jean-Jacques Annaud, sì, quello de L'orso. Prevista la voce fuori campo di Vulvia di Rieducational Channel ("Le tigri sono animali feroci, ma anche buoni. Lo sapevate?").
Save (us from) the last dance. Richard Gere sposato con Susan Sarandon spia Jennifer Lopez, aspirante ballerina, e si iscrive alla scuola di danza per poterla conoscere. Ovviamente parteciperà alla grande gara finale, dopo avere sudato in abbondanza e avere fatto il tagliando al pacemaker. Perché, mi chiedo, perché? Perché mostrare persone non adatte al ballo che ballano? La vecchiaia ostinatamente negata di Richard Gere contro il culone ostinatamente mostrato di Geilò. Ah, dimenticavo il titolo del film: Shall We Dance? La regia è di Frankie Cheese. "Chiffà cofa farò quando avrò trent'anni" (S. Muccino) Una bambina di tredici anni vuole crescere in fretta, e di colpo si trova una quindicina di anni dopo con il corpo di quella gnocca di Jennifer Garner. Ma, ovviamente, la sua anima rimane bambina. Signora mia, come pesa la spesa, e che difficile l'età adulta, ma con un tocco di spensieratezza e innocenza fanciullesca... La domanda che mi faccio a proposito di 30 anni in un secondo è: ma se nel film Jennifer Garner scopasse, sarebbe illegale? Tanto non mostrerà neanche le tette. "A signò, le ho fatto tre etti di genio e sregolatezza coi pistacchi, lascio?" Nel post immediatamente precedente a quello che ho linkato in alto, apprendevo con orrore del ritorno alla regia di Asia Argento, con il film Ingannevole è il cuore più di ogni cosa, tratto dal libro omonimo di J. T. Leroy. Ovviamente si è vociferato di una storia tra Asianostra e lo scrittore, probabilmente finita a colpi di maledettismo ("Io so' più maledetta de te" "No, io!" "E io so' mauditte" "Guarda che è lo stesso" "Volevo di' Magritte" eccetera). Ovviamente nel cast ci sono "i nuovi amici di Asia", tra cui Marylin Manson senza trucco e senza inganno. Non mi va di parlarne male. Lascio ad altri la parola: leggetevi questa splendida stroncatura da Cannes. Minacciosa più di Al Qaeda "Non ho più nessuna voglia di scrivere, ma ho ancora delle storie da raccontare; e siccome conosco il mezzo perché mi sono diplomata in regia, ora lo farò attraverso i film. Continuerò a rivolgermi al mio pubblico, che non ha paura di emozionarsi e di chiamare le cose con il loro nome." Una dichiarazione che mi ha fatto venire in mente questa. Ragazzi, concludo questa rassegna con una nota di brivido. Il primo virgolettato è riferito al primo film di Susanna Tamaro. Il 24 settembre, data prevista per l'uscita, è ancora lontano. Francesco
martedì, agosto 03, 2004
Aggiunta al "Dogma Italico" (in collaborazione con spocchia) 21) i personaggi non possono avere rendite petrolifere nascoste. Niente più sottoproletari che abitano in Piazza navona (leggere Film Tv di oggi), niente più traduttori (che vengono pagati un tanto al kilo come le aringhe) che vivono in lussuosi loft, niente disoccupati che hanno case disegnate da architetti di grido. m.
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