secondavisione

   Il blog di Seconda Visione,
il programma di cinema di
Città del Capo - Radio Metropolitana

scrivici o sentici


Seconda Visione, cinema, sciocchezze e pretese culturali. Ogni martedì dalle 2230 alle 0030 su Città del Capo - Radio Metropolitana 96.3 e 94.7 MHz Bologna
Luciana Tommy FEDEmc Manu Paolo Fra

 

Il podcast!
Copia il link sul programma che usi per il podcast per non perdere neanche una puntata di Seconda Visione

L'archivio audio!
Tutte le puntate di Seconda Visione scaricabili con un click

Vitaminic!
Le puntate di Seconda Visione in streaming sul sito di Vitaminic

bloggerz di un certo livello

» il blog della domenica
» polaroid
» talebano americano
» La Nuova Valido TV
» Inkiostro
» Autorun
» Magenta e Woland
» Commozione Cerebrale
» A Day in the Life
» fashionnuggets
» spocchia
» Bravi, ma basta
» violetta
» restodelmondo
» malvezzo
» emmebi
» cego contra coxo
» malvestite
» leonardo
» stuff white people like
vanno al cinema anche
» emanuela zini
» basso atesino
» zitti al cinema
» Granaglione's Major
» giovane cinefilo
» murda moviez
» cinefilo errante
» goljadkin
» La Marcia Futile
» Vetriolo
» Joint Security Area
» Il bidone
ragionamenti datati, ma non sempre inutili
oggi
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005
aprile 2005
marzo 2005
febbraio 2005
gennaio 2005
dicembre 2004
novembre 2004
ottobre 2004
settembre 2004
agosto 2004
luglio 2004
giugno 2004
maggio 2004
aprile 2004
marzo 2004
febbraio 2004
gennaio 2004
dicembre 2003
novembre 2003
ottobre 2003
settembre 2003
agosto 2003
luglio 2003
giugno 2003
maggio 2003
quante volte, figliolo?
ben *loading* volte

parliamo di...
abbiamo scaricato per voi
future film festival 2004
future film festival 2005
polemiche
pretese culturali
stagione 2002 2003
stagione 2003 2004
stagione 2004 2005
stagione 2005 2006
stagione 2006 2007
stagione 2007 2008
varie
venezia 60
venezia 61
venezia 62
venezia 63
venezia 64

Google Search

Google

in SecondaVisione

BlogItalia.it - La directory italiana dei blog

Feed XML offerto da BlogItalia.it



mercoledì, settembre 29, 2004
 

BUBBA HO TEP, Don Coscarelli, USA, 2002

Proiezione conclusiva del Ravenna Nightmare Film Festival. Tratto dal romanzo breve di Joe R. Lansdale, è un film assurdo, per certi versi incredibile. Elvis, il re del rock n' roll, non è morto. All'apice del successo, stanco di donne, droghe e amicizie vuote, si è scambiato con il suo migliore imitatore, Sebastian Haff. Quest'ultimo, dopo poco, si è lasciato distruggere dalle droghe ed è morto. Il vero Elvis invece, dopo aver riassaggiato l'amore per la musica in un circuito più piccolo, è caduto in coma a causa di un incidente, ed è finito a vivere come un povero pazzo mitomane in una casa di riposo per anziani in Texas. Qui si ritrova inchiodata dalla vecchiaia ad un letto d'ospedale, malato di tumore, abbandonato da tutti i suoi affetti che lo credono morto, ossessionato dal ricordo del suo successo e della sua bella vita. Tra i degenti della casa di riposo anche un vecchio di colore che dichiara di essere John Fitzgerald Kennedy. La casa bianca ha inscenato la sua morte per sbarazzarsi di lui e gli ha anche tolto il cervello, sostituendolo con un sacchetto pieno di sabbbia. L'ha poi colorato di nero e l'ha abbondonato. Non solo persone importanti credute morte popolano l'ospizio, anche un'antica mummia egizia vetita da cowboy che si diletta scrivendo frasi sconcie in geroglifici sui muri dei bagni e che, tra una cosa e l'altra, si nutre succhiando le anime dei vecchietti del luogo. Elvis e JFK dovranno ritrovare e unire le loro forze per combattere questa terribile minaccia. Alla regia Don Coscarelli, onesto artigiano del cinema, nome noto agli amanti dell'horror per la serie Phantasm, giunta ormai al quarto capitolo. Tentiamo di evitare l'entusiasmo da “tifoso” del cinema horror e camp che un film del genere si porta pesantemente appresso (“Elvis conto una mummia! Mitigo...”), è proviamo a delinearne limiti e valori. Bubba Ho Tep è un film difficile da giudicare perchè, come già il libro, affronta in modo disinvolto registri differenti e spesso inconciliabili. Ma se sulla carta stampata Landsdale, che è un grandissimo scrittore, non ha difficoltà a forzare la mano nel mescolare l'horror alla commedia e all'amare riflessione sulla vecchiaia, il povero Coscarelli qualche problema con la trasposizione cinematografica l'ha avuto. Il film, come notava giustamente Pier Maria Bocchi su un vecchio Film Tv, ha i momenti più alti quando si concentra sulla tema della vecchiaia e sulla sua difficile, impossibile accettazione da parte dei protagonisti, ma poi, per eccessiva fedeltà al testo scritto, si trova a dover inserire nella trama molti momenti comici e gags assurde che qua e la rischiano di appesantire il tutto. Se l'esagerazione, i toni alti ed esasperati sempre e comunque, funzionano spesso da collante, in conclusione si ha l'impressione che il film non riesca quasi mai a funionare del tutto. Quando, per una strana alchimia, gli elementi in gioco si fondono in modo armonico, il film rischia di raggiungere vette piuttosto alte. Sfortunatamente non accade spesso. Succede, ma non sempre. Rimangono due grandiose interpretazioni (un enorme Bruce Campebell nella parte del Re e Ossie Davis in quella di Kennedy), qualche battuta azzeccata, un finale altissimo e una delle storie più assurde, pazze, divertenti e fuori di capoccia mai lette o viste al cinema. Decisamente non poco.

FEDEmc

postato da secondavisione | 22:21 | commenti (7)


venerdì, settembre 17, 2004
 

SPIDERMAN 2, Sam Raimi, 2004

La battuta è di uno sconosciuto. Ce la riportò Roy Menarini in trasmissione ai tempi dell'uscita del primo episodio. Ancora prima di entrare in sala, qualcuno disse, spiegando magnificamente un meccanismo produttivo, "non vedo l'ora di vedere il secondo". E finalmente... Aperto da titoli di testa stupendi, che riassumono grazie a delle tavole di Alex Ross il primo capitolo, Spiderman 2 non delude e anzi rimane sicuramente il prodotto cinematografico Marvel più riuscito ed intelligente. Facciamo un passo indietro: il punto vincente del primo episodio, fu la scelta di Raimi di ambientare le avventure del tessiragnatele in piena luce, riuscendo a discostarsi da tutti i prodotti del genere, succubi di una rappresentazione gotica tenebrosa dell'eroe, e contemporanemante a trovare una linea di continuità con il fumetto e la sua plasticità. L'ingenuità rappresentativa del fumetto, massimo esempio di cultura popolare americana, trovava quindi un suo fedele doppio cinematografico nel film di Raimi. Arriviamo ad oggi:  narrativamente più solido e ovviamente più spettacolare, Spiderman 2 non si discosta da questa felice scelta, ma ci sembra essere anche un prodotto cinematografico più personale. Raimi ha acquistato sicurezza e non si fa più invisibile rispetto ad un meccanismo produttivo più grande di lui, ma riesce ad inserire, coerentemente con il film e le sue esigenze, i suoi marchi di fabbrica. Dissolvenze, sovraimpressioni, addirittura un accenno di quella famosa camera impazzita del primo episodio de La Casa (Raimi-Cam?), non stanno più solo sullo sfondo, non rimangono solo piccoli ed isolati tentativi, ma si incastrano e trovano un loro spazio nel tessuto narrativo del film. Raimi daltra parte non è un Mark Steven Johnson a caso (il criminale a cui è stato affidato Daredevil), e il fatto che gli si riconosca uno stile anche in un prodotto del genere, non può che fare piacere. Andiamo oltre: la scelta in sceneggiatura di tornare insistentemente su situazioni già viste nel primo (l'incendio, l'allenamento dell'eroe, le sue crisi...) rientrano sempre in un'ottica di trasposizione cinematografica della materia fumetto, che fa della ripetitività un meccanismo editoriale essenziale, ma hanno tutte al loro interno un piccolo scarto, una piccola differenza, che le rende diverse e le trasforma in svolte narrative. Si respira quindi un'aria familiare guardando Spiderman 2, ma i personaggi riescono comunque a venire fuorie a crescere (in vista del terzo capitolo), anche se rimangono sullo sfondo, fagocitati da un'inevitabile spettacolarità. Tornando alla battuta iniziale dello sconosciuto amico di Roy Menarini: è vero che un film del genere si muove in un certo territorio e che offre esattamente quello che ci si aspetta, ma lo fa al meglio delle sue possibilità e con un tocco di personalità in più rispetto al capitolo precedente. Estremamente divertente, spettacolare (la sequenza sulla metropolitana toglie il respiro), curiosamente libero nella parte centrale (Raindrops keep fallin' on my head...Spiderman 2, rappresenta una parte del cinema americano al suo meglio. Brevi apparizioni per Stan Lee, John Landis e per il mitico Bruce Campbell.

FEDEmc

postato da secondavisione | 14:13 | commenti (18)


giovedì, settembre 16, 2004
 

Ufficiale! Martedì prossimo, vale a dire il 21 settembre, torna SecondaVisione, il programma di cinema di Città del Capo - Radio Metropolitana. Chi scrive è passato da tempo (e con enorme soddisfazione) tra le fila degli ascoltatori, ma non può fare a meno di commuoversi ogni volta che sente lo staccone di archi della sigla, Science fiction, double feature. Ed è disposto a raccontare ai più intimi di quella volta che tale sigla è stata scelta.

postato da secondavisione | 17:49 | commenti (6)


mercoledì, settembre 15, 2004
 
Le chiavi di casa (Gianni Amelio, 2004)

Gianni Amelio è un gran regista, e lo dimostra il fatto che riesce a dirigere la migliore emulazione della famosa scena della lettera di Totò Peppino e la malafemmina ("Questa moneta servono...") in un film avente come tema "paternità e handicap", con un attore disabile e un altro bellissimo. Quando Paolo e Gianni scrivono la lettera alla "fidanzata" norvegese di Paolo si ride con lui, come diceva Fede MC, ma soprattutto si fa fatica a immaginare la scena con due attori e due corpi diversi. Poi Amelio sa come definire lo spaesamento dei due personaggi, negli esterni scontornati e decentrati, negli interni che sanno di fiction ospedaliera con Barbara D'Urso. E giustamente: perché è quello (lo schermo tv) il luogo di svolgimento dei temi che Amelio affronta: la famiglia, la malattia, il dolore.
Però il film non mi ha convinto del tutto. Forse per la comprensibile prudenza del regista, delicato fino a limitarsi in scene sanamente morbose come quella del bagno insieme. Forse perché il contributo alla sceneggiatura di Rulli e Petraglia a volte dà un mestiere eccessivo ad una vicenda che avrebbe avuto bisogno di più sangue. Vedi i passaggi telefonatissimi dell'incomunicabilità a 3 col tassista, dell'addio di Charlotte Rampling sul metrò . E un po' tutto il personaggio della Rampling, coi suoi provvidenziali studi in Italia che le permettono di parlare con Gianni, ha un che di brutto film italiano.
Nota per la musica di Franco Piersanti: non si capisce se è brutta o se lo sembra perché onnipresente, soprattutto all'inizio del film.
p.
postato da secondavisione | 13:28 | commenti (10)


martedì, settembre 14, 2004
 
Riflessione poco meditata su Venezia, da chi a Venezia non c'è stato
vol.2, ovvero: e se avesse ragione Marco Giusti?



A che serve prendere in blocco una serie di film accumunati da una definizione di trash data da coloro ai quali questo cinema era degno di bruciare all’inferno?, dice giustamente Manu. La risposta dal punto di vista critico ed estetico la dà lui stesso: nulla. La rassegna messa in piedi da Giusti non ha certo il dono della compattezza o dell'omogeneità. Mettere insieme Di Leo con Nando Cicero è una vaccata, siamo d'accordo.
Però, siamo sicuri che si potesse fare diversamente? Voglio dire, quali sono le costanti (estetiche, autoriali, narrative...) sulle quali lavorava il cinema di genere italiano? Caro Manu, caro Lon: non è da ieri che ci affanniamo dietro ai film di genere italiani e ne sappiamo abbastanza per dire che non solo non c'è continuità fra Di Leo e Cicero, ma non ce n'è nemmeno tra un film e l'altro di Di Leo. La confortevole pista autoriale, seguita per esempio da Nocturno ha mostrato ben presto la corda: quali sono i segnali di stile di Umberto Lenzi? Lo zoom? Le panoramiche veloci? La presenza di Luciano Pigozzi? E se questi segnali li troviamo per Umberto Lenzi, perché non rintracciarli anche in Sergio Garrone? E, alla fine: non si capisce davvero a cosa ci serva definire Di Leo, Lenzi, Margheriti o Freda come autori.
D'altra parte il cinema popolare italiano (western in primis) non è mai riuscito, se non tangenzialmente, a rifarsi alla cultura popolare italiana, ai miti veramente radicati nella nostra tradizione. Li ha assunti dall'estero, a volte genialmente pervertiti, il più delle volte frustati fino alla morte: non offre le basi per uno studio culturale di ampio respiro.
Si può lavorare su quello che resta: un panorama produttivo caotico, con un livello atroce di improvvisazione industriale. La seconda cinematografia dell'occidente, con un mercato interno solidissimo fino al 1975, ma senza prospettive e piani di lunga scadenza. Questa mi sembra l'unica linea di invariabilità del cinema popolare italiano. E mi sembra anche che queste pratiche produttive (dissennate, a volte fulminanti, più spesso stanche e ripetitive) fossero rese abbastanza bene nella rassegna organizzata da Giusti. Il quale avrà tanti difetti, ma almemo non so ostina a cercare l'arte in film che non ce l'hanno e non intende rivalutare nulla, ma solo riportare alla luce in un contesto adeguato un cinema che, più che dimenticato (ma avete presente quanto ha venduto il dvd di Attila, flagello di Dio?), è confinato nella nicchia del tanto peggio tanto meglio.
Lo so che sembra lo sfogo di un innamorato deluso, ma un po' quello è.
p.
postato da secondavisione | 12:13 | commenti (8)


lunedì, settembre 13, 2004
 

Riflessione poco meditata su Venezia, da chi a Venezia non c'è stato

 

Era interessante vedere come molti giornalisti (televisivi, soprattutto, cfr. Studio aperto), e molti spettatori adottassero la formula “Guarda che figo W la foca! Mica come quei film pallossissimi che piacciono ai critici. Voglio gli zoom, mica i piani sequenza. Evviva Sergio Martino”. Questo sembra il risultato della retrospettiva, preso dall’esterno, visto che non sono stato a Venezia.

Ma a che serve prendere in blocco una serie di film accumunati da una definizione di trash data da coloro ai quali questo cinema era degno di bruciare all’inferno? A che serve una celebrazione postuma tra lustrini e pailettes, se poi si ritorna alla fanzine, all’esaltazione acritica, o alla condanna in toto?

L’abdicare a qualsiasi categorizzazione critica non serve a nulla. C’era poco tempo per farlo, ma mettere Di Leo con Nando Cicero è una vaccata. E nient’altro. Il dichiarare tutti buoni, o tutti cattivi, è un esercizio di fede e non di intelligenza, de panza e non di testa. Ci sono da fare distinzioni, studi, pensieri sul genere a cui appartengono, sulla società che li ha prodotti, sui testi da cui derivano. Altrimenti tutta l’operazione è fuffa, e viene voglia di parlare solo di Rivette e Hou Hsiao Sien.

Anche la retrospettiva, in questo senso, ha neutralizzato la critica, lasciando lo spazio solo per l’attualità e il cicaleccio non pensante. Sulla critica a Venezia, se va, c’è un bell’intervento su www.cinemi.it (giuro che un giorno imparerò a linkare), anche se non completamente condivisibile, in quanto, in un certo senso, retrogrado, in quanto sembra più guardare con nostalgia a un passato ideologico contro un presente “linguistico”. Come se la poetica fosse scevra da considerazioni linguistiche.

Il fatto che Cacciari, o chi per lui, sia chiamato a dissertare di cinema, perché il giornalismo italiano ha bisogno dell’”intellettuale per tutte le stagioni” (definizione che inizialmente era stata appiccicata a Moravia), che dall’alto del suo enorme intelletto socialmente accertato, può parlare davvero di tutto. O perché la specializzazione in cinema non è abbastanza “degna” per parlare di cose serie, e ci vuole qualcuno che ha studiato davvero il sapere (si veda l’orda di libri scritti da filosofi sul cinema finita nelle librerie specializzate: gente che prende Parla con lei come capolavoro del cinema e cerca analogie o parabole con qualche apparato di pensiero “più importante”).

Mi scuso per la noia di poche righe scritte velocemente, quando ci vorrebbe altro spazio e altra concentrazione
postato da secondavisione | 15:18 | commenti (9)


domenica, settembre 12, 2004
 

Visto che l'ultimo giorno di Festival non sono riuscito a scrivere, mi ritrovo a Bologna, ormai a giochi fatti, a commentare le ultime visioni. Chiedo scusa a chi interessava e recupero.

VENEZIA 61, Cafe Lumiere, Hou Hsiao-Hsien. Realizzato nel centenario della nascita di Ozu, l'ultimo film di Hou Hsiao-Hsien ne vuole essere un sentito omaggio. Lei, una giovane scrittrice e professoressa incinta di un suo studente, torna in Giappone dopo essere stata a Taiwan, per cercare notizie su un musicista. Lui (Tadanobu Asano) è un antiquario di libri con la passione per i treni, segretamente innamorato della ragazza, che la aiuta nelle sue ricerche. Il regista, cinese di nascita e Taiwanese d'adozione, si sposta in Giappone per realizzare una bellissima storia d'amore e di rapporti familiari girata con lo stile. la sensibilità e molti dei luoghi calssici del grande maestro del cinema giapponese. Anche in questo caso siamo di fronte ad un film difficile, non piaciuto a molti degli spettatori presenti in sala, ma che per me riesce ad essere rispettoso nei confronti del modello che sceglie e che, soprattutto, rasserena ed emoziona. Le lunghe cene e chiacchierate con i genitori, con il silenzio del padre e l'invadenza della madre, i dialoghi ai caffe in compagnia dell'amico/innamorato che per timidezza non riesce a esprimerle il proprio amore, ma che la rassicura in previsione della sua prossima maternità, sono altissimi momenti di delicato confronto con i sentimenti. Tadanobu Asanu è incredibile, in una interpretazione tutta a sottrarre. Nelle sequenze in cui lo si vede sui treni, fermo immobile con cuffie in testa e microfono in mano è esaltante.

VENEZIA 61A Cavallo della Tigre, Im Kwon-Taek. Film ambizioso sulla storia di Tae Woong, giovane ganster dal grande onore, che inevitabilmente vede la sua vita modificata sia dalle sue azioni, ma anche dalla storia della Corea, raccontato dai '50 fino agli anni '70. Un film sfortunatamente piatto e dallo stile televisivo che non riesce quasi mai a far incontrare i due elementi principali del film, rischiando di apparire confuso e noioso. Un buon inizio e qualche sequenza esaltante, ma il risultato complessivo è da dimenticare. Troppa carne al fuoco e un utilizzo dell'ellissi temporale decisamente pericoloso. L'anziano regista, colonna portante del cinema Coreano (ha diretto 99 film), da noi è stato visto al cinema con l'altrattanto deludente Ebbro di Donne e di Pittura.

The HandFUORI CONCORSO, Eros, Wong Kar Wai, Steven Sodebergh, Michelangelo Antonioni. Atteso e temuto film a sei mani dedacato all'erotismo e al nostro Antonioni. Introdotto da dei bei disegni della gloria nazionale Mattotti e da una becera canzone di Caetano Veloso intitolata per l'appunto "Michelangelo Antonioni", si parte subito con l'episodio nettamente più riuscito, The Hand di Wong Kar Wai. Pechino, 1960. Un giovane sarto si innamora di una prostituta d'alto bordo abituata ad avere gli uomini ai suoi piedi. Per lei, con grazia e amore infinito, l'uomo realizzerà dei bellissimi vestiti e sarà anche l'unico a starel vicino nel momento del suo inevitabile declino. Recuperando dichiaratamente le atmosfere e lo stile di In The Mood For Love, Wong Kar Wai risce a realizzare 40 minuti di puro cinema erotico, sensuale e rareffato. L'amore mai consumato dei due passa attraverso le stoffe dei vestiti e, soprattutto, nell'amore e nella devozione che il sarto dedica al corpo di una straordinaria Gong Li, sua unica, eterna e prima fiamma. Bellissimo e affascinante. Tra le cose più belle viste al Festival nella sua interezza.
Equilibrium, Steven Sodebergh. Robert Downey jr, pubblicitario sotto stress nell'America dei '50, dal giorno in cui un suo collega si è messo il parrucchino (!) sogna insistentemente una donna con cui sta per avere un rapporto. Per eviatere una crisi coniugale e un crollo mentale, si rivolge a uno psicologo (Alan Arkin) che non se lo filerà neanche per sbaglio, intento a spiare qualcuno alla finestra. Sodebergh, soprannominato da un'amica all'uscita del film Sobriobergh, regista da internare per i danni che sta facendo, realizza un corto inspiegabilmente inserito in un film sull'erotismo, alternando un pacchianissimo bianco e nero in stile noir anni'50, ad un blu acceso nelle sequene oniriche. Nato da una mancanza di idee assoluta, il film sembra recuperare nella figura di Arkin che spia qualcuno di invisibile alla finestra i peggio luoghi comuni della commediola erotica più sacdente italiana. Una curiosità: nel momento in cui Downey jr. sta per adormentarsi e sognare la fatidica dona in blu, per un disguido tecnico ci simao visti 10 minuti circa del film Stryker, un film canadese su delle band giovanili che si picchiano a randellate in uno strip bar. L'effetto, che ha giocato su un tempismo casualmente eccezionale, è stato disarmante. Il produttore del film ha calmato gli animi del pubblico che, guidato da Kezich, stava per scardinare a mazzate il Palagalileo.
Il Filo Pericoloso delle Cose, Michelangelo Antonioni. Una copia in crisi ai giorni nostri in Toscana e una belle e disinibita giovane incontrata per caso. Questi gli elementi del corto di Antonioni, dispiace dirlo, ma deludente ed imbarazzante, sceneggiato insieme a Tonino Guerra. Un misero ricordo di un'idea di cinema che fu, in cui i luoghi della Toscana, svuotati di ogni significato, fanno da sfondo a tradimenti amorosi fatti di frasi imbarazzanti e da brute sequenze di cinema. Luisa Ranieri appare nuda ma sembra e in scene di auterotrismo ma sembra decisamente recalcitrante: La sequenza finale con il balletto parallelo delle due protagoniste è decisamente cattivo cinema. Fischaito da molti, appaludito da qualche sapruto sostenitore.

FUORI CONCORSO, Stean Boy, Katsuhiro Otomo. Secondo film giapponese d'animazione presente al lido, del relizzatore di Akira e sceneggaitore del bellissimo Metropolis di Rin Taro. Storia di Ray Steam, ultimo discendente di una famiglia di scienziati più o meno pazzi, esperti dell'utilizzo del vapore nell'Inghilterra della Great Exibithion. Capolavoro assoluto del moderno cinema d'animazione, che mescola 2d a 3d con un ritmo inarrivabile e un gusto per le sequenze d'azione da mozzare il fiato (molti gli applausi a scena aperta). Quello che più interessa è il confronto con Miyazaki e il suo film in concorso, Il Castello errante..., film che hanno qualche spunto in comune ma che poi divergono in modo impressionante. Superiore all'ultima fatica di Miyazaki, Steam Boy prosegue il discorso sull'utilizzo e sull'esposizione della tecnologia, già suggerito in Metropolis. Se la si faceva riferimento a un immaginario visivo quasi anni '50, con più di un debito vero i fumetti di fantascienza francesi, qui la tecnologia dell'europa del XIX secolo diventa un pretesto per anticiapare molti dei temi portanti di una certa sci-fi giapponese. Verso il nuovo e il moderno, si ha una sorta di timore e di paura e, al tempo stesso di estrema fascinazione (che sfocia nella tematica principe del cyber punk del miscuglio uomo/macchina). Saturo di una tecnologia pesante ed enorme (inquietante e non giocattolabile come quella di Miyazaki), il nuovo mondo scopre la paura dell'utilizzo della scienza, e si inginocchia di fronte all'orrore della guerra. Mastodontico (10 anni di lavorazione) e estremamante visionario, il film è stato piuttosto snobbato dal pubblico, lo stesso che ha però riempito le sale per Il Castello Errante di Howl

FUORI CONCORSO, Come Inguaiammo il Cinema italiano: La Vera Storia di Franco e Ciccio, Ciprì & Maresco. Triste e amaro documentario sulla coppia di comici siciliani, dai loro esordi fino alla lora tragica scomparsa. Realizzato mescolando i luoghi classici del cinema di Ciprì & Maresco (pezzi in stile cinico tivù, spezzoni d'epoca dei film di Ciccio & Franco, interviste a critici e registi), il film è un interessante documentario su un importante pezzo della storia commerciale (per un periodo comparivano in una decina di titoli all'anno) del cinema italiano effettivamente ignorato dai più. Dal rapporto con il loro scopritore Domenici Modugno, alle collaborazioni con i registi Lucio Fulci, Simonelli, Girolami, passando per le loro vicende personali. Gustose scoperte, come la loro apparizione a fianco di Buster Keaton in Due Marines e un Generale e l'amarezza di un finale di carriera terribilmente scadente in un bel documentario. Da vedere.  

Dhinya TsukamotoCINEMA DIGITALE, Marebito, Takashi Shimizu. Prodotto digitale per la televisione giapponese del regista del famoso Ju-On. Shinia Tsukamoto, protagonista del film, è un operatore tv che per caso registra il suicidio di un uomo. Riguardando le immagini, scopre lo sguardo dell'uomo, assolutamente pietrificato da un orrore invisibile. Da qui partirà un suo viaggio nei sotterranei di Tokio alla ricerca di quella stessa paura. Diametralmente opposto al tipo di orrore proposto in Ju-On, il film è un lento e visionario viaggio nella pazzia di un uomo ossessionato dalle immagini. Crudo e spiazzante, risulta forse un pò troppo lungo, ma lo spunto narrativo e il suo evolversi sono tutt'altro che banali. Il regista si trasferirà in America per girare una versione USA del suo film più famoso. Mah...

E con questo abbiamo finito. Ieri sera c'è stata la premiazione e ormai sappiamo tutti come è andata. Imbarazzati per uno spettacolo televisivo degno della parrocchia di Desenzago (errori, gaffes su gaffes, premi dimenticati e chi più ne ha...), constatiamo oggi l'importanza che il secondo festival di cinema Europeo ha nella società italiana. Nessuno parla dei film premiati, che in pochi hanno visto, e se lo fanno si dimenticano di citare il capolavoro di Kim Ki Duk premiato con il Leone D'Argento per la regia. Tutti però parlano del mancato premio ad Amelio e di quant è ancora bella Sophia Loren. Popolata da gente priva di amore per il cinema (perchè inquadrare continuamente Urbani, Cattaneo, Veneziani e Alberoni, quando in sala ci sono i realizzatori dei film che si sta andando a premiare?), ieri sera la Fenice ha ospitato una cerimonia di premiazione assolutamente imbarazzante, che è riuscita a sotterrare un bel Festival in un provincialismo assurdo, proprio di un paese che finge di considerare il cinema cultura. La Gerini che ha fine serata urla "W il cinema!", è una visione che riempie di amarezza. Felici per i premi a Bin Jip, Vera DrakeMiyazaki, molto meno per quelli a Mar Adentro e per il contentino dato a Lavorare Con Lentezza. Grazie a tutti quelli che hanno seguito. All'anno prossimo.

FEDEmc

postato da secondavisione | 17:56 | commenti (4)


giovedì, settembre 09, 2004
 

VENEZIA 61, Stray Dogs, Marziyeh Meshkini. Due piccoli fratelli si aggirano per Kabul con un cucciolo di cane. La mamma in prigione perchè adultera, il padre perchè Talebano, i due per non vivere come vagabondi, cercherano di essere arrestati e imprigionati per raggiungere i genitori. La visione di Ladri di biciclette, li ispirerà. Film del neorealismo iraniano del clan Makhmalbaf (la regista ne è la seconda moglie), indeciso tra un realismo magico - dove commuovere mettendo sempre davanti alla macchina due bambini e un cane tanto tenero - e uno stile documentaristico niente male (le vedute dall'alto di Kabul o la lotta tra i cani). Qualche pregio, ma il fastidio prevale. Pericolosamente papabile per un premio, il film è stato presentato con regista e piccola protagonista in sala che ovviamente sono state sommerse di applausi. Il Dott. Noto me l'aveva detto di saltarlo...

VENEZIA 61, Le chiavi di casa, Gianni Amelio. Terzo e ultimo italiano in concorso e, diciamolo subito, un buonissimo film. Gianni incontra il figlio disabile Paolo, abbandonato 15 anni prima, e decide di andare a vivere con lui. Con una trama del genere c'era di che tremare, invece con estrema sensibilità e intelligenza, Amelio è riuscito a vincere una difficilissima sfida. Lo sguardo di Gianni (un bravo Kim Rossi Stuart) si sovrappone a quello dello spettatore che passa da un innocente ma implicito e ipocrita buonismo nei confronti del piccolo Paolo, alla costruzione di un vero e proprio rapporto. Difficile e pieno di contraddizioni, ma vero. Doloroso e sentito, il film ha il pregio di portare lo spettatore ad essere partecipe alla vicenda, senza mai richiedere la lacrima. I momenti di dialoghi padre e figlio (in cui penso si lasci spazio all'improvvisazione) riservano qualche risata. Passatemi l'espressione "logora e abusata", ma spesso quando parla Paolo, si ride CON lui. Bellissimo il finale e alti momenti di cinema nella sequenza del primo piano con sfogo della Rampling. Per chi ha visto o vedrà Palindromes: sarebbe interessante sapere cosa ne pensa Amelio del film di Solondz. Amenabar dovrebbe vederselo in loop per due settimane. Magari impara qualcosa in quanto a onestà.

VENEZIA 61, Land of Plenty, Wim Wenders. Dobbiamo per forza farci dire da un regista europeo con esagerate dosi di spocchia "che fine ha fatto il sogno americano"? Direi di no. Confronto tra due parti dello stesso paese, quello dell'America paranoica post 11 settembre, e quello pacifista e religioso. Da una parte un pazzo paranoico alcolista reduce del Vietnam che parla da solo e che vede potenziali attentati appena incontra un arabo con un fustino del Dixan sottobraccio, dall'altra una giovane cresciuta in Africa e che ha passato gli ultimi anni della sua vita in Cisgiordania in una missione cattolica, che balla sul tetto di fronte del Million Dollar Hotel, chatta con i suoi amici della west bank e che è simpatica con tutti e aperta alle nuove civiltà (per esempio: va a un funerale di un arabo, si mette uno scialle in testa). Macchiettismo scadente in razzismo per un film dal look ultra giovane che ci vuole dire che in America ci sono un po' di imbecilli paranoici, ma anche tanta brava gente. Una dozzina di finali (uno peggio dell'altro), uno dei quali dà un nuovo significato all'espressione "tarallucci & vino". Visto che discettare sull'America a Wenders non basta, si parla anche di una ricongiunzione familiare a base di letterine lette in voce over su bei paesaggi. Look fighissimo: tanto digitale svolazzante e musica cool a palla. Wenders: un bollito che non becca un film da una decina d'anni.

VENEZIA 61, L'Intrus, Claire Denis. Un uomo, dopo essersi fatto un trapianto illegale di cuore, vaga per il globo nella speranza di ricongiungersi al figlio. Quresta la trama del film della Denis, che dilata sempre di più i suoi tempi (130 minuti) e la sua idea di cinema, fino a risultare eccessivamente prolissa. Visto alle otto del mattino, può essere letale. Un buon trenta per cento del pubblico non ha retto e ha abbandonato la sala dopo un'ora. Almeno mi sono visto il momento cult del film, in cui Beatrice Dalle viene apostrofata con l'espressione "Bella lontra delle vallate". Interessante la prima parte, troppo lunga la seconda. Musica, ancora una volta, del chitarrista dei Tinderstick.

Stasera finisco i film in concorso con Hou Hsiao-Hsien e Im Kwon-taek. E c'è ancora Eros!!! Una domanda. Ma l'omaggio per il Leone d'Oro alla carriera a Stanley Donen, che fine ha fatto? Manca nel post Vital di Tsukamoto, molto molto bello, una spanna sopra a A Snake Of June, e l'interessante documentario Darwin's Nightmare di Hubert Sauper, sul pesce persico del Nilo in Tanzania. Non ce la faccio... Ho incontrato Tadanobu Asanu e ci siamo stretti la mano, sorriso e inchinati per 10 minuti senza che io gli dicessi niente. Ero troppo in imbarazzo... che figo. Ciao a tutti.

FEDEmc

postato da secondavisione | 18:36 | commenti (13)


mercoledì, settembre 08, 2004
 

VENEZIA 61, Iron 3, Kim Ki Duk. Il film a sorpresa, il ventiduesimo film in concorso, portato al Lido da Muller all'ultimo minuto, è un capolavoro assoluto. Il più bello di quelli in concorso. Il protagonista del film è un ragazzo che, con un arguto stratagemma, riesce a infiltrarsi nella case della gente in vacanza o via dalla città. Una volta penetrato negli appartamenti, il ragazzo mette ordine in casa, ripara elettrodemstici, si fotografa di fianco alle foto di famiglia, lava la biancheria, mangia, dorme e... se ne va. Pronto a penetrare in un'altra casa, in un'altra vita. Un giorno, convinto di essere da solo, incontrerà in una casa una modella sposata a un uomo violento che la picchia. Bellissima favola d'amore muta, tra due persone che, man mano che la storia procede, imparano il valore dell'invisibilità, dello scomparire. In un clima surreale, in cui si fatica a distinguere ciò che è reale da ciò che è frutto dell'immaginazione, con dolcissimi momenti di umorismo e spietate irruzioni di violenza, Kim Ki Duk con una mano leggerissima riesce a riprendere l'amore tra due alieni, tra due anime innocenti incapaci di trovare un posto in questo mondo. Momenti di emozione e commozione vera. Applausi a scena aperta e lughissimi appalusi a fine proiezione. Kim Ki Duk, presente in sala con i due protagonisti, è stato a lungo inseguito dal pubblico che gli ha dedicato applausi anche fuori dalla sala. Sperando nel successo dell'ultimo Primavera, estate... speriamo di vedelo presto in sala. Un film che riconcilia con il cinema. Che bello, solo a ripensarci e mi ci viene la pelle d'oca.

VENEZIA 61, Birth, Jonathan Glazer. Ancora in piena produzione da endorfina, rientro in sala per un film molto atteso in concorso. Oltre alla presenza della diva Nicole Kidman, si è infatti parlato molto di una scabrosa scena di sesso tra l'attrice e un bambino di 10 anni. In realtà questo film è una sonora bufala, che non ha mancato di raccogliere fischi in abbaondanza (per la cronaca anche un po' di applausi). Anna, anni dopo la morte del marito Sean, si è rifatta una vita e sta per risposarsi con uno rugoso. La sua serenità verra sconvolta dall'arivo di un bambino di 10 anni di nome Sean che giura di essere la reincarnazione del defunto. Sarà vero o si è inventato tutto? Eh? Vi interessa? Ve lo dico? Un buono spunto narrativo che, dopo i primi 10-15 minuti di film diventa ripetitivo e che ha una conclusione a sorpresa piuttosto telefonata. Glazer, video di Blur e Massive attack all'attivo, gioca a fare il regista classico, ma svela un accademicismo stucchevole (anche se l'insistito primo piano sulla Kidman è tra le cose più belle del film). Quello che lascia di sasso è la ripetitività e l'assoluta noia del film, che vorrebbe essere inquietante, ma che riesce solo a far guardare in continuazione l'orologio (e non vorrei dire, ma la sceneggiatura è firmata tra gli altri da Jean Claude Carrière...Cosa gli sarà successo?). Nel finale si cade nell'umorismo involontario e l'annunciato scandalo è assente. Lauren Bacall, nella parte della mamma della protagonista, regala una gustosa, piccola, parte

FUORI CONCORSO, L'amore ritrovato, Carlo Mazzacurati. Giovanni (Accorsi), padre di famiglia e bancario, fa il pendolare nell'Italia della seconda metà degli anni '30. Deluso dal suo matrimonio, l'uomo cerca continuamente di innamorarsi delle numerose donne che incontra sulla sua strada. Un giorno scorgerà Anna (Maya Sansa), una sua vecchia fiamma, l'amore ritrovato. Il migliore dei film italiani visti quest'anno alla Mostra, è un buon film, ma anche questo non completamente riuscito. Difficile storia d'amore sfuggente, vissuta sui treni, di nascosto, in un'Italia che sta cambiando, il film potrebbe rientrare nella categoria "film tenero", se non fosse eccessivamente lungo e particolarmente noioso. Mazzacurati dimostra stile e riesce a tenere in piedi la storia, che purtroppo e fin troppo esile per sfiorare le due ore. Non male comunque anche se ha preso un po' di fischi. Accorsi, di fianco alla Sansa, scompare. Però in confronto alla sua interpretazione in Ovunque sei è da Oscar.

Quest'oggi giornatone con Ciprì e Maresco, Tsukamoto e Amelio. A presto.

FEDEmc

postato da secondavisione | 12:03 | commenti (4)


martedì, settembre 07, 2004
 

GIORNATE DEGLI AUTORI, Dead man's Shoes, Shane Meadows. Bella boccata d'aria dopo il pallosissimo Enduring Love visto questa mattina (un film "d'arte" del regista di Notting Hill. Fate voi...). Richard (un bravissimo Paddy Considine, già apprezzato quest'anno in In America di Sheridan), un solitario ex- soldato, torna nel suo pulcioso paesino dell'Inghilterra, per vendicare il fratello ritardato Anthony da un gang di spaccitori marcissimi. Film violento e brutale del regista di 24/7, girato a bassissimo costo alternando un 16mm a un finto 8mm. Confezione indipendente lontana anni luce dal patinato stile finto indie americano, Dead Man's Shoes riesce, con il suo stile rozzo, a rendere al meglio la rabbia devastatrice del protagonista che, accetta in mano e maschera a gas calata sul viso, si muove in un mondo brutale e senza seperanza dove mancono quasi completamente le figure femminili. Scritto dal regista e da Considine, si fa notare anche per belle e sane dosi di umorismo nerissimo e per una bella colonna sonora. Il produttore (che ha fornito i filmini della sua famiglia in super 8 che si vedono all'inizio del film) è infatti uno dei capoccia della Warp. Pezzi quindi per Calexico, Smog, Aphex Twin, ecc...

ORIZZONTI, Vento di Terra, Vincenzo Marra. Delusione anche per questo film italiano di uno dei più apprezzati registi del piccolo circuito. La storia di Vincenzo, ragazzo sfortunatissimo di Napoli, che nell'ordine: ci muore il papà, la sorella se ne va e subisce un tentativo di stupro, la mamma ha paura di essere sfrattata e minaccia di buttarsi da un grattacielo, si iscrive all'accademia militare dove gli fanno un culo così e, siccome non si trova lavoro se non nella malavita, va in Kosovo e si ammala a causa dell'uranio impoverito. E che cazzo... Il festival della sfiga. Noioso e moralista con finto stile neo realista. Sbadigli a go go. Peccato.

Vado a vedere Gitai. che dio me la mandi buona.

FEDEmc

postato da secondavisione | 16:14 | commenti
 

VENEZIA 61, Palindromes, Todd Solondz. Storia di Aviva, giovane ragazza 12enne, convinta ad avere un figlio sul quale riversare tutto il suo amore. Dopo un primo tentativo e conseguente aborto voluto dai suoi, la ragazza scapperà di casa e troverà rifugio in una assurda comunità di freak, gestita dalla coppia ultra religiosa tenuta da Mama Sunshine. Struggente fiaba d'amore, divisa in 13 capitoli intitolati con 13 nomi di persone di cui si parla o si incontrano o solamente si nominano, il film di Solondz è di una cattiveria e di una scorretteza quasi impossibili da sostenere. Appoggiandosi però alla struttura fiabesca, con evidenti citazioni a Twain e a La morte corre sul fiume, il film riesce a ad avere un distacco da ciò che racconta, tale da differenziarlo dai film precedenti del regista. Certo, per molti la cattiveria del regista risulterà insostenibile (si ride per espressioni come "tumore al cervello"...), ma tutto si è fatto più organico e funziona decisamente meglio rispetto ai film precedenti, soprattutto in confronto ad Happiness. Aviva, nome palindromo, che fin da piccola vuole fare di tutto pur di essere amata e amare, per differenziarsi dallo squallore che la circonda, che cambia nome per non essere uguale a se stessa, è molto intelligentemente interpretata da 12 bambine diverse. L'effetto sullo spettatore è assolutamente disarmante. Ellen Barkin assolutamente da coppa Volpi e molte sequenze memorabili. Tra i migliori, se non il migliore, in gara. Speriamo che esca da noi. Comunque Solondz è pazzo.

MEZZANOTTE, Three...Extremes, Fruit Chan, Park Chan-Wook, Takashii Miike. Film marchetta (da quanto mi dicono gli esperti) a episodi dei più ricercati e assurdi registi asiatici del momento. Nel primo episodio (Fruit Chan) un'attrice un tempo famosa e ormai in declino, per tornare ad essere bella e attraente viene convinta da un pazza a mangiare ravioli con dentro feti umani... sempre più cresciuti. Insostenibile cortometraggio che, oltre a eccedere in cattivo gusto e cattiveria, riesce a dire qualcosa di inedito sugli aborti illegali a Hong Kong. Girato con stile adeguatamentre selvaggio e brutale. L'episodio di park Chan-Wook è il più deludente di tre. Gran virtuosismi e gran stile per un corto abbastanza violento e divertente, ma che nella conclusione ricorda troppo da vicino le strutture dei telefilm in stile Hitchcock presenta. Non male, ma niente di che. Miike invece spunta nettamente. Al di là della conclusione a sorpresa e di una trama che non ho particolarmente seguito (proiezione di mezzanotte) il corto del pazzo colpisce per l'atmosfera e per l'incredibile talento visivo del regista. Opposto alla violenza stilistica di Izo, questo breve film risulta veramente inquietante e spaventoso. I tre erano in sala e hanno regalato faccette buffe a iosa. Miike si è visto tutto il film con occhiale da sole. Una faccia inquietantissima.

NOTIZIA DEL GIORNO. Dopo la proiezione pubblico del film di Placido c'è stato un applauso di tre minuti. Non ci interessa sapere se tre minuti sono tanti o pochi in Sala Grande con il pubblico pagante e soprattutto da chi era composto il pubblico pagante. Quello che vogliamo dirvi è che Placido, incassato l'applauso, è uscito verso il Palagalileo (dove ci sono le proiezioni per la stampa) e ha urlato "Giornalisti di merda! Beccatevi questa!" Una persona equilibrata. Complimenti.

Ciao a tutti e a domani.

FEDEmc

postato da secondavisione | 13:59 | commenti (5)


lunedì, settembre 06, 2004
 

Ce l'ho fatta. Ore di coda, ma ce l'ho fatta a tornare. Dopo l'anticipazione sul film di Placido (pare che in conferenza stampa abbiano tutti chiesto quasi scusa. Tranne Accorsi. Secondo me, giustamente, stare con Letitia gli ha regalato un ego non indifferente), facciamo un passo indietro.

ORIZZONTI, Les Revenants, Robin Campillo. Immaginate dei morti viventi non come quelli di Romero. Immaginateveli tranquilli, un po' lenti e rincoglioniti, ma tranquilli, non affamati di carne umana e non pericolosi. Provate ad immaginare cosa accadrebbe se tutti i morti, da un momento all'altro tornassero in vita. Si potrebbero riabbracciare i propri cari, si potrebbe tornare al lavoro, insomma ci si reinserirebbe nella società. Questo l'allaramante ed intelligente spounto narrativo del film di Campillo; un film capace di dire qualcosa di nuovo sulla figura del morto vivente e di inquietare ed angosciare in modo sconvolgente. Cosa accadrebbe se tutti, tutti i morti tornassero? Come reagirebbero i comuni, le aziende, le famiglie? Il morto vivente di Campillo va oltre al discorso politico di Romero sulla sovrapponibilità tra morti e vivi, qui i morti vivono tranquillamente tra noi: parlano, amano, lavorano: forse si ricordano di fare queste cose e le fano automaticamente, ma le fanno. Anarchico e inquietantissimo. Eccessivamente prolisso nella seconda parte, ma valido.

VENEZIA 61, Tout Un Hiver Sans Feu, Greg Zglinski. Dopo aver perso la piccola figlia in un terribile incendio, una coppia tenta di andare avanti. Lei, distrutta psicologicamente non sembra aver voglia di reagire, il marito invece, con estremi sforzi, tenta di tornare a vivere. Penso sia l'unico film svizzero che io abbia mai visto. Freddo e angosciante, ma onesto e genuinamente sentito. Doloroso, ma mai eccessivo, il film segue particolarmenre la storia del padre che, dopo aver trovato un lavoro in fabbrica, sedmbra anche aver trovato nuove amicizie e sentimenti in una coppia di amici kossovari. Ottime le sequenze in fabbrica. Tristissimo ma, ripeto, onesto. Pregio invidiabile per molti dei film in concorso, quesdt'anno tristi più che mai. Straordinario l'interprete maschile, Aurelien Recoing.

VENEZIA 61, Vera Drake, Mike Leigh. Storia della casalinga Vera Rose Drake, che nella Londra del 1950 fa la domestica e, tra una casa e un altra, aiuta giovani ragazze ad abortire illegalemente. Bellissimo il film di Leigh. Ancora una volta tragedie e sofferenze per un film in concorso ma, come per il precedente, zero compiacimento e nessun colpo basso. Il personaggio di Vera Drake, grandissima interpretazione di Imelda Staunton, è il vero fulcro del film, è quello attorno al quale tutto ruota. Una piccola donnina che cammina gobba, fasciata nel suo grembiulino da nonna, gentile e buona con tutti, sinceramente desidorosa di aiutare chi la circonda. Leigh ce la fa conoscere e contemporanemante allarga il suo film a quello che attorno a lei si muove: una famiglia e tutto un micro mondo inserito in un'Inghilterra ipocrita e in via di sviluppo. Qualche difetto si trova, ma ci si passa tranquillamente sopra. Decisamente meglio di Tutto o niente, per chi scrive di maniera.

ORIZZONTI, Izo, Takashi Miike. Izo, dopo essere stato giustiziato, torna come demone ricolmo di rancore ed uccide tutti. Per due ore di film. E' in una grotta, arrivano due che gli vogliono vendere una casa, lui prende e li affetta. Vede sua madre, la squarta. Da li passa in una scuola e uccide un camion di bambini. Su un raccordo di un'autostrada incontra due samurai e li affetta. Va in un monastero e trafigge il Santo dei Santi... Mancanza assoluta di un filo logico per un film allucinante e allucinato, violentissimo, brutale e di un grezzo spaventoso. Izo è una speci di homungus che non sa far altro che essere sempre più violento ed incazzato, sempre più vicino alla besta, incapace di fermare il suo istinto omicida. Urla e affetta. Anche di fronte a se stesso non riesce a fermarsi e si scotenna. Un film sconclusionato, assolutamente fuori di testa e francamente noioso che riesce ad avere spunti ottimi, ma che poi non riesce a trovare una sua strada. Miike ha dichiarato che non si capisce niente e che non gliene sbatte una cippa e che il film vuole essere semplicemente il "Massacro dei Massacri". Il dolore, il rancore e il sangue come unica via, senza nessuna alternativa. Per gli appassionati del regista, gli altri si possono astenere, o quantomeno non partano da qui.

Un po' di notizie sparse. Forse presagendo l'assoluta impresentabilità del film di Placido, è stato inserito in concorso il nuovo film di Kim Ki Duk. Così, a caso... Spero di riuscire a vederlo. Mira Nair l'ho saltata a piè pari e mi sa che ho fatto bene. Tarantino, che è veramente grasso, oramai è il migliore amico di Barbara Bouchet e, insieme al gentilissimo Dante (un uomo, un riporto), si sparano tutti i film assieme. Oggi era in sala a vedere Izo e ha riso come un bambino sguaiato dall'inizio alla fine.

FEDEmc

postato da secondavisione | 19:05 | commenti (2)
 

E' fatta! Abbiamo il film putrido dell'anno!!!

VENEZIA 61, Ovunque sei, Michele Placido. Non potete capire e nenanche lontanamente immaginare. Io una cosa così non me l'aspettavo. Ci speravo ma non me l'aspettavo. Un nuovo termine di paragone per lo zero cinematografico assoluto. Pretese giganti (volemo fa' i Kieslowski) per una resa degna di un miscuglio di Ghost + I ragazzi del muretto. Incredibile. Dopo 40 minuti di film, peraltro già brutti, si rompono gli arigini e comincia un delirio difficilemente giustificabile e assolutamente inarrivabile nella sua bruttezza. La gente comincia a ridere ad ogni involontario momento d'umorismo, gente che fischia e che abbaia quando entrano in scena Accorsi e la Placido... Ci si sono messi in 4 (tra cui Starnone) per scrivere questa boiata. Uno sprezzo del pericolo quasi invidiabile da parte di tutti. Ma io non riesco a capire come non ci si renda conto di fare certe porcate... Violante Placido si deve rasseganare e cambiare immediatamente lavoro (mamma mia), ma anche Accorsi si potrebbe cominciare a capire che forse non è poi questo grande attore (la Bobulova sembra Lawrence Olivier a confronto dei due). Il nudo integrale finale dei due è magnifico nella sua bruttezza. Se non fosse che andare al cinema costa, consiglierei a tutti la visione. Solo Imagining Argentina è stato più fischaito, ma qui si è riso per tutto il tempo... VERGOGNA!!!!

FEDEmc (tento di tornare poi)

postato da secondavisione | 12:16 | commenti (14)


domenica, settembre 05, 2004
 

Oggi ho poco tempo per scrivere causa coda interminabile in sala stampa e mille film.

VENEZIA 61, Hauro No Ogoku Shiro, Hayao Miyazaki. Attesissimo l'unico film d'animazione in concorso è stato genialmente messo solo nel weekend, in due spettacoli soli. Tratto dal più famoso romanzo di DianaWynne Jones, l'ultima fatica di Miyazaki, è una vera e propria storia d'amore ambientata nell'Inghilterra del 19° secolo. In un mondo sconvolto dalla guerra, Sophie, divenuta vecchia a causa di un incantesimo della Strega delle Lande Desolate, incontra Howl, un mago che ha fatto un patto con il demone del fuoco, e diventa la domestica del suo castello errante. Come sempre emozioni vere, trovate ed invenzioni visive da restare a bocca aperta ed un'ubriacante saturazione degli elementi in gioco: ma questa volta mi sembra che manchi una forte struttura narrativa e ogni tanto le cose si fanno eccessivamente confuse. Il romanzo (che non ho letto) penso sia solo preso come pretesto per poi divagare sui temi cari all'autore e per tentare di realizzare un film d'animazione maturo e, come ha dichiarato il regista, pensato anche per gli anziani. Dubito che arriverà ad avere un premio ma stiamo parlando comunque, al di là dei dubbi (che spero verrano fugati con una seconda visione), di grande cinema.

FUORI CONCORSO, She Hate Me, Spike Lee. Dopo La 25a Ora, Spike Lee è uno dei registi più attesi al varco della storia. Cambio di rotta: si torna alla commedia, terreno in cui Lee non ha mai dimostrato grande sicurezza e dove ha realizzato forse i suoi film più confusi. Due forti spunti politici (qui le multinazionali e le coppie gay con figli) fanno da motore a questa commedia gustosa ma troppo sballata e confusa per riuscire a convincere in toto. Grande stile e interpreti azzeccati (piccole straordinarie parti per Turturro, padre mafioso in fissa con Il Padrino e per Q-tip, cantante dei A Tribe Called Quest). Un altro livello, senza dubbio, ma da vedere e da supportare. Applausi a scena aperta per i titoli di testa che si concludono con una banconota da 3 dollari (un detto Usa la indica come massimo della ciofeca) con la Facciona di Giorgio W Cespuglio.

Vi informo che mi potrò bullare a vita, visto che stamane ho visto il primo Kolossal Malese... Sai la figura con gli amici... e nelle cene bene, tra una puzzetta e l'altra dice, "Oh, ma io ho visto un Kolossal malese...". Mitico. Un'innocenza e un'ingenuità invidiabile. No, giuro, a parte gli scherzi, niente male e un buon duello finale.

Saluti a tutti. Mancano molte cose. Spero di recuperare in settimana.

FEDEmc

postato da secondavisione | 18:56 | commenti (2)


sabato, settembre 04, 2004
 

Settimana della Critica, evento, P.S., Dylan Kidd. Già vincitore nella stessa categoria un po' di anni fa con il notevole Roger Dodger, Dylan Kidd si ripresenta al Lido, accolto in sala con tifo da stadio, con un piccolo e intenso film. La bellissima e bravissima Laura Linney è Louise, 39enne professoressa universitaria, che comincia a sentire il peso degli anni e che soprattutto guarda all'amore dall'alto di un matrimonio naufragato nell'incomprensione e dopo un primo amore sofferto e mai dimenticato. Tra i suoi alunni scova F. Scott, ragazzone talentuoso, omonimo proprio di quella prima fiamma. Convinta che il ragazzo ne sia una sorta di reincarnazione, i due intrecciano una complessa storia d'amore. Scritto dal regista con l'aiuto di Helen Schulman, P.S. è un film piacevolissimo che, partendo da una storia sulla carta abbastanza temibile, con leggerezza e soprattutto grazie a una sceneggiatura di ferro e a dialoghi mai scontati, riesce a convincere e ad emozionare. Kidd si muove sul terreno dei sentimenti, e parla ancora una volta di persone che per un motivo o per l'altro sembrano impossibilitati ad amare, e gli riesce benissimo riuscendo a tratteggiare un personaggio, quello di Louise, convincente e difficile da dimenticare. Yo La Tengo nella colonna sonora. Il ragazzo ne sa.

ORIZZONTI, Mysterious Skin, Gregg Araki. Insieme a Mann, il più bello visto finora in assoluto. Parla uno che non ha mai amato Doom Generation, e che è andato a vedere questo pieno di dubbi. La storia di due ragazzi, dalla loro fanciullezza fino alla fine della loro adolescenza. Si è urlato allo scandalo per un film che parla di pedofilia e omosessualità: in realtà il film, pur mostrando tutto e non tirandosi mai indietro - neanche di fronte all'insostenibile - è un affresco toccante e mai compiaciuto su due vite rovinate e dei diversi tentativi che i due protagonisti fanno per salvarsi e per non rischiare di scomparire in un orrore troppo grosso da concepire e da accettare. Un pugno nello stomaco che non può lasciare indifferenti. Tratto dall'omonimo romanzo di Scott Heim. Non perdetevelo.

E arriviamo alle mazzate nelle palle. VENEZIA 61, The World, Jia Zhang-Ke. Storie d'amore di giovani cinesi depressi che lavorano in un parco che rappresenta il mondo in miniatura (una specie di Mini Italia con tutto il mondo...) a Pechino. Sinceramente non brutto, ma a parte che ero troppo esaltato per Araki, mi sembra che le idee buone del film siano insistite all'eccesso, e che soprattuto ci si annoi terribilmente. Lungo, lungo... e io ero distrattissimo.

VENEZIA 61, Lavorare con Lentezza - Radio Alice 100.6 Mhz, Guido Chiesa. L' atteso primo film italiano in concorso è un film brutto, molto brutto. Chiesa, a mio avviso, ha sbagliato tutto: il cast, il linguaggio, il modo di raccontare, lo stile... Confuso nella sceneggiatura (dove il lavoro - riconoscibile - del collettivo Wu Ming viene gettato alle ortiche), irritante e pericolosamente "up to date" (espressione detestabile che risulta sfortuntamente perfetta per descrivere l'intento stilistico del film), il film ha forse l'unico pregio di non essere completamente schierato politicamente e di cercare, rappresentando non solo i ggiovani, ma anche le forze dell'ordine, di non essere troppo di parte. Peccato che poi si cada nei più banali e fastidiosi errori del cinemino italiano: personaggi descritti con una frase di sceneggiatura una, vezzi stilistici di un'inutilità epocale, recitazione imbarazzante (qualcuno mi spiega perchè la Pandolfi tenta un accento bulugnes all'inizio, che sembra veneto, e poi lascia perdere?). Giovani che si fanno le canne, le femminste che si incazzano se sentono sborra cazzo culo, solita carrellata di facce bolognesi e, soprattuto, un colpo al cerchio e uno alla botte: finale sinceramente poco chiaro e pericoloso. Bruttissimo. E parliamoci chiaro, mettere un sedicente filosofo presentatore di Mtv come una delle menti di Radio Alice, mi sembra una scelta quantomeno confusa; finisce che tra un proclama Dada maoista e una canna ti aspetti che Massimo Coppola lanci un video... Per la cronaca gli Afterhours interpretano gli Area. A rischio culto nella nostra bella città (come già i preoccupanti Paz! e Fortezza Bastiani) da chi, bongo sottobraccio, arriva a studiare nella città dove ci si può fare le canne lontani da mammà e scatenare la propria vena artistica. Non vorrei aver capito male, ma il Turro, incrociato prima, mi ha detto che Chiesa è stato duramente contestato in conferenza stampa.

VENEZIA 61, Mar Adentro, Alejandro Amenabar. La vera storia di Ramon Sampedro, tetraplegico che chiede l'eutanasia dopo 30 anni passati a letto. Amenabar, enfant prodige dell'horror spagnolo, cambia terreno e si cimenta con una storia a rischio ricattino emotivo. Scommessa persa. Mar Adentro (qui il sito ufficiale del film) ha una prima parte assolutamente insostenibile e ricattatoria, che fa di tutto per cercare la lacrimuccia facile facile fino ad un punto di non ritorno (non sapte quanto vi vorrei rivelare questa sequenza...) degno del film putrido dell'anno scorso Imagining Argentina. Nella seconda parte il registro non cambia di molto ma si evita il disatro totale. Bardem, bravissimo, sfortunatamente non può non ricordare l'Epifanio di Antonio Albanese.

Ho finalmente incrociato Quentin che effettivamente è gonfio come un otre, ma saluta e fa gags con tutti. Oggi Miyazaki in concorso. Vi ricordo i collegamenti radio: il primo alle 9 circa all'interno di Mente Locale dove potete sentire tutta la mia freschezza (lo registro prima dele 8) e il secondo all'interno di Humus dalle 17,00 alle 18,00. Si ricomincia lunedì, anche se al pomeriggio, solo per lunedì, verrò sostituito da Roy Menarini. Ancora saluti a tutti.

FEDEmc

postato da secondavisione | 16:47 | commenti (155)


venerdì, settembre 03, 2004
 

Ieri, dopo la scorpacciata di film della rassegna Italian King's Of The B's, il già citato I ragazzi del massacro, il poliziesco psichedelico Colpo Rovente di Piero Zuffi, con un Carmelo Bene killer (inutilmente doppiato da Amendola) e lo spassoso gotico slasher satanico Estratto dagli archivi segreti della polizia di una capitale europea di Freda, del 1972 (visto di fianco a Joe Dante che si è spetasciato dal ridere...), dopo questa piccola isola felice, si è tornati ai film in concorso, e quindi alle delusioni. L'anno scorso ha vinto un russo: ma allora la cinematografia russa dev'essere una figata! Prendiamo dei film a caso! Tanto peggio di Delivery non possono essere. E invece...

VENEZIA 61, Accesso remoto, Svetlana Proskurina. Un ragazzo a cui sono morti i familiari in un incidente in barca, si lamente a casaccio e fa l'ipocondriaco mentre cammina di fianco a delle dighe, fa dei traffici loschi con un suo amico e smania per il vero amore. Una 19enne non si trova bene con mammà che le fa pulire sempre casa, si annoia, c'ha l'asma, lavora per un telefono erotico e smania per il vero amore. Non lo indovinerete mai: si incontrano al telefono! Si piaceranno? Si incontreranno anche di persona? O la dura e crudele vita si intrometterà in queste due piccole esistenze? La risposta è: chi se ne frega. Una noia epocale. Fischiatissimo.

FUORI CONCORSO, Collateral, Michael Mann. Il film più bello visto fino ad ora. Una notte insieme al killer Tom Cruise e al tassista che ha la sfortuna di accompagnarlo. Un viaggio nell'inferno di Los Angeles (Mann è l'unico insieme a Friedkin e a Carpenter a far rendere L.A. meglio di New York), in una città dove forse è possibile che un coyote ti attraversi la strada, guidati dal jazz e dall'improvvisazione, tra una strage in discoteca e una chiacchierata con la mamma rompiballe in ospedale. Due ore incredibili tra scene d'azione da brividi e dialoghi gustosissimi tra il sorprendente Jamie Foxx (il "Bundini" di Alì) e il nostro amico Tom (figo e simile al William Petersen di Vivere e morire a Los Angeles) il tutto girato per la maggior parte con lo stesso digitale già sperimentato da Mann per Alì. A bocca aperta. Non vi racconto niente di più, ma Collateral è la piena conferma che Mann è veramente un gran narratore e un ottimo regista. Piccole parti per Javier Bardem e per il mitico Jason Statham.

VENEZIA 61, Rois et Reine, Arnaud Desplechin. Visto che dura 150 minuti e l'ho visto alle 8,30 del mattino lo temevo come un mattone sulle palle: in realtà sono due ore e mezza piacevolissime e, per adesso, è il miglior film in concorso. Diviso in tre parti, il film racconta la storia di Nora (la bravissima Emanuelle Devos), vedova madre di un bambino e parallelamente quella di un suo ex marito, lo stralunato Ismael, momentaneamente in un ospedale psichiatrico. Tra avvocati drogati, pazze anoressiche e padri scrittori morenti si arriverà a punti di svolta importanti per entrambi. Detta così, rileggendo quello che ho scritto, non sembrerebbe, ma Desplechin, recuperando un bel po' di nouvelle vague, realizza un film a tratti apparentemente leggero, ma in realtà profondissimo e sentitamente doloroso. Piccola parte per la temibile Noeme Lvosky.

Ma ve l'ho detto che la tipa di Volevo solo dormirle addosso ad un certo punto dice: "ma sei fuori come un balcone?". Comincio sinceramente a rivalutarlo. Grazie a Fra che corregge e mette le foto e saluti a tutti

FEDEmc

postato da secondavisione | 16:59 | commenti (2)


giovedì, settembre 02, 2004
 

Dopo il primo intervento di ieri, ecco cosa è passato qui al Lido. VENEZIA 61, Delivery, Nikos Panayotopoulus. Quello che viene presentato come "l'elogio della lentezza" è il primo dei 21 film in concorso. Cominciamo male. Il tipo più pigro del mondo (ma è anche un supedotato...) si aggira per una Atene fatta solo di rifiuti - umani e non - speranzoso di diventare un consegna pizze. Dopo aver incrociato sulla sua strada pazzi, ubriaconi, uomini pelosi e necrofili e umanità disarmante varia, riuscirà a trovare lavoro presso la pizzeria Vesuvio, gestita dall'uomo più grasso del mondo. Qui incontrerà una tossica devastata di cui si innamorerà e che lo porterà alla follia. Dopo un buon inizio, un interessante sguardo trasversale e piuttosto ironico ma al tempo stesso partecipe, su piccole e angosciantissime vite, le pretese si fanno altissime e si finisce per delirare completamente in un finale onirico che è riuscito a far sogghignare metà platea. Peccato perchè alcune sequenze, anche se si vuole un po' giocare a fare il Kaurisnaki de li greci, lasciano il segno. Abbastanza da orchite.

Orizzonti, A Love Song for Bobby Long, Shainee Gabel. Film con la mia fidanzatina permalosa Scarlett. Un platinato John Travolta con amico, rispettivamente ex professore di letteratura e aspirante scrittore, si sono ritirati a vivere a New Orleans, dove passano le giornate a scardinarsi d'alcool con una manciata di altri ubriaconi, citando a memoria poeti americani e inglesi. Ah, ogni tanto pescano o suonano ispirati la chitarra. Vengono raggiunti da Scarlett, figlia di una cantante jazz alcolizzata appena morta che teneva in piedi questa disperata microsocietà. Finto cinema autoriale americano da Sundance, piacevole dopo la mazzata greca, ma abbastanza disonesto e con un finale che grida vendetta. Molto buoni i dialoghi e Travolta in parte (anche se ogni tanto fa faccette a caso). Inutile ma se vede (avvistata mezza tetta della mia fidanzatina... io ve lo dico per dovere di cronaca).

VENEZIA 61, Cinq Fois Deux, Francois Ozon. Primo nome grosso in gara. La vita di una coppia in cinque momenti cruciali della loro storia, visti progressivamente all'indietro. Una storia d'amore banale, triste, tristissima, interamente basata su desideri inespressi, su incomprensioni, su piccole ed enormi cattiverie, su cose non dette... Ovviamente non viene detto niente di nuovo, ma il film è decisamente affascinante e soprattutto stupisce per come Ozon si faccia via via sempre più freddo e perfido nei confronti dei protagonisti dei suoi film. Una tristezza infinita, pronta ad affacciarsi anche nei rari e fintissimi momenti di felicità dei due. Consciamente irritante e programmaticamente squallido, rimane un buon film anche se forse eccessivamente calcolato e crudele. La furbissima, ma molto bella, colonna sonora comprende: Una Lacrima Sul Viso di Bobby Solo, Mi Sono Innamorato Di Te e Vedrai Vedrai di Tenco, Ho Capito Che Ti Amo di Wilma Goich, Sparring Partner di Conte e... udite udite... Saturday Night di Wighfield. Pubblico decisamente diviso.

FUORI CONCORSO, The Manchurian Candidate, Jonathan Demme. Sorpresona della giornata. Remake di Va e uccidi di John Frankenheimer del 1962. Demme l'anno scorso era presente a Venezia con il bellissimo documentario The Agronomist su Jean Dominique, dj di una radio libera di Haity poi assassinato. Queest'anno si presenta con un film di fiction , ma anche in questo caso non manca l'impegno politico. Ombre pesantissime vengono gettate sulle elezioni presidenziali da un film che recupera al meglio dai '70 l'idea del complotto, della paranoia, della paura del cittadino nei confronti di chi lo comanda, di chi è segretamente al potere. Gran confezione e concessioni al miglior cinema di genere, per più di due ore di film con il fiato sospeso. Veramente una bombetta. Gran cast: Denzel Washington, John Voight, Bruno Ganz e una grandissima (e io solitamente la odio) Meryl Streep.

Italian King's of the B's, I Ragazzi del Massacro, Fernando di Leo, 1969. La tanto discussa e ctriticata rassegna sulla serie B italiana, presenta questa fedele riduzione cinematografica di un classico, e omonimo, romanzo di Scerbanenco incentrato sul personaggio di Duca Lamberti. Buon poliziesco, molto parlato e affidato poco all'azione, che riesce a recuperare lo stile gelido e devastante del libro. Il flashback finale sullo stupro è un gran pezzo di cinema, ma in generale tutto il film tiene, e per la mia felicità Di Leo Milano la conosceva e la sapeva riprendere ancora prima di Milano Calibro 9. La mancanza di Bacalov alle musiche si fa sfortuntamente sentire. Io sono molto contento. Il pubblico un po' meno perché ha riso poco e, si sa, nei film anni '70 italiano si ride a crepapelle... Comunque è stato proiettato in Dvd, come Il Boss ieri sera, ed è un po' una merda. Siamo al Festival di Venezia, mica a casa dell'amico cinefilo...

Ma ve l'ho detto che nel film di Cappuccio, Volevo Solo Dormirle Addosso, ad un certo punto Pasotti viene spiato da quella che voleva farsi Luke Perry ad Aspen in un lontano Vacanze Di Natale '95, mentre nudo sul water, scrive al portatile e mangia un wurstel?

Vado. Ciao a tutti

FEDEmc

postato da secondavisione | 12:21 | commenti (3)
 

Aaargh! C'è una perfida ragazzina orientale con i capelli di fronte alla faccia nascosta nella mia credenza! volume XVII

ovvero Two sisters di Kim Ji - Woon

Avevo consigliato questo film, come uno dei più appetibili da vedere e non me ne pento. A parte la suddetta ragazzina, ormai un must nei film horror orientali che vogliono essere acquistati dai distributori occidentali, il film è convincente. Più in alcune sequenze, in brani sparsi che nel complesso: non solo perché risente della complessità logica della narrazione, tra flashback e flashforward, visioni, sdoppiamenti di personalità, fantasmi ecc., ma piuttosto a volte è un po' farraginoso nella costruzione della suspense, e per tenere desta l'attenzione del pubblico a volte gli tocca sparare decibel un po' a caso. Ma alcune sequenze ti fanno advvero esclamare "toh! uno che sa fare il proprio mestiere". Inquietudine senza troppo sangue, spaventi scollegati dalla narrazione, dubbi  contiui sullo statuto di ciò che si sta per vedere.

Nota interssante sul pubblico: sala piena di plebe che si nutriva di pezzi di moplen aromatizzato al prosciutto d'alce affumicato, che rideva in quanto si considerava più intelligente del film che stava vedendo, non potendosi considerare di norma mentalmente più dotato di alcun essere senziente, celenterati compresi. Per tutto la prima parte, essenzialmente di lenta costruzione degli eventi, costoro, nutriti a prologhi sparati secondo le leggi ferree della sceneggiatura da studio, ridacchiavano, sbuffavano e emettevano altri fastidiosi rumori. Nella seconda parte, quando l'azione orrorifica si scatena: silenzio, terrore e coinvolgimento.

Fuori dal cinema: furenti tentativi di ricostruire una trama (io per me, un'idea ce l'ho) molto complessa che quasi tiravano fuoi i templari e la chiromanzia, e facce molto colpite.

Tutto questo per dire che alcuni film horror, con atmosfere e inquietudini ben presentate, sembrano ancora avere una certa efficacia sul pubblico. Buon segno.

manu

postato da secondavisione | 11:09 | commenti


mercoledì, settembre 01, 2004
 

Allora, rieccoci qui. Film d'apertura, fuori concorso: The Terminal, Steven Spielberg. Tom Hanks interpreta Victor Navorsky, cittadino di un piccolo stato dell'Est che, causa golpe militare, scompare mentre il nostro è in volo verso New York. A causa di questa "piccola falla", come viene chiamata dal direttore del terminal Stanley Tucci (idolo del film), Victor non può far ritorno a casa ma contemporaneamente non può mettere piede sul suolo americano. Non resta che attrezzarsi e aspettare... vivendo al Gate 64. Esattamente come per il precedente Prova A Prendermi, Spielberg riesce ancora una volta a parlare con estrema leggerezza e linearità di temi forti e pesanti. Non solo quello che ci è sbattuto direttamente sotto gli occhi con questa incredibile storia vera (la paura dell'America, la difficoltà di oltrepassare i confini, l'immigrazione, l'assurda burocrazia...), ma addirittura il discorso si fa più ampio e si arriva a parlare del concetto di libertà: di come un uomo piccolo, di fonte a qualcosa di più grande ed inspiegabile per lui, riesca a comportarsi in modo libero, facendo quello che lui stesso, e solo lui, decide di fare. Forse il film più leggero di Spielberg, che si prende tutto il tempo per inserire molte sottotrame al nucleo narrativo centrale del film, tutte piacevoli ed azzeccate. Ampie citazioni all'umorismo del Tati di Playtime sparse per il film e una semplicità disarmante rendono The Terminal un film che riesce a coinvolgere fin dal primo momento e, se ci si lascia prendere, ad emozionare fino a lacrimuccie infantili. Si è fatto il paragone con le commedie di Capra e mi sembra che in qualche modo Spielberg ci sia andato vicino. Si ha il timore ogni tanto che si possa andare oltre nella ricerca del sentimentalismo, ma ci si ferma sempre un passo prima e spesso si stempera il tutto con un incredibile senso dell'ironia. Addirittura sono riuscito a sopportare la Zeta Jones e non mi è venuta voglia di scheggiarle una rotula. Il cinema Hollywoodiano al suo meglio. Hanks eccezionale ma straordinario Kumar Pallana, il Pagoda dei Tenenbaum. Accolto però da un timido applauso alla fine della proiezione. Mah...

Fuori Concorso: Rudao Longhu Bang, Johnny To. Uno dei grossi nomi del cinema asiatico portati da Muller alla Mostra. Regista più che prolifico, capace di rivitalizzare il ganster movie di Hong Kong, To è più che altro dotato di uno stile partcolarissimo: in linea con l'apice dell'hard bolied di HK, ma contemporanemante all'opposto (recuperate The Mission per capire) Qui si cambia in parte terreno di gioco e si racconta di Sze-to, giovane ex campione di Judo, rovinato dall'alcool e dal gioco tenterà di risalire la china grazie a un giovane deciso a sfidare il vecchio campione e una giovane ragazza che tenta di sfondare nel mondo dello spettacolo. Incredibili momenti di umorismo stralunato e qualche accenno ai topoi dei ganster movie costellano una triste, tristissima storia d'amicizia e di crescita. Fatto di molte sequenze memorabili, quasi pefette, quello che manca a questo film è forse un'unità, un senso di continuità tra piccoli gioelli di cinema. Altissimo nel finale, dove tutto sembra riuscira a trovare solidità, si fa fatica a mettere insieme i pezzi nella parte centrale del film. Comunque interessantissimo e una spanna sopra a tutto quello che veniva da HK l'anno scorso. Piccola ma bellissima parte per Tony Leung, il terribile maestro Kong.

Mezzanotte: Volevo Solo Dormirle addosso, Eugenio Cappuccio. Primo film italiano in programma e - l'avreste mai detto? - prima delusione. Pasotti, giovane in carriera, deve licenziare 25 persone in 2 mesi. I terribili superiori delle multinazionali... Distrutto dalla pressione (il personaggio si chiama Pressi, giuro...) Pasotti, che già all'inizio non sprizza entusiasmo, vedrà la sua vita progressivamente andare a rotoli, ma alla fine lo spirito libero dell'individuio vincerà contro il freddo calcolo del cattivissimo mondo del lavoro (la fantasia al potere). Mi sono alzato alle 8 per vedere un film dove, tolto Pasotti che non è male, la recitazione è dilettantesca (Eleonora Mazzoni: sei carina ma torna a fare le pubblicità del Maxibon...), dove il luogo comune impera e dove i titoli di coda sono una canzone che canta "Volevo solo dormilre addosso, in un abbraccio tipo Picasso". Fate voi. Peccato perchè l'esordio di Cappuccio era Il Caricatore che mi dicono non fosse male, e anche perchè qualcosa si salva, ma non si va molto oltre al filmetto paratelevisivo. Momenti di umorismo involontario.

Oggi si comincia con i film in concorso. Saluti a tutti. Scarlett ieri sera mi ha chiamato ma io avevo il telefonino spento... Spero di beccarla oggi, che poi fa l'offesa e mi tiene il broncio.

FEDE MC

postato da secondavisione | 12:23 | commenti (5)