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mercoledì, novembre 24, 2004
Babbo Bastardo (Bad Santa), Terry Zwigoff, USA 2003
Se c'è qualcosa che viene naturale a Terry Zwigoff è la rappresentazione delle periferie, intese come sobborghi, ma anche come "umanità leggermente spostata". Non c'erano matti nel suo bellissimo Ghost World, ma solo persone che potremmo definire emarginate, strane, e che vivevano, appunto, lontano dal centro cittadino ma anche dal centro dell'attenzione generale. Quando entravano in contatto con l'occhio "pubblico", venivano derise in qualche modo e spinte di nuovo ai margini.
Anche i protagonisti di Babbo bastardo sono personaggi del genere. Willie è un alcolizzato violento che ha avuto la classica famiglia distrutta alle spalle. Il suo socio Marcus è afroamericano e nano (chiamiamolo così, anche nel film c'è un esilarante dialogo sul modo politicamente corretto di chiamare chi è affetto da nanismo). Il loro lavoro è semplicemente quello di vestirsi per un mese l'anno rispettivamente da Babbo Natale e dal suo piccolo aiutante e di intrattenere i bambini nei centri commerciali. Ad ogni vigilia di Natale, finito il loro lavoro, svaligiano il "mall" dove hanno lavorato e campano di rendita per un anno, fino al dicembre successivo.
Nel tratteggiare il personaggio di Willie, Zwigoff gioca per accumulo. Il protagonista del film è davvero sgradevole, ma anche grazie alla bravura di Billy Bob Thornton, Willie non diventa mai grottesco abbastanza da risultare macchiettistico. Anzi, sembra quasi che il suo personaggio, per fare risvegliare tutti dall'intorpidimento tipico del Natale debba esagerare, vomitare sulle renne di cartone o staccare loro la testa a pugni, perché ci sia un qualche tipo di reazione negli altri, siano essi i bambini o i genitori.
Un'altra caratteristica interessante è che nel film tutti i personaggi sono negativi, con la parziale eccezione di Sue. Anche il bambino cicciotto e con i ricci biondi è, senza mezzi termini, uno scemo, seppure con tutti i suoi problemi. Ma dello sguardo sociale a Zwigoff non importa una mazza, diciamolo. Il suo sguardo è "così com'è": non si interroga più di tanto sul perché i personaggi siano così, il punto è che sono così e basta. E quindi vomitano, si tirano calci nelle palle, si insultano e fornicano senza ritegno, in un'orgia di violenza assoluta, proprio nel senso di "sciolta", ma senza essere pretestuosa.
Forse per questo mi lascia un po' perplesso il finale vero e proprio del film, "doveroso" e conciliante come ci si aspetterebbe, certo, ma di gran lunga meno forte e coerente di un prefinale assai crudo e nero.
Francesco
martedì, novembre 23, 2004
Notte senza fine, (Elisabetta Sgarbi, 2003)
Quattro monologhi, cioè tre monologhi di cui uno diviso in tre parti, dedicati ai temi del sottotitolo - amore tradimento incesto, interpretati da Galatea Ranzi, Toni Servillo, Laura Morante (sì, quella ex attrice che ora urla da mane a sera). Anna Bonaiuto. I testi (inediti) sono di Amin Maalouf, Tahar Ben Jelloun e Hanif Kureishi.
Il film consiste nella ripresa praticamente in continuità e praticamente senza movimenti di macchina dei monologhi recitati dagli attori, inseriti in ambienti tratteggiati in modo a dire poco essenziale: un fascio di luce, una colonna, una tenda. Un solo personaggio in scena, sguardo quasi in macchina. Il titolo allude forse a Le mille e una notte, ma a me piace pensare a Notte senza fine di Raoul Walsh (Pursued in originale), western che aveva molto a che fare con l'amore, l'incesto e il tradimento.
Ora, di questo film uno può dire quello che vuole: che è noioso, che è melenso, che è girato con un bel trent'anni di ritardo, che è intellettualistico. Si può anche dire che i monologhi sfiorano il ridicolo, se proprio uno pensa che si possa parlare di amore (tradimento, incesto) in modo svagatamente cool.
Quello che non si può dire è che questo NON è un film. Elisabetta Sgarbi lavora come pochi (direi nessuno) nel cinema italiano degli ultimi anni sulla costruzione del fuoricampo, dello spazio a cui le parole e le immagini in quadro alludono e rimandano, creando una tensione fortissima tra ciò che si vede e ciò che si racconta, tra la rappresentazione dell'amore e la sua realtà. La Sgarbi, insomma, ha una dote che pochi (mi sembra nessuno) ha nel cinema italiano recente: il pudore, ecco perché pur non essendo una regista dà l'impressione di sapere sempre che quello che davvero conta non si può vedere.
Detto questo, il film non è del tutto riuscito. Ma non lo è perché, nonostante l'impianto rigoroso fino alla scarnificazione, cede a un simbolismo un po' banale nei momenti di stacco e di interpunzione. Il viso coperto da un velo mentre si sussurra un segreto, la luce che va e viene, la mezzaluna che passa in cielo per marcare lo scorrere del tempo: sembrano accorgimenti un po' deboli per sostenere un progetto così ambizioso. Peccato, perché con una sintassi visiva meno scontata e meno (guarda un po') cinematografica, chissà come sarebbe stato questo film.
p.
Before Sunset - Prima del tramonto di Richard Linklater
Nonostante gli avvertimenti e le controidicazioni, alla fine sono andato a vederlo. Da dove partire? Innanzitutto, si tratta di un film che consiste in un’ora e venti di uomo e donna, trentenni, che conversano di amore, universo, relazioni interpersonali ed altre quisquilie. Il fatto che non annoi sembra già un trionfo. Visto il contenuto, non si può che discutere di quello che si dicono. Saranno pure una marea di cazzate, ma il lavoro di mimesis è perfetto. I due sono esemplari tipici di “borsette”, e quello che si dicono non sarà Proust ma è perfettamente in linea con i profili dei due personaggi. L’autore (Linklater) li rappresenta attraverso il loro linguaggio, i loro temi (amore, ricordi, il passato che non torna, le delusioni della vita, un po’ di politica, cultura sparsa (Nina Simone, i monumenti). Esagerando, il procedimento mimetico va a coinvolgere anche la rappresentazione del contesto, quell’insopportabile Parigi da cartolina però ricercata (scorci inusitati, la piccola libreria all’angolo, i francesi artisti che mangiano formaggi e baguettes, suonano la fisarmonica per strada e fumano Gitanes, ecc.). Insomma l’universo della rappresentazione è perfettamente coerente. Potrebbe essere un ritratto di trentenni alla Muccino, ma in realtà sfugge anche alla trappola del rispecchiamento per limitarsi, come già detto alla mimesis. Non è come ne L’ultimo bacio e consimili un “vi faccio vedere come parlano questi due”, ma molto più semplicemente un “ecco due che parlano”.
Se la coerenza, la capacità di scrittura e la resa della spontaneità da parte degli attori sono convincenti, i problemi sono altri. Il primo è la sensazione di trovarci di fronte a un film del genere “quando eravamo giovani, facevamo cose orribili e gridavamo quegli slogan cattivissimi” di morettiana. Solo che, invece della politica, si parla di romanticismo, di amore e di relazioni interpersonali.
Inoltre, anche se la storia è ben raccontata, tutt’altra questione è vedere se valesse la pena raccontarla. Sembra, purtroppo, che ci sia la sotterranea convinzione di star dicendo qualcosa di particolarmente intelligente sull’amore e sulla vita, mentre in realtà è solo chiacchiericcio, e ogni volta che questa sensazione prende il sopravvento, l’ombra della vaccata sembra farsi più minacciosa – si ricordava ieri sera il delirio cialtronesco di Waking life. Inoltre, sembra persa anche la nociva energia romantica di Prima dell’alba, che dava un senso al film. Comunque, pubblico composto esclusivamente da venticinque – trentacinquenni distrutti in età della formazione dal primo: quindi operazione di mercato perfettamente riuscita.
Per concludere, l’utilità di questo film rasenta quella di una macchina per affilare il burro, ma non lo si può condannare per questo.
Inoltre, so che pare brutto insistere ma, cari doppiatori (o distributori): che bisogno c’era di doppiare la canzone di Julie Delpy? Uno, lei ha pubblicato anche un album, magari era anche bello ascoltare la sua voce in originale. Due: agli spettatori colti è subito venuto in mente il “gatto rognoso” di Phoebe di Friends. Non penso fosse quella l’intenzione.
manu
sabato, novembre 20, 2004
L'uomo senza sonno (The Machinist), Brad Anderson, Spagna 2004
E' quindi possibile creare un thriller onesto, con molti richiami e rimandi ma non per forza derivativo e ruffiano, senza il colpo-di-scena alla Shyamalan ma che tenga comunque alta l'attenzione e la tensione dello spettatore? The Machinist è un esempio di come tutto questo sia possibile. Evitiamo subito di impantanarci nell'aneddotica da Guinnes dei primati e togliamoci subito di mezzo la cosa che dicono tutti. Ebbene sì, Christian Bale ha perso 30 chili per interpretare il protagonista Trevor Reznik e ha donato una performance attoriale splendida. Ma intendiamoci, anche la sfattissima eppur affascinante Jennifer Jason Leigh e l'attrice spagnola Aitana Sánchez-Gijón (già vista in Io non ho paura di Salvatores) non sono da meno. Sempre nel cast troviamo un gradito ritorno, con il grande Michael Ironside in un ruolo marginale.
Essendo un thriller, non è bene rivelare molto della storia, ma The Machinist si rifà ad uno dei temi dell'horror più vecchi, quello del doppio (per i colti: doppelganger), topos della letteratura fantastica ripreso continuamente al cinema. Un piccolo appunto al regista: c'è veramente bisogno di fare vedere almeno due volte il protagonista che legge "L'idiota" di Dostoevskij? Un piccolo peccato di didascalismo, ma si può tranquillamente perdonare, proprio perché il film ha una sua identità, nonostante i richiami estetici e narrativi si sprechino. Possiamo fare un breve elenco: il cinema espressionista tedesco, i thriller di Roman Polanski, qualcosa dell'Hitchock più sporco, in particolare Psycho, alcune delle visioni di Cronenberg (ricordato anche grazie ala presenza di Jason Leigh e Ironside), eccetera. Ma è doveroso dire che Brad Anderson ha un suo occhio particolare per la rappresentazione degli spazi, siano essi gli esterni del quartiere in cui c'è la fabbrica dove lavora Reznik, siano essi gli interni, in particolare la fabbrica (un posto completamente fuori dal tempo, che aiuta ad aumentare lo smarrimento dello spettatore), l'appartamento del protagonista e quello della prostituta. Il senso di disagio che lo spettatore sente a prima vista non è dato solo dalla fotografia di Xavi Giménez, già visto in alcuni mediocri horror spagnoli, che tende, molto genericamente, a delle dominanti verdi e grigie, fredde, ma proprio dagli spazi, oltre che dal senso di costruzione della sequenza che ha il regista. Una per tutte quella dell'attraversamento della strada da parte del protagonista, un piccolo saggio di cinema.
The Machinist è un prodotto che funziona perché è buon cinema, non per merito di un colpaccio di scena, o di esagerati crescendo della colonna sonora. Finalmente.
Francesco
L'inventore di favole (Shattered Glass), Billy Ray, USA 2003
La storia di Stephen Glass, rampante giornalista del New Republic, diventato famoso grazie ad una serie di articoli poi rivelatisi in grandissima parte falsi, da noi in Italia è passata ed è stata subito dimenticata. Proprio per questo Shattered Glass può essere utile per prima cosa ai fini di farci ricordare quell'episodio che ha segnato la storia recente del giornalismo statunitense. Il film è scritto, interpretato e diretto con mestiere, senza particolari guizzi creativi da parte di nessuno, è bene dirlo. Probabilmente tutti hanno pensato, non a torto, che la storia fosse così forte già di suo che non ci fosse bisogno di altro.
Il film ha un'impronta televisiva, per qualche verso: prima di tutto nella messa in scena e nella rappresentazione degli ambienti, la redazione del settimanale, ma anche i pochi altri interni che si vedono. La personalità complessa di Glass, inoltre, è risolta abbastanza rapidamente, mostrandolo come una persona intenta a farsi piacere, ad essere quasi forzatamente gentile con gli altri, a praticare un understatement poco spontaneo e del tutto prevedibile. Nonostante questo, la prova di Hayden Christensen è buona, decisamente migliore di quella fornita per la nuova trilogia di Star Wars. Ottimo, invece, Peter Sarsgaard, nel ruolo del nuovo direttore del settimanale.
Credo, però, che il film sia interessante da un punto di vista che va al di fuori del cinematografico. Guardando il sito ufficiale del film, infatti, mi sono reso conto di quanto il tema affrontato sia importante, soprattutto negli USA. Nel film si spende molto tempo ad illustrare il processo di verifica delle notizie, proprio quello che fallisce nel caso del controllo degli articoli di Glass. Il metodo, quindi, è sentito come qualcosa di talmente importante che il sito del film fornisce a studenti e insegnanti dei documenti in pdf per fare esercizi in classe e lezioni sul tema del giornalismo corretto (roba che qui da noi...). Tornando all'iter di verifica dell'articolo di cui si parla nel film: ad un certo punto si dice che, una volta che tutto è stato controllato, l'ultima cosa alla quale si arriva sono gli appunti del giornalista. Gli appunti di Glass non sono altro che le sue scritture private e personali e, in quanto tali, non verificabili se non da lui stesso. Quando si scrive fiction, infatti, non si ha altra persona verso la quale essere sinceri se non se stessi: non per niente Glass, una volta licenziato dal New Republic, è diventato uno scrittore. Il suo primo romanzo, pensate un po', parla di un giornalista che si inventa una serie di articoli falsi per fare carriera.
Francesco
domenica, novembre 14, 2004
Sky Captain And The World Of Tomorrow, Kerry Conran, 2004
Per adesso di questo film si è parlato solo ed unicamente in (vaghissimi) termini tecnici: si è sprecato una marea d'inchiostro raccontando del suo bizzarro modo di realizzazione, si è intervistato i protagonisti riguardo la difficoltà del lavorare con uno schermo blu come solo punto di riferimento e, per finire, si è appiccicato il termine cool all'intera operazione dicendo che è un pò il futuro dell'utilizzo del digitale nel cinema con un surplus di classe e stile. Tutto molto bello ed interessante, però quasi nessuno ha detto o scritto qualcosa di sensato sul film. Difficile però in realtà uscire dal discorso dell'uso del digitale, per una lunga serie di motivi. Tentiamo di vedere quali: Il simpatico Kerry Conran, regista e sceneggiatore alla prima prova, dev'essere un simpatico tamarro invasato di Sci - Fi, con una particolare predilezione per quel recupero nostalgico piuttosto in voga in questo periodo. In superficie il film gronda quindi riferimenti ai vari Buck Rogers e riempie lo schermo, tra una tendina e l'altra, di enormi robot pesantissimi, giornaliste ficcanaso dalle capigliature retrò innamorate dell'asso dell'aviazione americana. Sembra insomma di vedere su grande schermo la trasposizione cinematografica di un vecchio fumetto americano o di quei vecchi episodi animati di Superman. Tutto è perfettamente in linea con un progetto estetico coerente e dalle coordinate precise. Quello che stupisce è che sia sia scelto di realizzare un film così dichiaratamente retrò con una tecnologia solitamente al servizio di un immaginario opposto. Fino ad oggi siamo stati abituati a vedere film realizzati in gran parte con il digitale, che facevano della leggerezza, del dinamismo e dell'innovazione il loro punto di forza. In questo caso il procedimento è dichiartamente opposto. Ciò che rimane intatto è, per forza di cose e soprattutto d'abitudine dello spettatore, il dinamismo e la velocità con cui le forze in campo si muovono sullo schermo, ma per il resto si è fatto veramente qualcosa di inedito o di poco visto. Tolto di mezzo il riferimento visivo fine anni '50 (divertente, affascinante, come qualcuno scrive sulla locandina "cool", ma in conclusione sicuramente non il centro del film), quello che viene fuori è come il modello a cui Conran si rifà siano i film anni '80 di Spielberg e Lucas. Se il secondo viene omaggiato direttamente più volte (la stanza 1138, evidente richiamo a L'Uomo Che Fuggì Dal Futuro, una nave molto simile al Millenium Falcon e via di seguito) forse la discendenza più evidente la si ha con Indiana Jones e il Tempio Maledetto. Entrambi i film sono, prima che un omaggio a un necessario gusto estetico ormai dimenticato (in quel caso si guradva ai fumetti horror avventurosi anni '40 e '50), una dichiarazione d'amore a un tipo di cinema d'avventura decisamente poco frequantato negli ultimi anni. Estrema semplicità, ironia, trame deliranti e soprattutto quel desiderio di mostrare e affascinare una platea con la dichirata magia di una finzione. E in questo senso il film funziona a meraviglia. Puro intrattenimento classico che non può far altro che far spuntare un sorriso e emozionare. Niente di eclatante, sia chiaro, ma più di quello che ci si può aspettare e genuino. Jude Law ha la faccia giusta e sembra divertirsi un mondo, Gwyneth Paltrow sfoggia bei vestitini ma si muova con una pesantezza controproducente alla credibilità del film. Piccole e gustose parti per Giovanni Ribisi, Micheal Gambon e Angelina Jolie. Grazie al digitale si recupera Sir Laurence Olivier.
Resident Evil: Apocalypse, Alex Witt, 2004
Amara delusione per Resident Evil: Apocalypse. Il regista del primo capitolo, quel Paul Anderson che uscirà in settimana con Alien VS Predator, che in qualche modo era riuscito a stupire per decisione e violenza, qui si limita a scrivere e a produrre e cede la mano a un cialtrone qualsiasi. Il signor Alex Witt sembra non avere la più pallida idea di come girare una scena d'azione con un vago senso di ritmo o una minima fluidità e si limita a far ballare la macchina da presa a destra e a sinistra senza senso alcuno creando solo ed unicamente confusione. Inutile cercare una trama (ma non si è certo andati al cinema per questo motivo...), ma sfortuntamente anche il lato di puro intrattenimento è asolutamente assente. Anderson ha fatto il vago tentativo di riempire il film in sceneggiatura di tutto l'horror che gli veniva in mente (c'è veramente di tutto),sfortuntamente o Alex Witt non ha visto i film in questione oppure non ha capito che non basta riprodurre elementi a caso del film che si vuole citare per dare un senso a quello che si vede sullo schermo. Semplicemente insensato e brutto. Rimane la pietrificante bellezza di Milla Jovovich e un paio di battute memorabili tratte dal manuale dello sceneggiatore senza cervello. Per il resto è un film dove delle tipe più o meno nude, in compagnia di tamarri più o meno som iglianti a cantanti di deludenti boy band, sparano a degli zombi truccati male. Peccato perchè il primo era uno degli horror più divertenti degli ultimi anni.
FEDEmc
Grazie a Lonchaney che mi ha prestato il film che è riuscito a farmi togliere Bubba Ho Tep dalle fotine in alto.
mercoledì, novembre 10, 2004
The village di M. night Shymalan
Il mondo pare abbia bisogno di un maestro del brivido. Hitchcock è passato a miglior vita da anni e Stephen King, dopo essere stato saccheggiato per decine di pellicole è passato di moda.
Il buco nella sfera del marketing, o nella sfera culturale, pare essere stato riempito da M. Night Shymalan che, come un Crepet dell’orrore, dopo quattro film di cui uno passabile (non ho visto unbreakable) si mette sulla cattedra di “Elementi di paura e terrore: ma senza quegli effettacci che fanno adolescente coi brufoli” lasciata libera dai maestri. E questo è il primo motivo di fastidio, pregiudizio ed extratestuale.
Altro motivo extratestuale: capisco che il gioco intellettuale – opinionistico del momento sia rispondere al quesito “ma cos’è l’America oggi?”, con generali attribuzioni di incompetenza su cos’è realmente quel grande paese, ma davvero non se ne può più. Soprattutto, se ormai le locuzioni “sogno americano”, “manifest destiny, “Christian belt” appaiono in qualsiasi conversazione, che sia sulla coltivazione del mais o sulla nona di Beethoven. Ma se la lettura “politica” può essere legittima, è necessario applicarla su testi il cui simbolismo elementare e sclerotizzato sconfina nell’allegoria, proponendo la lettura politica come quella “autorizzata”?
E qui si passa al testuale: tutti i sottotesti sono telefonati e banali, se si vuole adottare una forma parabolica di racconto l’interpretazione seconda non può essere così esplicita, fino a sostituire in fondo la narrazione prima. E la non vedente, e i colori, e la comunità chiusa nel passato, e la vera natura delle creature, e la città, e che palle.
In questo modo la suspense, che in alcuni tratti è ben costruita bisogna dargliene atto a sig. Shymalan, diventa solo pretesto per un discorso altro che si vorrebbe più “alto” (perdonate il bisticcio di parole) e blocca qualsiasi riflessione ulteriore.
A me è sembrata la versione spocchiosa e paranormale della casa nella prateria (pure la ragazza non vedente, con Wiliam Hurt che ricorda la buon’anima di Michael Landon.
Il film forse più vicino a questo, nel senso della reazione della critica, è Un film parlato di De Oliveira.
manu
martedì, novembre 09, 2004
Nemmeno il destino di Daniele Gaglianone
Una delle cose più fastidiose è dare ragione a DT: non in pieno, non sono completamente andato, ma un pochetto il nostro ha avuto ragione. Difficile pararne, perché più difficile da stroncare senza pietà che da trattare in modo serio. I difetti ci sono, per carità, un confezione forse troppo chic, che mostra una certa distanza tra soggetto trattato e modo di elaborarlo, eccessivo spazio lasciato al mondo degli adulti, per esempio i flashback sulla madre, un passaggio non troppo digerito tra la parte nella periferia e quella nella casa alloggio, L'urlo e il furore (tra parentesi, anch'io mi appuntai quella frase, assieme a quella seguente)...
Invece è un film davvero interessante: perché per trattare l'adolescenza e il disagio uno vorrebbe sempre i Dardenne, ma siccome non è possibile , basta e avanza uno spaccato di periferia reale e senza fronzoli, senza fornire agli adolescenti sovrastrutture ribellistiche che non gli appartengono. Il disagio non passa mai nel malaugurato mondo del "sociale", ma rimane confinato nel racconto e nei personaggi, intimo ma non intimista. Il dolore, e la sua condivisione con i famigliari, con i compagni di scuola, con la comunità allargata che circonda è fuori dai troppi cliché e riesce davvero a trovare qualcosa per dire il reale, di una periferia che non è mai identificabile di per sé, ma che dagli accenti, dai luoghi potrebbe appartenere a qualsiasi città d'Italia (forse del nord). Non credo che la montagna sia un sostitutivo del mare de I quattrocento colpi, semplicemente penso che "la gita in montagna" sia un elemento biografico di quell'età: assieme ad altri, è parte della capacità del film di affastellare pezzi di vite facendoli diventare parte integrante del racconto. Si potrebbe parlare di empatie rispetto al soggetto raccontato, che si concretizza in un'efficace direzione degli attori: soprattutto Ferdi (Fabrizio Nicastro) sembra essere l'animo del film, quando esce di scena è come se l'energia calasse, per far approdare il film a lidi più tranquilli, ma forse meno originali. Insomma, la periferia è un soggetto cinematografico più interessante dell'Interrail, e fa venir voglia di leggere il libro di Bettin. Se poi si vuole parlare di produttori, standardizzazione e altre cose, sono pronto al dibattito.
manu
PS. di The village si è già parlato in passato o ci si può sfogare?
giovedì, novembre 04, 2004
2046, Wong Kar Wai, 2004
Post difficile. Ci provo. Ideale seguito, ipotetica e fantastica continuazione di In The Mood For Love presentato con alterna fortuna critica all'ulimo festival di Cannes. Pare infatti che al festival sia stata portata una versione di lavorazione, ancora non ultimata nel montaggio. L'impressione (la delusione) però è sfortunatamente la stessa anche adesso che il film esce nelle sale in Italia: manca qualcosa? Wong Kar Wai sembra in qualche modo essere rimasto bloccato al suo film più riuscito, a quella straordinaria rilettura del melò che era In The Mood For Love. Si ritrova infatti la stessa atmosfera nell'episodio La Mano del trittico Eros, piccola perla d'erotismo rarefatto, e in parte anche in quest'ultimo 2046. Ma se il corto dedicato a Antonioni conserva quella sofferta e dolorosissima esposizione della passione, il nuovo lavoro di Wong Kar Wai sembra in qualche modo fermarsi ad un riproposta semplicemente estetica del film di partenza. Se escludiamo infatti i piccoli momenti ambientati nel futuro (su cui torneremo più avanti), si ritrovano tutte le caratteristiche formali del lungo precedente: stessa ambientazione, stessa atmosfera, stessi rossi avvolgenti, stessi bellissimi vestiti, stessi attori... eppure. Eppure 2046 è un film che non convince fino in fondo, freddo, fredissimo, volontariamente diversissimo da In The Mood For Love. Nella Cina alla fine dei '60 Tony Leung Chiu Wai, dopo la mancata storia d'amore con Maggie Chung, dopo quel segreto inscoglibile confidato ad un albero, cambia radicalmente stile di vita e, trasferitosi ad Hong Kong, diventa uno sciupafemmine (chiedo scusa preventivamente per quello che sto per scrivere, ma nell'immaginario medio popolare italiano, non può in alcuni momenti non ricordare il mitico Calboni. Addirittura rifila un classico "puccettone" sulla guancia a una ragazza in un clamoroso rallenti). Presa una stanza d'albergo, comincia a srcrivere un romanzo dal titolo uguale al numero della stanza nella quale risiedono, una dopo l'altra, le donne con cui intreccierà disperate storie d'amore e di passione, per l'appunto 2046. Il romanzo racconta di un uomo che, nel viaggio che lo sta riportando indietro da 2046 (immaginario luogo mitico), si trova ad innamorarsi di bellissimi automi femmine danneggiate, che vivono i sentimenti in differita. Quello che loro provano, sarà dunque vero amore? Impossibile saperlo. Queste le due trame parallele del film che inevitabilente si rincorrono e sovrappongono continuamente. Programmaticamente contraddittorio (in un film in cui il protagonista ripete continuamente che non si può tornare indietro, le cose tendono a ripetersi e a girare in cerchio), il film è sicuramente estremamente affascinante e riesce a stupire per alcune intuizioni geniali (le androidi con i sentimenti in ritardo), ma le cose spesso sembrano rimanere solo a livello superficiale. Come detto precedentemente, sembra di avere quasi un'ostentazione degli elementi visivi particolari dell'autore che, se inizialmente possono ammaliare, dopo poco lasciano piuttosto interdetti. Stesso effetto lo fanno le storie d'amore vissute dai protagonisti: un freddo glaciale. Smaccatamente manierista, si tende ad innalzare ancora di più il piacere estetico, nascondendo la macchina da presa dietro ogni possibile superficie e costruendo quadri cinematogrfici di rara finezza. Insomma, è tutto fighissimo, ma spesso troppo, rischiando la cialtroneria (le sequenze ambientate nel futuro sono piuttosto disarmanti) e soprattutto non si riesce a non notare una freddezza ed un distacco controproducente nei confronti di una storia del genere. L'impressione finale è quella di aver visto, come quelli a Cannes, un film non finito, a cui irrimediabilmente manca qualcosa per arrivare dove ci si era riproposti di giungere. Peccato. Piccola parte per maggie Chung e galleria completa delle attrici più belle di HK: Faye Wong, Zhang Ziyi, Carina Lau. Cominciamo a raccogliere firme per vietare l'uso compulsivo di casta Diva nei film.
FEDEmc
Facciamo della sociologia spicciola: i film NOCIVI (secondavisione si trasforma in rotocalco) Qualcuno l'aveva già segnalato (ma non ricordo chi), ma tra poco uscirà nelle sale Prima del tramonto, seguìto del malefico Prima dell'alba, film che ha rovinato attivamente (faceva in prima persona quei discorsi) o passivamente (gli toccava sorbirseli) la vita sentimentale di una generazione. Ma i film nocivi per la psiche e per le relazioni sociali di torme di spettatori sono molti e diversi: chi non si è mai trovato davanti allo specchio a dire "Stai parlando con me?", ha sognato di accendere un cerino con la faccia di qualcuno (o lo ha fatto, scatenando una rissa), ha fatto il colpo della gru da una seggiola in cucina sfondando la credenza col mento, ha voluto fortemente un professore di lettere (o una scuola sufficientemente repressiva) per cui valesse la pena salire in piedi sul banco? Avete mai comprato un poncho per gettarvelo sulla sala sinistra? manu
martedì, novembre 02, 2004
L'angolo del pregiudizio/1: Shall we dance La fine della società occidentale non è, come prefigurato da Il foglio, insita nell'ultimo film di almodovar, bensì dall'ultimo film di Richard Gere, una sorta di Footloose dell'età geriatrica. Mentre il nostro Kevin dava il la al festoso ed energico dispendio di forze ed inziativa individuale degli anni ottanta attraverso il ballo, qui troviamo che il Richard, dagli anni ottanta partorito anch'esso, è l'incorporazione della crisi demografica e di valori delle opulente società occidentali: il ballo non è più liberazione e metafora sessuale, ma l'alternativa attiva al viagra, l'ultima spiaggia in un impero che sta crollando. evidentemente gli esperti di marketing hanno scoperto il lucroso mercato dei corsi serali di ballo latino americano. Per i produttori più orientati sul mercato democratico progressista, proponiamo, aggratis, un soggetto denominato Pasta di sale Emma, thirtysomething in crisi, si sente come Hannah dell'Hannah e le sue sorelle alleniano: ha tutte le psicosi dell'artista senza avere alcun talento artistico. Consigliata dall'amica/collega/confidente Marcella, si iscrive a un corso di scultura in pasta di sale per riempire le sue serate troppo vuote, da quando ha lasciato Marco, bancario, perché la loro storia era un cliché che non approdava da nessuna parte. Il corso è tenuto da Gonzalo, di mamma italiana e di padre sudamericano (indifferente il luogo preciso), thirtysomething istruttore, ex pittore che ha abbandonto il talento e la carriera nel dorato mondo delle arti per andare ad aiutare una tribù ancora legata alle tradizioni (indifferente il luogo e le connotazioni precise). Affascinata da questa figura multiculturale ed esotica, Emma si lascia andare, le sue relaizzazioni sono meravigliose. Gonzalo, si interessa a questa donna che riesce ad esprimere in modo così espressivo le espressioni del suo espressivo intimo. Ne nasce una relazione. (a questo punto mettere una sottotrama con le peripezie amorose di Marcella innamorata di un tamarro, ma in fondo semplice, buono e giusto). Emma lascia il lavoro ed apre un negozietto di oggetti di artigianato (etnico, ma non solo, la mente è aperta) con Gonzalo. dopo un relativo periodo di felicità, lei insiste per andare a vedere quella tribù per cui Gonzalo ha abbandonato affetti e carriera da artista promettente: fanno il vaggio in sudamerica (non importano luogo e connotazioni precise). Ma lì è il dramma. Gonzalo ha un rapporto con l'Altro molto più empatico di quello di Emma, Emma ne soffre, Gonzalo la trascura per aiutare i poveri, lei si incazza, gli scaglia una statua di pasta di sale in fronte e se ne fugge in Italia. Gonzalo la raggiunge in aereoporto, la perdona, ma capiscono entrambi che il sogno è finito, e ognuno va per la sua strada. Si suggerisce conclusione metaforica: nel momento in cui l'attività commerciale va bene, si vede un bambino comprare un castoro artigialmente realizzato, dopo aver insistito con un caro (esageriamo, emma, presa dalla tenerezza lo regala - logica del dono vs. logica del commercio-). Questo bambino viene colpito da un lutto che ha in oggetto il caro (il legame di parentela è a libera scelta). La disperazione avvolge il piccolo pargolo: ma, nel dolore, il suo occhio cade sull'abominevole manufatto (soggettiva). controcampo sul volto del bimbo che ha come un istante di epifania, un attimo di sollievo, carrello in avanti sull'occhio del bimbo, ancora umido ma non più lacrimante. Dettaglio. Fermo immagine. FINE manu
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