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martedì, dicembre 21, 2004
L’angolo del pregiudizio natalizioChristmas in LoveEravamo arrivati ad un compromesso: loro esistevano, parecchie persone li andavano a vedere, io non mi scandalizzavo e non approfondivo. Un po’ l’atteggiamento che nutro verso le tempeste di sabbia nel deserto australiano. Ma poi c’è chi disserta della vibrazione corporale dell’ego di Boldi in dialettica con un fuori campo sempre “al di fuori” e trascendente, chi vede nei calembour di Sconsolata aleggiare il fantasma di Groucho Marx e il nostro essere parlati dal linguaggio, il precipitato mitopoietico della famiglia De Sica ecc. Inoltre, i protagonisti del film vanno in televisione lamentandosi con gli ormai pochissimi critici che non capiscono la loro arte, che hanno la puzza sotto il naso, e a cui piacciono cose come la Corazzata Potemkin, noiose, in bianco e nero e mute. Tutto giustificato dal riferimento ad un “popolo” che è scomparso da circa 25 anni. Dunque, corro il rischio di smentire me stesso tra vent’anni, ma si sa che siamo figli del nostro tempo, e di sembrare il noioso snob parruccone quale sono: il film è probabilmente una porcheria. Tu la conosci Claudia?Tanto bravi Aldo, Giovanni e Giacomo! E poi la Cortellesi la adoro! E poi è il film che mette d’accordo tutti, che se a Santo Stefano si va al cinema in 12 dai gusti diversi, si va a vedere il film del trio che ha fatto ridere tutti in TV, a teatro, o nelle videocassette dei comici allegate ai quotidiani. Io, per sicurezza, al cinema con 11 amici a Santo Stefano non ci vado. Shrek 2Il film è sicuramente divertente, pieno di trovate, un cartoon per adulti. Ma il fatto che l’altro giorno mi sia trovato un orco verde di marzapane in camera mia che mi invitava ad andare a cogliere l’imperdibile occasione e mi regalava due simpaticissime orecchie da indossare nelle feste con gli amici, mi ha fatto decidere che per vederlo e parlarne bene aspetto un assegno sottobanco dai produttori. Ocean’s twelveIl film gigione di natale. Il sequel di un divertente remake di un buon film è una garanzia intertestuale mica da ridere. Se non fosse per il mio poco natalizio odio per il regista, quasi quasi lo andrei a vedere Matrimoni e pregiudiziI distributori si sono accorti dell’esistenza della categoria “equo e solidale” anche al cinema: quindi ormai non si sforzano neanche più per i titoli: in cantiere le etichette (pronte per qualsiasi film) Amori e ostacoli, Esotismo e relazioni interpersonali, Famiglie conservatrici vs. gioventù ribelle, Cuori e Convenienze sociali, Kuore e malinkuore (più giovanilista), Multicuturalismo e tradizione (con annessa la puntata di 8 e mezzo sull’importanza delle tradizioni). Dispiace per la signorina J. Austen
Melinda e Melinda Direi, come faccio da 12 anni, il miglior Woody Allen degli ultimi tempi. Anche se va a Buona Domenica.
Il Fantasma dell’OperaPer gli inguaribili amanti del polpettone seduci-academy, ecco a voi un film che comunque lo prendiate dura tre ore, e tutte filate. Melodramma, amori e intrighi, come in uno sceneggiato della RAI bernabeiana. Al peggio, non è più brutto dell’ultima versione.Si aspettano verifiche dopo l'effettiva visione in sala. Mancano inoltre i pregiudizi infondati su Birth - Io sono Sean, Confidenze troppo intime, Il mistero dei templari.
venerdì, dicembre 17, 2004
SECONDAVISIONE E FUTURE FILM FESTIVAL 2005  Cari Amici, continua la collaborazione con gli organizzatori del più importante Festival italiano dedicato all' utilizzo delle nuove tecnologie in ambito cinematografico. Giunto alla settima edizione, il Future Film Festival si svolgerà a Bologna dal 19 al 23 gennaio. Quest'anno il Festival mette in palio ben 5 accrediti culturali. Se siete interessati, scrivete una recensione di un film in prima visione e mandatecela al nostro indirizzo di posta secondavisione@hotmail.com. All'interno della prima puntata del nuovo anno, il 4 gennaio 2005, daremo i nominativi dei cinque vincitori.

martedì, dicembre 14, 2004
Closer di Mike Nichols
Potrebbe essere il “Le invasioni barbariche” di quest’anno, sebbene per fortuna nessuno me lo spaccerà per “il film più di sinistra dell’anno”. Forse gli uomini marketing hanno individuato una fascia di pubblico natalizia che ama i film logorroici.
È pure un vero e proprio esempio di “teatro filmato” e di “film borghese”, se proprio vogliamo ragionare per categorie che risalgono, nella loro accezione negativa, a 40 anni fa. Non sono da abbandonare, ma se proprio si deve dare loro una connotazione negativa una spolverata bisogna dargliela.
Insomma, ha tutto per essere un film detestabile, ma invece convince. Convince appunto perché i personaggi sono sgradevoli e detestabili, in un mondo di professioni cool, che però non garantisce loro alcun riscatto. E nemmeno lo sguardo del regista condanna e quindi si sente superiore a loro. Perché non si preoccupa di mostrare la verità o rappresentare la realtà, ma solo di portre alle estreme conseguenze il dramma che avviene in interni, in camera da letto. Non c’è alcune identificazione lasciata allo spettatore: sono tutti degli stronzi e non è un caso che alla fine “vinca” il più stronzo di tutti. Talmente rozzo e diretto da sapere come va la vita, ma allo stesso tempo l’unico, nella scena finale, a dormire tranquillo, perché non si rende conto che la sua vita è fondata se non sul fallimento, almeno sul dolore e la menzogna. La sua brutale schiettezza fa il pari con quella della ragazza che vive “per i sentimenti”, schietta in un altro senso: infatti la sequenza più bella è quella del loro dialogo nel night club.
Infastidisce, perché per un film del genere l’identificazione dello spettatore (supposto “colto” e “borghese”) si sofferma sullo scrittore presunto tale e sulla fotografa, ma scivola subito i quanto indicati come i dichiaratamente senz’anima – in questo caso lo stereotipo dell’intellettuale frustrato che non capisce nulla della vita e dei sentimenti fa capolino, purtroppo.
Ricorda, a parte Chi ha paura di Virginia Woolf? (commedia di Edward Albee, oltre a film di Nichols), Amici e vicini di Neil Labute, e anche Gocce d’acqua su pietre roventi per rimanere più vicini cronologicamente. Un film misantropo, che salva solo un’inconsapevole innocenza, e non di maniera, per fortuna, anche se sicuramente non innovativo. Ma per questo "fuori moda" in modo affascinante.
manu
lunedì, dicembre 13, 2004
Donnie Darko di Richard Kelly
La sequenza più efficace di Donnie Darko è il “video” sulle note di Notorius: prima la ragazzina asiatica e cicciona che viene fischiata dagli stronzi, compatita da quelli peggio stronzi, tutti pronti ad inchinarsi ad una boyband, in parallelo con l’incendio della casa del predicatore. Alla fine, quello che si salverà dal paradosso temporale saranno solo i primi due elementi, non il terzo. Non si salvano la rabbia e il fuoco purificatore, ma probabilmente rimarranno la finta correttezza e l’esaltazione, genuina e agghiacciante, per il successo.
La chiave del successo può risiedere nell’apparente complessità della trama (che genera infinite discussioni), ma si dimentica la particolarità di un ritmo dilatato all’esasperazione, nonostante la presenza di una dead line. La scelta che lo rende superiore ad un’imitazione di un Lynch è la scelta dell’ambientazione, di prendere, arbitrariamente il 1988 come anno cruciale per lo sviluppo della cultura e della società. Di ciò sono momenti emblematici i video inseriti all’interno del film.
L’inquietante non è tanto creato dall’ossessione individuale, che a volte cade nello stereotipo, e si costruisce in alcune sequenze sfrangiate e mancanti di coerenza interna o di coerenza con il resto del film. L’inquietante del film è il fatto che le azioni e le visioni di Donnie siano integrate nel contesto e la sua “follia” sia motivata e compresa, distruttiva e allo stesso tempo nutrita di illusioni sconfitte.
Il sacrificio finale, pare tagliato, è un sacrificio perché il mondo continui nelle sue illusioni, cancellando i segni del cambiamento e della verità che la follia aveva rivelato. Un film rassegnato.
Mi sembra assurdo aspettarsi Mulholland Drive: Donnie Darko è ingenuo (ma questo è anche un pregio), a volte semplicistico, e comunque alla fine fa appello ad una razionalità logica troppo forte ed esplicita.
Capisco che i clamori spropositati del marketing siano insopportabili, ma mi infastidisce un poco la sensazione che le critiche provengano solo da voci che del “cult”, per pochi e selezionati, fanno categoria estetica preminente.
manu
PS: non ricordo se avevamo scritto in passato su questo film. Se sì, mi scuso per la ripetizione
Ma è vero che Woody Allen ieri era a Buona Domenica? Ricordo l'unica battuta decente di Hollywood Ending: ""Bogdanovich? Sì, sta girando uno spot per deodoranti in Canada"
giovedì, dicembre 09, 2004
Eros
Il filo pericoloso delle cose di Michelangelo Antonioni
Lasciamo da parte la sceneggiatura di Tonino Guerra, anche se un “poeta laureato” che vaneggia di Natura e Valori in un parcheggio di un ipermercato è la più incisiva immagine della cultura italiana degli ultimi vent’anni. Ero preparato, mi sono concentrato sulla forma, sulle immagini, sulla resa degli spazi svuotati e la relazione con gli animi. Purtroppo, neanche uno spunto, un guizzo. Anche l’ultima inquadratura, che vuole disperatamente essere carica di significato, di vuoto, così perfetta nei sui simbolismi, rimandi e semisimbolismi, non ce la può fare. Nemmeno la forma è un appiglio. L’unico modo di “salvarlo”, se cosi si può dire, è di prenderlo da un punto di vista storico e intertestuale. Una sorta di punto di non ritorno per tutti gli imitatori dispari di Antonioni che hanno infestato il nostro cinema per circa vent’anni. Potrebbe essere una parodia, ma ne mancano degli elementi: è che nemmeno Antonioni riesce a far parlare più gli spazi vuoti, riempiti dai profeti dei non luoghi, o a dettare di incomunicabilità, quando ci si è fatto un po’ il callo. Questo film è la dichiarazione di impotenza e gli imitatori dispari, che Antonioni vanta in numero eguagliato forse solo da Bunuel, dovrebbero rendersene conto. Alla fine, se proprio si vuole parlare di incomunicabilità seguendo certi registri, basta aggiustare un po’ il tiro (mi viene in mente il bel La spettatrice di Paolo Franchi).
Equilibrium di Steven Soderbergh
Non si può scrivere la Fenomenologia dello spirito come se si stesse giocando una partita di squash. Delle due l’una: o si è dei fenomeni, o si sceglie tra mestiere e “ricerca”. Se Soderbergh capisse questo potrebbe essere un buon regista, molto buono. Infatti quando gioca e gira senza sottotesti – pessimi – e ambizioni intellettuali gli riescono pure delle cose decenti. Non tanto questo, che rimane uno svagato giochino cool sulla psicanalisi e lo statuto delle immagini, tanto divertente quanto logorroico. Non ha nemmeno il pregio di irritare.
La Mano di Wong Kar Wai
Intendiamoci: se l’avesse girato un giovane esordiente italiano lo avrei portato in spalla a Lourdes. E, tra l’altro, è in sé bello. Insomma, l’unico momento veramente erotico del trittico è la prima masturbazione, tra le assenze di Antonioni e le parole di Soderbergh, l’unico momento vitalmente disperato è l’ultima masturbazione. Si tratta delle poche immagini in cui pulsa qualcosa. E, da un certo punto di vista, è quello che si suol dire un “gioiellino”: torna bene, c’è quello che si voleva, ben spiegato, come fa Wong Kar Wai di solito, è digeribile.
In realtà non mi sono mai tolto una sensazione di stanca, come se si volesse davvero tornare sui temi di In the mood for love senza alcuna volontà di andare oltre, di ibridarli e metterli in discussione come in 2046. Torna tutto troppo bene: nei film precedenti dello stesso autore la poetica del frammento – di immagine, attraverso l’uso esasperato del quadro nel quadro, e del tempo, attraverso l’uso delle ellissi – fondavano la passione sul nascondere degli elementi, lasciando delle assenze che non tornavano logicamente, ma che nutrivano la messa in scena della “passione” e della relazione tra i personaggi. In questo non c’è non detto, quello che non si vede viene spiegato, quello che manca si deduce. Forse anche la dimensione del cortometraggio non dà possibilità di accumulare queste omissioni e di farle esplodere.
manu
mercoledì, dicembre 01, 2004
THE INCREDIBLES, Brad Bird, 2004
"Verso l'infinito e oltre!" era la frase di battaglia del giocattolo Buzz Lightyear, co-protagonista due episodi di Toy Story, e sembra essere anche la filosofia dei geni che lavorano alla Pixar. In soli sei lungometraggi e una dozzina di corti, questi geniali nerd del computer sono riusciti a cambiare radicalmente, e in maniera irreversibile, il volto del cinema d'animazione destinato al pubblico giovane. Ogni film una rivelazione, una folgorazione, ogni lavoro un passo (o qualcosa di più) in avanti. The Incredibles è per l'appunto il loro ultimo lavoro (se non sbaglio i calcoli, penultima collaborazione con la Disney) ed è un film straordinario, forse il loro prodotto più maturo e complesso, non a caso il primo con protagonisti degli umani, e quello meno dichiaratamente per bambini . Una pellicola in grado di spazzare via almeno cinque anni di action movie americani e contemporanemante capace di dire qualcosa di cinematograficamente inedito sui supereroi (e la Marvel per questo, dovrebbe passare due mesi dietro la lavagna...). La storia: dopo un periodo di innamoramento del mondo e della gente verso i supereroi, una legge li obbliga a rinunciare ai loro superpoteri e li condanna a vivere normalmente, nascosti tra i semplici umani. Ma per Bob Parr, ex Mr Incredible, sorta di Superman ormai ridotto a triste assicuratore frustrato con tanto di pancetta, e famiglia qualcosa sta per cambiare... Il film ci presenta un mondo in cui, almeno all'inizio, l'integrazione tra umani e supereroi è perfetta e normalissima: sembra di essere catapultati tra le pagine di un comics anni '60. Tutto sembra procedere magnificamente: i supereroi sono perfetti, infallibili, vigilano e difendono il pianeta da villains più o meno credibili (l'impagabile cattivone francese...) o aiutano simpatiche vecchiette a recuperare il gatto finito sull'albero. Sfortunatamente il mondo non sembra essere pronto per tutta questa perfezione, per accettare l'esistenza di esseri superiori dotati di poteri difficilemente immaginabili. La soluzione a questo punto è tentare di rimuovere, dimenticarsene: obbligarli a smettere i panni di difensori del mondo e rifilare i nostri ex idoli tra le 4 pareti di un grigio ufficio, schiacciati magari dalle turbe di capi ufficio ubriachi di potere. In principio si potrebbe pensare a un parallelo con il discorso sulla diversità affrontato in X-Men, ma il film della Pixar è un gradino sopra e, soprattutto, tratta il tema in maniera differente. The Incredibles rischia di essere il corrispettivo cinematografico del lavoro fatto da Alan Moore sulla figura del supereroe in Watchmen e in Top Ten o da Kurt Busiek in Astro City. Una riflessione profonda, resa però qui con invidiabile leggerezza, su personaggi visti per troppo tempo come perfetti, immutabili e infallibili che si rivelano invece deboli e pieni di problemi. Il progetto di base è quello di vedere per una volta l'altro lato del supereroe. o meglio i due lati contemporaneamente: la perfezione e la fallibiltà. Come sostiene il Dott. Tuono Pettinato nel suo essenziale Corso di Fumetti Dozzinali: "... scoprire momenti di banalità, come vedere Spiderman che sbadiglia, o Superman in ciabatte, è una foto alla nuca fatta a tradimento al fumetto che lo rafforza e lo rende più mitico". Nel film vediamo una famiglia di supereroi frustrati, impossibilitati ad usare i superpoteri per i loro scopi preposti (salvare il mondo), alle prese con problemi quotidiani e banali (andare a scuola, al lavoro, fare le pulizie...). Fino al momento della loro inevitabile rinascita, della loro rivalsa verso un mondo che li vuole inquadrare e far apparire tutti uguali, la famiglia Parr/Incredibles scompare, si eclissa con difficoltà dietro a quello che un tempo è stata, dietro a un poster che li ritrae come una volta erano visti. Il procedimento narrativo è in realtà simile a quello esposto nei due Toy Story: l'accettazione da parte di Buzz della sua natura replicabile di giocattolo nel primo episodio, la presa di coscienza della propria unicità per Woody nel secondo. Insomma, ognuno è diverso dagli altri, ogni personaggio, superpoteri o meno, è unico e irripetibile e ha un suo spazio nel film (coerentemente con questo assunto di base, il vero cattivo del film non ha alcun superpotere, ma anzi tenta di costruirseli artificialmente). A questo serve il discorso sui supereroi che, ripetiamo, è estremamente complesso e inedito almeno su grande schermo. Quello che stupisce è come poi questa base forte, serva per realizzare un film che si ispira dichiaratamente alle pellicole sugli agenti segreti anni '60. Citazione dirette dai temi musicali di John Berry, caratterizzazione dell'antagonista e dei suoi aiutanti, l'ambientazione (fino ai minimi dettagli architettonici), la tecnologia esposta, il tratto con cui i personaggi vengono disegnati, tutto sembra uscire da un prodotto profondamente legato agli anni'60, all'ingeniutà dei primi 007. E già qui ci sarebbe materiale a sufficienza per realizzare un paio di film hollywoodiani canonici, ma The Incredibles non di ferma qui: la seconda parte del film, quella ambientata sull'isola, rende direttamente omaggio (e siamo a due film in poco tempo: vedi quello scritto per Sky Captain) al cinema americano principe degli anni '80: Lucas e a Spielberg. E via a richiami a Indiana Jones, Guerre Stellari, Jurassic Park... Tutto questo materiale cinematografico però, non va ad appesantire il discorso con citazioni testuali (come accadevo spesso nei primi prodotti Pixar), ma va ad integrarsi perfettamente nella storia. La strordinarietà del film risiede nella sua struttura: l'evidente semplicità narrativa della storia è ottenuta mescolando perfettamente i meccanismi base del genere completamente asciugati. Tentando di spiegare: per rendere in maniera semplice una storia così complessa, bisogna essere perfettamente padroni di tutti i generi presenti e guardarli da distante, con perfetta conoscenza del loro funzionamento, dei loro limiti e, soprattutto del loro superamento ("mi hai fatto fare un monologo..."). Oltre a tutto questo, si ride dall'inizio alla fine con alcune trovate di sceneggiatura impagabili. Un vero e proprio capolavoro. Un pò di note a margine: Elasticgirl, la moglie di Mr. Incredible è doppiata da Laura Morante. Si Raccolgono firme per impedirle di continuare a fare danni al cinema. Ottima invece Amanda lear nel dare voce a Edna, la straordinaria stilista dei supereroi.
FEDEmc
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