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lunedì, gennaio 31, 2005
36 - Quai des Orfèvres di Oliver Marchal
Due poliziotti che si vendono l’anima: il primo per avere la soffiata giusta, per arrestare un gruppo di rapinatori, il secondo che per il potere non esita a distruggere amici e a uccidere. Il peccato del primo viene scontato fino in fondo, per il secondo la discesa nell’abisso della morale corrisponde alla scalata sociale e al successo. Le facce di Daniel Auteuil e Gérard Depardieu sono le più adatte per mettere in scena un film che se da un lato sembra prendere spunto dal Mann di Heat, dal’altro guarda alla tradizione del polar. Ma quest’ultima non subisce una rielaborazione intellettuale, non attraversa alcuna rivisitazione di genere, ma piuttosto si gira un polar d’oggi, con la stessa morale, ma con una forma canonica e diffusa, anche à la page, si vedano i numerosi dialoghi fuori sincrono.
Questo a volte rende il tutto stridente, è come se le frasi sul bene e il male, le frasi “da noir” esplodessero senza avere un riscontro nella forma, senza avere una riflessione, come se fossero dialoghi di un altro tempo e di un altro luogo. Come stride la poetica del “poliziotto solo”, o meglio, del “poliziotto dai metodi antichi” che viene messa in bocca ai personaggi, ma che poi non si spande nella narrazione (la dimensione nostalgica del personaggio di Auteuil non è ben sviluppata, rimane più una dichiarazione di intenti che un tratto fondante del personaggio).
Convince però la forza, anche ingenua, con cui lo scontro tra due rapporti col male è raccontata, il che è forse dovuto al coinvolgimento personale del regista, ex poliziotto, in ciò che è raccontato.
Perfettamente svolto, e molto coinvolgente, è il percorso della dannazione dei due personaggi: Auteuil viene disintegrato dal male che ha commesso, anche se per “fin di bene”, perché non può fare a meno di andare fino in fondo alle proprie decisioni e ai propri errori. Allo stesso modo, ma esattamente all’inverso, Depardieu usa i propri crimini, i propri errori e decide per andare in fondo a uno scopo che non è legato alla pratica quotidiana del lavoro di poliziotto: per conquistare il potere, per andare a far parte del sistema, per questo è disprezzato (si veda la bellissima scena del dietro front al funerale).
manu
PS: bello, ma il Melville citato da alcuni è un po' a sproposito. Capisco che film del genere se ne facciano pochi ormai, purtroppo, ma non esageriamo
THE WOODSMAN, Nicole Kasser, USA, 2004
“Quando sarò normale?”. Questa è la domanda centrale nella mente di Walter, un uomo appena uscito di prigione dopo dodici anni per pedofilia e molestie sessuali. Convinto che la sua sia una patologia curabile, sorta di malattia pronta a manifestarsi in inaspettate e irruenti ricadute, l'uomo tenta di reinserirsi nella società che lo ha allontatnato e che lo considera tra gli esseri più disgustosi immaginabili. Osteggiato da chiunque sia a conoscenza del suo passato, sotto stretto controllo della polizia, in cura da un analista che lui chiama medico, l'uomo trova un lavoro e una casa, posta di fronte a una scuola elementare, e tenterà di “guarire”. Tratto da un racconto di Steven Fechter, sceneggiatore insieme all'esordiente regista, The Woodsman è un film piuttosto duro, con momenti insostenibili, che tratta uno dei temi più delicati e a rischio dell'ultimo cinema indipendente americano (ricordiamo almeno altri due ottimi titoli recenti: Capturing the Friedman di Andrew Jareki e Mysterious Skin di Araki). Girato con uno stile freddo e con poche concessioni alle classiche ruffianerie da Sundance, il film si riflette quasi completamente nell'interpretazione di Kevin Bacon, anche produttore del film. Sofferto, claustrofobicamente schiacciato da un insostenibile pressione e da colpe inconfessabili, mostruosamente consapevole delle sue tentazioni, Walter segue un percorso psicologico di riabilitazione che lo porterà a confrontarsi in modo diretto e traumatico con la sua “malattia”. Ambientato in una società dipinta in maniera forse fin troppo abbietta, senza quasi possibilità di rivalsa, il film colpisce per la schiettezza con cui viene affrontata la pedofilia e, proprio per questo motivo, si fa perdonare alcune ingenuità. Di fronte all'orrore (uno degli ultimi dialoghi tra il protagonista e l'ispettore di polizia che lo tiene sotto controllo), non si può non avere occhio partecipe, e la conseguenza è un “alleggerimento” del nucleo centrale del film e di una necessaria sospensione di giudizio. Momenti alti si vanno quindi a scontrare con una lunga serie di finali assolutamente controproducenti e con alcune riflessioni fin troppo scoperte. Ottimo comunque Kevin Bacon. Piccole parti per l'ottimo Mos Def e per Eve, famosi cantanti americani.
FEDEmc
mercoledì, gennaio 26, 2005
Ray, Taylor Hackford, 2004
Sembra che l'ultima mania in fatto di film biografico sia quella di rovesciare l'assunto "grande personaggio=grande uomo" in quello "grande personaggio nonostante tutto". Penso, un esempio su tutti, ad Alì di Micheal Mann, che dello scarto tra la prontezza sul ring e l'intempestività nella vita ne faceva una ragione di esistenza. Filmando quasi vent'anni di vita di Ray Charles, anche Taylor Hackford non rinuncia a mostrare gli aspetti più sgradevoli della vita del musicista: eroina, opportunismo, diciamo scarsa fedeltà verso la moglie. Quello che al film manca, dal punto di vista strettamente narrativo, non è quindi il coraggio di limitare la santificazione, ma la capacità di uscire dall'ambiguità tra pettegolezzo e binomio genio-sregolatezza. Il registro preferito da Hackford sembra il primo, quello dei fatti minimi della vita privata dell'artista, tanto che le scene di adulterio o di vita casalinga sono costruite con un accumulo di dati e passioni certamente non raffinato, ma efficace. I problemi cominciano quando da qui si passa al momento creativo, alla dimostrazione del genio e dell'eccezionalità dell'individuo, che scrive (durante una lite con l'amante) Hit the road, Jack o sceglie (perché un fan glielo urla) di non suonare nella segregazionista Georgia. Qui il film procede a strappi, senza dare conto di percorsi o processi: se Alì (pur non comprendendoli) captava il cambiamento e la grandezza degli eventi e si inseriva nella corrente giusta, Ray Charles finisce per sembrare un uomo un po' limitato che però ogni tanto ha grandi idee, che arrivano da non si capisce dove.
In tutto questo, giusto per dare un che di mediamente sovrannaturale, Hackford decide di imbastire una controtrama ambientata nell'infanzia di Ray, per mostrare i traumi che lo hanno segnato: la perdita del fratello e la progressiva cecità. Le scene sono introdotte come flash-back e vorrebbero avere un andamento onirico, con l'esasperazione dei colori e della luce accecante del Sud degli Stati Uniti. Il risultato è di un sudismo di maniera che, purtroppo, ricorda (a chi se lo ricorda) il video di Zakk Wylde con Pride&Glory "Losin' your mind" e ogni tanto ci si aspetta un vecchio sdentato col banjo.
Sei candidature all'Oscar, tra cui inspiegabili Regia e Montaggio.
p.
domenica, gennaio 23, 2005
Hair High, Bill Plympton, 2004 La retrospettiva dedicata al geniale Bill Plympton è stata una delle iniziative migliori e più azzeccate e divertenti della scorsa edizione del Future Film Festival, e già l'anno scorso avevamo visto delle immagini in anteprima di questo ultimo suo lungometraggio. La storia è quella dell'amore impossibile tra Cherry, la ragazza più bella del liceo, fidanzata col quarterback della scuola, e Spud, lo sfigato, il novellino, l'ultimo arrivato in città. I due vengono uccisi proprio prima della loro incoronazione al tradizionale ballo di fine anno, ma un anno dopo risorgeranno e si prenderanno la loro rivincita. A sentire la storia del film, l'anno scorso, si pensava che Plympton puntasse molto sulla vendetta dei due simil-zombie, invece gran parte del film racconta proprio del progressivo innamoramento dei due, spostando il nucleo tematico su argomenti classici, in cui l'autore cerca di dare il meglio di sè. Quindi lo schiavismo a cui è ridotto Spud è veramente da rapporto slave/mistress, con tutte le implicazioni (ovviamente anche sessuali) possibili. Le caricature dei personaggi sono azzeccate, e anche la cornice in cui tutta la storia viene raccontata. Quello che non va in Hair High è la lunghezza, problema abbastanza comune nelle tematiche del cartoonist americano. L'umorismo violento, intriso di sangue, viscere e sesso di Plympton è geniale e fulminante per un'ora al massimo, poi, inevitabilmente, dà segni di stanchezza. Durante la proiezione del suo ultimo film si è visto chiaramente, visto che è stato preceduto da un corto, Guard Dog, semplicemente perfetto, proprio perché dura poco. Con questo non si può dire che Hair High sia da buttare via, ma da fanatico di Plympton devo ammettere che è uno dei suoi lunghi più debole, seppure con sequenze al limite della perfezione, qua e là. Francesco
sabato, gennaio 22, 2005
OMAGGIO A PHIL MULLOY Nere figure stilizzate, disegnate appena con un tratto di pennello, dai denti aguzzi, il naso pronunciato ed un cappellaccio simile a quello di Bob Mitchum ne La Morte Corre Sul Fiume, calato sugli occhi cattivi e livorosi. Questa è l’umanità in bianco e nero ritratta da Phil Mulloy nei lavori presentati al Future Film Festival. Uomini e donne dominati da sfrenati istinti animaleschi, in una terra desolata segnata da alberi rinsecchiti, edifici fatiscenti, dove la solitudine e l’avidità, di soldi e sesso, regnano sovrani. “Se Disney è il cuore dell’animazione, Mulloy ne è le viscere.” Così il critico Chris Robinson ben sintetizza l’opera di questo distinto signore inglese, classe 1948, difficilmente immaginabile come l’autore di alcune tra le favole più crudeli ed irriverenti mai viste sullo schermo. In The Ten Commandments vanno in scena dissacranti apologhi morali, in cui distorti e scheletrici personaggi devono fare i conti con il bigottismo perbenista imperante ed i dettami di un Dio beffardo e menefreghista. In The History of the World assistiamo alla nascita della scrittura, dettata più dall’impossibilità di fornicare che per comunicare, dimostrandosi grande arma di seduzione, capace di soddisfare i più bassi appetiti. The Sexlife of a Chair mette in scena il frutto degli studi di un oscuro professore tedesco sulle abitudini sessuali di una sedia, conciliando De Sade e l’estetica dei pruriginosi documentari svedesi anni ’60. Dimenticate Disney e la sua rassicurante leziosità a prova di carie. Dimenticate i Simpson e perfino la liberatoria follia di Tex Avery. Qui si ride, certo, ma di una risata amara ed inquietante. Non ci libereremo più tanto facilmente di questi omini neri nasuti e cattivi. Una delle cose migliori viste al FFF. Tom
venerdì, gennaio 21, 2005
CUTIE HONEY, Hideaki Anno, 2004 Come accade ormai da anni in America, anche in Giappone gli schermi cinematografici si stanno progressivamente riempiendo delle trasposizioni cinematografiche degli eroi cartacei. Questa volta tocca a Cutie Honey, sexy supereroina nata dalla matita del maestro Go Nagai (sempre nel 2004 è stato realizzato anche il film di un suo altro famosissimo personaggio: Devilman). Cutie Honey riesce nella straordinaria impresa di portare veramente su grande schermo le dinamiche narrative e stilistiche del fumetto originario. Tecnicamente il film è uno sfrenato miscuglio di live action, sequenze animate in 2-d e (pacchianissima) computer animation: queste diverse tecniche, tutte portate all'eccesso, si sovrappongono e riescono a far accettare allo spettatore un programmatico e consapevole scardinamento del linguaggio cinematografico a favore dell'immaginario proprio dei manga. Il risultato è forse il più pazzoide tentativo di film fieramente pop che io abbia mai visto: tra combattimenti contro fessi travestiti in maniera impresentabile, sequenze rubate ai teen video in stile Mtv (la protagoinista, Eriko Sato è una famosa super idol), squarci di umorismo demenziale e punte di sentimentalismo, Cutie Honey porta tutto sempre un gradino oltre al punto di saturazione, rendendo il tutto irresistibile, travolgente, completamente pazzo, esagerato... Fa piacere notare anche un deciso distacco da quegli elementi che il cinema d'azione americano ha ultimamanete reso imprescindibili in qualsiasi produzione (tipo che non c'è nenanche una citazione da Matrix...). Insomma, io personalmente di film strani un po' ne ho visti, ma questo è veramente assurdo.
FEDEmc
L'uomo che fuggì dal futuro, George Lucas 1971 Il primo film di Lucas è una di quelle pellicole di cui si sente sempre parlare, ma che raramente si ha l'occasione di vedere. Al Future Film Festival è stato presentato in un ricco programma, che comprendeva anche la visione del primo lavoro di Lucas in assoluto, THX 1138: 4EB, un cortometraggio finanziato dall'Università della California del Sud da cui poi avrà origine THX 1138. La storia del film è nota: in una società del futuro si vive sottoterra, non si pratica il sesso, si lavora, si produce, si consuma e ovviamente si crepa, ed è obbligatorio drogarsi con dei sedativi. Tutti sono controllati continuamente, sono vestiti in maniera identica, vivono in coppie formate seguendo leggi statistiche. E i nomi non esistono, sono sostuiti da sigle. THX 1138 decide di ribellarsi, in qualche modo. THX è un film povero, si tratta della prima produzione dell'American Zoetrope di Coppola, ma non si vede. E' lontano dalle produzioni di serie B, dalle quali Coppola pur veniva, perché ha una grandissima dignità, associata ad una grande inventiva. Quindi il bianco abbagliante delle scenografie nasconde le ristrettezze di budget, per esempio, e contribuisce alla creazione di un universo visivo coerente e soffocante. In questo film Lucas osa molto, pur rimanendo controllatissimo per quanto riguarda l'immagine, e lascia lo spettatore a disagio, invadendolo continuamente con numeri sullo schermo, e voci gracchianti da microfoni che ripetono continuamente numeri di procedure, cifre economiche, sigle di persone e modelli. E' interessante, inoltre, vedere come Lucas si rifaccia sia al cinema nuovo di allora, sia quello europeo che quello americano, ma che già mostri un saldo ancoraggio ai pilastri del cinema classico americano. A questo proposito si veda la splendida sequenza del processo a THX, così simile alle scene madri dei "trial movies", ma sconvolta dal modello di società in cui avviene. Curioso, tra l'altro, che nello stesso anno un altro grande talento alle prime prove, prenda in giro una scena di processo, seppure in tutt'altro modo. Lucas con il suo primo film, ma già con il cortometraggio, ancora più allusivo e sperimentale, getta le basi del suo cinema, proiettato verso un futuro passato e perfettamente conscio del retroterra culturale americano. Lontano da 1984, THX evita ogni tipo di lezioncina distopica e lascia che l'occhio dello spettatore si perda in un bianco abbacinante che ha molto di quello descritto da Melville e che ricorda gli oscuri spazi infiniti in cui si muoveranno le astronavi della saga di Guerre stellari. Francesco Il sito ufficiale del film. Un sito amatoriale, ma ricchissimo.
Strings di Anders Rønnow-Klarlund, 2004 Dopo un avvio incerto, ecco uno dei film che rimarranno nella memoria di chi sta seguendo il Future Film Festival. La storia è quasi shakesperiana. L'imperatore di Hebaldon si suicida per il rimorso della sua tremenda condotta, e lascia al figlio Hal il regno. Ma la lettera con le sue ultime volontà viene trafugata dal perfido fratello del sovrano e dal suo scagnozzo, che spingeranno l'erede fuori dalle mura della città, facendogli credere che gli assassini di suo padre siano i nemici storici di Hebaldon, gli Zeriti. Una trama semplice e solidissima allo stesso tempo, sviluppata però con una tecnica particolare, quella delle marionette. Tutti i personaggi, compresa l'oca della sorella del protagonista, sono marionette. La cosa splendida del film, però, oltre all'animazione dei pupazzi, è che i protagonisti sono consci della loro natura. Quindi sanno che il filo vitale è quello che regge loro la testa e se viene tagliato si muore, mentre una mano si può cambiare se il filo che la regge viene reciso: con l'inconveniente che bisogna togliere una mano (legata) ad un altro. Sono i fili a fare muovere le marionette, ovviamente, ma le limitano e le impediscono, allo stesso tempo. Quindi per chiudere l'accesso ad una città basta una grande trave orizzontale, mentre per imprigionare degli schiavi basta una grata sospesa sopra le loro teste. I fili sono visibili e protagonisti, fin dal titolo, e assumono una grande importanza: anche se i burattinai non si vedono mai, in qualche modo esistono. Lo spettatore si trova così cullato da una storia nota, e, allo stesso tempo, meravigliato per la recitazione delle marionette e spiazzato per l'esibizione della loro condizione. A completare il film, una cura negli ambienti maniacale, una fotografia cupa ed efficace, delle musiche meravigliose e, tra le altre, le voci di Derek Jacobi e Ian Hart. Lo so, paiono aggettivi sprecati, ma non lo sono. Un piccolo capolavoro. Francesco
mercoledì, gennaio 19, 2005
LA FORESTA DEI PUGNALI VOLANTI, Zhang Jimou, 2004 Cominciamo i report dalla settima edizione del Future Film Festival con la prima proiezione e anteprima nazionale. A due anni di distanza da Hero, Zhang Jimou torna sul Wuxia con questo La Foresta dei Pugnali Volanti, maldestro tentativo melò incentrato su un triangolo amoroso. Confermiamo le voci che lo davano superiore a Hero, ma ribadiamo le nostre perplessità nei confronti dell'operato del regista. Ancora una volta sfortunatamente ci si trova di fronte a una versione corrotta del genere. Abbandonati (in parte) i virtuosismi cromatici, il loro becero e pesantissimo simbolismo, la decostruzione cronologica del racconto e il tentativo di ricostruzione storico politica della Cina il regista qui tenta di concentrarsi maggiormente sulle vicende amorose dei protagonisti e sui nodi melò, approcciando il lato del genere che in Hero aveva parzialmente evitato. Rimangono però alcuni pesanti problemi di fondo: ancora una volta la superficie del film è fin troppo scintillante e ruffiana, tesa completamente nel rapire l'attenzione dello spettatore con una posticcia perfezione di fondo a dir poco stucchevole: rallenti inutili ogni due secondi, zoom a casaccio, bellissimi vestiti e coreografie perfette. Peccato che nessuno di questi elementi vada poi ad amalgamarsi con il racconto e che tutto rimanga in superficie. Il risultato, inevitabilmente, è il medesimo della pellicola precedente: il racconto scompare, schiacciato da una spettacolarità ormai imposta da altri modelli cinematografici, e il film si trasforma in un vuoto e noioso contenitore di cialtronerie. Cialtronerie che vengono erronemante viste come necessarie sia dal pubblico, che ha ormai un'idea del tutto perversa del genere, che evidentemente dai realizzatori del film. Prendiamo in considerazione i combattimenti, elementi portanti del genere originale e, al tempo stesso, la parte più ferita e modificata in questo tenativo di aggiornamento: mortificati da un uso massiccio del digitale, tutti gli scontri dimostrano che Zhang Jimou non solo non ha assolutamente nessuna gestione coerente dello spazio, ma che non ha neanche compreso come rendere la leggerezza dei corpi in gioco. Tutto diventa di una pesantezza controproducente al genere e il risultato non può che essere uno: noia epocale (una scena su tutte: i giardinieri ninja volanti contro i pugnali telecomandati della Polistil... una carenza di idee imbarazzante). Evitiamo di parlare poi dei riferimenti al western e del maldestrissimo discorso sulla cecità. Già che ci sono evito anche di parlare della pesantezza e dell'invasività della colonna sonora. Meglio di Hero, si... ma che brutto. Il film è dedicato alla memoria della scomparsa Anita Mui. L'amico Kekkoz non è decisamente dello stesso parere. FEDEmc
martedì, gennaio 18, 2005
SAW - L'Enigmista, James Wan, USA, 2004
Scritto e sceneggiato insieme all'amico Leigh Wannell, Saw - L'enigmista rappresenta l'esordio cinematografico per il canadese James Wan. I due sono riusciti a convincere i produttori della Lions Gate a realizzare il loro film, a quanto pare il progetto di una vita, solo con la forza della loro sceneggiatura. Partiamo proprio da qui: due uomini si risvegliano in uno scantinato. I due sono legati con delle pesanti catene a dei tubi, hanno una mobilità assolutamente ristretta, non sanno perchè si trovano li... In mezzo alla stanza un uomo morto. Dietro a tutto questo un famoso serial killer, l'Enigmista del titolo, un vero e proprio genio del male. Il killer infatti si diverte a mettere in condizioni assurde persone solitamente stanche della vita e offre loro una possibilità di salavezza. Tra flashback, flashforward, spiegazioni varie e bizzeffe di colpi di scena si tenta di dipanare l'intricata matassa.
Senza poter urlare al miracolo, come vorrebbe il trailer ("il film più terrificante dai tempi di Seven"), Saw è un buon thriller, spassoso e divertente, consigliatissimo per tutti gli appassionati del genere. Con la fortuna di avere una di quelle sceneggiature a prova di bomba, in grado di tenere lo spettatore incollato alla sedia per un'ora e mezza, il film riesce a rivitalizzare il genere serial killer con una buona dose di cattiveria, riferimenti più o meno celati all'horror italiano (Argento in testa) e soprattutto una confezione deliberatamente sgradevole e zozza. Il set è perennemente sporco, asfissiante e invivibile, carico com'è di detriti, spazzatura e sangue, le scene cruenti non mancano e spesso il tasso di emoglobina presente in scena è decisamente alto. Ma la cosa più interessante è come questo senso di fastidio si riversi, anche in modo apparentemente negativo, su alcuni degli elementi del film: I personaggi, anche quelli positivi, verso i quali dovrebbe funzionare un processo di immedesimazione, sono infatti tutti antipatici, bruttissimi e fastidiosi (la pettinatura del protagonista è sinceramente inguardabile). L'unica star del film, un ritrovato Danny Glover, è terribilmente invecchiato e bolso. Ancora: se è vero che la storia è retta da un meccanismo narrativo più che studiato e perfettamente funzionante, spesso ci si trova di fronte a dei dialoghi imbarazzanti e insulsi. Lo stesso si può dire per le soluzioni stilistiche utilizzate da Wan: sempre le solite due robe clippare, insistite e fastidiose. Però... Però la forza del film è anche qui. Oltre a evidenti ristrettezze econimiche che evidentemente hanno imposto molti dei difetti fino a qui citati, Saw è un film fieramente e programmaticamente fastidioso, che riporta i film di questo genere negli scantinati della serie B più sporca e più povera. Luogo dove pellicole del genere si muovono nettamente più a loro agio.
FEDEmc
lunedì, gennaio 17, 2005
Il mondo è mmio! Come previsto, The Aviator ha vinto il Golden Globe come miglior film drammatico. E anche Di Caprio si è portato a casa un premio. Sì, come miglior attore. Che poi, dico, ma veramente qualcuno pensa che Leo (lo chiamo così da anni) sia credibile quando interpreta un personaggio che ha superato l'adolescenza? Mah. Questa, ovviamente, è una recensione preventiva e pregiudiziale. Secondo me The Aviator sarà brutto, (anche) perché è stato fatto per vincere l'Oscar. E lo vincerà pure. Io spero di sbagliarmi, sia chiaro, che è da Casinò che Martin (lo chiamo così da anni) non ci dà un gran film. Possibile, però, che in ogni intervista sul film che ho letto, a Scorsese è stata rivolta una domanda sull'Oscar e lui abbia risposto, con un tono che immagino, "Beh, è ora che me lo diano?" Francesco
giovedì, gennaio 13, 2005
Che pasticcio, Bridget Jones! di Beeban Kidron
Una tendenza diffusa nei sequel è quella di amplificare alcuni tratti dei personaggi e delle situazioni che caratterizzavano il successo, o supposto tale del primo film per cercare di ripeterlo. Insomma, dare una porzione più grande di quello che è piaciuto. Se proprio si vuole, l’interessante in questo film è che questa tendenza viene amplificata a tal modo da creare un qualcosa di completamente assurdo, che priva lo spettatore di una risorsa fondamentale: l’identificazione.
Parlo da profano, e da non lettore del libro della Fielding, ma l’ingrassamento davvero evidente della Zellweger elimina qualsiasi effetto “Clark Kent”: un bruttarello basta che si tolga gli occhiali per diventare un cigno superfigo. Inoltre, l’esacerbare le goffaggini e le sfighe della Bridget crea una voragine spaventosa nella trama: se nel primo lo humour e l’intelligenza non espressa e non apprezzata di Bridget giustificavano l’interesse del seduci-stagiste Hugh Grant e dell’avvocato alto borghese Colin Firth (Darcy), in questo film non si ha giustificazione per l’interesse folle che questi due provano per lei. Insomma si aprono delle voragini non tanto nella trama e nella messa in scena, ma anche nei mezzi per affascinare e conquistare il pubblico. Una sorta di autodistruzione. Si ride, a volte (la figura del padre di Bridget, qualche goffaggine azzeccata), ma comunque meno che nel primo. Imbarazzanti, e non per le figuracce di Bridget Jones in società, altri momenti.
m.
martedì, gennaio 11, 2005
The Grudge, ovvero: dell'arte dei remix inutili e fatti male
Questo film si inserisce solo parzialmente nell'ormai consueto orrendo filone di film-de-paura-orientali completamente rifatti negli Stati Uniti. Sì, perché per questo The Grudge hanno preso lo stesso regista del film originale, e hanno girato il film negli stessi identici luoghi, con le stesse inquadrature. Lo sceneggiatore è diverso, ma su questo particolare ritorneremo.
Ho avuto la fortuna (?) di vedere Ju-On, il film originale, poco tempo fa. Non mi è sembrato un gran film, ma più un divertissement, non sempre riuscito. Immaginatevi quindi con quali aspettative ieri sia andato a vedere The Grudge.
Per capire com'è questo film, immaginiamo un pezzo musicale, ascoltabile, con qualche passaggio buono, qualche frammento inaspettato, ma, tutto sommato, dimenticabile nel suo complesso. Qualcuno decide inspiegabilmente di farne un remix. L'operazione consiste, fondamentalmente, nell'accelerarlo, alzare i bassi, ripetere più e più volte l'unica trovata buona del brano, magari aggiungerci una "cassa dritta", in modo tale che diventi ballabile e, soprattutto, uniformarlo per ritmi e timbri. Basta.
Nella musica, un remix di tale povertà, di solito, non viene fatto dallo stesso autore, ma da altri, magari più orientati su un versante commerciale. In The Grudge, invece, è lo stesso Takashi Shimizu ad operare il misfatto. Come già era accaduto per la versione americana di Ringu, i risultati del passaggio da un film all'altro sono riassumibili in una generale semplificazione: dei ritmi, delle atmosfere, dei nodi narrativi. Se fosse possibile sottrarre dal film originale il film "occidentale" (come chiamarlo, altrimenti?), potremmo avere come risultato le differenze culturali radicali tra i due paesi di origine. Ma il problema è che il modo di spaventare di Ringu era diverso da quello di The Ring, mentre la differenza è ben poca tra le due versioni di The Grudge. Viene, insomma, aumentato il volume e il numero di bpm, come ho detto. Fantastico sul produttore (Sam Raimi, dico, Sam Raimi), che deve avere pensato: "Oh, ma quanto sono inquietanti i lineamenti orientali! Dobbiamo assolutamente mantenere questi personaggi, anche se il film è americano." A quel punto lo sceneggiatore ha iniziato a fare stretching per prepararsi ai salti mortali necessari a fare sì che una storia giapponese avesse come protagonista (in)credibile Buffy l'ammazzavampiri. Ecco qundi che la storia di questo film potrebbe essere riassunta così: "Una strana maledizione si abbatte sulla comunità statunitense a Tokio (Bill Murray, aiutaci tu! - n.d.r.). Per tentare di eliminarla viene chiamata Buffy, che comprende perché Bill Pullman, fondamentalmente, porti sfiga in qualunque film metta piede, e si rende conto che i capelli davanti agli occhi sono decisamente spaventosi."
Ma ci aspettano infiniti sequel, tranquilli. Questa è la vera maledizione di The Grudge. (Anzi, la vera meledizione, come c'è scritto nel sito italiano del film).
Francesco
lunedì, gennaio 10, 2005
Lavori in corso No, la popolarità non ci ha dato alla testa (anche se il crapone di Francesco, nella foto su Repubblica, sembrava effettivamente sproporzionato e macrocefalico: effetti del grandangolo). Stiamo solo cercando di dare una rinnovata al blog. Adesso stiamo lentamente inserendo tutti i post nelle varie sezioni, per esempio. Poi vorremmo rimbiancare. A questo proposito, voi che ve ne intendete: ci regalate un template nuovo? (Dio che sfacciataggine!)
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