secondavisione

   Il blog di Seconda Visione,
il programma di cinema di
Città del Capo - Radio Metropolitana

scrivici o sentici


Seconda Visione, cinema, sciocchezze e pretese culturali. Ogni martedì dalle 2230 alle 0030 su Città del Capo - Radio Metropolitana 96.3 e 94.7 MHz Bologna
Luciana Tommy FEDEmc Manu Paolo Fra

 

Il podcast!
Copia il link sul programma che usi per il podcast per non perdere neanche una puntata di Seconda Visione

L'archivio audio!
Tutte le puntate di Seconda Visione scaricabili con un click

Vitaminic!
Le puntate di Seconda Visione in streaming sul sito di Vitaminic

bloggerz di un certo livello

» il blog della domenica
» polaroid
» talebano americano
» La Nuova Valido TV
» Inkiostro
» Autorun
» Magenta e Woland
» Commozione Cerebrale
» A Day in the Life
» fashionnuggets
» spocchia
» Bravi, ma basta
» violetta
» restodelmondo
» malvezzo
» emmebi
» cego contra coxo
» malvestite
» leonardo
» stuff white people like
vanno al cinema anche
» emanuela zini
» basso atesino
» zitti al cinema
» Granaglione's Major
» giovane cinefilo
» murda moviez
» cinefilo errante
» goljadkin
» La Marcia Futile
» Vetriolo
» Joint Security Area
» Il bidone
ragionamenti datati, ma non sempre inutili
oggi
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005
aprile 2005
marzo 2005
febbraio 2005
gennaio 2005
dicembre 2004
novembre 2004
ottobre 2004
settembre 2004
agosto 2004
luglio 2004
giugno 2004
maggio 2004
aprile 2004
marzo 2004
febbraio 2004
gennaio 2004
dicembre 2003
novembre 2003
ottobre 2003
settembre 2003
agosto 2003
luglio 2003
giugno 2003
maggio 2003
quante volte, figliolo?
ben *loading* volte

parliamo di...
abbiamo scaricato per voi
future film festival 2004
future film festival 2005
polemiche
pretese culturali
stagione 2002 2003
stagione 2003 2004
stagione 2004 2005
stagione 2005 2006
stagione 2006 2007
stagione 2007 2008
varie
venezia 60
venezia 61
venezia 62
venezia 63
venezia 64

Google Search

Google

in SecondaVisione

BlogItalia.it - La directory italiana dei blog

Feed XML offerto da BlogItalia.it



mercoledì, marzo 30, 2005
 
 Il resto di niente, Antonietta De Lillo, 2004

Premessa: dispiace, quando si parla di un film italiano, riferirsi sempre alla specie e mai all'individuo, come si fa per il rinoceronte bianco, il panda del Tibet e altre specie in via di estinzione. E dispiace trovarsi a pensare cose che cominciano con: "Per essere un film italiano...".
Il film di Antonietta De Lillo mostra la nobildonna con molto cervello Eleonora Pimentel De Fonseca alle prese con la sua formazione tra una nobiltà debosciata e infine con la Rivoluzione Napoletana del 1799 di cui è una delle animatrici. De Lillo evita accuratamente, almeno per la prima parte, una scansione cronologica degli eventi: Eleonora è chiusa in galera, aspetta l'esecuzione capitale e ripensa a tutta la sua vita. La narrazione quindi sbanda tra l'infanzia e la maturità, i conviti nobiliari e le escursioni nella suburra, tra la quotidianità fatta di discorsi e gli eventi abnormi della Rivoluzione, sempre troppo lontani o troppo in ritardo. Anche la macchina da presa sbanda: si ferma sui volti dei compagni di avventura di Eleonora, come su quelli dei personaggi incontrati occasionalmente (burattinai, carcerate, serve, sanfedisti). Ma torna sempre sulla protagonista, interpretata da Maria De Medeiros.
Insomma: il film prende spessore drammatico e, perché no, politico, quando articola senza troppa orchestrazione le voci che lo compongono, dando spazio ad un cast di coprotagonisti davvero intenso. In certi momenti, i più riusciti, sembra che De Lillo non abbia niente da dimostrare e voglia solo mettere in scena discussioni e relazioni. Ci riesce benissimo, dando senso alla frammentazione temporale ed espressiva (belli i cartoni animati che punteggiano il film).
Per il resto, che è tanto, il film è colonizzato da Maria De Medeiros. Sempre al centro, spesso non divide l'inquadratura coi suoi interlocutori o recita dando loro le spalle, in una specie di continuo assolo. Spiace dirlo, ma l'espressione perennemente assorta e lo sguardo lontano rimandano, più che a un'eroina della Rivoluzione, alla signora Pina moglie di Ugo Fantozzi, donna costretta a subire colpe e umiliazioni che non le appartengono. Peccato.
p.


postato da secondavisione | 18:31 | commenti (5)


lunedì, marzo 28, 2005
 

Tickets, di Ermanno Olmi, Abbas Kiarostami, Ken Loach, 2005

Inutile dire come, a volte, si vada al cinema con dei pregiudizi, o comunque con sentimenti simili, anche se più sfumati e impalpabili. Ho temuto Tickets fin da quando ne era stato ventilato il progetto, che credo fosse più o meno il momento in cui si parlava di Eros: era il terrore di vedere altri tre grandi nomi accostati per un altro film a episodi, dopo l'estrema delusione del trio Antonioni, Soderbergh, Wong Kar Wai. Invece il film mi ha convinto, anche se in maniera diseguale.
Il primo episodio, di Ermanno Olmi, è il meno riuscito, perché meno compatto e coeso e più incerto degli altri. La storia del sentimento (come definirlo?) del rappresentante farmaceutico Carlo Delle Piane per una segretaria (Valeria Bruni Tedeschi) è inframmezzata da flashback, fantasie e altre immagini stereotipate (il soldato, il musicista in treno e la misteriosa suonatrice di pianoforte su tutti) che tentano di dare sostanza ad una storia che invece dovrebbe riposarsi e vivere sulle espressioni dei personaggi. Poco ispirato, soprattutto se si pensa al modo che Olmi ha di ritrarre la Storia. Credo infatti che si possa guardare al film partendo da alcune considerazioni sui punti di vista dei tre registi rispetto alla Storia, anche se questo è un film di storie, e mai una minuscola fu più piacevole da usare. Il pregio di alcuni dei maggiori film di Olmi, penso soprattutto a Il mestiere delle armi e L'albero
degli zoccoli, era proprio quello di fare filtrare la Storia dai gesti quotidiani, dalla rappresentazione dell'attività umana, che fosse l'arte della guerra o l'allevamento. Nell'episodio che Olmi firma in Tickets, invece, non c'è appunto bisogno della Storia. In qualche modo appare, come trait d'union tra gli episodi, una famiglia di albanesi in difficoltà. Ma lo sguardo che Olmi ha è quello, invece, di chi vuole prendere un piccolo sentimento come exemplum.
L'errore viene sfiorato appena, invece, nel segmento di Kiarostami, che racconta di un giovane obiettore incaricato di accompagnare un'odiosissima signora alla celebrazione per la morte del marito di lei, generale. Lo sguardo del regista iraniano è veramente basso e frontale, diretto, apparentemente obiettivo e privo di filtri. Ovviamente non è così, basti vedere la sequenza in cui il giovane aiuta la donna a vestirsi, vista attraverso un vetro oscurato di uno scompartimento. In mezzo, però, a battute perfette, a dialoghi semplici e realisti, nello stile del regista, non si capisce perché venga piazzato in bocca ad una ragazzina un "uno-due" banalissimo sui giovani "che ormai non stanno più in piazza e si mandano gli sms." Una caduta, esattamente a metà film, da cui però ci si risolleva presto, con un finale aperto ed evanescente (nel vero senso della parola: chi ha visto il film capirà).
Infine, Ken Loach: lo ammetto, quello che temevo di più. Mi sono chiesto, entrando al cinema, dove Loach potesse piazzare la Storia in un treno: in migliaia di posti. Dal Treno popolare di Matarazzo in poi, dove si vede meglio "lanostrasocietà" se non su un treno?
Ma Loach scarta di lato e si interessa soltanto della sua storia, cioè quella di un gruppetto di tifosi del Celtic in trasferta a Roma per assistere alla finale di Champions League. Grazie ai suoi attori e al solito sceneggiatore Paul Laverty, Loach rende immediatamente vividi i tifosi, senza cadere in macchiettismi sociopolitici, nonostante i tre si mettano a fare i coretti e dichiarino di lavorare in un supermercato. E, partendo da questa base, riesce a rendere credibile e commovente il gesto di generosità dei tre nei confronti della famiglia albanese. Parte, quindi, dai personaggi, e si accontenta di fare trasparire appena la Storia, la lascia affiorare naturalmente, quando è il caso. E rilancia in un finale movimentato e caldo che lascia veramente il sorriso stampato sul volto.

Francesco

postato da secondavisione | 21:22 | commenti (4)


mercoledì, marzo 23, 2005
 

I vecchi film di una volta

(rubrica non solo ma anche per verificare una legge del blog : più il post è involuto e tagliato con l'accetta (es. "oggi piove. che tristezza") più fioccano i commenti, più è strutturato (es. trascrizione delle prime cinquanta pagine della "fenomenologia dello spirito), più la casella commenti è desolantemente vuota)

Speriamo che sia femmina fa cagare

m.

postato da secondavisione | 17:05 | commenti (10)


martedì, marzo 22, 2005
 
 Dispiaceri sostitutivi

Chi non può andare al cinema, in genere, si consola con i trailers televivisivi. Chi, come me, non ha la televisione può arrivare ad un grado estremo di abiezione: studiare le classifiche dei film più visti. Nell'ultimo fine settimana, secondo AGIS Emilia-Romagna, questi sono i primi tre posti:
1) Manuale d'amore, 39.316 presenze
2) Hitch, 13.710 presenze
3) Million Dollar Baby, 9.318 presenze

A quando un saggio su Silvio Muccino, come precipitato postpasoliniano di corpi non integrati nella funzionalità del gestus e nella direzionalità della parola?
postato da secondavisione | 09:27 | commenti (16)


lunedì, marzo 21, 2005
 
Lemony SnicketUna serie di sfortunati eventi di Brad Silberling


Partiamo dalla constatazione del dualismo, che prendo per buono anche perché on ho letto le versioni librarie, tra Lemony Snicket ed Harry Potter. E motivare perché siamo dalla parte del maghetto Potter. È un antagonismo che sembra ricalcare quello di The Incredibles vs. Shrek. Ma a questo si torna tra un poco. Atmosfere gotico pop, riprese pedissequamente da Tim Burton, un immaginario melanconico dark che sembra mescolare Dickens e magia. Ma il fascino risiede in qualche trovata locale, in alcuni personaggi, nell’iperbole gotico-strampalata di alcune situazioni. Ma esse non legano tra loro, se non per l’istrionismo, troppo esibito, di Jim Carrey nei panni del trasformista (scarso) conte Olaf. Le peregrinazioni dei Baudelaire sono episodiche incursioni nel nero, edulcorato, e mai un percorso compiuto: troppo flebile il legame del complotto.
Il problema è la definizione del “nero”. La presenza del narratore, intradiegetico fatemelo dire, per una volta a proposito, viene usata soprattutto per ribaltare le aspettative, in modo troppo esplicito. Quante volte dice “non è come vi aspettate, vi racconterò di sofferenze, pianti et altre disgrazie assommate e terribili”. Il problema è: chi si aspetta la storiella di un elfo canterino? A chi interessa un “male” che è semplicemente “bene” eguale e contrario? Non c’è alcuna novità nella demistificazione delle fiabe educative, se non il piacere momentaneo dell’idea che coglie nel segno. Ma questa serie di trovate, di sanguisughe assassine, di oggetti giusti al posto giusto, non riesce mai a farsi narrazione compiuta, e a mostrare la seduzione del “lato oscuro”. Fossimo stati i produttori, avremmo dato due lire in meno allo scenografo per darle allo sceneggiatore, che ha dovuto legare assieme tre libri.
Insomma, non è tanto interessante mostrare Superman con problemi di aerofagia, un’idea divertente che però si esaurisce in dieci secondi, ma è davvero interessante raccontare come Superman vive in un mondo in cui tutti conoscono i suoi problemi intestinali, e nessuno crede più nei suoi superpoteri.
Per questo, nelle versioni cinematografiche, si preferisce il maghetto Harry. Pur essendo un pastiche (o un minestrone, dipende dai punti di vista) di temi e figure fantasy già viste, riesce a rimettere in gioco questi miti e la magia all’interno della storia, riuscendo a integrare il “negativo”, l’oscuro, in modo che sia realmente minaccioso, e non solo un ribaltamento superficiale.

manu

postato da secondavisione | 10:39 | commenti (4)


mercoledì, marzo 16, 2005
 

LA VITA E' UN MIRACOLO, Emir Kusturica, 2004

Dopo 6 anni di latitanza dalla fiction, Kusturica torna con questo film presentato all'ultimo Festival di Cannes. Dalla sua esplosione in avanti, dalla sua affermazione come regista personale, innovativo, in grado di inventarsi un genere ad oggi, di acqua sotto i ponti ne è passata un bel po'. Per quasi tutta la fine dei '90, lo stile Kusturica è diventato uno dei più copiati, di cui ci si poteva facilmente appropiare. Il risultato è stata una lunga serie di film spesso deludenti, che riprendevano alcuni dei luoghi classici del cinema di Kusturica e li sclerotizzavano nella speranza che questi, solo ed unicamente mostrati in superficie, bastassero a fare un film. Ovvero film su film con zingari simpatici, intenti solitamente a ballare la musica di qualche scalgagnata orchestra di ottoni o a sparare colpi di pistola verso il cielo. Imprescindibile poi il momento magico - onirico, fatto solitamente di letti volanti, apparizioni di spiriti di vecchi parenti birbanti et similia. Pellicole derivative insomma, buone sole per il pubblico equo e solidale. Kusturica, nei suoi film più riusciti, ha sempre dimostrato di essere qualcosa in più, qualcosa di profondamente differente, un cineasta intelligente e coerente e ci è (quasi) sempre piaciuto. Ma veniamo a questo film. Bosnia 1992: il serbo Luka, insieme alla sua famiglia - una moglie ex cantante d'opera e un figlio sedicente calciatore - è a capo di una stazione ferroviaria in costruzione che dovrebbe unire la Bosnia con la Serbia. Da li a poco partirà la guerra. Abbandonato dalla moglie, Luka si trova ad ospitare in casa Sabaha, giovane mussulmana che lui vuole scambiare con il figlio, rapito al fronte. Tra i due, all'ombra della pazzia della guerra e in barba alle differenze razziali, scatterà l'amore. Il fim ha la pecca principale di arrivare forse fuori tempo massimo, in un momento in cui, a causa del discorso fatto in apertura, un film che si apre con la didascalia Bosnia 1992 fa tremare i polsi. Oltre a questo, ci sembra che Kusturica abbia perso in parte molta della sua forza e della sua schiettezza. Forse anche a causa dell'eccessiva lunghezza della pellicola (ben due ore e mezza), dopo poco si comincia a guardare l'orologio e la noia arriva inesorabile. Ma, oltre a questo, i difetti del film sono più che evidenti: gli elementi classici del cinema dell'autore ci sono tutti, ma appaiono in forma nettamente più debole del solito. Cosa si può pensare nel vedere un carro armato sul cui cannone sono appollaiate delle colombe? O guardando i due protagonisti a letto insieme, mentre fuori inpazza la guerra, lui abbracciato ad un cane, lei ad un gatto? Ancora un letto che sorvola foreste? Un peccato perchè nel momento in cui si arriva a concentrarsi sulla storia d'amore, c'è spontaneità e il film sembra decollare, ma non è decisamente sufficiente. La fine di un genere?

FEDEmc

postato da secondavisione | 18:01 | commenti (15)


martedì, marzo 15, 2005
 

THE CLAN, Christian De Sica, 2005

Franco e Dino sono due simpatici e arzilli quarantenni vestiti come dei tamarri topo Lorenzo Lamas, che lavorano ar Testaccio in una officina dee moto. Il loro sogno, per sfuggire a una triste vita fatta di uscitine a quattro con squallide sciampiste in locali che sembrano usciti dall'immaginario discotecaro de I Ragazzi del Muretto, per poter una volta per tutte farsi li sordi per vivere abbella vita, è quello di vincere mezzo mijone de dollari ad un raduno di harleisti in America. Franco poi, che su padre (Ah! basta! non lo dire! nooooooooooooooooooooo! Taci!) suonava a tromba in un orchestrina, è innamorato della buona musica. Lo si può evincere dal fatto che in casa sua ci sono tantissimi dischi di Frank Sinatra. (giuro che tra i dischi se ne scorge uno della Ninja Tune... mah!) E anche una statua! Sempre di Sinatra! Ah, prima di questo simpatico preambolo, volevo far notare che il film, inizia in Bulgaria, per ragioni assolutamente ignote ai più, con i nostri che vanno a chiedere dei soldi a Max Tortora che fa tanto ride. Na specie de erede naturale de Albertone. Un mattatore. E poi siccome siamo in Bulgaria, amo la scusa bbuona per mettere una marea de zinnone pagate pochissimo in ogni spazio dell'inquadratura. Perchè? Qualcuno doveva andare a trovare degli amici in Bulgaria? Va beh, ve stavo a dì che loro vogliono andare in America a vincere i soldi con le loro harley bellissime e che soprattutto fanno tanto ridere (quella di Franco ha la targa tenuta da un busto di Padre Pio, "così ce protegge... aivuonnagetz!"). Arrivati in America, dopo una lunga sequenza dove i due vanno in moto nei pressi della Monument valley che "ndò cojo cojo, metti a machina ndò cazzo te pare tanto viè peforza na bella nqadratura", scattano una serie di gas impagabili sul confronto culturale tra due paesi tanto distanti, ma sotto sotto, soprattutto nel cuore dei buoni di spirito come i nostri Franco e Dino, ugali. Per esempio: "Ah Dino, taavevo detto che dovevi da fà il pieno... e mò semo rimasti a piedi. Aiuonnagetz! Vado a fa benzina dar benzinaio merigano. sori? Plis, mi fa il pien? " e qui viene giù il cinema, perchè una gag come Plis mi fa il pien è una bomba ed è un peccato che sia di così breve durata. Io se fossi un regista come De Sica ci avrei insistito un po' di più. Ma non disperiamo. Dopo questo primo confronto con le usanze di questo strano popolo, i nostri entrano in un bar. "Plis, du amburger. Un amburger normal e un amburger cisburger" (meno male: non c'ha rinunciato). Ma sorpesa! Il barista merigano non è veramente merigano: è di Acireale! E si chiama Samule, per gli amici merigani Sammy. Quale miglior occasioni per sfogare l'amore per il nostro bel paese, i cui abitanti riempiono per altro il locale dove ci troviamo, e obbligare il gruppo merigano stile Nashville che sta suonando a cantare con Dino O Sole Mio? Eh? E infatti... Dopo aver citato così delicatamente Easy Rider nella scena dee moto, De Sica decide di citare n'altro firm che ha fatto a storia der cinema: Over The Top. Sfida tra il barista burbero merigano che dice delle frasi del tipo "You bastard italian go away pizzmandolin" e il mitigo Dino a braccio de fero. Vince Dino! Aiuonnagetz! taavevo detto, antipatico merigano!  Sammy viene licenziato. Andiamo via tutti insieme. Famo na rissa co li amerigani. Finiamo in priggione. Però qui viene fuori l'amore vero per il cinema di De Sica: in prigione Sammy  da finalmente sfoggio delle sue abilità. In un momento assolutamente delirante, me parte er momento musical. E quindi anche li burberi negroni e le prostitute merigani de a prigione merigana si mettono tutti a ballare con Sammy. Che non è merigano, è di Acireale. Ma basta fermare la narrazione con questi leggerissimi momenti onirici. C'è una gara da vincere, tanti chilometri da macinare con le moto e tante avventure alle porte. In una squallida stanza d'albergo merigana dopo n'altra impagabile gag con il letto ad acqua ("mazza, sti merigani: forte sto letto ad acqua". Ma dopo due secondi l'impatto con la cruda realtà: "Mazza che palle sti letti ad acqua, me fa male a schiena!"), ancora una volta il Christian ce delizia con uno dei momenti più alti della pellicola. "Anvedi, ciò pure fame. Spetta che ordino a cena in camera. Sori? Plis, du sendvic e du bel birrett! No anderstend? Ma si: du birrett... insomm, two blonds". E dopo un po' arrivano in camera due prostitute bionde co du panini! E' incredibile! Che ridere! Dopo aver bassamente approffitato delle due, Franco e Dino dormono il sonno dei giusti. Ma e insidie merigane non si fermano di fronte a niente. Le due bel blons infatti, nottetempo, hanno rubato le due bellissime moto. NO! Ma non ci facciamo scoraggiare: e via con una bella passeggiata per Las Vegas che già che siamo a famo vedè. Piena de luci, Las Vegas! Bella! Franco e Dino ritrovano Sammy nel locale della sua ragazza merigana. Qui, dopo aver bevuto due cocktail fortissimi, il trio di birbanti incontrerà una dello sciò biz merigano che li convince a gettarsi nel mondo dello spettacolo merigano, che lei la sa lunga e c'ha occhio. Poi hanno appena cantato "Quano, quando, quando". Non ci crederete mai, ma i tre... non so se dirvelo e rovinarvi la sorpresa... va beh, i tre diverrano famosi, scopriranno che i loro nomi meriganizzati sono proprio come quelli dei loro idoli merigani e quindi Frank, Dean e Sammy, fondano The Clan con cui faranno degli spettacoli bellissimi e apprezzatissimi. Diventati ricchi merigani, i tre abitano nella The Clan Resort, na casa tutta loro e sono amatissimi! Che bello! Ma talmente ricchi che c'hanno tre ferrari co a targa personalizzata. Talmente ricchi che De Sica, per farcelo capì, se fa il bagno in der latte! Co Sammy che ce mette er cucchiaio dentro e se ne mette un po' ner suo caffè! (Troppo bella questa scena) Talmente amati che in una sequenza si vedono delle tipe che gli chiedono l'autografo! Sfortunatamente le incomprensioni tra i tre e la gelosia di Sammy che, non ci dimentichiamo è siciliano, no merigano, per la sua ragazza merigana insidata dal simpaticissimo Dino, farà naufragare i loro sogni di gloria... O è stato tutto un sogno? Poco importa, perchè in america, comunque, drims can com tru. Una film deprimente, tristissimo, con un umorismo da terza elementare e belle inezioni di volgarità, e una regia talemente dilettantesca da imbarazzare. Meglio tacere sulle scene degli spettacoli del Clan, mortificati, oltre che dalla regia inesistente di De Sica, dalla goffaggine e dalla scordinazione dei tre. Aiuonnagetz! Mazzi sti merigani!

FEDEmc

postato da secondavisione | 18:13 | commenti (12)


lunedì, marzo 14, 2005
 
Le avventure acquatiche di Steve Zissou di Wes Anderson

Ovvietà, il cinema di Wes Anderson è fatto di personaggi. Nelle interviste dice che parte dalla loro costruzione, e poi la storia nasce dalla loro interazione. Questo processo creativo si riflette nella scrittura del film: i tagli di montaggio, le frasi chiuse un attimo prima che qualsivoglia reazione si manifesti, la grammatica straniante dei raccordi. Stralunato è il termine abusato sul suo cinema, ma sia il dolore che la gioia, sia la tragedia che la commedia non passano se non attraverso questo motivo, che è il vero filtro del suo cinema, e allo stesso tempo marchio di realizzazione.
Inoltre, altra costante tematica dei suoi film (parlo di Rushmore e dei Tenenbaum, non ho visto Bottle Rocket) è il tradimento e la conseguente ricerca, tra relazioni difficili e, appunto, stralunate, del padre. In queste due caratteristiche del suo cinema risiede la debolezza di Le avventure acquatiche di Steve Zissou. Da un lato il padre è ingombrante e onnipresente, il film è su di lui invece su persone/figli che si rapportano con lui, dall’altro questi figli-parenti-amici sono troppo identificati con la loro ossessione, idiosincrasia, senza che questa mai si proietti sul piano sintagmatico, ossia, in italiano, dia vita a una narrazione. Sono semplici emozioni e non passioni, anzi molto spesso sono solo nevrosi che non riescono a distendersi, direi tranne lo strepitoso Klaus Daimler di Willem Defoe, e il Ned Plimpton di Owen Wilson, che non ha caso sono i due “figli”.
Tutti oscurati da un grandissimo Bill Murray, che però riunisce su di sé tutti i nodi del racconto: in una visione decentrata come quella di Anderson, la centralità narrativa di un personaggio, e quella interpretativa di un attore, non può che nuocere al film.
Come ogni inquadratura è piena di oggetti meravigliosi usciti dal negozio di rigattiere, questo amore per gli oggetti a volte sconfina nella reificazione dei personaggi, che più che animare la Belafonte sembrano essere parte del suo arredamento. Intendiamoci non è che il film non sia piaciuto: le animazioni dei pesci sono fantastiche, alcune interazioni penetranti e struggenti, imbevute di una nostalgia rara e cristallina, e la sezione della Belafonte ricorda troppo il palazzo parigino di La vita: istruzioni per l’uso di Georges Perec per non sedurre, e il cinema che Zissou fa intuire è coinvolgente. È che i difetti ci sono e che si pretendeva un po’ di più

manu
postato da secondavisione | 14:40 | commenti (12)


mercoledì, marzo 09, 2005
 

Nonostante nell'intervista dica delle cose tutto sommato intelligenti, non ci si può esimere dal riportare la trama del prossimo film di Cristina Comencini, tratto dal suo romanzo la bestia nel cuore.

"sabina e Daniele hanno subìto un gravissimo trauma infantile: il fratello maggiore l'ha tenuto nascosto alla sorella che saprà solo in età adulta. Il padre, integerrimo professore, ha abustao di loro al riparo di una decoroso vita borghese. Sabina fa con scarsa ambizione l'attrice, sta con Franco che fa lo stesso mestiere e s'imbatte in un regista cialtrone ma ricco d'umanità; è sempre stata amata da Emilia, cieca, che non ha mai ammesso la propria omosessualità; e fa la doppiatrice con Maria, una donna piegata ma non resa cinica dall'abbandono del marito per un'amica della figlia. Sabina parte per gli Stati Uniti dove il fratello ha ricostruito una nuova vita. Mentre apprende da Daniele la verità, a Roma nasce l'amore tra Maria ed Emilia" - da repubblica di martedì 8 marzo.

postato da secondavisione | 09:41 | commenti (5)


martedì, marzo 08, 2005
 

CONSTANTINE, Francis Lawrence, USA, 2005

Constantine è la versione cinematografica del fumetto Hellblazer, pubblicazione per lettori grandicelli della Vertigo/Dc Comics. Distante anni luce dai classici supereroi in calzamaglia della Marvel, John Constantine, il protagonista della serie, è una sorte di investigatore privato, scheggia di un universo profondamente hard boiled (impermeabile, sguardo torvo e perenne sigaretta all'angolo della bocca), alle prese con l'ordine sul pianeta terra tra demoni e angeli. Esorcista, esperto di esoterismo, abituato a chiacchierare con arcangeli e a mazzuolare diavoli, Constantine è un  dannato: a causa del suo "dono" (vedere gli angeli e i diavoli che ci circondano, ma di cui noi non ci accorgiamo) si è infatti tolto la vita, gesto che l'ha condannato e destinato all'inferno. Per tentare di rimediare, si è affidato alle forze del bene, che lo hanno resuscitato, e lavora per loro contro Lucifero. Insomma, materia non proprio di facile gestione. Il fatto che la regia fosse stata affidata ad un esordiente, tale Francis Lawrence, il fatto che Alan Moore (genio indiscusso del mondo dei comics e creatore del personaggio) si fosse stato fatto togliere dai credits non  facevano proprio ben sperare. Ma, dopo la lunga serie di mazzate dell'anno scorso, dopo tutte le ciofeche tratte dai fumetti da noi più amati, siamo arrivati a maturare "l'attegiamento nei confronti di questo genere di film 2.0". Che fondamentalemente vuol dire: "tanto è inutile, non sarà mai come il fumetto... speriamo che qualcosa si riesca a salvare". E, secondo questo (dipserato) punto di vista, la sufficenza a Constantine riusciamo a darla (giustoi quello... non fraintendiamo). In primo luogo perchè Constantine rischia di essere qualcosa di inedito tra le tante riduzioni cinematografiche dei fumetti: come detto in apertura, il fumetto della Vertigo era in qualche modo agli antipodi rispetto a quelli Marvel. Diversi i protagonisti, le atmosfere, le storie... In qualche modo anche il film tenta questo distacco: il ritmo è decisamente distante dalla classica velocità isterica a cui ormai siamo abituati, la dannazione, le bassezze dei protagonisti sono un po' più tangibili del solito e non si fermano a un bicchierino di wiskey ogni tanto o a una paglia qua e la, l'utilizzo degli effetti speciali e del digitale è (quasi) necessario. Inoltre il film, inutile negarlo, è piuttosto piacevole e ha una sfrontatezza e una forza bruta sorprendente. Insomma, inutile dire che la lettura del fumetto è caldamente consigliata e nettamente meglio della visione del film, inutile dire anche che l'americanizzazione la classica spolveratina di coolness alla materia narrativa non è proprio  il massimo e, inutile dire infine, che si tratta di un film in cui il protagnista alla fine ha una pistolona enorme a forma di croce e parla con lucifero mentre nell'altra stanza l'arcangelo Gabriele trama la distruzione del pianeta terra... però si evita il disastro, e ripeto: con materiale narrativo del genre era lecito aspettarsi ben di peggio. Peter Storemare appare nella parte di Lucifero, la bellissima Tilda Swinton in quella dell'arcangelo Gabriele. Piccola parte per l'inquietante Pruitt Taylor Vince, l'uomo che non riesce a tenere gli occhi fermi.

FEDEmc

postato da secondavisione | 18:44 | commenti (3)


lunedì, marzo 07, 2005
 

BLADE TRINITY, David S. Goyer, USA, 2005

Terzo e conclusivo capitolo per le avventure di Blade e, diciamolo subito, amarissima delusione. Facciamo un passo indietro e tentiamo di vedere come uno dei pochissimi supereroi afroamericani, uno dei tentativi più deboli per la sezione cinematografica della Marvel, sia arrivato ben fino al terzo capitolo con un budget in continua ascesa, rischiando più successo sul grande schermo che sulla carta stampata. Blade nasce come sottoprodotto della Marvel Cinema, un tentativo più o meno coraggioso di portare su grande schermo le avventure cattive e violente di un mezzo sangue, determinato fino a rasentare la pazzia nello sterminre la razza dei Vampiri, mescolta perfettamente tra di noi. A dirigere la baracca viene chiamato Stephen Norrington, un povero pirla che nel suo film d'esordio, per farvi capire il soggetto, ha deciso bene di chiamare alcuni dei protagonisti John Carpenter, Sam Raimi e Scott Ridley. Giusto per far capire che a lui ci piace il cinema de paura. Se non vi basta, sappiate che Norrington è colui che ha realizzato La Lega degli Straordinari Gentiluomini, uno dei film più brutti della storia del Cinema. Il film è ovviamente brutto, ma ha un'irruenza e una rozzezza tale che come prodotto di serie b funziona perfettamente. Budget più che basso, cast quasi da explotation all'ultimo stadio (oltre al protagonista Wesley Snipes, si riesumano una serie di volti più o meno noti, che rendono l'idea della disperazione di fondo: Udo Kier, Traci Lords e perfino un Kris Kristofferson evidentemente imbrazzato). Insomma, tra il passa parola tra i peggio nerds, tra il successo dell'home video, Blade è inspiegabilmente uno dei più grossi successi commerciali della Marvel. Speso zero, incassato un botto. Qualcuno fa due calcoli e si decide di realizzare il secondo capitolo con qualche lira in più e togliendosi dalle palle Norrington. Alla regia arriva Guillermo Del Toro, non un genio, ma sicuramente uno che di cinema ne capisce di più di Norrington, e che qualche idea ogni tanto la tira fuori. Blade 2 è un piccolo gioiellino: rimane l'irruenza, la violenza del primo episodio ma la si porta ad un gradino più alto grazie alle schegge splatter e all'immaginario di Del Toro, la storia tutto sommato regge, le scene d'azione non sono niente male, gli effetti speciali convincono. Niente per cui uscire pazzi, ma un film con un protagonista mezzo ninja, mezzo vampiro che per hobby affetta cattivi che mantiene ciò che promette e che anzi regala qualosa in più. Stupisce comunque che un film che osa sporcarsi con l'horror e la più bassa serie b senza paura, e che in qualche modo evidenzia un coraggio per lo meno produttivo, commercialmente conmtinui ad andare bene (in proporzione meno del primo). A questo punto... perchè non fare il terzo? Alla regia viene chiamato lo sceneggiatore dei due episodi precedenti, chde nel frattempo a trovato il tempo di leggere un manuale di regia e fare anche lui un filmetto. Le cose però nel frattempo sono cambiate: puntare su Blade a questo punto è d'obbligo - i soldi in ballo sono tantin e il nome ormai attira - e allora sai che si fa? Si leva tutto quello che c'era di rozzo e oscuro dei due film precedenti, che questo se lo vedranno tutti e non si può rischiare. E poi, chi è questo Blade? Un nero schizzoide che non ha ancora fatto un sorriso in ben due film... mettiamoci Gnocca  (Jessica Biel) e l'Amico Bianco Simpa (tale Ryan Reynolds... uno che somiglia a Jason Lee ma fa meno ridere). Ma che stiamo a scherzà? E quindi, inevitabilmente, Blade Trinty è l'episodio più brutto della serie. Si tenta il colpaccio narrativo mettendo di fronte al protagonista niente meno che Dracula, ma per interpretarlo si è scelto uno dei modelli scartati all'ultimo casting di Roberto Cavalli, uno che già solo dall'espressione si capisce che ha l'encefalogramma piatto, e la storia Goyer mi sa che l'ha scritta un giorno che non aveva particolarmente voglia di lavorare. Dopo i primi dieci minuti le idde sono finite, le iniezioni di simpatia si fanno invadenti, la regia è goffa, pesante e impacciata, nessuno sembra divertirsi. In più il film è costellato da momenti assolutamente incomprensibili in cui o si ha la sensazione di trovarsi di fronte a una pubblicità di un profumo, o non si capisce il perchè della sequenza. Una delusione su qualsiasi fronte. Indifendibile. Peccato, perchè se si continuava a puntare in basso, se si fosse mantenuto il coraggio dimostrato nel secondo episodio, Balde Trinty poteva diventare qualcosa d'interessante e di estremamente piacevole per il genere. Poco, ma c'è chi s'accontenta.

FEDEmc  

postato da secondavisione | 20:14 | commenti (21)


giovedì, marzo 03, 2005
 
Provincia Meccanica e la fenomenologia dei piatti sporchi

I piatti da lavare appaiono con costanza tali da divenire elemento di definizione di un genere nel cinema francese anni settanta. In questo cinema il piatto da lavare diventa archetipo di una quotidianità vissuta in perenne crisi, in cui gesti quotidiani diventano insensati, e la loro somma diventa quotidianità borghese da rigettare nono solo politicamente, ma in un’etica vissuta quotidianamente.
Ma all’interno di questo sistema cinematografico, rimangono uno dei segni tra i tanti che permettono di unificare un corpus di testi. Attraverso una letale frequentazione di cineforum, passano nel cinema italiano degli anni ottanta, diventando elementi portanti della poetica del Brutto Cinema Italiano (BCI d’ora in poi), che è un genere davvero da riscoprire, genere in quanto definisce un corpus enorme, con ricorrenze spaventose di elementi profilmici e narrativi. Se nel cinema francese erano significante di “tempi morti”, nel cinema italiano diventano il significante di "tempi mortali".
Il BCI, oltre a permetter la categorizzazione retrospettiva dei piatti da lavare nel cinema precedente, si estende anche oltre il decennio di incubazione e sviluppo, e tende le sue propaggini anche negli anni successivi. Ma alo stesso tempo nasce anche la consapevolezza critica dell’esistenza del genere, quindi anche alcune tendenze culturali che si propongono di eliminare la perniciosa presenza delle stoviglie sporche e dei significati da loro convogliati.
Per riassumere, il BCI possiede una struttura analoga ad un appartamento costruito da un geometra: crisi da salotto, isteria in cucina, segreti nel ripostiglio, frustrazione da camera da letto, purezza in cameretta e raccordi come corridoi decorati da croste di un pittore locale.
Se alcune di queste tendenze hanno meritoriamente tentato di spazzare via l’intimismo deteriore in un paese che ha un certo punto si è trovato più intimisti che operai, altre hanno peso la via di cercare di conservare l’intimismo cercando rimutarlo di senso: Provincia Meccanica di Mordini, decide di trasformare i tempi mortali attraverso la colonna sonora. Il problema è che in questo modo non si riacquista la significazione dei tempi morti, che è l’intenzione primaria, ma si ottengono i tempi mortali imbevuti della paura/tentazione dei tempi morti.
I piatti sono solo uno dei tanti esempio in cui i Mogwai (li prendo come esempio) vengono sparati a tutto volume, si veda il finale, nei moment in cui c’è silenzio, in cui si dovrebbe esprimere disagio. Il problema è che questi momenti in cui dovrebbe trasparire il disagio sono riempiti da musica, per cui non si capisce cosa dovrebbero comunicare o significare: si vede che ci sono degli spunti, che vengono da altro cinema (Iran, Antonioni, Francia), ma questi spunti da un lato affogano nella colonna sonora, dall’altro nell’assenza del legame tra questi.
Insomma, fare una carrellata di 2 minuti dall’automobile, à la Kiarostami, inquadrando le fabbriche petrolchimiche con musica sparata non riesce a creare disagio, ma sottolinea uno sguardo distante che assume le fabbriche come “belle” in un’estetica postmoderna da cartolina…”le stazioni di servizio in rovina, più belle del Tai Mahal”, insomma.
Secondo, è un cinema fatto di spunti e “belle immagini” (taccio la mia opinione su queste immagini, ma si propongono decisamente come “belle immagini”, si veda Accorsi tra i pulcini visto dall’alto in soggettiva dallo Straniero Traditore), ma che non hanno alcuna connessione tra loro. Se mi si passa un termine inglese, è un cinema di highlights, che però va bene per la sintesi di Chievo- Palermo, e non per il cinema. Ci vogliono raccordi, qualche elemento narrativo o qualche scelta non narrativa, magari qualche motivazione, o rendere produttiva l’assenza di queste. Cosa che non si può fare solo con i Mogwai.

manu
 

 
postato da secondavisione | 10:56 | commenti (4)


mercoledì, marzo 02, 2005
 
Ora che ha vinto tutti quei begli Oscar possiamo dirlo: Million Dollar
Baby è un film di genere, di genere maschile. Pensato per un pubblico e
per una sensibilità maschile. Un film maschilista, una
volta tanto nel
senso buono, di affermazione di una differenza e non di
azzeramento
dell'alterità. Un film attraversato da una volontà di

potenza rara, nei suoi personaggi che prendono decisioni per conto di
Dio e decidono di morire con la vittoria negli occhi. Un film
piagnucoloso dove però la commozione non vuol dire scenate e abbracci e
stammi vicino in questo momento per me così difficile. Un film che crea
una figura paterna ambigua e totalizzante: padre, amante, giustiziere,
nutritore.
Donne! Tenetevi come aggregante generazionale Bridget Jones e i film di
Almodòvar: noi ci abbiamo Clint Eastwood. Non c'è minimamente
(cinematograficamente) gara.
p.

postato da secondavisione | 16:57 | commenti (32)


martedì, marzo 01, 2005
 

Cuore sacro, di Ferzan Ozpetek, Italia 2005 

L'ultimo film di Ozpetek potrebbe essere avvicinato, per qualche verso, a Ovunque sei di Michele Placido. Due prodotti che hanno richiamato e richiameranno pubblico, due prodotti che, ahinoi, molti identificheranno con l'espressione "cinema italiano". Lo faccio anche io, per pigra comodità, e quindi posso dire che il cinema italiano ha voglia di spiritualità, ma la declina (male) attraverso gli spiriti. Spiriti che compaiono goffamente negli ultimi film di Ozpetek e di Placido, entrambi afflitti da una pesantezza didascalica che non sottintende mai nulla: si mostra e si dice tutto, sempre e comunque.
Per certi versi l'operazione di Ozpetek è più sottile (subdola?) di quella di Placido: Cuore sacro è un film retorico, in cui però i personaggi tentano di negare, attraverso le loro battute, il surplus didascalico presente in ogni scena, con l'effetto opposto a quello desiderato. Leggo delle recensioni del film, e tutte si soffermano sulle immagini di Ozpetek: bene, è proprio nelle immagini che il regista, evidentemente, passa il segno. Se la prima parte del film è, tutto sommato, abbastanza controllata (abbastanza), ecco comparire ad un tratto gli spiriti della coppia che muore all'inizio del film, sebbene sotto forma di visione della protagonista. Da questo momento il film non si tiene più, e così la cinepresa di Ozpetek. Il regista dona continuamente primissimi piani alla Bobulova (brava-e-bella-davvero-per-carità), ma perché? E perché continua a far oscillare la camera da lei al prete (padre Carras, sic), per tre volte, nello stesso modo insensato, in un dialogo ambientato tra i banchi di una chiesa? E perché continua a fasciare luoghi e corpi con i soliti elegantissimi piani-sequenza?
Le immagini non tradiscono, e non ci sono delle "controimmagini" che tentano di bilanciarne la retorica. Ecco quindi che, nel finale, Cuore sacro ci regala in sequenza prima una simil-deposizione, poi una scena veramente rischiosa in cui la Bobulova, letteralmente, appunto, dà via tutto quello che ha, rimanendo nuda in metropolitana e, infine, un'immagine conclusiva che non rivelo, ma di cui mi sfugge il senso e lo scopo, se non quello di andare sempre e comunque per accumulo.
Citazioni vere o presunte da Pasolini e da Rossellini (Europa 51) non bastano e non giustificano quello che rimane un film decisamente sbagliato. E dispiace, perché Il bagno turco era stata una delle prove più convincenti degli ultimi anni.

postato da secondavisione | 15:50 | commenti (9)