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mercoledì, aprile 27, 2005
 

Troppo belli, di Ugo Fabrizio Giordani, 2005

La prima idea per questo post è stata quella di scrivere la storia del film, in maniera dettagliata e precisa. Ma perché tanto sforzo, soprattutto quando la trama è stata puntigliosamente esposta ieri in trasmissione? Quindi userò il blog per delle considerazioni sul film, permettendo, nello stesso tempo, a chi volesse, di ascoltarsi la parte di puntata in cui ho raccontato la trama di Troppo belli cliccando qui (dovete avere Real Player). Sieti pronti? Sieti caadi? Via.

Inutile pensare a Troppo belli come ad un oggetto alieno. Il film esiste: anche se sta incassando meno del previsto, la gente lo va a vedere per tanti motivi. Per dovere, come è capitato a me, per masochismo, come è capitato a Paolo (che ringrazio), per piacere, come sembrava fosse per le ragazzine che entravano nella sala per lo spettacolo successivo al mio.
Troppo facile liquidare il film con "è una schifezza". E' evidente che lo sia. Chi potrebbe dire il contrario? Non ci vuole un intuito sopraffino per capire, fin dal titolo, che non si può trattare di un capolavoro. Troppo facile inserirlo in un'immediata corrente rivalutazionistica (passatemi il neologismo), o quanto meno è troppo facile farlo ora. Sicuramente succederà tra qualche anno, abbiate fede. Quindi, che cosa ci dà Troppo belli e soprattutto a chi parla?

L'operazione che sta dietro al film (che, ricordiamolo, nasce da un'idea di Maurizio Costanzo) è meno sempliciotta di quanto si creda, a partire dai suoi richiami: è evidente che la presenza dell'immaginario televisivo è ingombrante, ma non si tratta solo dell'immaginario presente, ma anche di quello passato, con dei riferimenti precisi. Nel cast abbiamo Fanny Cadeo, una delle prime veline in assoluto, ma anche Fabio Ferrari, il Chicco Lazzaretti de I ragazzi della terza C. Questi personaggi non possono di certo essere apprezzati dal pubblico televisivo giovane di adesso, quello che si presume vada a vedere il film perché attratto dai protagonisti.
I protagonisti, già. Costantino e Daniele, fondamentalmente, fanno loro stessi. Ed ecco che si introduce nel film un accenno ad un'importante ibridazione, quella con il reality show, o con la sua esplicita spettacolarizzazione, cioè il contesto da cui i due provengono. Viene sottolineato ancora di più quest'aspetto dalla funzione del "coro greco" di ragazzine, che si trovano a discutere del comportamento dei loro idoli, a votare il loro preferito con gli sms, a fotografarli e a spiarli, proprio come il pubblico televisivo. La vita "privata" dei due personaggi è pubblica esattamente come quella dei veri Costantino e Daniele. Una costruzione in abisso, come si dice, che si autoconferma.
Tutto è visibile, in Troppo belli. L'approccio sessuale di una cliente della palestra dove lavora Costantino si consuma in una stanza della palestra stessa, separata dal resto da un'enorme vetrata... trasparente. Un altro approccio sessuale che Costantino subisce, da parte dalla bruttissima moglie di un produttore televisivo, si svolge al riparo da occhi indiscreti in una camera adiacente a quella dove si svolge la festa in cui Costantino lavora come cameriere. Ovviamente si vede tutto, poiché la stanza ha una porta a vetri su cui le silohuettes dei due si stagliano con nettezza. Ovviamente vediamo anche Costantino e Daniele sotto la doccia, ognuno sotto la sua, in montaggio alternato.
Riassumiamo: corpi spiati e che si lasciano prendere passivamente, oggetto del desiderio sfrenato e scopofilo dello spettatore così come dell'attore, spesso non bello. Che cosa ci ricorda? Ma ovviamente la commedia italiana anni '70, in cui però era il corpo femminile (quello di Gloria Guida, Edwige Fenech, Lilli Carati, eccetera) ad essere spiato e desiderato: anche le modalità di rappresentazione (la doccia) sono le stesse. Un elemento che a volte era presente in quei film era un sotterraneo e mai dichiarato lesbismo. Beh, anche in Troppo belli c'è omosessualità, molto latente, tra i due protagonisti: li vediamo spogliarsi solo quando sono insieme, e il rapporto che hanno è simbiotico (nonostante questo la loro rottura e il successivo riavvicinamento sono risolti in maniera grezza e facilona).
Ma ci sono anche elementi topici e tipici della cultura cinematografica americana (e, per ricalco, italiana) degli anni '80. Penso soprattutto al personaggio di Michela/Jennifer Poli (magari trovare una foto: nella sezione cast&crew del sito ufficiale del film ci sono solo i link a Costantino e Daniele), la classica "brutta" che basta si tolga il cerchietto e si metta le lenti a contatto per diventare bella e poter, finalmente, dichiarare il suo amor.

L'Italia che emerge dal film, che si considera - probabilmente a ragione - profondamente italiano fin dall'incipit, è desolante. Ragazzi di trent'anni che stanno a casa, coccolati da mamme pronte a sganciare soldi, con figure paterne assenti; ragazzi che inseguono un sogno mentre sorseggiano il cappuccino preparato da mammà. Ma ci sono anche le cose brutte, eh. Il cattivo è cattivo perché si è arricchito non con il lavoro onesto (quello di attore, per esempio?), ma spacciando le pasticche. C'è anche il gay di turno (e a conferma della possibile sottotrama omosessuale, c'è una sparata gaypride che lascia sbalorditi, non tanto per i contenuti, quanto per il modo). I ragazzi incontrano anche l'immigrato, che ovviamente fa lo spazzino e parla come Isaac George, sempre de I ragazzi della terza C. Le cene romantiche si fanno a pizza e vino, la discoteca è vista come una piazza (tanto che viene voglia di rivalutare Fame chimica, per certi versi), ci si sposa e ci si innamora con facilità estrema.
Un'immagine che ricorda quella del nostro paese che veniva data negli anni '60 dai cosiddetti musicarelli. Anche Troppo belli, come i vari film con Morandi, Renis e Pavone, è stato girato in tempi record, ma è un musicarello senza musica. Rimane, di quel momento dell'exploitation italiana, solo un richiamo alla forma produttiva e basta.

Bastano, quindi, questi richiami a cinematografie popolari degli anni '60, '70 e '80, e della televisione degli anni '90, a fare di Troppo belli un film degno di nota? Ovviamente no. Sarà un film di cui la gente si scorderà presto? E' probabile. Ma non pensiamo, per favore, che gli scarsi incassi del film siano un segnale del suo insuccesso. La fetta di pubblico più importante a cui è rivolto, infatti, non va al cinema, ma guarda la televisione. Aspettiamo, quindi, i dati di noleggio e vendita home video, e i passaggi televisivi, sperando che siano bassi. Poi, dimentichiamoci di questo film completamente.

Francesco

postato da secondavisione | 10:57 | commenti (30)


martedì, aprile 19, 2005
 

Il ritorno del Monnezza, Carlo Vanzina, Italia, 2005

Il film di famiglia oramai è il paradigma della cinematografia italiana, non so di quella alta, sicuramente di quella bassa e medio-bassa. Tra Placido che denuda la figlia, De Sica che fa outing cantando, i vari esponenti della fam. Argento, tutto diventa istantanea sul privato. Anche il citazionismo, che in altre contrade diventerebbe spia di post-modernità, nel Belpaese può essere un modo per parlare di sé parlando degli altri, padri e padrini. Il ritorno del Monnezza non è questo gran film, capiamoci. Anzi: noiosetto nella prima parte ambientata a Roma, prende un po' di ritmo e azzecca qualche carattere e qualche battuta nel secondo tempo, quando si sposta a Cortina. Il fatto è che il film sta in piedi (quando ci sta) proprio grazie ad una serie di rimandi che, più che genetici, sembrano proprio parentali. E che, anziché sviluppare o aggiornare temi e forme (per carità, nessuno se lo aspettava) mutuate dal passato, sembra indicare nella reprise e nella tradizione familiare, quasi da bottega, l'ultima spiaggia per il cinema popolare italiano.
Rocky Giraldi, il personaggio protagonista, è il figlio di Nico Giraldi. Claudio Amendola, l'attore principale, è il figlio di Ferruccio Amendola, doppiatore storico di Tomas Milian (ma è anche il nipote di Mario Amendola, uno degli inventori di Monnezza). Carlo ed Enrico Vanzina, che sceneggiano e dirigono, sono i figli di Steno, regista di film comici che col suo vero nome, Stefano Vanzina, ha codificato il film poliziesco italiano degli anni '70 (La polizia ringrazia, 1972). Vittorio Cecchi Gori produce ed è il figlio di quel Mario che sta dietro a buona parte dei più alti incassi del cinema italiano 1975-1985.
Ma c'è dell'altro: i Vanzina citano i Monnezza originali tramite poster, foto e qualche battuta, alludono a Tarantino con la locandina di Kill Bill e con un duello finale sulla neve, cercano vaghe atmosfere poliziesche con la colonna sonora funky. Ma soprattutto omaggiano il loro stesso cinema con estratti da Poliziotti e I miei primi quarant'anni (quest'ultimo mi sembra, ma non giurerei), con una corsa sul gatto delle nevi in stile Yuppies e con una seconda parte interamente ambientata a Cortina, tutta riccastri in Suv, skilift e interni ampezzani in legno che sembra Monnezza contro le Vacanze di Natale. Tra parentesi, la moglie del fetentissimo avvocato Lamantia, la tipica bionda da film dei Vanzina è effettivamente Lisa Vanzina, moglie di Carlo.
Tutto ciò ha un qualche senso o una direzione? Ovviamente no. La cosa strana, e che (avendo ancora più tempo da perdere) sarebbe interessante capire, è che il film funziona quando rinuncia a quell'abbozzo di filologia e di ricostruzione per lasciare le sue maschere libere di fare danni negli ambienti più congeniali ai Vanzina. I quali, come in passato, non possono nemmeno lambire il cosiddetto trash, perché incapaci sia delle sublimi intuizioni sia delle sconfortanti bassezze del cinema popolare italiano, Monnezza in testa. Accettabile Amendola, non male (dispiace quasi dirlo) Enzo Salvi. Certo che, quando compare la faccia di Tomas Milian, si capisce come è possibile che Nico Giraldi alias Monnezza, nonostante i suoi film siano spesso peggio che mediocri, sia ancora in grado di entrare a fare casino nelle case dei ricchi. D'altra parte era (anche) il fratello di Vincenzo Moretto, ovvero il Gobbo.

p.

postato da secondavisione | 19:53 | commenti (18)


domenica, aprile 17, 2005
 

La donna di Gilles, Frèdèric Fonteyne, 2004

Il tradimento pare essere uno degli argomenti principali di diverse uscite cinematografiche di questa stagione. Ma il film di Fonteyne si contrappone nettamente ad un altro titolo sul tema, cioè Closer: il film di Nichols è moderno, nevrotico, cerebrale e parlato, La donna di Gilles, invece, punta su altro, cioè sulla sovrapposizione completa tra lo spettatore e Elisa (una grandissima Emanuelle Devos), a partire dalle piccole cose che segnano la sua vita di moglie di Gilles e madre di due gemelle, in un paese francese degli anni '30. Il lavoro casalingo quotidiano si interseca perfettamente con il passare del tempo, e il ritmo del film è dato dal punto di vista microscopico-giornaliero dalla preparazione dei pasti, dalle pulizie; dal punto di vista macroscopico, dall'alternarsi delle stagioni e dalla gravidanza della protagonista. Si respira un'aria naturale e placida, nel film, che si rispecchia anche nelle scelte registiche e di montaggio.
Anche quando Elisa scopre il tradimento, c'è tutto il resto intorno, la sua vita, il suo ruolo di moglie di Gilles e madre, che non può essere sovvertito, al massimo deviato. Ecco quindi che la donna diventa confidente del marito, innamorato della sorella di lei, mentre tutto pare scorrere uguale. Ma monta in Elisa il dolore per quello che sta succedendo, e i gesti naturali si irrigidiscono, e diventano un pretesto per sfogare istintivamente la rabbia. E la macchina da presa di Fonteyne segue il dolore di Elisa (e la seguirà fino alla fine, non staccandosi mai da lei, sovvertendo le leggi della gravità). Da un certo punto in poi, Elisa si ammutolisce, e noi non sentiamo più niente, rimanendo sempre con lei. Il lavoro sul sonoro, così importante in questo film, assume quindi una valorizzazione in più. Rimaniamo nella rabbia soffocata di Elisa, seguiamo con lei un cammino di dolore non manifestato, fino al drammatico finale che non rivelerò, per rispetto dei lettori. E' facile intuire come questo percorso di dolore sia facilmente assimilabile ad un contesto religioso. E Fonteyne ci suggerisce in maniera evidente questa lettura, con una sequenza ambientata in una chiesa in cui lo sguardo di Elisa si fissa su alcune statue di martiri. Una leggera caduta di stile per un film che rimane sempre ad un buon livello.
Un consiglio: andate a vedere il sito ufficiale del film, linkato in alto, è ricco e ben fatto.

Francesco

postato da secondavisione | 14:24 | commenti (4)


martedì, aprile 12, 2005
 

MILLIONS, Danny Boyle, UK, 2004

Abbiamo perduto definitivamente Danny Boyle. In realtà ce lo siamo giocati già nel 2000, su una spiaggia thailandese ormai distrutta dal recente tsunami natalizio, dove cercava di raccontare una storia inutile con un obeso reduce dai fasti del naufragio di un transatlantico. Peccato, perché ci aveva sorpreso con il bellissimo Piccoli Omicidi Tra Amici, il suo film migliore ed insuperato, confermando il presunto talento con Trainspotting. Peccato, perché Una Vita Esagerata era piacevole ed originale pur nel suo essere una baracconata e 28 Giorni Dopo aveva, nonostante tutto, sprazzi di ottimo cinema. Millions sulla carta si presentava interessante, sebbene l’autore del romanzo di partenza, scritto pensando già al grande schermo e non a caso dedicato allo stesso Boyle, sia Frank Cottrell Boyce, sceneggiatore per il sopravvalutato Michael Winterbottom. La storia: un ragazzino della profonda suburbia del nord Inghilterra, orfano di madre ed ossessionato dalla vita dei santi, ama guardar passare i treni (?!). Un giorno pioverà da uno di questi, un sacco pregno di sterline. Ma la Gran Bretagna sta per entrare nel grande mondo dell’euro, e quindi addio sterline, a meno che non si spenda l’inatteso tesoro in pochi giorni. A complicare il tutto ci si metteranno il fratello materialista, il padre disilluso, il presunto proprietario del denaro e una serie di apparizioni mistiche. Il film parte abbastanza bene, e promette quasi una versione per ragazzi di Piccoli Omicidi Tra Amici, abbozzando un tentativo di raccontare le paure infantili in un’ottica più adulta, sicuramente diversa dal solito. Il problema di Danny Boyle è gestire la narrazione per tutto il film. Problema non da poco, direte voi. Infatti la già esile trama, arricchita di qualche elemento supplementare suggestivo, vedi le incursioni dei santi lungo tutta la vicenda, si esaurisce dopo mezz’ora. A Boyle, quindi, non rimane che infarcire e coprire le mancanze di sceneggiatura con una regia ipercinetica ed eccessiva, dove abbondano inquadrature effettistiche e dove si velocizza tutto, ammorbando la platea con riprese incessanti di treni che sfrecciano e nuvole in viaggio. Lo sterile manierismo porta, conseguentemente, a profonde ellissi, passaggi logici saltati e ad una generale farraginosità della storia, costringendo l’ignaro spettatore a chiedersi il perché di determinate cose, mandando a quel paese la romantica sospensione dell’incredulità. Il peggio, ahinoi, è concentrato tutto negli ultimi venti minuti. Già si rimane sconcertati dall’apparizione della madre defunta del giovane protagonista,  con un’impennata di glucosio e melassa (sì, proprio la medesima, orrida sostanza che Guido Chiesa ha riscontrato in Million Dollar Baby nda) da far venire una carie all’occhio. Ma, soprattutto, il terrificante finale buonista in un’Africa da club mediterranée sancisce la definitiva pietra tombale su un film e soprattutto un regista che si è giocato tutto (talento, idee, inventiva) nello spazio di due film, per poi vivere di rendita all’ombra della sua totale sopravvalutazione. Una prece.

Tom

postato da secondavisione | 18:50 | commenti (5)
 

THE RING 2, Hideo Nakata, USA, 2005

Il processo è abbastanza assurdo e vale la pena spenderci due parole. Hideo Nakata ha girato Ringu e Ringu 2 in Giappone tra il 1998 e il 99. Dopo l'enorme successo della serie (in patria omaggiata anche da uno squallido prequel, Ringu 0), e l'espansione dell'horror giapano e asiatico in generale (i vari Ju On, The Eye et similia), in America si decide di farne il remake. Alla regia viene chiamato Gore Verbinski, fresco del successo de La Maledizione della Prima Luna. Contro ogni pronostico il risultato non è da buttare via anche se, scorrettamente e con poca lungimiranza, nella versione Usa del film vengono inseriti elementi del secondo capitolo originale. Dal 2002 la situazione sembra essere sfuggita di mano a chiunque: gli Horror giapponesi (o con della gente con gli occhi a mandorla...) saturano il mercato cinematografico occidentale assolutamente a caso e rischiano di diventare solo ed unicamente stereotipici o parodici. Dopo l'arrivo in America di Takashi Shimizu e il successo del suo Ju-On (un uomo costretto a girare lo stesso film per l'eternità) poi, si sono aperte le porte dell'industria ai registi giapponesi e quindi, per girare il seguito del remake del suo film, viene chiamato Hideo Nakata in persona. Avete Capito? Se non avete capito la colpa un po' è mia che scrivo a cazzo, ma fondamentalemnte è dell'industria cinematografica americana che sembra essere governata dagli Sgorbions. Il regista giapponese deve essersi sentito preso vagamente per il culo, ma con estrema intelligenza è riuscito a baggianare un po' tutti. Dopo aver dimostrato di essere di gran lunga superiore ai suoi colleghi in patria, durante questi lunghi anni ha assistito ai danni pepetrati dal cinema occidentale al genere di cui in parte è fondatore, si è studiato la materia, ed è arrivato alla prova americana preparato. Per evitare fraintendimenti forse è meglio dire subito che questo The Ring 2 è nettamente il suo film più brutto, ma ci sembra che alcune sue scelte siano interessanti. La cosa che stupisce maggiormente è come sia proprio il regista che ha dato via alla febbre dell'horror mania giapponese il primo a distaccarsi dai suoi luoghi più riconoscibili e ormai esauriti: per dirla più chiaramente, poche bambine con i capelli davanti agli occhi che spuntano fuori dal nulla a fare BU! Si, ovviamente ci sono quelli che ormai vengono strombazzati come elementi necessari al genere (The Eye 2 viene pubblicizzato con la frase "Un solo scopo: farvi saltare dalla sedia") ma sembrano quasi inseriti a forza per non deludere un pubblico che quello ormai si aspetta. Hideo Nakata alza la testa, e dopo pochi minuti cambia direzione abbandona non solo i salti dalla sedia, ma anche la storia portante della sua serie: la maledizione della videocassetta di Sadako/Samara. Giocando clamorosamente d'anticipo, lo scopo del regista sembra quello di girare il remake (prendendolo molto alla larga... poi magari qualcuno se ne accorge) non dichiarato del suo film più riuscito: Dark Water (è previsto a breve il remake a firma di Walter Salles). Samara, dopo essere stata allontanata da Naomi Watts nel film di Verbinski, torna decisa ad impossessarsi del corpo e della mente del suo pargolo, per ricevere finalmente quell'amore materno che le è stato negato e che ha scatenato la sua furia vendicatrice. La protagonista dovrà quindi fare i conti ancora una volta con il male, questa volta incarnato non in una videocassetta, ma in suo figlio. E se l'unica soluzione per sconfiggere il male fosse la più terribile e dolorosa immaginabile? In questo senso l'horror di Nakata si fa più vivo, più doloroso e tangibile delle sue varie imitazioni. La paura non si limita a scatenarsi dal eccesso di decibel ma dalle tematiche e dalle tensioni in campo. Ripeto: gli errori ci sono, in sceneggiatura ci sono dei buchi impossibili da non notare, lo strangolamente dovuto al sistema produttivo americano è più che evidente, ma quando non lo si accetta controvoglia (lo svogliato digitale degli inspiegabili cervi che fanno il paio con il cavallo del primo episodio americano o quello della scena madre nella vasca da bagno) ci si ironizza (vedi l'intro con la coppietta di teenagers sprovvisti di cerebro). Sembra insomma che Nakata si adoperi a dare il contentino a chi ha certe aspettative dai film horror giapani, ma che in controluce sia ancora in grado di colpire nel segno.

FEDEmc

postato da secondavisione | 18:35 | commenti (7)


lunedì, aprile 11, 2005
 

Aggiunte al dogma italico

24) I personaggi dei film italiani non possono pretendere di essere più interessanti degli spettatori se non lo dimostrano appieno

postato da secondavisione | 10:49 | commenti (6)


giovedì, aprile 07, 2005
 

LA FEBBRE, Alessandro D'Alatri, ITA, 2005

Cremona. Quattro amiconi sulla soglia dei trenta vogliono aprire una locale super figo dove ballare e intortarsi le cubiste. Mario (Fabio Volo) però ottiene, grazie a degli strani manini del defunto papà, un posto fisso e sicuro in Comune. Che fare? Continuare a fare il pirla in giro, o affidarsi alla sicurezza di una triste e grama vita in ufficio? Per fare contenta mammà, con cui ancora il protagonista vive, si opta per la seconda, anche se sotto sotto si sogna la discuteca e u divertimentu. Pur lavorando con tanta passione e simpatia, anzi, siccome lavora con tanta passione e simpatia, Mario è tanto ben voluto dai suoi colleghi, ma odiato dal capo che è un gelosone che vuole mettergli i bastoni tra le ruote. Lui è bravissimo, sa anche usare il computer (essendo giovane... ) , ma il capo non lo capisce e gli fa fare i peggio lavori. Mario però, anche se al mattino si fa la barba che senza il pizzo c'ha la faccia più pulita, e va al lavoro dopo che mammà gli ha portato il caffè a letto, la sera esce e va in disco. Strano a dirsi, ma si innamora di una cubista strafiga con la quale limona dopo 23 minuti di conoscenza. Ah, l'ammore. Ah, l'ammore per una strafiga con la passione per la poesia e con un debole per i cani randagi. Dicevo, Ah, l'ammore è un casino, perchè poi non vai al lavoro, caghi poco i tuoi amici per andare a far l'amore tra i campi o mangiare le ciliege con la cubista, mammà si arrabbia perchè torni tardi e tratta male la giovane poetessa danzante, il capo si arrabbia anche lui e tantissimo perchè è geloso che Mario esce con una stragnocca e lo tratta sempre peggio. Che far? Reagire, mandare tutti a cagare e fuggire con la donna della tua vita (che nel tempo libero, oltre a far vedere il culo in discoteca, riprende le tombe dei poeti italiani), o chinare il capo e accettare tutto ciò? Mario, "in un mondo che si divide tra calciatori e arbitri , è un calciatore", è uno che ha le potenzialità per comandare il gioco, anche se è costretto a far la vita da arbitro, da sfigato. Svelando la sottile meatafora: c'è grossa crisi. La gnocca va a finire di studiare in America, gli amici non vogliono più aprire il locale e non riconosco più il vecchio Marione di una volta, mammà non lo capisce, il fratello militare gli tira uno schiaffo, il capo lo manda a lavorare fisso al cimitero. Mario però è sicuro di quello che fa ed è anche bello dentro. Con il suo amico, quello strano del paese, scopre l'arte con i materiali da riciclo. Continua a lavorare contro voglia al cimitero, ma legge un botto di libri di poesia che gli ha lasciato "La Regina del Celebrità" e vive solo soletto in campagna con i cani randagi. Il mondo però non lo vuole proprio lasciare in pace. In quest'italietta brutta e ipocrita, dove le sue amiche o ex ragazze stanno per sposare dei calciatori ma poi lla fine optano per un geometra, proprio nella città di Cremona, deve arrivare il Presidente della Repubblica, e anche se tutto è un magna magna dobbiamo fare bella figura. Mario si presta al gioco e, dopo la promessa di un permesso fino ad allora negato per aprire la sua mitica discoteca, aiuta il capo cattivone a far bella figura con il presidente. Ma poi si licenzia, fa pace con tutti, ne dice quattro a quelli che li vogliono male, va a vivere in un bel casale in campagna da restrutturare ma pieno d'arte e di cani e di bandiere della pace con l'amico artista e la sua compagna. Poi torna la cubista.
Impagabile ritrattino finto arrabbiato, ma di uno squallore, di una pochezza e di un'ipocrisia epocale, dell'Italia dell'oggidì. Insopportabile e avvilente. Oltre a tutto lo schifo che avete finora letto, D'Alatri (regista pubblicitario colpevole della campagna di quel telefonino la con Adriana) riesce a inserire nel film: un soggettiva di un carrello della spesa, la soggettiva del caffè che esce dalla moka, lucciole in digitale che svulazzano come le stelle, una citazione de Il Quarto Stato in versione onirica con la banda del paese, Fabio Volo che diventa una piccola sagoma tagliata nella carta e scorre tra le cosce e il seno della cubista danzante prima che quest'ultima se lo magni, epifanie causate dall'ingresso in chiesa mentre mammà canta in coto l'Ave Maria di Schubert, effetti digitali a caso da ritiro della patente, Arnoldo Foà, Cochi Ponzoni e, già che ci siamo, una vj di Allmusic dotata come un posacenere. Il meglio però è il sogno in cui Mario è dietro al bancone del suo locale, arriva il Presidente della Repubblica in bici che chiede una buona birra italiana, Mario lo serve e gli dice "Presidente, ecco, le rendo la mia carta d'identità. Io non voglio essere più niente per nessuno, mi hanno deluso tutti". E il Presidente che è buono e bravo, gli dice "E no, Marione mio, tò, riaccattti o documento che alla fine, anche se la vita è dura, siamo tutti figli dell'Italia e l'Italia siamo noi". E dopo i titoli di coda, non si sente la voce del Presidente che dice "Bella l'Italia!"? A questo punto, meglio la lobotomia. Colonna sonora da denuncia con brani dei Negroamaro (risultato dei danni perpetrati da Le Vibrazioni... che già magari bastavano loro), brani di Roy Paci, un pò de classica che siamo a Cremona e un pezzo rubato goffamente alla colonna sonora di In The Mood For Love. Per cortesia, basta.

FEDEmc

postato da secondavisione | 15:11 | commenti (22)


martedì, aprile 05, 2005
 

ROBOTS, Chris Wedge, USA, 2005

Secondo lungometraggio, dopo l'insperato e clamoroso successo de L'Era Glaciale, per la Blue Sky di Chris Wedge. Schiacciata dalle due superpotenze Pixar e Dreamworks, la Blue Sky si trova nella scomoda posizione di poter rappresentare una terza via al cinema d'animazione. Sfortunatamente per mancanza di coraggio e di inventiva, sceglie di essere una piatta via di mezzo tra i due colossi. Come già per il lungomtraggio d'esordio, anche per Robots si sceglie una storia di una semplicità disarmante ed estremamente schematica, vista e stravista in milioni di film del genere. Il nucleo centrale della storia, viene poi "arricchito" aggiungendo citazioni cinematografiche, televisive, riferimenti visivi dai più disparati mezzi di comunicazione e strizzatine d'occhio al target prescelto. E anche qui, niente di nuovo rispetto a L'era Glaciale. A ben vedere però, le differenze non mancano: se l'evidente povertà di mezzi della Blue Sky veniva intelligentemente sfuttata ne L'era Glaciale, ambientando pressochè tutto il film sul ghiaccio e riempiendo conseguenzilmente lo schermo di un semplicissimo bianco per poi concentrarsi sui personaggi, in Robots ci si è mossi in direzione diametralmente opposta. Ogni inquadratura del film è prepotentemente satura fino all'eccesso: l'ingombrante meccanica di cui sono composti i personaggi e il loro strambo mondo è ovunque, riempie ogni centimetro possibile del quadro. Sembra quasi che alla Blue Sky abbiano voglia di dimostrare di essere diventati più bravi e di saper maneggiare meglio la computer grafica. In alcuni momenti l'effetto è esaltante - il viaggio con i "mezzi pubblici" iniziale e la sequenza del domino mozzano il fiato - ma spesso si ha l'impressione dell'esagerazione, la fastidiosa sensazione di essersi perso qualcosa che non si è fatto a tempo a notare. Avendo così duramente lavorato sul contorno grafico, ci si è però dimenticati di concentrarsi sui personaggi. Una delle fortune de L'Era Glaciale era quella di avere dei protagonisti semplicissimi ma al tempo stesso riconoscibilissimi e (penso soprattutto al bradipo Sid) azzeccati. Qui invece si fa un po' confusione. Come già visto in molto altri film ultimamente (vedi Sky Captain and The world Of Tomorrow) si tende ad utilizzare le più innovative  e leggere tecnologie digitali per costruire personaggi e ambientati dichiratamente debitori di un immaginario diametralmente oppsoto: i protagonisti di Robots sembrano essere vecchi giocattoli anni '50, pesantissimi, smontabili, riassemblabili. Avete presente il meccano? La scelta è abbastanza divertente, ma rimane un'intuizione poco sviluppata, solo di superficie. Tutti un po' troppo simili tra di loro, si finisce per avere dei personaggi divertenti, sicuramente curati, ma mancanti di tratti personali e riconoscibili. Per quanto riguarda il discorso sulle fonti e sulle citazioni anche in questo caso ci si trova di fronte a una mediazione tra la piattezza della Dreamworks, capace solo di citare in superficie elementi cotti, mangiati e riproposti per il pubblico immaginato (vedi i riferimenti all'immaginario visivo Mtv dipendente) e dall'altra parte il complesso lavoro della Pixar, capace di riferimenti trasversali e citazioni complesse e variegate. Niente di che insomma. Un prodotto curato, agile e divertente, con qualche intuizione in più rispetto ad alcuni film Dreamworks, ma sicuramente poco coraggioso e poco libero. Il peso e l'influenza dei prodotti che lo circondano è forse eccessivo e, come già detto, alla Blue Sky manca un po' di coraggio. La scelta italiana di far doppiare il protagonista a Dj Francesco risulta decisamente infelice. Se è vero che il personaggio in questione esercita un indiscusso fascino verso gli spettatori più piccoli, è evidente che la dizione non è il suo forte e dopo poco sembra di essere in piazza a Trezzano sul Naviglio. Peccato, ma le possibilità di crescita ci sono.

FEDEmc

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lunedì, aprile 04, 2005
 

The Jacket di John Maybury

 Ad Adrien Brody hanno sparato in testa in Iraq, nel 1992, da allora non è proprio a posto. Cammina per le strade del Vermont coperte di neve come se fosse Rambo, e viene coinvolto in un omicidio e condannato ad andare in manicomio. Lì, il crudele scienziato Kris Kristofferson lo rimbomba di farmaci e, a giorni alterni, lo rinchiude in un armadio a muro che dovrebbe fungere da cella di deprivazione sensoriale. Da lì, non si trasforma in uno scimmione come Willian Hurt in Stati di Allucinazione, ma si trasferisce anima, core e lombi nel 2007, dove gli accade di  fare  l’amore con Keira Knightley e scoprire il giorno della sua morte.

 

Delle filiazioni de Il sesto senso  si è discusso a lungo, ma senza pensarle in aggiunta al collegamento, molto intellettuale a Lynch. In ogni caso si tratta di tematizzazione del fantasma e della realtà di corpi personaggi e situazioni rispetto al piano del racconto principale. A che universo narrativo appartiene Adrien Brody? Stiamo vedendo un sogno, e se si, chi sta sognando? Queste sono le domande su cui si giocano molti film usciti nell’ultimo periodo.  Ma invece di prendere il gioco della presenza assenza dei personaggi, cerca di farsi un trucco autoriale e intellettuale (da questo punto di vista Soderbergh-Clooney come produttori sono una garanzia, si veda come hanno conciato Solaris) prendendo elementi di stile da Lynch: dissolvenze in quantità da indigestione, uso dei rumori, confusione dei piani di narrazione.

Ma tutto ciò ha tre problemi. Innanzitutto si cerca di dare una spiegazione logico consequenziale di tutto, dall’origine dei sogni ai paradossi temporali , senza rendersi conto che i paradossi temporali sono tali in quanto hanno sempre un punto morto, un punto di illogicità. A parte che i punti qui sono svariati, ma lo sforzo di giustificazione logica fa risaltare gli errori. Poi, il giochino della presenza/assenza è fatto con una totale assen

za di coinvolgimento, i personaggi accettano tutto normalmente, e tutti gli effettini sprecati lasciano lo spettatore francamente indifferente. Terzo: i misteri durano lo spazio di cinque minuti, non c’è una minima costruzione della suspense, e per non far sfuggire nulla a nessuno le soluzioni sono telefonatissime. Insomma, non si scorge la minima traccia di mestiere.

 

Una menzione per Keira Knightley : tanto carina, ma è una sorta di Asia Argento di terza categoria, che sembra uscita dalla scuola di  Grandi domani. Per tutto il film non offre altro che variazioni sul tema “strepito e passo istericamente le mie umide labbra su un bicchiere, in quanto socialmente disagiata”. Se p. sostiene che Maria de Medeiros trae ispirazione dalla Signora Pina, penso che le sequenze in cui la Signorina Silvani fa tremare il labbro inferiore per obnubilare il Fantozzi rag. Ugo non siano state viste invano dalla giovane Keira.Da antologia, delle scuole elementari, la simbolizzazione: SUV sta alla “white trash”  come maggiolone Volkswagen sta a giovane in carriera con famiglia normale.

 

manu

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domenica, aprile 03, 2005
 

Hostage, Florent Emilio Siri, Usa, 2004

Florent Emilio Siri ha le idee chiare. Sicuramente poche, ma chiare. Qualche anno fa in Francia, girò Nido Di Vespe, un remake non dichiarato, ma rispettoso, di Distretto 13 di Carpenter. Dopo qualche anno lo ritroviamo alle prese con l'industria americana, con un budget nettamente più alto, un cast di ben altra fama a disposizione (da Valerio Mastandrea a Bruce Willis il salto qualitatico è alto), ma sempre con le stesse idee in testa. Anzi... un'idea: l'assedio. Inevitabilmente per Hostage, tratto dal romanzo di Robert Crais, non si può sfruttare ancora una volta il perfetto meccanismo narrativo carpenteriano, ma in qualche modo, limando di qua e di la, le cose si aggiustano, e alla fine si torna sempre li. Bruce Willis, poliziotto specializzato nel trattare con gli ostaggi, fallisce una trattativa e causa la morte di un'intera familia. Sconvolto e vicino al crolloo nervoso, da Los Angeles si sposta nella classica cittadina di provincia americana dove il crimine più violento risulta essere il furto di carmelle dal droghiere. Le cose inevitabilmente, prenderanno però una brutta piega. Come si diceva prima, lo spunto narrativo, le idee sono immutate, ma lo stesso lo si può dire per i difetti. La tendenza, ancora una volta, è quella del volersi complicare la vita a tutti i costi, moltiplicando progressivamente i gradi d'assedio. Man mano che si procede nel racconto, la situazione continua a complicarsi, rendendo sempre più complicate le regole del gioco. La piccola forma necessita di semplicità, di uno schematismo immediato e semplice, della delinezione precisa di gruppi e schieramenti e delle dinamiche in corso. Siri invece sembra voler modificare le regole del gioco e rilanciare la posta sempre un po' più alto. Inoltre il regista non è decisamente dotato di mano leggera. Inutile chiedere leggerezza e finezza in un film del genere, ma spesso si passa il limite. Si può chiudere un occhio per quanto riguarda le scene d'azione, ma è soprattutto nel trattatre i sentimenti che il regista si lascia prendere la mano. Tra crisi e stretti rapporti familiari, amori e lacrime, il film scivola spesso in uno strano miscuglione di melodramma e soap opera difficile da sopportare. Peccato, perchè di un cinema così energico e diretto spesso si sente la mancanza, e a ben vedere Hostage evidenzia più di un pregio. Peccato che i difetti forse siano più evidenti. Decisamente violento e sanguinoso se confrontato con prodotti simili. Non mancano strizzatine d'occhio per nerd cinefili.

FEDEmc

postato da secondavisione | 18:45 | commenti


venerdì, aprile 01, 2005
 
 La migliore recensione finora letta su Million Dollar Baby (esclusa quella di Manu, s'intende). E il primo che dice che non c'entra niente, lo aspetto fuori!

postato da secondavisione | 10:23 | commenti (3)