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martedì, maggio 31, 2005
LA MASCHERA DI CERA, Jaume Collet Serra, USA, 2005
Di questo remake del film House of Wax del 1953 con Vincent Price (prima produzione major in 3 -D) c'è ben poco da dire, e quello che c'era da dire l'ha già detto Kekkoz qui. La cosa che colpisce maggiormente (oltre a quelle due o tremila gags sull'attività evidentmentre prediletta da Paris Hilton) è il doppio nome Silver - Zemeckis in produzione. L'avevamo già segnalato qualche tempo fa: nel tentativo di delineare un nuovo gusto (e una conseguente audience) horror, Hollywood si sta buttando sul remake. Quello che conta sembra appunto la delineazione di nuove coordinate per il genere, non tanto il film in se, ma l'appartenenza della pellicola a dei nuovi canoni. Michel Bay si è mosso per primo e ha in qualche modo ricreato un gusto partendo dall'apice del New Horror americano anni' 70 con il remake di Non Aprite Quella Porta. In quel caso si era scelto di mettere in regia tale Marcus Nispel, esordiente di mestiere con una serie di videoclip all'attivo. Il lavoro svolto dell'ex regista preferito di Cher aveva sicuramente una certa fermezza e una sua funzionalità, ma era evidente l'apporto di Micheal Bay sul film in generale. Riassumendo l'operazione: si mantengono alcuni elementi di base dell'originale declinandoli al gusto imperante dell'horror per teenager post Scream. (Ora che scrivo mi accorgo che la questione si fa delicata se aggiungiamo che Scream, con il suo sottotesto parodico nei confronti dello slasher e del new horror, ha riaperto la strada ai film con il gruppo di giovani e che conseguenzialmente è il vero colpevole della pratica del remake di questi ultimi anni. Impossibile infatti andare avanti su quella strada, se non tornando indietro nel tempo tentanto di riscrivere). In questo caso si sono mossi in due, ma sorgono molti dubbi. Il primo dei quali riguarda proprio il film che si è deciso di omaggiare: perchè andare a prendere un film del 1953? Se si esclude poi la sequenza finale dello scioglimento della museo del titolo originale (spettacolare e goffa come doveva probabilmente essere l'uso del 3 - D nei '50) il film sembra strizzare molto di più l'occhio ai (nuovi) '70 che ai '50. Perchè la (brutta) sequenza cinefila con citazione dai '60 con Che Fine Ha Fatto Baby Jane? Sembra quasi un'operazione fuori tempo massimo e basata su scelte confuse. Aggiungiamo un inizio decisamente noioso, gli insistiti riferimenti al famoso video porno di Paris Hilton, una sceneggiatura con un paio di momenti veramente insulsi e quel poco di buono che c'è nel film (una divertita e liberatoria esplosione di violenza nei confronti dei protagonisti e l'idea della città/museo) si dimentica in fretta.
FEDEmc
martedì, maggio 24, 2005
STAR WARS III: LA VENDETTA DEI SITH, Geoge Lucas, USA, 2004
Ok, è andata: è finita la più lunga e importante saga della storia del Cinema. Finisce qualcosa (dato personale inutile) nato contemporanemanente a chi scrive, una saga che poche altre è riuscita a bucare lo schermo cinematografico e a condizionare l'immaginario di ben due genrazioni di spettatori e appassionati. Se ne può scrivere contenendosi ed evitando l'entusiasmo tipico da fan? Durissimo, ma ci si tenta. Tenteremo di spiegare come mai questo capitolo conclusivo, quest'ultima parte del cerchio, riesce in qualche modo a far dimenticare la delusione provata per gli ultimi due film di Lucas, per quei due goffi prequel alla sacra trilogia che avevano fatto venire più di un dubbio sullo stato di salute del vecchio Lucas. Sicuramente il motivo princpale è, come già detto, che questo La Vendetta Dei Sith è l'ultima parte di un cerchio, di un cerchio enorme. Lucas ha a disposizione ben 5 pellicole e 28 anni di scrittura per far precipitare tutto e farlo tornare ad un punto di partenza. E questo, per chi come lui è sempre stato maggiormente interessato ai Miti, alle fiabe, alle storie semplici e dirette, è un ottimo punto di partenza. Come sempre il numero dei personaggi e delle sottotrame è impressionante, ma in questo caso Lucas riesce a dimostrare decisamente più polso e rigore. E finalmente tutto si concentra, trova un centro gravitazionale preciso nel vero protagonista di tutti e sei i film, nell'unico personaggio non monolitico, in grado di cambiare personalità attraverso i film: Anakin Skywalker, Darth Vader. Nel suo cedimento verso il Lato Oscuro, nel progressivo deteriorarsi dei suoi rapporti con gli altri personaggi della saga, nel tragico amore con Padme, nei suoi disperati desideri di onnipotenza, nel sua schiavitù nei confronti del senatore Palpatine, nella sua morte e (doppia) rinascita finale, risiede tutta la forza dell'intero progetto, che in questo ultimo tassello può dare finalmente sfogo al lato cupo e oscuro da sempre ingrediente base di Guerre Stellari. Grazie all'intensità di questo materiale narrativo Lucas sembra ritrovare anche un coraggio espositivo, una forza visiva che ci si era quasi dimenticati. Se la prima interminabile sequenza risulta essere perfettamente in linea con le possibilità offerte dal digitale a Lucas, una grandiosa esposizione di effetti speciali per soddisfare l'evidente desiderio del regista di far vedere Yoda fare le capriole e brandire una spada laser o R2-D2 saltare, progressivamente Lucas riprende le briglie della narrazione e contemporanemanente rispolvera effetti semplici che sembrano essere usciti da THX - 138 (vedi il sogno di Anakin sul parto di Padme) e li utilizza unendoli a riferimenti cinematografici (il Frankestein finale o i furti al cinema muto italiano nella storia d'amore tra Anakin e Padme) perfettamente funzionali. Nonostante tutto questo, dispiace dirlo, non si riesce ad essere ai livelli di quei primi tre incredibili film, ma a questo punto possiamo mettere davanti l'entusiasmo fanciullesco che ci porta ancora oggi nel 2005, superata da un pezzo l'età della ragione, ad andare al cinema con una spada laser giocattolo in mano, attendere con ansia lo spegnersi delle luci e applaudire come un pazzo alla scritta "Tanto tempo fa in una glassia lontana lontana..."
FEDEmc
lunedì, maggio 23, 2005
Un piccolo aiuto
Chiedo aiuto, sperando che si trasformi in un giochetto tanto criticamente inutile quanto divertente: ho bisogno di trovare un po' di citazioni presenti in Kill Bill (uno e due). Non ci sono premi per questo concorso, purtroppo.
m.
martedì, maggio 17, 2005
La caratteristica che faceva di Elephant un grande film era la peretta coerenza tra spazio (le passeggiate nei corridoi), tempo (la ripetizione degli eventi, mai azioni, osservati da diversi punti di vista) che rendeva flebili e quasi scollegava i legami di causalità. Per cui, attraverso un impressione di continuità, di ripresa e di narrazione, in realtà traspariva un universo irreversibilmente frammentato (contrapposto alle riprese del cielo, anelito alla verticalità e conseguentemente alla trascendenza).
Si inizia parlando di Elephant per comprendere meglio cosa funziona e cosa no di Last days, e forse bisognerebbe anche aver visto l’inedito in Italia Gerry, a detta di molti meraviglioso.
Nel fil presentato quest’anno a Cannes si perde la coerenza che caratterizzava il precedente. E non è solo uan notazione formale, perdendo la coerenza si perde anche l’immagine e il senso dell’universo frammentato. Sembra che Gus Van Sant confidi nel rinvio alla figura “mitologica” di Kurt Cobain, un retroterra che tutti conoscono e di cui non si può fare a meno, nell’attraversamento degli spazi vuoti, e a volte nell’uso della musica. Il problema è che le foreste non sono labirintici corridoi e che quindi non è sufficiente mostrare dei personaggi che vagano, ma tocca anche far pensare alla Natura con la N maiuscola. Ma questa soluzione viene abbandonata subito, o quasi. Successivamente si prova a utilizzare la strategia delle ripetizioni temporali, ma anch’esse sembrano isole all’interno del film, e aggiungono davvero poco. In più, in Last Days sono raccontati anche degli eventi non rappresentati da diversi punti di vista: a parte il suicidio, le tre visite, l’uomo delle pagine gialle, i mormoni e l’assistente sociale (?). Presentati così, singolarmente, sembrano suggerire un’interpretazione allegorica un po’ schematica: nell’ordine passano i rappresentanti del sistema economico, della religione e della società.
Anche qui, tutto risulta un po’ slegato.
Le uniche sequenze in cui la disperazione in modo convincente sono quelle in cui c’è un utilizzo della musica ad accompagnare i movimenti di macchina (l’amico Scott – Novoselic (?) che ascolta iVelvet Undergorund, la lenta carrellata all’indietro mentre Blake prova gli strumentti, la canzone alla chitarra di Blake). Per questo non è un film disgiungibile dal suo essere una biografia non autorizzata di Kurt Cobain, e allo stesso tempo non si capisce perché Gus van Sant non abbia insistito su questa strategia.
Fastidio personale numero 1: partecipazione di Asia Argento, Kim Gordon, Harmony Korine più Thurston Moore come consulente musicale a celebrare la figura di Cobain provocano di un retrogusto di aver assistito ad una festa esclusiva, non troppo divertente ma molto convinta di essere fondamentale e intelligente.
Fastidio personale numero 2: ma era proprio necessario mostrare l'anima che usciva dal cadavere di Blake?
manu
lunedì, maggio 16, 2005
Prima di continuare il dibattito sulla sutura in Old Boy e dei post sui nuovi film oggi ho scoperto una nuova passione che rivaleggia con le recensioni del Moige. Imperdibile soprattutto la categorizzazione dei presunti spettatori. Tutte grandiose, ma le ridefinizioni di insieme vuoto "indagatori delle complessità multietniche" (che cacchio sono, e comunque spero non ne esistano) e "esteti dell'era bohémienne" (dovrebbero essere morti tutti) sono eccezionali.
m.
venerdì, maggio 13, 2005
Scusate l'entusiasmo.
Mentre noi stiamo qui a parlare di autorialità, focalizzazione, gap cognitivi, sincretismo tra destinante e antisoggetto, in riferimento a Oldboy, che è un bel film, ma che abbiamo visto in 500, fuori, nel mondo del lavoro vivo, c'è Ho sposato un calciatore.
Ora, io credo che questa sia una delle cose più straordinarie partorite dalla televisione italiana negli ultimi 15 anni, un prodotto dispari come prodotto popolare, ma passibile di una lettura cultuale genuina perché inattesa. Una primarietà di elementi passionali, un discorso sulla famiglia, un ricorso alla figura subdola dell'altro, un mimetismo reciproco, il colpo di scena quasi sovrannaturale, l'agnizione in seguito al trauma, un senso cieco e immanentista del destino: ragazzi, Ho sposato un calciatore sembra un Fassbinder dei poveri di spirito o degli arricchiti.
Urge dibattito. E' gradito l'uso di categorie ultimamente rispolverate dall'amico Manu, quali Nome del Padre, sutura o Grande Altro.
p.
martedì, maggio 10, 2005
Oldboy, Chan-wook Park, Corea del Sud, 2003
Se ne parlava anche con l'amico e socio Fede Mc e si conveniva che Oldboy ci è sembrato un buon film, ma non questo capolavoro che voci assai accreditate indicavano. Perché? L'impressione, riassumendo e asciugando, è che Chan-wook Park padroneggi alla perfezione materiali di cui però non sa cosa fare. La vecchia accusa, degna del miglior Paese Sera, di autocompiacimento e programmatico estetismo? Un po' sì e un po' no. Sì perché nel film c'è una evidente voglia del regista di complicare un modulo narrativo e pulsionale (la vendetta: il soggetto è quello di una vendetta che si trascina per decenni) in molte delle sue possibili variazioni. E anche un'impaginazione visiva che spero nessuno si offenda se definisco piaciona, tutta superfici da design, interni perfettamente intonati all'azione. Oltre ad un sempre stiloso modernariato dei mezzi di riproduzione visiva e sonora (tv, fotocamere, registratori: ma senza quella quasi commovente certezza che c'era, ad esempio, in A Snake of June circa la capacità di quei mezzi di succhiare la vita alle persone...). Ma, fin qui, c'è poco da dire: autoindulgenza o meno, Chan-wook Park mette in piedi un mondo di finzione assolutamente coerente, tanto più claustrofobico quanto più i suoi piani, le sue stanze e i suoi momenti sono permeabili e comunicanti.
Quello che ci chiediamo allora (plurale vero: io e Fede Mc) è: a cosa serve a questi fini registici l'immaginario di genere che viene convocato? In Oldboy abbiamo il ricco mad doctor, il gonzo che si riscatta quando è oggetto di una caccia all'uomo, le torture, il sangue, gli scontri corpo a corpo tipici della koiné del b-movie di trenta e rotti anni fa, ma oltre alle figure si rimettono in scena anche i temi che a quelle figure erano legati? Mi sembra di no, come se Park cucisse in modo geniale e virtuosistico tutta una serie di topic del cinema e della cinefilia attuali: le immagini superficiali, i labirinti narrativi, la perfezione dei décor, il ricorso ai generi; ma il risultato finale ha qualcosa di freddo e oltremodo perfezionato, in cui tutto torna, ma di alcune soluzioni e di alcuni passaggi non si sente proprio la necessità, se non in termini di simmetria e di completezza (il telecomando del bypass, l'ipnosi finale, la spiegazione con annessa doccia del cattivo). Non mi ricordo dive ho letto che il cinema di serie b non esiste più perché, ormai, si fanno b-movies con budget da serie a. Chan-wook Park, al contrario, gira un film di serie a (l'incesto è, bene o male, motore di drammi primari...), usando gesti e azioni della serie b. Solo che non si capisce bene da che parte vuole stare e che intenzione hanno i suoi effetti messi insieme in modo magistrale.
p.
Ci è appena arrivata comunicazione che questa sera, martedì 10 maggio, non andremo in onda. Peccato perchè tra Old Boy e Le Crociate e un bel duro mestiere, di materia, finalmente, ce n'era. A martedì prossimo.
La Redazione
mercoledì, maggio 04, 2005
Crimen Perfecto di Alex de la Iglesia

Prologo: luogo non definito, completamente bianco, di modo che non si vedano nemmeno i contorni della stanza bianco. Dialogo tra venditore scarso e cliente rompipalle. Si scopre che è una lezione per addestrare efficientissimi addetti alle vendite.
Secondo prologo: Rafael, indirizzandosi direttamente allo spettatore con uno sguardo in macchina, lo arringa sulla sua vita piena di successi, su come si deve fare per essere vincenti nella vita, come se fosse un manuale video di auto realizzazione. Una sorta di doppia variazione sullo stesso tema: la lezione di vita sul come essere vincenti.
Ciò che è spiazzante e divertente e che per il resto del film c’è nessun ribaltamento ideologico: anzi la “lezione” viene portata alle sue estreme conseguenze, e in questo processo viene sadicamente messa alla berlina nel suo squallore, nelle sue divertenti conseguenze e nel suo sadico e spiazzante totalitarismo.  Lourdes, la brutta, è arrivista e sadica anche più di Rafael, adotta i suoi stessi metodi e i suoi sistemi di valori, anche lei sogna una notte da sogno tra le pareti di un grande magazzino. Pure nel momento topico del piano criminoso di Rafael per il delitto “ferpetto” , l’incendio, viene confermato l’assunto. Rafael dice a Lourdes: “Guardati, sei un cesso. Nessuno vuole vedere un cesso su una Ferrari. Sarai sempre e nient’altro che un cesso”. E subito viene dimostrato nei fatti. Quindi, non si ha una reale opposizione alla tesi, ma solo una quasi pornografica esibizione del suo squallore, che raggiunge la vetta nel trionfo della moda dei clown tristi.
Personalmente, ma qualcuno potrebbe dire esattamente l’opposto, ho amato in particolar modo la prima parte, quella esclusivamente ambientata nel grande magazzino, prima del matrimonio Rafael – Lourdes , a parte per una maggiore incisività di ritmo e di trovate divertenti e crudeli, ma anche perché sbertuccia la nozione di “non-luogo” che ha francamente fracassato le palle, diventando uno stereotipo al pari di “viviamo in un eterno presente” e “oggi il mondo va sempre più veloce”. Quello che mette in scena De La Iglesia non è l’orrido del non luogo, ma l’orrido di vivere come luogo il terzo piano del grande magazzino. Per chiarire, si confronti con The terminal dove le relazioni umane esistono nonostante il luogo, in questo caso le persone e le relazioni sono sordide e meschine indipendentemente dal luogo, che rimane sordido e meschino in autonomia, nonostante l’innegabile fascino perverso del “Pittarello glamour”. Luoghi e persone si riflettono gli uni negli altri, continuando a scendere di livello nel divertente gioco di specchi organizzato dal regista.
Siamo dalle parti del grottesco? Un genere assai difficile da praticare, che spesso scade nell’”imparità” e in intuizioni buone che non hanno seguito, o pessime che ne hanno troppo. In questo caso si riescono a mettere a fuoco elementi azzeccati, per esempio non si limita a mostrare il kitsch (gli abominevoli pagliacci tristi, la collezioni da edicola di oggetti in miniatura – teiere, ditali, navi del ‘600) crogiolandosi nella sua ostensione, come se fosse autosufficiente, ma lo mette in circolo ottenendo ulteriori significati sia sul piano figurativo sia su quello narrativo.
manu
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