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venerdì, giugno 24, 2005
 
My Summer of Love di Pawel Pawlikowsky
 
Ammetto che volevo stroncare il film, a priori per la sua colpevole appartenenza al genere lesbo chic, uno di quegli stereotipi in cui il cinema d’autore contemporaneo, qualsiasi cosa voglia dire, va a morire di inedia. Per capirci, negli anni si sono succeduti, e tuttora imperversano “zingari che ballano, devono slivovice, e sparano per aria”, “piccole storie di piccole persone che si incrociano per caso”, “erotismo e filosofia spicciola, in genere con qualche elemento francese” (suggerimento del dott. p.), “elogio della canna e della vita sregolata di Casalpusterlengo o consimili”.
Ma questo è un altro discorso.
Altro motivo per una stroncatura a semi priori è che al primo scambio di battute del film “Come ti chiami?”, “Mona”, ho pensato: “Se salta fuori anche un Lisa esco dalla sala”. Il Lisa esce subito, ma alla fine non me ne sono andato, per stoica tirchieria.
Alla fine, non ci sono argomenti convincenti per supportare una stroncatura, anche se a qualcuno non è piaciuto per nulla con condivisibili critiche al doppiaggio, anzi. Innanzitutto il riferimento al genere, o per essere più precisi al filone. In realtà in My summer of love si trova una critica “di classe” rivolta al genere”. La bellissima Tamsin è presentato come un personaggio privo di fascino, o meglio con u fascino che è solo per Mona, e che deriva interamente dalla sua posizione di classe e di sangue: sono piatti e vacui i discorsi con cui gioca e seduce Mona, i riferimenti imbarazzantemente superficiali a Nietzsche (“Lo conosci? Sai cosa diceva, che “Dio è morto”, fico eh, ed è proprio vero”), gli aneddoti sparsi su Edith Piaf, il tempo passato stravaccata su un divano a spiluccare acini d'uva e a sorseggiare “un buon vino”. Non c’è reale fascino, è tutto un gioco disinteressato, a una giusta distanza estetica per poter ammirare quello che si fa della vita. E come la sua estate è una parentesi, tutto quello che fa è un gioco di incastri di parentesi che non hanno nessuna influenza sul suo reale destino, che le appartiene per nascita e per sangue.
La narrazione le oppone Mona, che cade nella sua rete, anche se forse è eccessivo parlare di rete perché forse si presupporrebbe una consapevolezza strategica, che non c’è in Tamsin. Cade nella rete perché per lei questa cose hanno un senso profondo, per lei “Dio è morto” ha un senso, massimamente denotativo e filosoficamente scorretto quanto si vuole, perché ha a che fare con un fratello che costruisce croci di metallo grando come un albero organizza processioni per colocarle sulle colline circostanti, perché crede che lei sia posseduta dal diavolo. Inoltre, per Mona l’arte è un modo esistenziale primario, un esigenza vitale, e non qualcosa da contemplare ludicamente a una distanza. Il film si regge quindi su un’opposizione primarai quanto si vuole, a che funziona non solo a livello di lotta di classe, ma anche a livello metacinematografico, contestando trattamenti estetizzanti e bolsi delle relazioni sentimanetali e sessuali, in questo caso omosessuali.
A livello poetico e politico funziona, a livello narrativo e registico un po’ meno. Le avventure estive a volte sono un po’ stereotipe, a volte la loro rappresentazione manca di fascino, come se la tesi (anche se My Summer of Love è lontanissimo dall’essere un film a tesi) impedisca un pieno svolgimento della passione, e il coinvolgimento dello sguardo del regista, che ostenta un’estetica “povera”.
 
manu
postato da secondavisione | 11:54 | commenti (22)


martedì, giugno 21, 2005
 

L'ARCO, Kim Ki-duk, Sud Corea, 2005

Un vecchio pescatore vive su una barca con una giovane a cui ha salvato la vita e di cui è morbosamente innamorato. La ragazza, grazie alla quale il vecchio riesce a vedere il futuro, è cresciuta isolata dal mondo, lontana dalla realtà, in un laconico mondo in cui amore paterno e carnale si vanno a mescolare e a confondere. L'apparente ordine di questo mondo immutabile, in cui il tempo perde progressivamente di significato, di questo amore violento ma idealmente perfetto entrerà inevitabilmente in crisi. L'ultimo film di Kim Ki-duk, in concorso all'ultimo Festival di Cannes, tenta di porsi in linea con Ferro 3, raccontandoci una storia d'amore di o tra fantasmi attraverso le piccole cose, il ripetersi e il mutare di determinate situazioni, ma segna al tempo stesso un passo falso per il regista coreano. Quello che stupisce è come, tornando sullo stesso terreno a meno di un anno di distanza, si rischi pesantemente la maniera e si finisca per infarcire (soprattutto) la seconda parte del film di simboli e metafore di estrema pesantezza e banalità. Stilisticamente, di pari passo, spesso si cade in basso (la silhouette del pescatore impegnato a suonare di profilo l'arco del titolo sulla prua della barca lascia di stucco) e se è vero che si riconscono temi e situazioni proprie del regista non si può fare a meno di notare un loro indebolimento. Escludiamo dal commento, per non rischiare il penale, la colonna sonora: forse la più brutta e insostenibile che mi sia mai capitato di ascoltare.

LA SAMARITANA, Kim Ki-duk, Sud Corea, 2004 

Tutt'altro discorso per il film precedente a Ferro 3, Orso d'Argento a Berlino 2004, colpevolmente distribiuto in Italia solo adesso. Difficile raccontare la storia senza rivelare snodi centrali o facendo intuire temi magari solo marginali (prostituzione giovanile e pedofilia). Stilisticamente differente dagli ultimi lavori del regista, è un film sul perdono, sulla colpa e sulla sua accetazione (banale e limitante il sottotitolo italiano appiccicato sulla locandina "chi non ha peccato scagli la prima pietra") estremamente complesso e spesso difficilimente sopportabile, infarcito com'è di una violenza cruda e ineluttabile. Diviso in tre parti, come i protagonisti che segue, è un film dove incredibilmente, dati i temi trattati, si riesce a non parlare di morale e a non dare un qualsivoglia giudizio. Questo è forse il dato essenziale del film: La Samaritana fin dall'inizio, dal momento in cui la giovane Jae-yeong decide di diventare Vasumitra, una prostituta in grado attraverso il sesso di far convertire gli uomini al buddismo, e successivamente nel momento in cui l'amica Yeo-jin prende il suo posto, esclude un qualsiasi tipo di giudizio o di delineazione di "giusto o sbagliato", lasciando lo spettatore irrimediabilmente spiazzato (ma libero di muoversi e di pensare) di fronte a un mondo troppo grosso. Un mondo in cui spesso si è obbligati a muoversi senza aiuti, nel tentativo di dare e ricevere serenità. Certo, anche qui le Gymnopedie con arrangiamento midi coreano gridano vendetta...

LA MIA VITA A GARDEN STATE, Zack Braff, Usa 2004

Con ottime possibilità di vincere il premio DAMS e Comunicazioni per l'edizione del Gran Galà di Secondavisione di quest'anno (che molto probabilmente si terranno martedì 5 luglio dalle 20 alle 22 sempre su Città del Capo: Radio Metropolitana) è con un certo piacere sadico che mi accingo a stroncare uno dei film cult della passata stagione cinematografica americana. Zack Braff è uno dei protagonisti (e penso autori) della serie Scrubs (da noi su MTV) della Fox. A quelli della Fox ha scritto la maestra delle elementari di Braff e gli ha detto che il ragazzo è un genio, anche se spesso non sembra, ma è perchè non si applica e si distrae facilmente. Quelli della Fox hanno pensato bene di riempire di soldi il giovane e scostante genio e di dargli finalemente la possibilità di fare il suo film. Ma si... basta con lettere mai spedite tenute nel cassette e mostrate a tutti gli amici e amiche! Basta con pagnine e pagine di blog scitte di notte poi mi alzo e "quello che ho scritto la sera prima, la mattina dopo già non mi piace più"! Cavolo, sono un genio: faccio un film. Un film stranissimo, bizzarro, troppo stralunato... un po' come sono io. Io che ho i demoni, io che sono incompreso, io che nessuno mi potrà mai capire che c'ho dei problemi. O ancora: io che ho una vena poetica e comica particolarissima, io che prendo gli psicofarmaci, e una faccia tanto strana e espressiva. Ah, anche io che ne so un botto di musica giusta (amici blogger musicali: i pezzi sono belli, spesso bellissimi, ma un'esposizione così forzata e invasiva di cultura musicale non può che infastidire). Insomma un film con delle pretese inarrivabili, mostruose, realizzate con una banalità disarmante da un ragazzino viziato e convinto che il mondo intero sia interessato a leggere la sua smemoranda. Fastidioso come pochi, riesce a strappar un sorriso solo quando mostra un cane che si masturba o quando mette in sequenza due battute scorrette. Ian Holm nella parte del padre psicanalista del figlio (che cazzata...) spero sia stato coperto d'oro. Mi astengo dal commentare la storia con la "ragazza difficile" Natalie Portman (me lo vedo Zach Braff al casting: " e per limonare nel mio bellissimo e complessissimo scelgo.... lei!"), che tra "vuoi vedere come ballo il tip tap?", "facciamo il funerale al mio amico criceto", "la vita è dura ma è questa", "ci conosciamo solo da quattro giorni ma mi hai già cambiato la vita" rischio di diventare volgare.   

FEDEmc

Questa sera allo Zo Cafè di Bologna, Via Lodovico Berti 15/b, appena fuori Porta Lame, c'è la festa dell'Ammore organizzata da noi e dalla nostra radio. Oltra alla musica del sentimento, caramelle frizzanti, dolcetti gommosi, polaretti, cocktail alcolicissimi e frasi dell'ammore (trascritte dalla smemo di Zack Braff) per voi. Siete ovviamente tutti inventati.

postato da secondavisione | 13:34 | commenti (8)


giovedì, giugno 16, 2005
 

 

Ricordate sempre della valutazione pastorale

postato da secondavisione | 16:27 | commenti (9)


sabato, giugno 11, 2005
 

Alta tensione, Alexandre Aja, Francia 2003

Avviso ai lettori. Questo post contiene quelli che in gergo tecnico vengono definiti spoiler, ovvero vengono raccontate cose che rovinano la sorpresa del film a chi non l'ha già visto. Purtroppo non credo che abbia senso parlare di questo Haute tension senza svelare il finale.Siete avvisati.

Il film inizia come uno slasher, solo in forma più intima e familiare. Non abbiamo un gruppazzo di giovani che vanno a fare la vacanza al campeggio, bensì un ritiro di studio in una casa. La casa non è disabitata e cadente, seppure isolata, ma è abitata dai genitori e dal fratellino di una delle due ragazze, Alex. Non c'è assolutamente la volontà di dare spessore ai personaggi (anche perché non ce n'è tempo): sappiamo solo che Marie, la bionda, è più tormentata, mentre Alex, la mora, è seria, studiosa, legata ad una famiglia che (forse) Marie non ha. Prima di arrivare alla casa c'è un altro classico elemento dell'horror fine '70 primi '80: il momento di tensione che si risolve con uno scherzo da parte di uno dei protagonisti. Perfetto.
Durante la prima notte, entra in casa un misterioso assassino (che abbiamo già visto, ma di questo poi), e stermina madre, padre, fratello e cane (con un livello splatter che si manterrà per tutto il film), lega e imbavaglia Alex, ma non si accorge di Marie. Ecco, Aja costruisce i momenti più felici del film proprio in casa, costruendo gli spazi in maniera molto buona e, soprattutto, giocando sull'identità dello spettatore con Marie: noi, come lei, non conosciamo la casa e non sappiamo bene come sfruttare la sua struttura per nasconderci. Citazioni a strafottere, da Argento a Carpenter, ma una tensione veramente alta e degna di nota. L'assassino si porta via Alex, Marie capita (capita) per caso nel furgone e va via con lei. Dopo una sosta in una stazione di servizio, con inseguimenti e omicidi annessi, si arriverà al finale, sanguinolento come non mai.
Detto così, Alta tensione sembrerebbe un film horror che si colloca in uno dei filoni che contraddistinguono questo genere negli ultimi tempi (e credo che i tempi siano maturi per una divertente tassonomia). In particolare, per ammissione degli stessi autori, "Oggi, la maggior parte dei film di dell’orrore funzionano grazie all’ironia, si trasforma il genere in comico  utilizzandone tutti i trucchi, come se non ci fossero più persone che siano interessati al genere. Da parte nostra noi gradiremmo ritornare alla fonte, far piombare lo spettatore in una vera ansia da ricerca della “sopravvivenza”, una esperienza nel senso vero del termine."
Un film de paura, quindi, ben fatto, artigianale (come si usa dire), un po' come i capitoli migliori delle varie saghe orrorifiche degli anni '80.
Magari.
Invece i due, regista e sceneggiatore (Lévasseur), hanno la fotta della spiegazione. La "spiegazione" nello slasher, fondamentalmente, non cambia il film. Poco ci interessa se l'assassino di Venerdì 13 è la madre di Jason, il lattaio o Jason stesso. Non è imprescindibile conoscere la vera origine di Freddy Kruger, anche se è bella la storia dietro (si fa per dire): un mostro che si materializza nei sogni e uccide veramente ci basta e ci avanza. Invece i due cosa fanno? Se ne sbattono di tutto e di tutti e capovolgono il film completamente, con questa soluzione: Marie è l'assassino misterioso, è lei che ha ucciso i familiari di Alex, perché (sic) "la ama". Mah. Perché una cosa del genere? Che mi dà? E come giustificare alcune sequenze? Non tanto quella in cui Marie prende a randellate l'assassino, quanto quella iniziale. Il camioncino disperso nella campagna francese (ottima location, debitrice a sua volta di film come Grano rosso sangue). Dentro un uomo (l'assassino che impareremo a conoscere) che si fa fare una fellatio da una donna. Ma, sorpresa, la donna è solo una testa mozzata di donna che, finito l'atto, viene buttata per strada. D'accordo, una bella scena forte, proibita come l'uccisione (pudicamente fuori campo) del bambino, ma come collocarla nella logica del film?
Lettori, attenzione. Non sto dicendo che c'è bisogno di verità sempre e comunque, no. Credo solo che la giravolta che viene fatta fare al film nel suo finale sia brusca a tal punto da distruggere la struttura del film stesso: una struttura esile, come giustamente dovrebbe essere in uno slasher.

Francesco

postato da secondavisione | 14:11 | commenti (4)


giovedì, giugno 09, 2005
 
MYSTERIOUS SKIN di Gregg Araki
 
Già Fede ne aveva parlato bene da Venezia, e non si può che concordare con lui. Sebbene il film richieda di essere digerito ed elaborato con calma e pazienza.
A partire da un unico motore, l’abuso subito in età infantile, partono due parabole di vita differenti e quasi opposte, determinate dalla posizione soggettiva dei due bambini. Brian (Brady Corbet) di rifiuto totale, Neil (Joseph Gordon-Levitt) di ambigua e desiderante partecipazione. Le due strade si separano completamente,
Il pregio della costruzione, piuttosto classica, è che l’abuso non viene mai presentato come male assoluto, o come causa univoca delle distrazioni. E’ presentato come un buco nero dell’immaginario, attorno al quale si costruiscono storie alternative, quella di una dannazione da Kansas, fatta di marchette fino all’esaurimento della materia prima, in una ripetizione senza senso, o attraverso la negazione dell’accaduto in un universo fantastico, quello degli alieni..
Araki vince una difficile scommessa grazie alla creazione di un perfetto immaginario infantile, dai cereali che piovono cielo, alla ricostruzione di ambienti e di famiglie tanto stereotipe, tanto soffocanti e inutili quanto premurose nell’inessenziale.
L’atto pedofilo non è dato da un mostro, esterno ai ragazzini e alla società, perfettamente coerente con l’aria del Kansas, o di qualsiasi altro luogo sociale di tal fatta, una provincia estesa a modo di esistenza dell’animo e dei personaggi. E, allo stesso tempo l’abuso è qualcosa di pulsante e profondamente intimo per i due ragazzini, un rimosso sconvolgente e allo stesso tempo attraente, come era la casa dei giochi del coach di baseball, perfetta ricostruzione di una camera dei desideri. Visto che non so fare di meglio, lo definirei pudore dell’ostentazione. Ci si muove sempre sul filo del rasoio, sia chiaro, ma senza sbavature, oscillando tra coinvolgimento e repulsione
Perfetto l’anticlimax finale: la traduzione verbale, insistita, lunga, noiosa, nauseabonda, statica non è affatto una risoluzione: c’è narrazione e non spiegazione, una comprensione che non altera lo status quo: le difficoltà dei due rimangono. Gli orizzonti di salvezza, relativa, si sono aperti prima: Brian è già uscito dall’ossessione degli alieni, riarredando la propria stanza con i poster dei Suicidal Tendencies, Neil ha già sperimentato quello che può comportare la prostituzione, e sta già provando altre vie. La narrazione di quello che accadeva con il coach di baseball non apre speranze, ma solo una dolorosa accettazione. Le parole di Neil in voice over sul finale non sono moralistiche, né provengono da un immaginario riconciliato, si rimane all’interno di un disagio giovanile, fresco e ingenuo al tempo stesso, per quanto possa essere in una situazione in cui l’ingenuità sembra irrimediabilmente perduta.
D’altri tempi il moto di disgusto per l’umanità sul comportamento delle persone in sala: sghignazzi distribuiti alla cavolo soprattutto nei momenti in cui non c’era assolutamente nulla da sghignazzare, e delusione finale: ghigno, “embé, finisce così?” con sottointeso “io volevo il regolamento di conti col pedofilo a colpi di asce e kalashinkov."
 
manu
postato da secondavisione | 16:33 | commenti (6)


martedì, giugno 07, 2005
 

INSIDE GOLA PROFONDA, Fenton Bailey & Randy Barbato, USA, 2005

Documentario della HBO sul film pornografico più famoso della storia del cinema, il primo ad essere uscito nelle sale e, a causa o per merito dei suoi famosi problemi legali, capace di sollevare interessanti discussioni sull'idea d'intrattenimento e sullo spettacolo cinematografico in genrale. Bailey e Barbato partono dalla storia realizzazione del film, raccontano i cambiamenti nella vita del regista e dei due protagonisti dopo l'uscita del film, per poi tentare di raccontare qualcosa in più su un paese che ha partorito, ma contemporaneamente tentato di boicottare, un film del genere. 92 minuti piacevoli e divertenti, anche se spesso si finisce nel morboso e nell'aneddotico facile facile. Inutile negare la stratura tragica dei personaggi in questione - Gerard Damiano: l'ex parruchiere padre di famiglia e sciupafemmine che, con i soldi ricavati dalla vendita di un casco per permanenti, si scopre regista di film hard. Linda Lovelace: la ragazza di buona famiglia portata sul set dal ragazzo ipnotista (e dal bulbo improponibile) inizialmente icona della liberazione sessuale, successivamente forte oppositrice del porno. Harry Reems: l'attore capro espiatorio della crociata contro l'immoralità delle pellicole a luci rosse, il Malaussene alcoolista ora fervente cattolico - ma le parti interessanti del documentario sembrano essere altre. Lo scopo principale, quello con cui la pellicola in questione è probabilmente stata pensata, è quella di documentare l'impatto di un film pornografico fruibile liberamamente da tutti sul pubblico, sul cinema e sull'industria in generale. Di cosa stiamo parlando? Siamo di fronte a un facile attacco frontale al bigottismo americano o a una discussione più profonda sull'idea di censura e di creazione di un immaginario "proibito"? Gola Profonda ha spostato quello che possiamo o non possiamo vedere al cinema? Chi lo decide? Secono quali canoni? (problema immutato per noi, alle prese ancora oggi sulla questione. Vedi il caso Theo van Gogh) Oltre alla già citata parte sui protagonisti e questo nodo centrale evidentmente fin troppo ampio da trattare in un ora e mezza, attraverso interviste e filmati d'epoca, il film solleva interessanti questioni (quasi sempre solo enunciate e mai portate avanti) su cui vale la pena riflettere: quanto ha influito l'interessamento economico della malavita al successo del film? Che ne è stato dell'idea romantica e "innocente" di Damiano di un cinema capace di mescolare la fiction e il porno? Gola Profonda,  con la sua trama, è colpevole di aver trasformato un tentativo di rappresentare "le meraviglie del sesso" un prodotto inevitabilmente maschilista? Come si è evoluta l'industria del porno? Cosa rimane o cosa muove  oggi questi simil mostri di Megalomen che ignorano anche l'esistenza del film Gola Profonda? Gli spunti non mancano, l'idea però è che ci sia voluti concentrare troppo sugli aspetti scandalistici della questione e si sia passati con troppa leggerezza sul mondo del porno in generale. Impagabili: Wes Craven imbarazzato che ammette di esser passato dai film a luci rosse per esordire nel cinema, le facce assurde della troupe originale del film, la moglie arpia dell'allora distributore del film. In originale la voce narrante è di Dennis Hopper. La versione italiana, ovviamente, se ne sbatte e doppia il tutto. Visto che alla mia proiezione c'erano in tutto cinque uomini in impermeabile e occhiali da sole seduti in ultima fila: oltre a una breve dimostrazione della particolare abilità di Linda Lovelace, non c'è niente di pornografico.

FEDEmc

postato da secondavisione | 19:36 | commenti (1)


lunedì, giugno 06, 2005
 

Sin City, Robert Rodriguez e Frank Miller, USA 2005

So di rubare questo post a FedeMC, ma gli ho chiesto il permesso. E approfitto per ringraziarlo per avermi prestato gli albi di Miller. Oh, veniamo al film.
Non sono un esperto di fumetti, ma mi è capitato di vedere qualche film tratto da fumetti, sia in forma di graphic novel che di serie. Il tentativo più o meno conscio che si fa spesso, quando si portano i fumetti sullo schermo, è dargli dinamicità, il senso del movimento tipico del film, ma che nel fumetto ha un modo diverso per essere espresso, ovviamente. Sin City, il fumetto, è dinamico fin dallo stile del disegno, pur non usando i mezzi normali che il fumetto adotta per rendere il movimento. La dinamicità è data dai bianchi e dai neri, densi e pesanti: non ci sono grigi, secondo Miller, e la cosa è sorprendente, visto che non esiste un personaggio che possa essere definito totalmente buono o cattivo. Tutti uccidono, le puttane sono angeli, ma rimangono puttane, Marv dichiara esplicitamente di essere pazzo, tanto per fare degli esempi. Il movimento è dato dalla lettura della vignetta: i colpi di pistola esplodono sulla sinistra e chi viene colpito, a destra, è già piegato dalla pallottola. Nel film tutto questo viene riportato fedelmente. Non si tenta di iniettare nel materiale di Miller una dinamicità cinematografica, ma si prende tutto ciò che nel fumetto c'è di cinematografico, ma sarebbe meglio dire un'altra volta "dinamico", e lo si porta sullo schermo. La fedeltà della trasposizione sta proprio in questo, più che nel riportare per filo e per segno le battute dei personaggi, o nell'uso del dècoupage che Miller fa sulla carta.
E si osa ancora, usando grandi nomi del cinema americano di adesso, ma, miracolo, non si pensa neanche per un attimo all'attore dietro il personaggio. Non esiste Clive Owen, ma Dwight (e vi assicuro che per me, che ho odiato Closer, è stato uno shock). Il corpo di Jessica Alba si trasforma in quello di Nancy, e senza bisogno dell'imponente opera di trucco che subisce Mickey Rourke: lui è Marv, e basta.
Non ci si accorge neppure delle dosi massicce di blue screen (la maggioranza delle scene è stata girata con questa tecnica), sebbene il digitale sia onnipresente, ma semplicemente funzionale (come gli altri elementi che ho elencato) alla bidimensionalità.

Bidimensionalità, questa è la chiave. Una chiave che funziona alla perfezione, sulla carta come sul grande schermo.

Francesco

postato da secondavisione | 19:32 | commenti (18)


mercoledì, giugno 01, 2005
 
QUO VADIS, BABY? di Gabriele Salvatores, Italia, 2005
 
Innanzitutto due rischi che correva il film. Il primo è la ricaduta nel genere “film ambientato a Bologna”. Bologna è uno dei pochi luoghi del paesaggio italiano che, in un film, riesce a dettare la struttura dell’azione e l’appartenenza a un genere. Come accade nell’ambientare un film a El Paso, per cui è impossibile non mettere in scena una rapina in banca, allo stesso modo girare un film a Bologna significa quasi obbligatoriamente girare un nuovo episodio di Via Zanardi trentatre, in cui i personaggi fanno i pazzi e i drogati e gli universitari (damsiani, in genere). Con qualche scivolone, lo stereotipo più becero viene evitato.
L’altro rischio è la messa in scena di una trama “gialla”, che può ricadere spesso nella “maledizione della signora in giallo”, testo seminale per la produzione di fiction nostrane con il morto (da Don Matteo al più rispettabile Montalbano, per rimanere alle produzioni più recenti.
Riassumendo, il rischio è di ricadere semplicemente nel “televisivo”, qualsiasi cosa voglia dire. E perlomeno ciò è evitato. Intendiamoci, non è che le strategie siano delle più originali e efficaci. La prima è quella della “cultura come orpello”. Io non parlerei nemmeno, non più di cinefilia, perché le locandine che si vedono e le citazioni nei dialoghi fanno riferimento a film che, nella percezione del lettore di “Repubblica” (testata che ormai porta avanti l’equazione cinema come mezzo di comunicazione/spettacolo che quando esula un pochetto diventa oggetto di analisi di altri specialisti, socio-psicologi e filosofi), ormai sono entrati nel Pantheon dell’alta cultura. Quindi, è come se i riferimenti alti annullassero qualsiasi apparizione della connotazione basso (=televisivo). Fastidioso sì, ma perlomeno giustificato dalla narrazione: se due personaggi sono un’aspirante attrice via video e un prof. Aspirante regista/artista stereotipo, i dialoghi possono essere proprio così.
L’altra strategia è quella di ricorrere a una ricercatezza stilistica maggiore (riprese in digitale, inserti video e simil superotto e altre cose) rispetto al canonico televisivo. Nulla di nuovo per carità, e nulla che giustifichi le digressioni metacinematografiche che appaiono talvolta, ma anche qui, si riesce a cavarsela senza infamia e senza lode.
La narrazione regge, la cupezza tiene, il personaggio femminile è imperfetto ma centrato e centrale, per una volta tanto nel cinema italiano, anche se la Baraldi sembra troppoconvinta perdendosi in battute ben recitate e scandite quando a volte si richiederebbero due dita in meno di teatralità.
Alla fine, una calibrata ricostruzione di atmosfere anni ottanta, anche se il film è ambientato oggi: insomma nulla di nuovo, qualcosa di datato, ma Salvatores sembra tornato ad una dimensione della narrazione media quanto si vuole ma convincente.
 

manu

postato da secondavisione | 18:09 | commenti (19)
 

 CLEAN, Olivier Assayas, Francia, 2004

Emily ha perso tutto per una dose: quella che si è portata via Lee, compagno di vita, di musica e di eroina. Per una dose, Emily ha perso l’amore e la libertà, ma soprattutto un figlio, affidato ai nonni paterni. Solo quando ritornerà pulita, fisicamente e mentalmente, Emily potrà riabbracciarlo. Solo quando ritroverà quel limpido, magico accordo.

Da sempre il cinema di Olivier Assayas ha avuto un legame strettissimo con la musica. Come pochi altri riesce a filmare un’esecuzione musicale privandola di qualsiasi vezzo estetico, restituendocela nella sua affascinante semplicità. Come pochi altri riesce a raccontare ed evocare semplicemente attraverso una canzone. Irma Vep che si aggira spettrale sui tetti parigini al ritmo dei Sonic Youth. Un falò della gioventù anni ’70 a base di Creedence e Nico. Clean, ammantato dei suoni d’annata di Brian Eno, possiede la semplicità di una canzone, con la sua lineare sequenza strofa-ritornello. Ma possiede anche quelle poche note dissonanti ed imprevedibili capaci di elevare il brano dalla propria ripetitività. Così, partendo da una banale parabola rock incentrata sulla banale figura di una rockstar, con il conseguente corollario di banale disperazione, Assayas ci racconta con grazia e leggerezza una storia senza nessun artificio, tranne poche dissolvenze, come a scandire le strofe di questa moderna ballata. E lo fa inserendo quelle poche note che non ti aspetti. E il miracolo accade. Come in una bella canzone. La macchina da presa sempre in movimento pedina la discesa agli inferi di Emily, il suo disagio di vedova e madre, spezzata perfino dalla geografia, divisa com’è tra il freddo Canada del compagno e la caotica Londra della vita precedente. Ma sarà nella pulsante Parigi della giovinezza che troverà il nonno di suo figlio, un angelo con le rughe di un gigantesco Nick Nolte, che le darà l’occasione di redenzione e grazie al quale forse ritroverà, con dolorosa coerenza, il limpido, magico accordo. Assayas scrive e costruisce un monumento filmico intorno al viso ed al corpo di Maggie Cheung, ex-moglie, attrice, cantante, icona. Insieme a lei ed alla sua Emily, con commozione, ritroviamo anche noi quel limpido, magico accordo laggiù, oltre il Golden Gate di San Francisco. Come in una bella canzone.

Tom

postato da secondavisione | 13:29 | commenti (1)