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martedì, agosto 30, 2005
Stasera abbiamo con noi.../1
(Attenzione: qualche spoiler)
Ragazzino delle medie viene vessato da un compagno bullo pluriripetente. Il fratello maggiore del ragazzino e un paio di amici decidono di metterci una pezza: invitano il bullo a una gita in barchetta e gli organizzano una punizione esemplare. Da lì in avanti c’è solo da aspettare che la tragedia si compia.
Portando alle estreme conseguenze il concetto di opera prima (scarso minutaggio, ritmo catatonico) e quello di film d’autore che interessa solo all’autore, Jacob Aaron Estes è l’ennesimo “fenomeno del Sundance Festival” in transito sugli schermi agostani. E questo Mean Creek sembra partorito dal cugino suburbano e un po’ tardo di David Gordon Green: anche lui al di fuori del contesto americano ha poco da dire, anche lui vuole costruire un’atmosfera paranoica partendo da elementi banali. Però, a differenza di Green, gli mancano gli strumenti linguistici per farlo. Quindi si sceglie un genere (il racconto di formazione), un argomento (il desiderio di rivalsa) e un sottotesto (la violenza del potere comunque lo si rigiri) di sicura presa emotiva: ma allo stesso tempo, come se percepisse la propria inadeguatezza di fronte al materiale, si premura di attaccare ovunque etichette con scritto SIGNIFICATO e MESSAGGIO. E che cosa ottiene? Per cinquanta minuti sembra un criptoremake di Stand By Me senza spargimenti di sangue. Poi si trova comunque modo di buttarci dentro un cadavere (“signora, fanno due etti di perdita dell’innocenza e settanta grammi di pessimismo cosmico, lascio?”). Buon ultimo, forse inevitabile dati i precedenti ma avente ugualmente l’effetto di un laccio emostatico sulla pazienza dello spettatore, arriva lo spiegone: diventare grandi significa assumersi la responsabilità delle proprie azioni. E non pensate sia una chiusura appiccicata in extremis, no: il film si regge su questa rivelazione. Che è soltanto una passata di Sidol su un intreccio volutamente opaco, cascame letterario che non trova ragione di esistere su grande schermo (dargli una lettura politica mi pare fuorviante e poco giustificabile, ma senz’altro qualcuno l’avrà fatto). Il tutto condito a piene mani con il determinismo psicologico di cui il Sundance sta purtroppo diventando una garanzia: bambino bullo uguale mamma che lesina affetto ma dispensa Playstation, teenager aggressivo uguale padre sparatosi in bocca e fratello manesco (amici psico-criminologi: queste caratteristiche ci possono essere ma vanno approfondite, altrimenti è troppo facile). Vogliamo parlare dello spaccato di provincia trattato con una pochezza che nemmeno una fiction di Rai Uno? Delle scelte musicali incomprensibili ai più (per un teenager del 2004 ascoltare gli Eels e Spoon è indice di ribellismo oppure di desiderio che gli caschi un dilemma morale tra capo e collo: se fosse così Seth Cohen starebbe al posto di Giobbe)? Funziona la direzione degli attori – anche se nel genere c’è chi ha fatto di meglio – e un paio di sequenze sgradevoli. Ma la sensazione di base resta: con una confezione poco più lussuosa sarebbe carne da macello per i pomeriggi estivi di Italia 1. Invece, complice l’estetica povera, diventa materiale da festival e arriva pure a casa nostra. Sono soddisfazioni.
Venezia 62
Anche quest'anno SecondaVisione seguirà per voi la Mostra d'Arte Cinematografica di Venezia.
Ogni giorno doppio appuntamento radiofonico: alle 8,30 del mattino circa, all'interno di Mente Locale, e nel pomeriggio, tra le 17,00 e le 18,00, all'interno di Humus.
La radio, ovviamente, è sempre Città del Capo Radio Metropolitana che potete ascoltare in streaming ovunque voi siate, e a Bologna e provincia sui 96.3 e 94.7 MHz. Per quanto riguarda il blog tenteremo di aggiornarlo il più possibile, quotidianamente, con tutte le visioni. Anche perché quest'anno siamo in due. E forse anche in tre.
Probabilmente, tra proiezioni, dirette e altro, non ce la faremo a partecipare a LidoBloggers, e ce ne duole, ma voi dategli un'occhiata lo stesso. E si inizia.
Fede e Fra
domenica, agosto 28, 2005
BREAKING NEWS, Johny To, HK, 2004
Una banda di rapinatori, dopo aver umiliato pubblicamente la polizia davanti alle telecamere, si trova assediata in un enorme palazzo, alle prese con ostaggi, altri gangsters e una detective arrogante e decisa a riconqustare il favore della popolazione di Hong Kong giocando sullo stesso campo, utilizzando a proprio favore i media. Cronologicamente precedente a Throw Down, film presentato l'anno scorso a Venezia, Breaking News non è sicuramente il To migliore, ma è comunque indice della facilità con cui il regista riesce, con classe infintamente superiore a molti colleghi, a utilizzare gli stereotipi del poliziesco made in Hong Kong, riuscendo comunque a inventarsi qualcosa di nuovo. Un divertisment in cui il regista sembra volersi continuamente complicarsi la vita. Prima con l'illusione di un rischiosissimo film a tesi (il potere della televisione, il voyerismo) poi con una lunga serie di personaggi e di situazioni vagamente tagliati con l'acetta, tra cui citiamo: lo sbirro deciso ad ogni costo ad arrestare i cattivi capace di dire solo "li acciufferò quei bastardi!", la stima tra poliziotti e gangsters ma "abbimo scelto due strade diverse", gli iniziali scontri e l'inevitabile amicizia che porta addirittura al sacrificio tra due gangsters appena conosciuti, il capo della polizia duro ma giusto (Simon Yam) che ha avuto una storia con la detective dura ma stronza, e cosi via... Come detto, oltre a dimostrare di potere e sapere giocare quasi matematicamente con queste figure e con questi topoi, To realizza un bel film d'assedio in cui quello che stupisce maggiormente è la gestione dello spazio. Il piano sequenza iniziale, tutta la parte centrale del film ambientata nel palazzo, la sparatoria nel condotto dell'ascensore, il piano sequenza nel pullman finale, com il fuori campo del polizziotto in moto, lasciano a bocca aperta e confermano, anche in un film decisamente ma dichiaratamente minore della sua filmografia, l'incredibile talento di Johnny To. Il motivo per cui sia stato il primo suo film distribuito in Italia (Johnny To, classe '55, ha diretto ben 40 film) rimarrà penso un mistero per anni. Speriamo a questo punto che non rimanga un caso isolato.
THE ISLAND, Micheal Bay, USA, 2005
Clamoroso flop al botteghino USA (pare addirittura sia riuscito a far fallire la Dreamworks) l'ultimo film del regista di The Rock, Armageddon, Bad Boys I e II e ormai produttore della nuova ondata di Horror per teenager americani, è un pasticcio fantascientifico che, senza crederci più di tanto, punta in alto riutlizzando idee altrui. Due poveri cloni (Scarlettina e Ewan McGregor) creati da una multinazionale senza scrupoli per fare da pezzi da ricambio per i loro ricchi "sponsor" (così vengono chiamati quelli che pagano per avere un clone), scappano da un forzato isolamento e lottano per conquistare l'individualità e una vita propria. Inseguiti da una squadra di recupero cazzutissima, si impegano a far esplodere tutto ciò che incontrano. Dopo aver imboccato la strada del film di fantascienza intelligente per la prima parte, inevitabilmente ci si accontenta poi di una manciata di sequenze d'azione. Come già visti sono i riferimenti "colti" a Blade Runner o a L'Uomo che Fuggì dal Futuro, lo stesso lo si può dire per le scene d'azione: l'inseguimento sull'autostrada (decisamente il meglio del film) è la fotocopia di quello già fatto da Bay in Bad Boys II. La cosa che però maggiormente infastidisce è l'estetica coatta del film. Non solo nello stile di Bay che, giustamente, non ha mai brillato per asciuttezza o classe ma anche nella proposta estetica di un futuro molto prossimo tutto interni minimal e tutine aderenti, più adatto a uno spot di macchine di classe che a un film. I giochini metacinemtografici, i cloni che incontranio i loro sponsor ricalcati sui personaggi reali (Scarlettina clone che vede la sua pubblicità di calvinclain, McGregor clone che si incontra) porta allo sbadiglio facile. Scarlett Johansson è bella assaje ma non riesce a cambiare espressione neanche per isbaglio in quasi due ore di film. Una domanda: perchè dal camion in autostrada cadono ruote di treni se la prima cosa che viene mostrata delle città del futuro sono proprio i treni che svulazzano senza più bisogno di ruote?
THE AMITYVILLE HORROR, Andrew Douglas, USA, 2005
L'uomo con il fisico più bello dell'universo si toglie spesso la maglietta: per andare a letto, per tagliare la legna, per fare il bagno, ecc... Oltre a questo, decisamente il tema portante del film, decide con la moglie simile a Naomi Watts, e con i di lei insopportabili pargoli, di comprare una casa bellissima. Tra gli optionals: lago, rimessa per la barca, scantinato buio, polveroso ed ex mattatoio per indiani, fantasmi nell'armadio, Satana in filodiffusione. Dopo aver visto morti in ogni sgabuzzino, decide di comprarsi delle lenti a contatto rosse, sbarrare gli occhi, parlare da solo, farsi convincere dal programma radiofonico del demonio (tutte le notti alle 3,15 per chi è interessato) ad uccidere la sua famiglia. Riuscirà, sfortunatamente, ad uccidere solo il cane ad accettate. La famiglia però lo salva dalle lenti a contatto rosse e dagli istinti omicidi, portandolo in gita al lago. Ovviamente a torso nudo. Il tutto è ambientato negli anni '70. Lo si capisce perchè si vede un poster dei Kiss, di Alice Cooper e dei pantaloni a zampa. Secondo remake horror prodotto da Micheal Bay, dopo il preoccupante Non Aprite Quella Porta di Marcus Nispel del 2003. Il remake del film di Hooper era un goffo e squallido tentativo di aggiornare il new horror politico anni '70 agli standard dell'horror odierno, dimenticandosi la politica ma semplicemente esagerando in dosi di emoglobina. Un perchè, anche se schifoso, insomma ce l' aveva. Qui invece non si capisce per quale motivo si sia andati a recuperare il film di Rosenberg del 1979, capostipite della lunga serie di film incentrati sulla frase "qui una volta c'era un cimitero indiano!". Prevedibile, basato solo su continue e insensate esplosioni di decibel e di confuse scene orrorifiche, il film vorrebbe parlare dell'esplosione del nucleo familiare, ma finisce per essere una lunga serie di figuracce di Ryan Reynolds (quello fisicato perennemente senza maglia) alle prese con una parte che nel 2005 non può non ricordare il jack Torrance di Shining. Quattro minuti dopo essere usciti dal cinema si autodistruggerà dalla vostra memoria.
RIDING GIANTS, Stacy Peralta, USA, 2004
Dopo l'innsperato successo di Dog Town and Z-Boys, la Fandango decide di distribuire (con solo un anno di ritardo!) il secondo documentario di Stacy Peralta, questa volta incentrato sulla storia del surf. Ancora una volta si passa da cenni storici e cronologici sulla nascita dello sport in questione, alla delineazione mitologica dei personaggi che questo sport l'hanno modificato e portato all'estremo. Da Gregg Noll fino a Laird Hamilton, passando per Jeff Clark, Peralta, che fondamentlmente rimane uno skater, racconta la sottocultura surf in generale, ma si concentrate sui Big Wave Surfer. I tre pazzi in questione sono uomini alle prese con un instancabile ed inesauribile desiderio di sfidare la forza dell'Oceano tentando di cavalcare onde sempre più grandi e alte, rischiando continuamente la vita per un irrinunciabile scossa d'adrnalina che li tiene in vita. Tre impressionanti ritratti di pazzoidi megalomani incapaci di rinunciare anche di fronte alla vecchiaia o alla morte all'unico modo per sentirsi giganti. Peralta ha questa volta la distanza necessaria da ciò che racconta e anche evidentmente anche più mezzi e capacità. Da recuperare in fretta.
FEDEmc
Luna piena a Marechiaro
Capita che in una sera estiva, da solo a casa, mi ricordi di un film che mi è stato donato molto tempo fa dai miei studenti dello IULM. E decida di guardarlo. Rimanendo a bocca aperta per un'ora e mezza.
La croce dalle sette pietre è un film incredibile, che è stato finanziato con l'articolo 28, non è mai uscito nei cinema italiani, ma si sta diffondendo grazie al p2p. Non andrò ad impantanarmi nelle pastoie della definizione di trash, scult e compagnia bella per definirlo. Provateci voi, partendo dalla trama.
Marco (interpretato da Marco Antonio Andolfi, regista, sceneggiatore e montatore del film - hai capito, Orson?) va a Napoli per incontrare una cugina. Appena dopo avere fatto colazione al bar viene scippato di un grosso gioiello, la croce del titolo, che potrebbe tranquillamente vincere il premio "bigiotteria contro i diritti umani", ed appare disperato. Perché? Perché lui è il figlio nato dall'unione tra sua madre e la Bestia, ed è condannato, senza l'amuleto, a trasformarsi in lupo mannaro e a fare stragi orrende. La trasformazione avviene a mezzanotte, a prescindere dalla luna, tant'è che si vede un'inquadratura di una luna a metà, ma il plenilunio, come gli altri elementi classici, nell'horror postmoderno non servono, no? Anche i vampiri di The Addiction giravano liberamente di giorno... Insomma, il nostro monoespressivo protagonista scopre che la croce è finita nelle mani di don Raffaele Esposito. Dopo avere rifiutato "'na tazzuliell' 'e cafè", gentilmente offerta dal boss, il nostro viene malmenato perché sospettato di nascondere qualcosa e di non volere solamente la croce. Anche per questo motivo, il boss inizia a chiedergli perché Marco sia lì: nell'"interrogatorio", praticamente, il boss rivela tutte le attività criminali del clan, con domande tipo "Sei qui per il traffico di droga? Se qui per le armi che importiamo?" e così via. Disperato, quando scopre che Marco viene da Roma, pensa che si tratti di altro e quindi... Quindi donraffaeleesposito chiama l'Onorevole, dicendo cose come "Ci hanno scoperti". Ma viene zittito dall'Onorevole, perché, lo sappiamo, la camorra vabbè, ma alla fine la colpa è dei politici, signora mia. Marco si libera dei malviventi a mezzanotte, trasformandosi e uccidendoli a spinte e testate, tipo Bud Spencer prima della carriera politica, e va a Roma con la sua bella (si innamorano così velocemente che, in confronto, un colpo di fulmine è una cosa tormentata e complessa). E chi ha la croce? Ma una specie di battona tardona, con la quale Marco ha un amplesso che credo entri di diritto nell'olimpo delle sequenze di sesso. Durante il rapporto, il nostro si trasforma, uccidendo la donna, ma alla fine l'amore suo lo salva, gli dà la croce e tutto torna a posto.
Inquadratura finale con loro che passeggiano con barboncino al guinzaglio in piazza San Pietro, con la basilica scampanante su cui appare, lo giuro, un'immagine in sovraimpressione di Gesù.
Per ulteriori approfondimenti e per il fotoracconto del film, guardate prima qua e poi qua.
E adesso, si apra il dibattito.
Francesco
mercoledì, agosto 10, 2005
L'anno che verrà (l'angolo del pregiudizio formativo)
Ancora una volta qualche agghiacciante anticipazione di quello che ci toccherà vedere sui nostri schermi nella prossima stagione cinematografica.
Poeti, santi e navigatori
Iniziamo con quello che sarà una dei titoli cardine del prossimo anno: l'uscita de La tigre e la neve è prevista per il 14 ottobre prossimo. Benigni stavolta rischia di brutto con la poesia associata alla guerra in Iraq, e prendendo nel cast Jean Reno nei panni di un poeta arabo. Per compensare, non rischia sul romance: ebbene sì, ancora una volta il protagonista del suo film è lui stesso, innamorato non corrisposto di (indovinate un po'?) Nicoletta Braschi. Oh, stiamo a vedere, ma nelle nostre orecchie ancora risuona stridula la voce di Pinocchio, mal bilanciata dalle visioni idilliache del suo ultimo film, tipo "La valle degli orti".
Se diciott'anni vi sembran pochi
Dopo il televisivo Dottor Zivago torna Giacomo Campiotti, che mette in scena con I guerrieri della luce una bella storia inedita: ragazzi che fanno una vacanza insieme dopo la maturità, bei panorami, amori e amorazzi, ma nello stesso tempo crescita e responsabilità varie. Uno dei personaggi, secondo le prime notizie, ovviamente ha un handicap, così possiamo mettere nella terrina anche un pizzico di diversità e solidarietà quanto basta. Esce l'undici novembre, lo digeriremo giusto in tempo per Natale.
Che belle parole
Quando anche il buonista Ciak indica come punto di forza di The White Countess "la ditta Ivory/Merchant è sempre una garanzia di bella scrittura", credo ci sia poco da aggiungere. E mi sa che ce lo puppiamo a Venezia, pure. Basta, pietà, aridatece Ed Wood.
The Fannings
The Door in the Floor parla di due genitori (Kim Basinger e Jeff Bridges) che perdono entrambi i bambini in un incidente d'auto. Ne consegue crisi di coppia, parzialmente risolta dalla nascita di una nuova figlia (manco i conigli) interpretata da Elle Fanning. No, non è un caso di omonimia: è la sorella minore di Dakota Fanning, e ho detto tutto. Motivo di interesse: scene di sesso tra Kim Basinger e un personaggio che nello script ha sedici anni. Probabilmente interpretato da Dakota Fanning.
Butteri
Nel selvaggio Wyoming a Robert Redford è morto il figlio (aridaje), e ha come amico del cuore Morgan Freeman, ferito da un grizzly (sic), quando all'improvviso compare la nuora, responsabile secondo Redford della morte del figlio. La nuora ha le fattezze di Jennifer Lopez, e, sorpresa!, porta con sé la nipotina, di cui Redford è ignaro. Tutto questo in An Unfinished Life, a novembre.
Qui si tifa per il grizzly.
J reLoaded
In Quel mostro di mia suocera Jennifer Lopez non ha ancora incontrato l'uomo della sua vita, poi lo trova, lui la presenta alla madre (Jane Fonda, dio, Jane Fonda), che la odia. Fine. E dire che l'unica cosa carina del film che pare divertente è il titolo originale Monster-in-law. Intraducibile, con buona pace dei creativi della distribuzione italiani.
Cento colpi di ciak prima di andare a dormire
Tanto lo sapevate, no? Vi hanno riempito la testa con anteprime (ovviamente piccanti), esclusive (incredibili), gossippate varie. L'undici novembre esce Melissa P., prodotto da Francesca Neri e diretto da Luca Guadagnino. Il trailer uscito finora punta molto onestamente sulla componente letteraria del film, il motivo per cui orde di adolescenti andranno a vederlo.
La sceneggiatura e conseguentemente il film sono stati rinnegati da Melissa P. Una garanzia.
martedì, agosto 09, 2005
Recupero visioni estive
Senza ben capire ancora adesso per quale motivo lo si è visto, ci si trova di fronte ad uno dei più fulgidi stereotipi della categoria critica improvvisata dei “film teneri”. Si seguono le disavventure di Frankie, ragazzino sordo, che scappa da una parte all’altra della Scozia con madre e nonna, e che non conosce il padre, a cui scrive delle lettere credendolo marinaio intorno al mondo, quando invece è un pericoloso violento ed è la madre a farlo vivere nella dorata illusione, scrivendo lei le lettere che il bambino riceve credendole del padre, e ingaggiano uno sconosciuto a interpretare il ruolo di padre. Insomma un bel minestrone di elementi ricattatori, che si fondono con una regia televisiva e con una risoluzione narrativa da far impallidire qualsiasi intervento di deus ex machina: il padre si pente, lo sconosciuto oltre ad essere un gran figo è anche sensibile e si affeziona al bambino e alla bella madre, Frankie, oltre ad essere delizioso, è superintelligente e sembra aver capito tutti gli amorevoli inganni della madre e averli paternamente perdonati. Una versione più sfortunata e dolciastra di Billy Elliot, con qualche ambizione di realismo in più. Che forse è la parte più accettabile del film, non tanto nella sequenza degli eventi, ma piuttosto nella riuscita descrizione dell’interazione tra i personaggi e la città di Glasgow, soprattutto il porto. Un po’ pochino
Film sul tema del confine, che ha ossessionato il cinema “impegnato” degli ultimi quindici anni (e non solo), riesce a mettere a confronto la struttura di una commedia corale, con istanze politiche e di denuncia circostanziate e mai eccessive. Forse il segreto è l’aver tenuto il centro della narrazione, la sposa drusa (abitante delle alture del Golan con la famiglia, che per sposarsi andrà in Siria e da apolide diventerà appunto siriana, senza poter più tornare nei territori occupati da Isralee), come punto vuoto, senza parole e senza azioni diverse dal matrimonio, attorno a cui si coagulano le storie familiari. Il figlio ripudiato perché maritato con una russa, la sorella coraggiosa ma bloccata da scelte sbagliate in gioventù, il padre-patriarca impegnato in politica e per questo incarcerato, sono rivoli di narrazione che si svolgono apparentemente normali attorno ai festeggiamenti separati di un matrimonio differito e assurdo. È come se la quotidianità si fosse messa in pace attorno a un nucleo assurdo, e la protagonista prigioniera di questo assurdo fosse l’unica a viverlo appieno, per questo privata della capacità di parlare e di agire. Proprio per questo, sarà l’unica a rompere con l’assunzione di responsabilità di un gesto individuale e rivoluzionario, la situazione di stasi che tutti hanno accettato, in un modo o nell’altro. Parabola sull’essere apolidi e sugli affetti apolidi, riesce a evitare le stanche allegorie e gli schematismi compiaciuti, riuscendo a rendere viva e pulsante la presenza cinematografica di una terra di nessuno. Una sorpresa.
manu
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