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martedì, settembre 27, 2005
Siccome non riesco materialmente a scrivere una blog version della recensione di Sympathy for Lady Vengeance, mi limito a copiare e incollare quella che presto uscirà con il trimestrale "Around Photography". E' un po' lunghetta e senza quei freni inibitori che limitano gli eccessi fighetti qui su secondavisione. Promettendo che non lo farò mai più, ne approfitto anche per fare un po' di pubblicità alla rivista, che, al di là del fatto che vi scrivono loschi figuri come il sottoscritto e il Turro, è molto ben curata e non costa neanche tanto. p.
Sympathy for Lady Vengeance (Park Chan-wook, Corea del Sud, 2005)
Raccontano* che, all'ultimo Festival di Venezia, la sequenza della vendetta collettiva di Sympathy for Lady Vengeance sia stata accolta dal coro "fascista, fascista!". A stretto rigore di termini il film di Park Chan-wook è un film fascista, se accettiamo, con Walter Benjamin, che l'estetizzazione dei processi politici e, come in questo caso, umani è una strategia fascista. Senza contare, a un livello più terra terra, che il filone "il cittadino si vendica da solo" ha sempre avuto una precisa connotazione politica, da Charles Bronson a Maurizio Merli. Possiamo seguire allora fino in fondo, un po' per scherzo e un po' no, il suggerimento indicato dagli schifati spettatori veneziani? Andiamo con ordine, partendo dal plot. Sympathy for Lady Vengeance, come si capisce anche dal titolo e come facevano già o precedenti episodi della trilogia di Park (Sympathy for Mister Vengeance, 2002, e Oldboy, 2004) mette in scena una storia di vendetta. Geum-ja esce di galera dopo tredici anni e mezzo. E' stata condannata per il rapimento e l'omicidio di un bambino, in carcere pare si sia redenta, trasformandosi in una specie di angelo che assiste le altre detenute. In realtà, non ha fatto altro che mettere in piedi relazioni e crediti, preparando la vendetta contro chi le ha distrutto l'esistenza. Geum-Ja ha una caratteristica singolare nel cinema contemporaneo: deve scontare una colpa, ottenere un perdono. Soltanto che la colpa in questione non è quella che si potrebbe immaginare, non si tratta dell'omicidio del bambino. Anche Sympathy for Lady Vengeance, almeno in confronto con il precedente Oldboy, ha una caratteristica interessante: non sembra ansioso di riscattare (o, come potrebbe succedere all'inverso, di rimarcare) la propria natura di prodotto di genere, che affonda figure e snodi narrativi nel più grosso serbatoio tematico conosciuto dalla koinè del cinema dei generi, la narrazione della vendetta, appunto. Le belle immagini, la cura esasperata del quadro sembrano davvero una protesi dell'abito mentale della protagonista Geum-Ja: gli ambienti chiusi perché ripetuti, i personaggi inquadrati di straforo o come se li si stesse spiando rimandano ad una geografia carceraria davvero assunta come forma, anziché semplicemente raccontata. Film fascista, quindi? No, in primo luogo, perché il rapporto con la tradizione non è impostato in termini di legittimazione. No, soprattutto, se pensiamo che l'aggancio alla passione primordiale non esaurisce il percorso del personaggio, ma è parallelo e funzionale alla ricerca della Persona che può concedere perdono e comprensione. La vendetta non accresce, non risarcisce e non arricchisce la protagonista: elimina lo schermo che la separa da ciò che davvero vale per lei. Solo tramite l'ascesi nella violenza, l'annullamento della passione, Geum-ja ristabilisce un equilibrio dei sentimenti utile per costruire il futuro e non per chiudere il passato. Un film cattolico, allora, con una sequenza finale che tra lo stupore, l'abbraccio madre-figlia e l'idiota in secondo piano, si spera di non esagerare, potrebbe essere girata da Pasolini.
* Lo racconta l'amico Fede MC
sabato, settembre 24, 2005
LA FABBRICA DI CIOCCOLATO, Tim Burton, USA, 2005
Remake di uno dei più grossi flop del cinema americano anni'70, quel Willy Wonka e La Fabbrica del Cioccolato che ha bene o male allietato tutte le nostre vecchie vacanze natalizie, e seconda trasposizione cinematografica del bellissimo libro omonimo di Roal Dahl. Dopo Big Fish, dopo il tentativo - anche riuscito - di fare il passo più lungo della gamba, di dare una prova di maturità, Burton sembra voler fare un passo indietro e torna a dirigere un film che, guardando la sua filmografia, non avrebbe faticato a trovare uno spazio nella prima metà dei '90. Visivamente di un potenza straordinaria, impeccabile nella costruzione di un mondo parallelo capace di far andare a braccetto la componente naive e dark del cinema Burtoniano,
La Fabbrica di Cioccolato alza il tasso di inquietudine già presente nel libro e nel film precedente, inserendo nel ritratto di questa figura di folle capitalista, milionario, eccentrico, megalomane e terribilmente solo una serie di elementi attuali e a noi vicini (il paragone con Micheal Jackson non è per niente azzardato). Abbandonato da tutti, incapace di vivere nella realtà, segnato dalla mancanza di un soddisfacente rapporto paterno, Willy Wonka si costruisce una gabbia dorata dove poter vivere come un bambino, circondato dagli amati dolci e da una lunga serie di invenzioni inutili (o di cui neanche lui intuisce la portata), per sfuggire a una realtà che non capisce o che trova distante anni luce dal suo pensiero. Incapace di stringere rapporti con i suoi simili (i cinque bambini invitati nella sua fabbrica), tutti odiosi e carenti di fantasia – il buono, lagnoso e poverissimo Charlie compreso - Willy Wonka accetta solo la compagnia di strani esseri che lo aiutano nella fabbricazione dei suoi dolci. Interpretati tutti dall'eccezionale Deep Roy, gli Oompa Loompa sono la parte vincente del film: fondamentalmente schiavizzati da Wonka, gli Oompa Loompa rappresentano il coro che tutto già conosce o che tutto ordina. Esterni alla storia, ma essenziali al film, si esibiscono in una lunga serie di gags irresistibili e di bellissimi numeri musicali (ce ne è per tutti i gusti: dal recupero di atmosfere alla Esther Williams a echi sabbathiani) che sottolineano la progressiva scomparsa dei bambini. Curioso l'ostentato citazionismo, non solo verso il suo cinema (Depp che entra in scena mostrando platealmente un paio di forbici), ma anche verso tutto un largo bagaglio visivo pop profondamente legato agli anni '70. Una libertà espressiva e una fantasia che non possono non far contenti non solo i fans di Burton, ma tutti quelli che al cinema ancora amano sognare. Le straordinarie canzoni degli Oompa Loompa, musicate da Denny Elfman (che presta anche la voce agli strani esseri) e con le parole di Roal Dahl, in italiano sono state ovviamente tradotte e, inevitabilmente, perdono un bel po' di fascino. Peccato. Il Dott. Wonka, papà del protagonista e inquietante dentista, è interpretato da Christopher Lee. La voce del narratore è di Arnoldo Foà.
Prima del film è stato proiettato il trailer dell’eccezionale La Sposa Cadavere. Visto che poi il trailer, come il film, è doppiato e così ce lo beccheremo in sala, i distributori italiani abbiano almeno il pudore e la decenza di togliere dal trailer quella lunga serie di nomi (Elena Bonham Carter, Johnny Deep, Christopher Lee, Kate Winslet, ecc…) che nella versione originale hanno prestato la voce ai pupazzi protagonisti. Sa di presa per il culo.
FEDEmc
venerdì, settembre 23, 2005
L'attesa è finita!
Tronfi e orgogliosi torniamo in onda!
Inizia il quinto anno di Seconda Visione, il quinto anno, vi rendete conto di come è messa la radiofonia odierna?
Il trio di conduttori rimane lo stesso, Federico, Francesco e Tommy, lo schema della puntata idem, il giorno e l'orario anche.
Ma ci sarà più saggezza.
L'appuntamento, quindi, è per ogni martedì dalle 20 alle 21 su Città del Capo - Radio Metropolitana di Bologna, che potete ascoltare in modulazione di frequenza sui 96.3 e 94.7 MHz, oppure in modulazione di streaming cliccando qui.
Ah, forse da quest'anno mettiamo qui on-line l'ultima puntata. Stiamo aspettando cosa ci dicono gli ingegneri del CNR che abbiamo affittato per lo scopo.
giovedì, settembre 15, 2005
Seven Swords, Tsui Hark, Hong Kong, 2005
Gli adepti del cinema di Hong Kong non hanno bisogno di presentazioni, al nome di Tsui Hark. Agli altri, visto che conosco sì e no un quarto dei film diretti da Tsui, posso solo consigliare di fare un giro su Google per farsi un'idea di chi sia questo uomo di cinema totale, di origine vietnamita, ma hongkonghese d'adozione. Passo quindi direttamente al film. Trama meno complicata di altri film di cappa e spada cinesi: sette spade sovrannaturali finiscono nelle mani di sette giusti, che hanno il compito di proteggere un villaggio dalle soldataglie di Vento di Fuoco, una specie di bounty killer che sfrutta nel modo più becero un editto imperiale di condanna a coloro che praticano le arti marziali. Le spade fanno il loro dovere, gli uomini un po' meno. Dalle prime sequenze pare chiaro che Tsui torna a certe atmosfere cupe e bestiali dello straordinario The Blade (1995). Colori lividi, cattivi privi di fascino, macchina che spesso dà l'impressione di essere troppo vicina. Il nostro amico C., che qui ama firmarsi lonchaney, ha scritto non senza motivo, che il film manca di stupore. Mancano quei passaggi repentini di registro (comico, scurrile, sentimentale, tragico) che si trovavano in film sicuramente più avvincenti, vedi i primi due capitoli della saga Once Upon in Time in China o la incredibile commedia rosa Love in the Time of Twilight (1995). O, per meglio dire, le parziali derive rispetto alla rotta principale (avventurosa) seguita dal film non incidono più di tanto, finendo per sembrare parentesi estemporanee e poco altro (come l'episodio del cavallo che torna indietro). Il film, insomma, nel complesso sembra meno astratto e più ossequioso alle convenzioni del genere di altri film dello stesso Tsui. Detto questo, andiamo con un po' di ipotesi. Prima questione: Seven Swords è girato con un occhio rivolto ad Occidente, non c'è dubbio, e la sostanziale uniformità di toni lo testimonia. Se lo consideriamo un film di compromesso tra moduli spettacolari cinesi ed esigenze del pubblico occidentale, il tentativo è molto più onesto e molto più riuscito dei vari Ang Lee e Zhang Yimou, condotto con rispetto del genere e senza indulgenze al folkloristico (saggezza orientale in primis). Seconda questione: una volta che Tsui "asciuga" l'articolazione narrativa del film, paradossalmente ne esce un prodotto meno action movie di altri. Se in The Blade, piuttosto che inquadrare il momento culminante dell'azione, Tsui si spostava sulle premesse e sulla preparazione del gesto, qui a volte si ha l'impressione che in primo piano ci siano i possibili punti di fuga dell'azione, gli spazi in cui si potrà spostare o sviluppare ciò che i protagonisti stanno facendo. Molte scene di combattimento e di dialogo, soprattutto nella parte centrale, sono più suggerite, sbozzate o accennate, che effettivamente mostrate fino in fondo e con continuità: penso in particolare alla scena (splendida) della morte della guerriera dark. Ne viene fuori, per buona parte, un film di tensioni e di frustrazioni visive, anziché di eventi e di caratteri, ma il progetto (ammesso che ci sia e che non si tratti solo di un mio tentativo di "salvarlo"...) non è condotto alle estreme conseguenze. La tensione lascia via via il posto alla descrizione (penso in particolare ai luoghi: la caverna, il palazzo) e il finale sembra debitore di un virtuosismo che stupiva in Once Upon in Time in China (1991), ma che era gia stato spazzato via in The Blade.
p.
domenica, settembre 11, 2005
FUORI CONCORSO - Perhaps... Love , Peter Ho-sun Chan, Cina
Da uno dei produttori e registi più attivi del cinema orientale, una delle più belle sorprese del festival. Perhaps... Love, film proiettato in sala grande ieri dopo la cerimonia di premiazione, è uno straordinario musical metacinematografico con toni da melò. Esagerato, strabordante, per certi versi folle (come la definizione che ne ho dato), il film inizia con un bellissimo numero musicale dedicato al cinema e alla sua magia. Svelato l'elemento metacinematografico il film prosegue mescolando ben tre gradi narrativi.
Tenterò di spiegarmi meglio: in primo piano un triangolo amoroso ai cui vertici troviamo la bellissima Zhou Xun (nella realtà una spocchiosisima diva del cinema, nella finzione cinematografica una ragazza che ha perso la memoria che comincia a lavorare in un circo dove il direttore inventa per lei un magnifico passato), Takeshi Kaneshiro (anche lui un divo nel cinema nella realtà, nel film l'ex amore della smemorata ragazza) e Jacky Cheung (regista del film e interprete del direttore del circo). Oltre a questo, assistiamo in lunghi flashback alla prima storia d'amore tra Kaneshiro e la Xun, quando i due ancora non erano famosi e vivevano, poveri in canna, in un freddo scantinato a Shangai. Un piacere per gli occhi e una mazzata al cuore, il film è coreografto da Farah Khan (già con Mira Nair per Monsoon Wedding e Vanity Fair) e fotografato dal fantastico Christopher Doyle. I numeri musicali, fantasiosi e scatenati, richiamano per certi versi quelli di Moulin Rouge, ma è proprio nelle parti melò che si raggiungono i momenti più alti. Straordinario. Da recuperare con qualsiasi mezzo.
FUORI CONCORSO - The Descent, Neil Marshall, USA/Regno Unito
Dall'Inghilterra, con alle spalle il piccolo culto Dog Soldier, arriva neil Marshall, nuova promessa del cinema horror. Sei donne appassionate di sport estremi, si ritrovano per un'escursione all'interno di una inquietantissima grotta. Tra loro Sarah, che l'anno prima ha perso marito e figlia in un tragico incidente stradale. Durante la spedizione speleologica, dopo crolli, momenti clustrofobici a go go, quando già i rapporti tra le sei cominciano pericolosamente a incrinarsi, spuntano anche dei mostri cannibali pronti a divorarle. Sarà il massacro. E anche molto sanguinoso.
In Inghilterra la stampa ha gridato al miracolo. Forse per una volta non si è troppo esagerato. Un horror quasi d'altri tempi, capace con semplicità di attaccare con estrema ferocia il nucleo famigliare, la sicurezza e il perbenismo dei rapporti amicali tra le protagoniste e qualsiasi tipo di certezza. Perennemente al buio, senza alcun tipo di via d'uscita, tutto si deteriora velocissimamente e dopo i primi due spaventini canonici (decibel a caso), si parla di paura vera. Marshall ha le idee chiare e non si ferma davanti a niente, riescendo a mantenere questa decisione anche nell'allucinato finale. Una bomba. Fortunatamente uscirà in sala. Non fatevelo scappare.
FEDEmc
Anche se la Mostra si è chiusa, continuiamo con i pochi film su cui ci rimane da scrivere...
FUORI CONCORSO - Viva Zapatero!, Sabina Guzzanti, Italia
Durante il Festival si sono rincorse le voci su quale dovesse essere il secondo film a sorpresa del programma. Si era parlato di Tsukamoto, e invece ecco arrivare il nuovo film di Sabina Guzzanti. Detto così, sembra brutto, mi rendo conto. Ma insomma, la Guzzanti sceglie di girare un documentario a proposito di quello che è successo con la questione RAIot, ricordate, il programma sospeso. Per fare questo, non si limita ad intervistare politici, giornalisti e altri personaggi che allora presero posizione sul caso. Sabina esce dal nostro paese e vede che cos'è la televisione satirica in Olanda, Francia e Gran Bretagna. Proprio in quest'ultimo paese incontra il sosia di Blair e fa con lui una finta conferenza stampa congiunta, travestita da Berlusconi. Mano a mano che la farsa lascia il posto alle riflessioni serie e preoccupate sullo stato della libertà d'espressione in Italia, i due comici si staccano dal volto e dalla testa le protesi che li fanno somigliare ai due politici, la loro voce torna normale, normalmente tesa, vista la situazione.
Barricadero a partire dal (brutto) titolo, di parte, certamente, il film è stato accolto con venti minuti di applausi ed è stato interrotto innumerevoli volte da altre espressioni di giubilo o insofferenza, a seconda. Difficile dire che si tratti di "unbelfilm", ma sicuramente è un film necessario, sperando che, dopo le immagini, le indignazioni, gli applausi, si inizi a fare qualcosa prima che sia troppo tardi.
Una nota finale: il film dovrebbe uscire per Lucky Red venerdì prossimo. Dopo la proiezione più di qualcuno si è avvicinato ad Andrea Occhipinti e lo ha incoraggiato.
Andate a vederlo.
ORIZZONTI - Veruschka-(m)ein inszenierter Körper, Paul Morrissey, Bernd Böhm, Germania
Vera von Lehndorff è stata la prima modella a raggiungere la fama internazionale, e ad aprire la strada, con largo anticipo, al fenomeno "top model" degli anni '80 e '90. Il caro vecchio Morrissey, insieme a Böhm, ripercorre la vita di Vera, dall'infanzia, passando alla sua trasformazione in Veruschka, la modella, la donna, la star del cinema, e arrivando ai giorni nostri e alle sue ricerche nel campo della fotografia.
Il ritratto che emerge dal film è quello di una persona che, senza arrivare agli eccessi spesso inutili della body art, è riuscita a fare del suo corpo, ma prima ancora della sua persona, del materiale duttile e malleabile a fini artistici o, comunque, comunicativi. Dopo un'infanzia segnata dall'uccisione per tradimento del regime nazista del padre, e una passione immediata per le arti figurative, Veruschka pare che abbia (avuto) le idee molto chiare su cosa avrebbe potuto e dovuto fare, e dimostra una sensibilità notevole nel capire i mutamenti nell'ambiente in cui lavora. Certo, forse per pudore, ma sospetto per un rigido controllo che la modella tedesca ha posto sul documentario, si vede raramente un "altro" lato di Vera: le sue crisi depressive vengono raccontate in un attimo, così come il suo passaggio al cinema. Ci si sofferma molto di più sul contatto che la donna ha avuto con i grandi dell'arte contemporanea, da Dalì a Newton. Non è un documentario imprescindibile, ma permette di conoscere altri lati di quella che è stata sicuramente una delle icone del secolo scorso.
Francesco
venerdì, settembre 09, 2005
Da veri cronisti d'assalto, dopo la conferenza stampa per il Leone d'Oro alla carriera ad Hayao Miyazaki, abbiamo domandato direttamente al direttore del Festival Marco Muller per quale motivo gli accreditati cinema (ex culturali) fossero stati esclusi dalle proiezioni stampa dei due ultimi film italiani in concorso, La bestia del cuore e La seconda notte di nozze, nonostante i molti posti liberi in sala.
Il direttore ci ha risposto dicendo che questa scelta è frutto di una esplicita richiesta da parte dei produttori dei film (Rai Cinema e Cattleya). Traete voi le dovute conclusioni.
FedeMc e Francesco
VENEZIA 62, CONSTANT GARDENER, Fernando Meirelles
Tratto dal romanzo di John Le Carrè, The Constant Gardener è riuscito, a fine festival, a raccogliere l'applauso più lungo di tutti i film in concorso. Il regsita di City Of God, dalle favelas si sposta verso il Kenia per raccontare la storia di Justin (Ralph Fiennes) un diplomatico inglese che indaga sull'assassino della moglie Tess (Rachel Weiss), attivista politica che si batte contro le industrie farmaceutiche. Ce n'è un po' per tutti: un intreccio giallo-thriller, protagonisti belloni, bei paesaggi a go go, un po' di denuncia contro i cattivi (tranquilli alla fine pagheranno caro e pagheranno tutto), l'Africa, l'AIDS, il finalone con il fantasmino della moglie e il tramonto, fotografia satura e camera a mano e, imperdonabile, tanti bambini africani che ridono. Ovvie inondazioni di violini e musica africana, colori saturi e macchina a mano completano il quadro di un film fatto pensando al pubblico, banale, trito e ritrito, con l'alibi del film di denuncia. Turistico e ricattatorio, senza la minima costruzione della sequenza o della suspence (e dire che in City of God quell'omicidio sulle note di Kung Fu Fighting era veramente bello) ripeto, ha preso vagonate di applausi. Se solo prendesse coraggio, Mereilles si darebbe all'action pura e semplice. Sfortunatamente è convinto di essere un Autore. Insomma: è tanto bello e ho pianto tanto.
Da quando Faenza si è lamentato per i merittissimi fischi presi alla proiezione stampa, la direzione del Festival ha pensato bene di non far entrare più gli accreditati cinema (i vecchi accrediti culturali, quelli che possono richiedere tutti - pagando -e che sono sempre gli ultimi a poter entrare alle sale) ai film italiani. La motoivazione che ci è stata data (parliamo di voci sentite qua e la, nessun comunicato ufficiale, niente di sicuro. L'unica cosa sicura è che anche a sala vuota tutti gli accreditati cinema sono rimasti fuori sia per La Bestia nel Cuore che per Avati). è che sono proprio loro, gli accreditati cinema a fischiare i bellissimi film portati qui al Lido da Battiato e da Faenza. Ovviamente è falso: i film brutti (oltre a quelli di quest'anno cito dagli anni pssati anche ovviamente Placido l'anno scorso, ma anche Immagining Argentina di Hampton, 29 Palms di Dumont e molti altri) sono fischiati da tutti. Stampa in testa. Questa vergognosa prepotenza, questa vera e propria ingiustizia, questa evidente forma di razzismo, è tanto più odiosa se pensiamo che questi "maleducati fischiatori", sapendo di essere gli ultimi a poter entrare in quasi tutte le sale, sono quelli che per tutto il festival hanno fatto le code più lunghe, aspettando ore e ore senza mai la sicurezza di poter entrare in sala. Lo fanno per passione, con estrema voglia e pazienza, lo fanno con amore. Tenerli fuori è una vergogna.
FEDEmc
ORIZZONTI - Hongyan (Dam Street), Li Yu, Cina
Nella Cina dei primi anni '80 l'adolescente Xiao Yun rimane incinta del suo fidanzato. Il bambino viene affidato ad una famiglia, ma la madre di Xiao, insegnante, le dice che è morto. Dieci anni dopo Xiao Yun è ancora considerata una sgualdrina, e sbarca il lunario cantando canzoncine pop con una squallida band. Nasce però un'istintiva simpatia tra lei e un alunno della madre, che si invaghisce proprio di Xiao Yun. Il bambino, ovviamente, è suo figlio, ma il film riesce proprio a giocare sulla mancata rivelazione del legame al bimbo, che rimane innamorato della madre senza sapere chi è veramente. Si fugge ogni tipo di morbosità, anche grazie alla bravura degli interpreti, soprattutto il bimbo che, per una volta, è un "simpatico bastardo", come viene spesso definito, credibile, tenero e stronzetto al tempo stesso. Non giocando sulla scontata rivelazione, la regista si appoggia agli sguardi dei personaggi, e alla solitudine di Xiao Yun che trova veramente una sorta di amore nel bimbo. La scelta meno spettacolare e meno telefonata, però, viene premiata: nonostante Li Yu sia del 1976 e questo sia al secondo lungometraggio, ma ha un senso dell'immagine e del racconto che altri esordienti o quasi esordienti si sognano bellamente. Sarebbe bello che vincesse il premio della sezione nella quale è presentato.
VENEZIA 62 - La seconda notte di nozze, Pupi Avati, Italia
Vedere i film di Avati, ormai, dà lo stesso senso di andare a fare il pranzo della domenica da parenti vecchi e insopportabili. Quelli che ti dicono "ma ce l'hai la fidanzata?" e si ostinano a prenderti la guancia tra pollice e indice. I pranzi in cui sai perfettamente cosa ti verrà servito, dall'inizio alla fine, e anche cosa si dirà: luoghi comuni, discorsi da italietta punteggiano l'antipasto freddo, le tagliatelle col ragù o i tortellini in brodo. Prima del secondo si farà sicuramente una bella considerazione sul tempo, troppo freddo o troppo caldo. Alla fine verrà imposta la visione del mondo dei vecchi parenti, prima dell'immancabile visione delle foto, su divani polverosi che sanno di naftalina, come ogni portata del pasto, del resto. Non si vede l'ora di andare via, ma, quando ci si alza, il pranzo e i discorsi hanno irrimediabilmente appesantito stomaco e cervello, e i nefasti effetti della giornata durano fino a sera.
"La seconda notte di nozze" è noioso, banale, ripetitivo, "simpatico" e ammiccante. Parla di pazzi-dal-cuore-d'oro, della nostrabellaitalia, dell'arte di arrangiarsi, c'è katiaricciarelli, tanti bei paesaggi, nerimarcorè, del cinema, sì, perché il cinema dopo la guerra faceva sognare e dimenticare le brutture e gli errori di quegli anni, c'è bologna e la puglia, battute di-ver-ten-tis-si-me, tanta simpatia e buonumore. E i sentimenti, non dimentichiamoci i sentimenti. "Ce l'hai la fidanzata, allora?"
Il film inizia con la storia di una bambina che salta su una mina "e che ha fatto una gran luce nel cielo".
Il film si conclude con la stessa storia e con una dedica "a tutti i bambini che hanno fatto una grande luce nel cielo".
Va bene, ma dopo il limoncello me ne vado.
P.S. E pare che a questa schifezza ignobile e immonda sia stato già promesso un premio.
Francesco
giovedì, settembre 08, 2005
VENEZIA 62 - Garpastum, Alexey German jr., Russia
Una famosa critica di un importante quotidiano nazionale ha commentato stamattina questo film con la seguente frase: "Bello, e poi... ricordava Sokurov, c'era sempre questa nebbiolina..." "Non confondiamo la cacca coi diamanti", avrei voluto dirle, ma non ho avuto il coraggio di infierire sull'anziana.
Garpastum è la traslitterazione russa di "harpastum", il nome dato ad una forma antica di calcio, giocata nell'antichità. Ed è proprio il calcio, il calcio come speranza, semplicità, speranza contro la guerra, che appassiona i due protagonisti, fratelli, insieme, ovviamente, all'ammore. German ambienta il film nella Russia del 1914. Per non sbagliarsi, mette una didascalia e fa vedere, come prima immagine, la partenza di un certo "Gavrilo" per Sarajevo. Sì, si tratta proprio di Gavrilo Princic, che uccise l'arciduca d'Austria, scatenando, di fatto, la prima guerra mondiale.
Ma gli effetti della guerra tardano a farsi vedere nella San Pietroburgo: i giovani fanno una squadretta di calcio, e decidono anche di comprare un appezzamento di terra per fare il loro campo e non essere disturbati. Nel frattempo uno scopre le gioie del sesso orale, l'altro lavora in una farmacia. Ma come fare per raccogliere i soldi necessari affinché il sogni si avveri? Sfidando altre squadre improvvisate e scommettendo sulla vittoria. Ma la guerra e la violenza faranno sì che i giovini non potranno avere il loro stramaledetto campo, eccetera eccetera, anche se alla fine l'amore e il calcio trionfano.
Che palle. Un film tutto virato in seppia (che fa tanto antico), in cui la maestra-di-sesso ha già evidentemente letto "Il secolo breve" di Hobsbawm decine d'anni prima della sua pubblicazione, visto che capisce già che lei e gli altri stanno vivendo la fine di un'epoca, e anzi, dice proprio "E' iniziato il ventesimo secolo".
Sokurov fa cinema. German ci prova, con scarsi risultati.
FUORI CONCORSO - Backstage, Emmanuelle Bercot, Francia
Lo ammetto: sono andato a vedere il film solo perché sono invaghito di Emmanuelle Seigner e perché il soggetto mi sembrava buono: una ragazzina, ossessionata dalla popstar Lauren (Seigner), riesce ad entrare nel suo entourage e a creare un rapporto ambiguo e morboso con la donna, ovviamente in crisi creativa, sentimentale, sociale.
Intanto, il film è punteggiato dalle canzoni di Lauren, cantate dalla stessa Seigner, che hanno dei testi tra il surreale e il ridicolo. Alcuni passi? "Parto in tromba" (giuro), "La vergine si spoglia davanti agli apostoli", "Voglio la stanza numero uno, quella col velluto rosso" e via delirando. Isilde le Besco, che interpreta l'adolescente Lucie, è perennemente sbalordita, cambia tre espressioni, forse perché, chissà, è una fan della Seigner e quindi le viene naturale mostrare queste emozioni.
Finale stupendo in cui Lucie, che nel frattempo ha sedotto l'ex ragazzo di Lauren, per cui la cantante ancora sta male, ha avuto un figlio da lui, ma solo per darlo a Lauren (sic), ascolta un concerto alla radio in cui la sua (ex?) idolo canta una canzone ispirata a lei.
Il film è stato interrotto a metà per un guasto ed è partito un applauso scrosciante.
Ah, già, mentre tornavo a casa, ho visto la Seigner: le ho detto che pensavo del film solo dopo che abbiamo limonato. Mica scemo.
VENEZIA 62 - La bestia nel cuore, Cristina Comencini, Italia
Il secondo film italiano in concorso, secondo le indiscrezioni, doveva essere il peggiore dei tre. Non è così. La Comencini trae il soggetto dal suo romanzo omonimo, e lo adatta con le sceneggiatrici Francesca Marciano e Giulia Calenda. Sabina (Giovanna Mezzogiorno) vive con Franco (Alessio Boni) una vita apparentemente normale e soddisfacente. Una notte un sogno la sconvolgerà al punto tale da capire di dovere indagare sul suo passato e la sua famiglia, e in particolare sulle figure dei genitori, di cui ricorda pochissimo. Per questo va a trovare il fratello Daniele (Luigi Lo Cascio), che vive da tempo negli Stati Uniti. Proprio grazie al fratello verrà a galla una verità dolorosa.
La Comencini ha a disposizione degli ottimi attori, per questa buona storia, soprattutto quelli nei ruoli marginali. Bravissima Angela Finocchiaro e Stefano Battiston, anche se, da indiscrezioni, pare che l'interpretazione della Mezzogiorno sia in lizza per un premio. I dialoghi sono convincenti, anche se la storia è drammatica, c'è l'ironia e momenti da commedia a stemperarla. Il problema è la regia, tutto sommato piatta e senza guizzi, a parte poche cose non riuscite. La versione vista qui è quella che sarà nelle sale italiane, con una scena di rottura delle acque a mo' di inondazione finita sul pavimento della sala di montaggio.
Un buon film, per fortuna, accolto da applausi e neanche un fischio. Siamo comunque nei pressi di un livello medio di cinema, non aspettatevi di vedere grandissime cose.
Francesco
SETTIMANA DELLA CRITICA, KUIHUA DUODUO (I GIRASOLI), Wang Baomin
Ed eccolo qui. Verso il finale arriva il film capace, in soli 98 minuti, di farti pasare la voglia di andare al cinema. Quel film che, sempre in quei pochi 98 minuti, riesce a farti pensare a quella tua compagna delle medie, quella che aveva il ragazzo che la veniva a prendere in macchina all'uscita da scuola, che fine avrà fatto? Si sarà sposata? Mah... e tutti i miei compagni delle elementri? Cavolo, devo anche comprare il latte, che se no domattina... E dire che già la cartella stampa, con quella scritta "Un film di genere folcloristico" doveva metterti in allarme... niente, alla fine, convinto da qualche sparuto commento, ci sei andato. E cosa hai visto? Un film brutto, insopportabile. Annunciato da un menestrello (identico a Drupi) che accompagnerà tutto il film con canzoni inerenti alla storia, un ragazzo con un misterioso passato burrascoso alle spalle torna, dopo 6 anni di carcere nel suo paese natale e ricomincia a lavorare cucinando semi dei girasole. Dopo poco comincerà a spedire lettere conteneti petali di girasole una ragazza, con la qale sembra conoscersi. Oltre a Drupi, attorno a lui stazionano un polizziotto dal cuor buono, Jenny la buzzicona (una ragazza innamorata di lui) e il fratello ritardato di Jenny (anch'esso dal cuore buono). Completamente muto, se escludiamo le canzoni, il film si ostina fin dai primi minuti ad avere un ritmo per cui Tsai Ming Liang (calmi, ci mancherebbe. Al di la di qualsiasi giudizio di merito: parlo solo del ritmo) sembra Rob Cohen. Aggiungiamoci: la ricerca e la costruzione forzata dell'inquadratura bella a tutti i costi, le molte metafore di una pesantezza inimmaginabile, l'eccessiva lunghezza, l'inutile lentezza senza alcuna giustificazione narrativa rendono questo I Girasoli un film insopportabile. Dodici svenuti, due fratture autoinflitte al ginocchio per avere una scusa per uscire. Alla fine della proiezione, pur avendo il cast in sala, tre timidi applausi e una lunga serie di sbuffi da sfinimento.
VENEZIA 62, CHANGHEN GE (EVERLASTIN REGRET), Stanley Kwan
La traduzione lettrale del titolo del romanzo di Wang Any, da cui è tratto l'ultimo film di Stanley Kwan, è La Canzone del rimpianto Senza Fine. Raccontando quarant'anni di storia di Shangai, il film parla degli amori e della vita della bellissima Qiyao (Sammi Cheng). Dallo splendore dei night, dei concorsi di bellezza e dalle atmosfere da gangster movie dei '40, fino ai primi accenni di rinascita dei primi '80, passando attraverso la nascita della Republca Popolare e la rivoluzione culturale. la vita sentimentale della protagoista e dei suoi amici più cari - l'amica Lily e il fotografo Cheng (un enorme Tony Leung Ka Fai) - si mescolano, dipendono e vengono condizionate dalla storia della Cina e da una città che invecchia con i protagonisti della vicenda narrata. Il fatto di allargare il discorso non solo ai protagonisti, ma di immergere le loro vicende nella Storia rende il melò di Stanley Kwan un film sicuramente freddo, ma che riesce comunque a crescere continuamente, fino ad arrivare a un finale straordinario. Ed è proprio questo sviluppo dell'aspetto storico e il subordinare la vita dei protagonisti nei confronti di ciò che li circonda a differenziare Everlastin Regret dal modello a cui tutti guardano (data l'ambientazione e il genere all'uscita tutti parlavano di Wong Kar Wai e paragonavano il film a In The Mood...) ma sono due modelli di cinema assolutamente differenti. Curatissimo e recitato splendidamente, ha forse l'unico difetto nell'eccessiva compresione di alcuni passaggi chiave dal libro al film.
Spendo due parole (anche se il discorso dovrebbe essere molto lungo) sulla retrospettiva Storia Segreta del Cinema Asiatico, assolutamente eccezionale. Sono riuscito a recuperare poco, ma quello che ho visto è stato assoluatamente esaltante. Dall'anticipazione del combattimento finale di The Blade, con i protagonisti che escono di campo per poi rientare girando attorno alla MDP, contentuta nel bellissimo Ritratto d Patrioti e Martiri di King Hu con solo quei 40 anni d'anticipo, ai tre fratelli gangster disperati e crudeli, appassionati di Cole Porter, di Lupi Maiali e Uomini di Fukasaku Kinji, per concludere con i due fratelli e la dolorosissima sparatoria finale de Il Nostro sangue non Perdona di Suzuki Seijun. Che periodo, che cinema, che bello. fate di tutto per vedere questi film.
FEDEmc
mercoledì, settembre 07, 2005
SETTIMANA DELLA CRITICA, LE PASSEGER, Eric Caravaca
Attore per registi come Chereau o Limosin, Caravaca esordisce alla regia adattando per lo schermo il romanzo La Route de Midland di Arnaud Catherine. Informato della morte del fratello Claude, Thomas (interpretato dal regista) torna verso il suo paese natale, in una sorta di viaggio nel tempo che lo porterà a confrontarsi con il suo passato e soprattutto con il difficile rapporto con il fratello suicida. Da "passeggero", da esterno, dalla parte di chi non ha alcun tipo di controllo, tenterà di comprendere qualcosa di più di un rapporto che evidentemente non gli è mai stato chiaro, ma che ha condizionato tutta la sua vita: celando la sua identità infatti, Thomas comincia una relazione con Jeanne (Julie Depardieu) l'ultima donna del fratello, e si presta a fare da padre a Lucas, problematico ragazzo sordo. Un esordio interessante e delicato quello di Caravaca che, oltre a confermare ottime doti attoriali - interpretando magnificamente un personaggio capace solo con il volto di manifestare tutta la propria apparente estraneità a ciò che lo circonda - riesce a dirigere narrativamente non esente da rischi (il fratello morto suicida, il ragazzino problematico e sordo che vuole diventare un boxer, una possibile storia d'amore) con assoluta e invidiabile onestà. Piccola parte per Maurice Garrel, padre del regista, già visto quest'anno proprio nel film del figlio.
FUORI CONCORSO, LE PARFUM DE LA DAME EN NOIR, Bruno Podalydes
Il film è il seguito de Il Mistero della Camera Gialla (2003) sempre tratto da Gastone Leroux e sempre con il reporter Rouletabille come protagonista. Il reporter è sulle tracce dell'illusionista Lamas, creduto da tutti morto durante un suo spettacolo, in realtà pronto a mettere in pericolo la vita di due sposini e di una sorta di comune di artisti presso le Chateu d'Ercole. Narrativamente incomprensibile, il film tenta con ironia e umorismo nero di aggiornare i lavori di Leroux, ma oltre a essere sinceramente difficile da seguire, ha tutta l'aria di un prodotto pensato o adatto alla televisione. Vero che alcune sequenze (i numeri di magia iniziali e la gag cartoonesca della reazione a catena) lasciano il segno, ma l'impressione è quella di un regista incapace o non ancora in grado di mettere concretamente su pellicola idee cinematografiche e un impianto visivo riconoscibili solo in controluce e sicuramente non nuovissimi. I protagonisti (tra cui un instancabile Michael Lonsdale), si lasciano andare al peggio dei luoghi comuni sui francesi ed è un fiorire di "O la là, voilà, baguette, crepes, ecc..." per tutto il tempo.
VENEZIA 62, VERS LE SUD, Laurent Cantet
Dopo la partecipazione del 2001 con A Tempo Pieno, torna al Lido Laurent Cantet, regista politico tostissimo, capace con i suoi film di raccontare (attraverso storie molto differenti tra di loro) le contraddizioni di un mondo votato all'autodistruzione, quasi sembra rappresentato senza alcun speranza. Ambientato ad Haiti alla fine degli anni '70, il film è tratto dal romanzo del giornalista di Radio Haiti Danny Laferriere. Donne occidentali in vacanza in una sorta di paradiso dove possono con letale noncuranza e leggerezza usufruire dei ragazzi del posto, pronti a prostituirsi per sfuggire a una assoluta povertà. Il film, che potrebbe esaurire la sua carica in un canonico film denuncia, porta sullo schermo una rappresentazione piuttosto inedita della prostituzione. Oltre a mettere le donne dalla parte dei clineti, mostra più che un turismo sessuale, quello che il regista chiama un "Turismo d'Amore" Insoddisfatte non solo sessulamente, le donne cercano in questi rapporti a pagamento un'intimità che nella sua rappresentazione sfugge dai classici stereotipi dei film sulla prostituzione e che riesce a mettere sullo stesso piano i personaggi in gioco: da una parte un'evidente povertà economica, dall'altra una povertà morale e di sentimenti. Spietato e privo di un qualsiasi tipo di giudizio, Vers Le Sud è un film intenso e doloroso.
Anche Faenza ha reagito in modo scomposto alla stroncatura del suo film. In conferenza stampa ha preferito non rispondere ad alcune domande, ha annunciato che difficilmente porterà di nuovo un film in concorso a un festival, ha poi accusato il pubblico di non sapersi emozionare, di non saper più piangere e ha chiamato i critici "tiratori scelti pronti a colpire il cinema italiano". Le esternazioni di Faenza sono tanto più incredibili se si pensa che si parla di un concorso, di una competizione, in cui se ci si mette in gara, si deve poi essere pronti ad accettare qualsiasi tipo di giudizio. Oltre a rassicurare il regista, constatando che oggi molti dei quotidianisti si sperticano in difesa del suo film attaccando quegli insensibiloni che non lo hanno gradito, gli segnaliamo che forse si è dimenticato che il suo I Giorni dell'Abbandono è obbiettivamente un brutto, bruttissimo film.
FEDEmc
ORIZZONTI - Texas, Fausto Paravidino, Italia
Fausto Paravidino è l'enfant prodige del teatro italiano, e ha deciso di buttarsi sul cinema. Con la rincorsa. Racconta, quindi, di un gruppo di amici che vive in un luogo "non ancora urbano, ma neanche rurale" (un paesino, insomma), facendo intrecciare le loro storie. Valeria Golino è una maestra che si innamora di Gianluca, un ragazzo molto più giovane di lei, che non considera la sua fidanzata Cinzia, che non si integra con gli amici di Gianluca, che litiga... eccetera eccetera.
La struttura temporale che usa Paravidino è inversa, raccontando dei sabati nell'arco di qualche mese, andando poi di nuovo avanti nel tempo. La struttura narrativa, invece, segue quella teatrale, soprattutto nella volontà assoluta di tirare tutti i fili e riunirli alla fine. Il problema del film è che tutto è incerto, insicuro, troppo urlato o intimista-da-catalogo. Il regista scopre il cinema, e quindi, oltre al flashback del cui abuso si è già detto, usa riprendere lo stesso gesto da punti di vista diversi per più volte, cita alcuni film, tra cui I Tenenbaum, quando vuole presentare velocemente i personaggi, ritraendoli come in una foto di famiglia, ma cade nella macchietta (sì, c'è uno degli amici che parla coi rutti e si fa chiamare "Oklahoma", e indovinate come lo dice).
Se la prima parte del film vuole essere leggera e ironica, il dramma necessario compare alla fine del film, con una violenza sessuale gratuita a fare da prefinale.
Purtroppo, non un'occasione mancata, ma uno dei film più brutti visti in questi giorni. Purtroppo, italiano come gli altri.
FUORI CONCORSO - Tim Burton's Corpse Bride, Mick Johnson, Tim Burton, USA
Evviva evviva evviva! Come definire questo film se non come un capolavoro? Riprendendo una leggenda ebraica, Burton racconta di Victor (doppiato da Johnny Depp), che, facendo le prove per un matrimonio combinato, infila la fede in quello che sembra un ramo che spunta dal terreno, e invece si rivela essere l'anulare della sposa cadavere del titolo. Victor viene così trascinato nel mondo dei morti... Sarebbe un delitto dire una sola parola di più sulla trama del film, va visto e basta. Ma, se la struttura ricorda molto Nightmare Before Christmas, a partire dalla suddivisione in due mondi, questo film è superiore sotto molti punti di vista. Tecnicamente, innanzitutto, si usa l'animazione a passo uno in maniera splendida, a partire dalle possibilità espressive dei volti e dell'attenzione ai dettagli, alle ombre, allo sfondo. Ma anche visivamente il film dona, fin da subito, dei momenti quasi psichedelici, con la musica di Elfmann ancora una volta in primo piano quasi quanto le immagini. Burton può spingere sul suo adorato modo di fare humor nero, scherzando con la morte e l'amore e osando con giochi di parole e battute che funzionerebbero anche da sole. Il problema è vedere come saranno tradotte e doppiate.
Lo so che suona antipatico, ma vederlo in lingua originale è necessario più che per altri film. Non oso immaginare la sposa doppiata da Michelle Hunziker o il protagonista doppiato da Luca Laurenti, quando ci sono voci originali come quelle di Helena Bonham Carter e di Christopher Lee.
Anche lo spirito citazionistico è presente, con evidenti riferimenti al Nosferatu di Murnau e altre pellicole. E, proprio a questo proposito, basterebbe il fatto che viene citato Via col vento, con tanto di musichina, con leggerezza e ironia, per confermare le capacità di Burton e la bellezza assoluta di questo film.
VENEZIA 62 - O fatalista, Joao Botelho, Portogallo
Tratto da Diderot, O fatalista è Tiago, che fa un viaggio in macchina con il suo capo. Convinto che qualsiasi cosa accada debba accadere perché "scritta lassù", Tiago racconta le sue avventure amorose, sempre continuando a viaggiare, fermandosi in due alberghi, e raccogliendo altre storie, fino ad un finale che rivela, se mai ce ne fosse stato il bisogno, la dimensione metanarrativa del film.
Surreale, interpretato e girato benissimo, questo atipico road movie, in realtà è una bella riflessione sulla bellezza del raccontare, un tema esplicito anche in un altro titolo in concorso come "I fratelli Grimm". Tiago non si preoccupa della vita, se la gode, è esplicito nei sentimenti e nelle sue espressioni, guidato, appunto, dal fatalismo. Oltre al lato allegorico, il film si fa vedere proprio per quello che accade, per le situazioni che riesce a creare e per l'originale rivistazione del classico testo di Diderot. Nel finale, si torna proprio alle pagine scritte: in una sala di montaggio, che ha sulla porta il cartello "Epilogo", il regista e i suoi collaboratori discutono su come potrebbe finire il film. Le possibilità sono tre, di cui una è probabilmente falsa, come potrebbero essere false le storie raccontate da Tiago o dalle persone che i due protagoniti incontrano in viaggio. Ma tanto, che ce ne importa? Se sono false, sono false, se no, sono vere.
Francesco
martedì, settembre 06, 2005
VENEZIA 62 - Romance and cigarettes, John Turturro, USA
"Un musical proletario", l'ha definito il regista, che porta a Venezia il suo terzo film, dopo avere presentato a Cannes Mac e Illuminata. E di un musical si tratta. La storia è quella di Nick (James Gandolfini) che tradisce la moglie (Susan Sarandon) con una ragazza rossa di capelli, sexy e sboccatissima, Tula (Kate Winslet). Quando la moglie si accorge del tradimento, Nick faticherà (invano?) per farsi perdonare.
Il film è divertente e sanamente volgare, eccessivo e ritmato e non concede un finale consolatorio, anzi. Interpreti in grandissima forma, tutti, anche Christopher Walken e Steve Buscemi, in due ruoli chiaramente scritti apposta per loro. Le canzoni iniziano da una frase, e passano di bocca in bocca, da un personaggio ad un altro, a parte un paio di eccezioni. Ballano e cantano tutti, e nessuno è bellissimo, tutti mostrano rughe e ciccia, naturalmente, con la stessa naturalezza con cui, chi lo fa, canta sotto la doccia. Si perdonano a Turturro, proprio per questo, anche alcune ingenuità e insicurezze registiche, che comunque non danneggiano assolutamente un buon film. Mi chiedo solo come verrà doppiata tutta questa sana volgarità verbale nel nostro Bel Paese...
VENEZIA 62 - I giorni dell'abbandono, Roberto Faenza, Italia
Muller ha voluto mettere i film italiani in concorso uno dopo l'altro, e questo è il primo. Tratto dall'omonimo romanzo di Elena Ferrante, I giorni dell'abbandono parla dell'abbandono, appunto, del tetto coniugale di Mario (Luca Zingaretti) e della disperazione della moglie Olga. Quello del tradimento è uno degli archetipi della narrazione, si vede la frequenza con il quale ritorna anche solo nel programma del festival. Affrontarlo, quindi, vorrebbe perlomeno uno sforzo di qualche tipo per evitare che vengano usati gli stessi mezzi espressivi. Faenza si sforza pochissimo, purtroppo, usando immagini ritrite reiterate (uau, un'allitterazione), dando praticamente in mano il film alla pur-sempre-valida Margherita Buy, dimenticandosi di Zingaretti (veramente insipido) e gettando allo sbaraglio la televisiva Gaia Bermani Amaral. Alla fine la sorpresa è un misurato Goran Bregovic, a suo agio nel ruolo di un musicista. Se il film tiene, ogni tanto, alcune delle immagini finali sono veramente imperdonabili.
E va bene. Però i "colleghi giornalisti" alla proiezione stampa avrebbero potuto evitare di ridacchiare ogni due minuti. Non è proprio il caso, per questo film. Ma si sa, è il primo film italiano in concorso, e qualcuno inizia già a prendere la mira. Bah.
ORIZZONTI - La dignidad de los nadies, Fernando E. Solanas, Argentina
Solanas prende posizione, l'ha sempre fatto, e ci mostra un film dalla parte del popolo, senza preoccuparsi di una parzialità evidentemente esibita. Questo documentario racconta gli anni della crisi argentina, alternando momenti di cronaca generale sulle vicissitudini economiche e politiche del paese e storie di singoli, scelte perché, in qualche modo, simboliche di diverse realtà, realtà dei Nessuno che hanno fatto e fanno la resistenza sociale argentina. Difficile parlare in maniera oggettiva di questo film, sicuramente enfatico in alcuni punti, ma mai ricattatorio. Solanas racconta queste storie da anni, e sa farlo bene. In sala applausi spontanei disseminato durante la proiezione e lungo applauso finale. Dopo averlo visto ci si sente tutti un po' compagni, che volete farci. Adesso vado a mangiare un panino pagandolo tantissimo.
Francesco
VENEZIA 62, MARY, Abel Ferrara
Dopo le ultime delusioni cinematografiche, Ferrara torna sui suoi passi e ancora una volta realizza un film con tema portante il cattolicesimo e i suoi conseguenti problemi di fede. Sfortunatamente, Nicholas St. John se ne è andato da tempo e la sceneggiatura è firmata, oltre che dal regista, da Simone Lageoles, già collaboratore della sceneggiatura di New Rose Hotel. Matthew Modine è un regista che ha appena realizzato un controverso film sulla vita di Gesù. Nella parte della Maddalena, Juliette Binoche. L'attrice, profondamente scossa dalla lavorazione del film, si convince di essere realamente la donna più vicina a Gesù e comincia un pellegrinaggio verso Gerusalemme. Forest Whitaker è un conduttore televisivo impegnato in una serie di trasmissioni sull vita di Gesù. A casa sua moglie (Heather Graham) lo attende incinta. Durante la realizzazione della puntata con Modine ospite, la moglie partorisce prematuramente. La vita del bambino è appesa a un filo. Come si diceva in apertura i temi messi in scena da Mary non sono certamente inediti per quanto riguarda la filmografia di Ferrara, ma questa volta sembra proprio mancare un centro, un punto d'equilibrio del film attorno al quale poi far ruotare le varie vicende raccontate. Mary si accontenta di esplicitare la continua ricerca di spiritulità dei protagonisti - tutte castrate poi da un non risposta o dal timore di un'assenza incolmabile - sembrerebbe da dire quasi in forma abbozzata, come se la sceneggiatura fosse ancora in fase di lavorazione. Anche visivamente, oltre a notare movimenti di macchina curiosamente veloci e non proprio vicini allo stile di Ferrara, si nota una mancanza di intensità, di concretezza delle immagini che un tempo, penso al Cristo del Cattivo Tenente, lasciava senza fiato per intensità. Concludiamo sottolinenando come poi il finale sia assolutamente consolatorio e come contraddica tutto quello detto nel film. Peccato, perché la strada poteva essere quella giusta.
FUORI CONCORSO, EDMOND, Stuart Gordon
Stuart Gordon se lo ricordano tutti (tutti... tutti i fans tamarri dell'horror come il sottoscritto) per Re-Animator. Dopo l'esordio col botto è riuscito poi a fare un film più brutto dell'altro, incapace (come l'amico Yuzna) di smuoversi da un'idea di horror profonadamente legata agli anni '80, invecchiata precocemente e spesso relizzata al peggio delle possibilità. Su di lui in realtà si era anche puntato molto (qualcuno si ricorda Space Truckers?), e ad ogni film ci si augurava la sorpresa... ma niente: al di la di Re-Animator, niente. Ultimamente anche lui emigrato in Spagna, sempre come Yuzna, era risucito addirittura a peggiorare e i suoi film si erano fatti pressochè inguardabili (Dagon... mamma mia, Dagon) e anche gli appassionati del genere lo avevano un po' abbandonato. Inspiegabilmente invece, dopo 20 anni di attività, Gordon cambia registro e, appoggiandosi a uno scritto di David Mamet, realizza un buon film. Non un capolavoro: un buon film. E guardate che non è poco. Edmond (William H. Macy) dopo anni di matrimonio, stressato da una vita che lo rende infelice, una sera decide di essere stanco di subire passivamente e imbocca la porta di casa per non fare più ritorno. Vagando per una fredda e folle città, si farà fare i tarocchi da una maga che, ovviamente, gli predice il peggio. Con enormi debiti verso lo script di Fuori Orario, il film segue la progressiva e inarrestabile discesa verso gli inferi di un uomo che nel momento in cui decide di vivere viene travolto dalla forza del destino. Non un capolavoro, già visto ed eccessivamente verboso, d'accordo, ma dal regista di Robotjox era lecito aspettarsi il peggio. Si può affermare che Mamet è più della metà del film e che l'altra metà del merito è tutta dell'interpretazione di Macy, ma forse ancora un po' di credito a Stuart Gordon possiamo darlo. Oltre a Macy brevi camei per Bai Ling, Denise Richards e Julia Stiles (che, fortunatamente, muore) e per l'immancabile Jeffrey Combs, il dott. Herbert West di Re-Animator.
FEDEmc
lunedì, settembre 05, 2005
Non tutti hanno la fortuna di essere a Venezia/2
Concorso di colpa (Claudio Fragasso, 2004)
E vorrei dire, non tutti hanno la fortuna di essere Tullio Kezich, Giovanni Grazzini o uno di quei recensori di una volta (Kezich è vivo e vegeto, va bene, ma ormai fa il memorialista) che, parlando dei film italiani minori, potevano permettersi aggettivi come solido, artigianale, rozzo ma efficace e via di seguito. Insomma, vorrei tanto qualche scappatoia lessicale per non dover dire quanto mi dispiace che il film di Fragasso sia un carosello di occasioni mancate e sprecate. Non un brutto film e nemmeno un potenziale capolavoro, semplicemente un film che potrebbe essere bello e teso, ma perde per strada buona parte degli spunti.
Francesco (Francesco Nuti) è un commissario di PS incaricato delle indagini di routine sul suicidio di un ex militante di estrema sinistra. Il caso fa riaprire un vecchio fascicolo sull'omicidio colposo di un giovane neofascista ad opera di 5 coetanei di opposto schieramento. In pratica Francesco si trova a indagare su se stesso e sui tre ex amici con cui aveva commesso l'omicidio (Benevenuti, Bonetti, Lionello) e tenta un difficilissimo depistaggio.
Partiamo dai (non pochi) punti buoni. Non è che il cinema italiano abbia poi perso tutto questo tempo dietro alla lotta armata degli anni '70 e alle sue personalità. Quindi Fragasso ha un certo coraggio a muoversi in territori in cui non è aiutato da un repertorio ricco e accreditato, come invece accadeva in Palermo-Milano solo andata. La sceneggiatura di Rossella Drudi (moglie di Fragasso) si ispira, senza appiattirsi, a casi di cronaca come l'omicidio di Sergio Ramelli o il rogo di Primavalle, e anche qui ci vuole coraggio. Inoltre alcune soluzioni di regia hanno il colore della forma, se non dello stile. Vedi le inquadrature perpendicolari dall'alto, usate per stabilire un ponte tra passato e presente, nella scena dell'omicidio o nei momenti in cui il gruppo di amici si ricompone.
Nuti è bravo. O meglio: come buona parte degli attori della sua generazione è bravo quando si fa dirigere da altri. I suoi casi personali devono avere influito, visto che in alcuni momenti perde completamente il filo della recitazione, ma i duetti con Benvenuti hanno davvero una bella intensità.
Peccato che poi il film cada nella faciloneria, nella pratica nazionale dell'approssimazione quando c'è da definire personaggi, dialoghi e ambienti. Per dire, nessun no global odierno parlerebbe come il figlio no global di Nuti, che tra imperialismo e multinazionali sembra fermo al '77. E nessun estremista o ex estremista terrebbe in casa (tutti insieme) i poster di che Guevara, Lenin ed Enrico Berlinguer. Per tacere delle abitazioni con gli interni pastello e la mobilia di design, tutte potenziali candidate ad un servizio su D - La Repubblica delle donne. Certo, alcune finezze con l'aria che tira non le possiamo chiedere nemmeno a Soldini, sarebbe disonesto pretenderle da Fragasso. Ma è un peccato che il film scelga il luogo comune sociologico quando potrebbe prendere direzioni più interessanti.
Bello il quarto d'ora finale e notevole il massacro cui è sottoposta l'ormai insopportabile Il cielo è sempre più blu di Rino Gaetano.
p.
GIORNATE DEGLI AUTORI - Man Push Cart, Ramin Bahrani, Iran/USA
"Il carretto passava..." Visto il clima cantautorale (e lo so che insisto, ma Musikanten mica è roba che si dimentica in fretta), non può venire in mente l'inizio dell'immortal canzone mentre si vede questa pellicola. Un pakistano, ex cantante rock nel suo paese, vedovo con figlio che sta dai nonni, che lo odiano, sbarca il lunario spingendo un carretto che vende caffè, ciambelle e affini in quel di New York. Una vitaccia, insomma. Per tirare su un altro po' di soldi, vende dvd porno. Per tirarne su un altro po', si offre per fare dei lavori a casa di un connazionale (che ha riconosciuto nell'anonimo venditore la star pop), ma poi i due litigano. Il romance? C'è, ovviamente irrisolto, con una ragazza spagnola. In mezzo teneri gattini che schiattano e sfighe assortite. Il regista vuole stare basso, gira con la mdp attaccata ad i personaggi, non commenta, fotografa e basta. Mica brutto, eh. Ma una volta che la canzone smette di risuonare nel cervello, un'altra domanda si impossessa dello spettatore: perché?
VENEZIA 62 - Gabrielle, Patrick Chéreau, Francia
Tratto dal racconto "Il ritorno" di Conrad, Chéreau continua le sue gelide riflessioni su amore e erotismo, portandosi dietro due grandissimi attori come Isabelle Huppert e Pascal Greggory (in odore di Coppa Volpi, la butto là). Siamo all'inizio del '900, a Parigi, e Jean e Gabrielle sono una perfetta coppia borghese. Danno cene, sono in vista nella società, hanno soldi e un esercito di cameriere, dormono nella stessa stanza, sono sposati da dieci anni, ma tra di loro non c'è ormai nulla, se non una vicinanza reciproca fisica. Tutto pare andare bene, fino a che Jean, tornando a casa, trova una lettera della moglie, che gli dice che non tornerà più a casa, che va da un altro. Jean crolla, ma, inaspettatamente, dopo poche ore, Gabrielle torna a casa.
Glaciale e perfetto, il film si concede solo due vezzi: alcune scritte in sovraimpressione, simili a didascalie, non così necessarie, anzi. E poi un'alternanza di bianco e nero e colore che può essere leggibile come il passaggio continuo tra una realtà "di rappresentanza" di Jean (che sostiene il punto di vista del film) e una realtà "reale" in cui tutto è molto più incontrollabile e incontrollato. Due personaggi meravigliosamente negativi, due mondi che si separano e si uniscono di nuovo, un'osservazione che lo stesso regista ha definito un "esperimento chimico". Praticamente perfetto, anche se molto cerebrale.
ORIZZONTI - Wuqiong dong (Moto perpetuo), Nig Ying, Cina
Una ricca donna di Pechino ha la certezza che il marito la tradisca con una delle sue amiche. In occasione del Capodanno cinese le invita a casa per festeggiare, in assenza del marito, per cercare di capire chi è la sua amante. Alla fine le quattro amiche si riveleranno, si confideranno e faranno tante belle chiacchiere, ma un incidente automobilistico svelerà l'arcano.
Un po' come Man Push Cart, ma senza Battisti: perché? Il film è coinvolgente all'inizio, ironico, quasi sadico nel ritrarre queste donne, e la sicura ipocrisia di almeno una di loro. Ma poi, come i peggiori film italiani degli anni '80, si perde in visite in soffitta in cui si trovano dischi del regime e spillette di Mao, sfiora le sedute di autocoscienza, e sposa questi luoghi comuni con manierismi registici. La solita storia della donna-di-successo che in realtà ha-un-cuore ed è pure spezzato. Tutto già visto. Avanti un altro.
Francesco
FUORI CONCORSO, YOKAI DAISENSO, Miike Takashi
Costato ben 10 milioni di euro e, vera novità, unico suo film dell'anno, Yokai Daisenso (la guerra degli spiriti) conferma la totale pazzia del suo autore. Banale dire che quest'uomo non è particolarmente sano? Certo, ma è innegabile che questa affermazione aumenta di peso ogni volta che ci si siede in sala a vedere un suo film. Se l'anno scorso Miike era al lido con Izo, "il massacro dei massacri" e con il bellissimo episodio di Three... Extremes (per altro già di per se due prodotto agli antipodi), quest'anno riesce con questo film a prendere tutti in contropiede. Remake di un film giapponese del 1968, Yokai Daisenso racconta la storia di Tadashi, un piccolo bambino alle prese con una infinita serie di demoni e con un cattivone che vuole distruggere il nostro pianeta. Un delirio visivo che potrebbe ambire ad essere la versione live de La Città Incantata (tanto il film è ricolmo di spiriti basati sulla mitologia giapponese) mescolata a La Storia Infinita e a elementi del cinema di Méliès. Mescolando senza alcun timore decine di registri, effetti digitali a maschere o pupazzi di gomma (come fa il cattivo del film: mescola gli Yokai agli oggetti moderni abbandonati dagli uomini), Miike - grazie al contributo fondamentale dello sceneggiatore Shigeru Mizuki, famoso autore di manga - è riuscito a realizzare una favola per bambini, un fantasioso caledidoscopio visivo, stancante nell'essere eccessivamente saturo, ma bellissimo. Il finale poi, è un vero colpo da Maestro. Nella parte di Agi, la cattivissima e platinata donna del Signore del Male, Chiaki Kuriyama, la Go Go Yubari di Kill Bill.
VENEZIA 62, PROOF, John Madden
Alla base del film del regsita di Shakespeare in Love e de Il Mandolino del Capitano Corelli (e qui potremmo fermarci...), c'è il testo teatrale di David Auburn, premio Pulitzer, portato poi dallo stesso autore in teatro nel 2002. Catherine (una perennemente imbronciata Paltrow) compie 27 anni. Suo padre, Hopkins, affermato genio della matematica, si è spento una settimana prima, dopo 5 lunghi anni di pazzia in cui la figlia è stata l'unica a restargl vicino. Catherine, anche lei mente matematica magnifica e custode degli ultimi lavori del padre, teme di seguirne le orme e di perdere la ragione. Ragginua dalla sorella (Hope Davis) e coccolata da uno studente (Jake Gyllenhaal) del defunto, la ragazza tenterà di convincere tutti di essere stata capace di scrivere una dimostrazione matematica in grado di cambiare il mondo. Da qui, basandosi su una metafora matematica, i dubbi e le domande del film. Il punto è: ciò che noi crediamo - e ciò che gli altri credono di noi - si basano su elementi dimostrabili? Ci sono delle prove? La ragazza è pazza o è un genio? Al di là dell'imbarazzo nel vedere Gwyneth nella parte di un genio matematico, Proof è un film sicuramente superiore alla produzione precedente del suo regsita, ma che non riesce mai ad avere la fermezza necessaria per trattare con profondità i temi messi in scena. Peccato, ma era prevedibile.
Per ora me ne ero sempre dimenticato, ma vanno aggiunto due note a post scritti precedentmente: Emir Kusturica nel suo episodio di All The Invisble Children riesce a mettere nella prima sequenza un matrimonio, un funerale e una banda di ottoni. Il citazionismo a cui si faceva riferimento parlando di Takeshi's è riferito a quasi tutti i suoi film precedenti. Oltre a un collegamento con il giustamente segnalato nei commenti Getting Any, vengono riproposti i numero di tip tap di Zatoichi, la spiaggia di Sonatine, i due protagonisti seduti di fianco l'un l'altro come in Hana bi...
Leggo su Repubblica che Franco Battiato è preoccupato per l'ignoranza del pubblico che, incapace di comprendere le citazioni a Wittgenstein o a Puskin del suo film, ha riso alla proiezione di Musikanten. Il regista e cantante catanese dichiara di essere contento di non piacere a tutti ed è felice di fare riferimento a quello che lui stesso chiama "un pubblico d'èlite". Incapace di vedere i suoi macroscopici errori, incapace di vedere come i suoi pensieri e quelli di Sgalambro non riescano ad adeguarsi a meccanismi cinematografici (sia pure a quelli "sperimentali" che lui dichiara di fare) auguriamo ovviamente a Battiato di trovare il suo pubblico. Personalmente mi trovo molto a mio agio fuori da quella èlite.
FEDEmc
domenica, settembre 04, 2005
FUORI CONCORSO, ELIZABETHTOWN, Cameron Crowe
Drew (Orlando Bloom) è riuscito a progettare una scarpa talemente brutta da far fallire una enorme multinazionale sportiva. Sull'orlo del suicidio, viene raggiunto dalla notizia che suo padre è passato a miglior vita. Nel viaggio verso Elizabethtown, città paterna, incontrerà Claire (Kirsten Dunst), una hostes invadente, simpatica e tanto carina. Tra una gags e n'altra - pranzi, cene, messe ed eventuali - tra i due (giuro) scatta (non so se ce la fate ad immaginarlo) l'amore. cameron Crowe, dopo aver dato al cinema film dello spessore di Vanilla sky e Jerry Maguire, insiste nel realizzare a mio avviso il peggio del cinema americano. Personalmente insostenibile, il film, può al massimo ambire ad essere descritto con la frase "Beh... dai... una commediola carina... senza pretese". Tipo il vuoto. Però carino. La via vorrebbe essere quella della commedia intimista: i due protagonisti - noti infatti per la loro bravura, sicuramente la loro particolarità - dovrebbero fare, definizione loro, fare "le riserve". Sono un pò degli emarginti, insomma. Non come tutti gli altri, quella plebglia che li circonda: rozzi, ignoranti, caciaroni. No, loro hanno dei sentimenti. Sono tanto carini e saggi. Ed è qui che girano le palle. Perchè Crowe illude tutti con l'idea della "commediola carina" per poi fare dire ai suoi protagnoisti delle ricettine, delle regoline - ovviamente disarmanti nella loro banalità - su come prendere la vita.In realtà Elizabethtown, oltra a dire che nella vita "o è tutto bianco o è tutto nero" è uno di quei film in cui ogni 30 secondi parte un pezzardo che permette al regista di fare delle belle ellissi dove i protagonisti ammiccano e fanno le faccette. Susan sarandon, dopo aver fatto l'isterica per la prima parte del film, delizia il pubblico con un numero di tip tap. Orlando Bloom lo si confonde spesso con un posacenere da tanto è espressivo. rimane la Dunst con la maglietta dei Low. E basta.
VENEZIA 62, I FRATELLI GRIMM, Terry Gilliam
Jake e Will Grimm (rispettivamente Ledger e Damon) sono due cialtroni che girano di villaggio in villaggio truffando la superstiziosa popolazione tedesca. Facendo leva sulle paure della gente e utilizzando trucchi da vaudeville, inscenano lotte con streghe, troll e giganti. Grazie a questa loro attività si guadagnano da vivere, il rispetto della gente, Will qualche donna, Jack qualche leggenda in più da collezionare in vista del libro di fiabe che un giorno scriverà. Forse però, non tutte le leggende sono completamente inventate. A distanza di sette anni da Paura e Delirio a Las Vegas, torna il talento visionario di Terry Gilliam con uno splendido e fantasiosissimo film. Mettendo in corto circuito le favole scritte dai fratelli e le loro vite "reali", Gilliam realizza una favola cupa e gotica in cui tutto può accadere a patto che si sia disposto a crederlo. La fantasia necessaria per relizzare, inventare favole (o film) è anche l'ingrediente necessario perchè queste poi prendano vita e diventino racconto. Scritto da Ehren Kruger (suoi gli scripts di Scream 3 e delle versioni occidentali dei film di Nakata) i Fratelli Grimm è un grande film in cui lo stile di Gilliam, ancora fortunatamente ancorato ai vecchi trucchi visivi in stile Monthy Python's (tipicamente inglesi. Vedi oggi come oggi la Guida Galattica) risulta perfetto. Una gioia per gli occhi. Tranquilli: la Bellucci conferma la sua inadegutezza.
ORIZZONTI, EVERYTHING IS ILLUMINATED, Liev Schreiber
Esordio alla regia dell'attore Liev Schreiber (il fidanzato di neve Campell in Screm) che per questo film si ispira all'omonimo romanzo di Jonathan Safran Foer. Elijah Wood, strambo collezionista di oggetti appartenti alla sua famiglia, raggiunge l'Ucraina sulle tracce del nonno, ucciso dai nazisti durante la seconda guerra mondiale insieme a tutto il suo paese. Compagni di viaggio Alex, giovane ucraino che vorrebbe essere 50Cent dall'incredibile slang ucraino americano autopodotto, il nonno tutto matto che si crede cieco ma che guida la macchina e Sammy Davis Jr Jr, un cane psicopatico. Tra strambe e comiche situazioni (basate tutte sul confronto/scontro tra gli strambi ucraini e l'ordinatissimo e ossessivo americano) il viaggio diventa l'occasione per fare chiarezza sulla storia (con la s minuscola, gli strani casi personali comandati dal destino) messa in rapporto con la Storia. Diveretente e bizzarro, soprattutto per essere l'esordio di un attore volto principalmente noto per ruoli in enormi blockbuster - non riesce ad evitare nell'ultima parte, nell'ingombrante confronto finale qualche (inevitabile) faciloneria.
FEDEmc
VENEZIA 62 - Persona non grata, Krzysztof Zanussi, Polonia
Dopo una serie di film in concorso decisamente buoni, arriva il caro vecchio Zanussi che non sa bene che pesci pigliare. Racconta la storia di un diplomatico polacco, ambasciatore in Uruguay, al quale è appena morta la moglie. Una serie di problemi con il Ministero di Varsavia, il sospetto che la moglie l'avesse tradito con un suo amico russo, anch'egli nella diplomazia, e un clima di sospetto generale all'interno della stessa ambasciata dovrebbero essere le basi narrative per dei discorsi più profondi sull'oggettività e la soggettività delle cose e sul senso dei Valori. Il punto è che tutto è retto da un intreccio noioso, che non sa mai che direzione prendere né dove puntare veramente. I "grandi temi", così, vengono accennati senza convinzione, pur supportati da una confezione buona. Il film è una coproduzione russo-polacco-italiana e quindi, per la legge delle quote, ecco Remo Girone che fa il diplomatico italiano e loda i nostri servizi segreti. No, davvero.
ORIZZONTI - The Wild Blue Yonder, Werner Herzog, Germania
Che Herzog sia completamente pazzo non è una novità, e quindi viva la pazzia. TWBY è un film di finzione, per usare un eufemismo. Sfrenato nell'immaginazione e nelle trovate "di sceneggiatura" si rifà, però, quasi del tutto ad immagini di documentari. Il narratore (Brad Dourif) dice di essere arrivato da Andromeda sulla Terra in una grande migrazione. Il suo popolo aveva avuto grandi progetti (costruire una Washington D.C. alternativa) poi sfumati nel nulla. Nello stesso tempo ci racconta di noi umani che tentiamo di esplorare lo spazio. Alle evidenti limitazioni tecniche si supplisce con una teoria per cui esistono delle specie di "iperstrade galattiche" (che tanto mi ricordano Adams) attraverso le quali è possibile fare lunghissimi viaggi risparmiando energia. E quindi uno Shuttle riesce ad arrivare sul pianeta del narratore, un "pianeta dal cielo di ghiaccio e dalla atmosfera di elio liquido", in cui le creature vogliono parlare e comunicare e si sentono sole e tristi proprio perché non c'è più nessuno. Immagini della NASA, veri scienziati che interpretano loro stessi e spiegano teorie astrofisiche, vita sullo Shuttle, riprese subacquee: Herzog crea la fantascienza partendo dalla Terra, e torna alla Terra in un epilogo commovente e "ambientalista" nel senso più puro e radicale del termine. Bello, bello, bello.
Francesco
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