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mercoledì, ottobre 26, 2005
 

LA TIGRE E LA NEVE, Roberto Benigni, ITA, 2005

Un tempo Roberto Beningni ci faceva ridere. Senza scomodare il Papocchio o Berlinguer Ti Voglio Bene, anche quando ha cominciato a realizzare dei filmetti dichiaratamente medi come Johnny Stecchino o Il Mostro, si rimaneva affascinati dalla sua comicità folle, incontenibile, una carica eversiva tale da sfuggire continuamente a qualsiasi tipo di controllo e divenire corporea. Gli si perdonava facilonerie o banalità, godendosi questa enorme libertà comica in Italia da anni assolutamente inedita (si potrebbe tornare indietro a qualche caratterista dei film comici anni '70 per trovarne un corrispettivo). Con La Vita è Bella era riuscito a unire la sua carica comica con una storia commovente nella quale si mriusciva a rileggere l'olocausto attraverso il gioco, facendosi beffe (per amore) della Storia ma pagandone fino in fondo le consequenze. Insieme il capolavoro e la condanna di Benigni regista: dopo il flop di Pinocchio (un passo falso difeso veramente da pochissimi) quindi perchè non tornare a trattare con delicato e poetico umorismo una storia tragica? La Tigre e La Neve ci porta in Iraq al tempo dello scoppio della guerra e, parlando sottotraccia di poesia, ci racconta dell'ulteriore storia d'amore tra Benigni e la Braschi. Niente da fare: il film è deludente sotto ogni punto di vista. Se ne La Vita è Bella si riusciva a farsi beffe dell'Olocausto era anche per una necessaria distanza storica e culturale con quello che si voleva raccontare. Pur ambientando il film nel 2003, La Tigre e La Neve parla di qualcosa ancora troppo vicino ai nostri occhi per non andare incontro a critiche. Insomma, concretizzando con un esempio: si può mostrare qualcuno che scorrazza con un motorino per tutto l'Iraq con ancora ben viva nella memoria la liberazione della Sgrena e la morte dell'agente Calipari? Andando oltre: la reazione all'orrore di Benigni ne La Vita è Bella era tanto più forte quanto la sensazione di pericolo, quanto il rischio di morte era palpabile e reale per tutti quelli all'interno del campo di concentramento. Qui il pericolo, il caso si fa personale (la vita dell'amata) rischiando di oscurare o dare l'impressione di prendere sottogamba il quadro generale. Politicamente indeciso se affondare il colpo o meno, Beningni si limita a spargere il film di banfìdiere della pace e di comparse delle più svariate etnie ma poi, un colpo al cerchio e uno alla botte, ci presenta un Iraq popolato da iraqueni saggi e burberi e militari americani nervosetti ma buoni. Insomma i problemi principali sono nella scelta dell'ambientazione e della storia, ma non sono i soli. Cerami sembra scrivere con la mano sinistra una sceneggiatura schematicamente di una semplicità disarmante, ricalcate sul modello da lui stesso presentato nel Libro Consigli Per Un Giovane Scrittore (metonimie ogni due minuti) e con incongruenze enormi e inaccettabili anche filtrando il tutto con la leggerezza che evidentemente si richiede allo spettatore. La comicità di Benigni supera quel limite corporeo per diventare isterismo senza senso e la volontà di elevare il tutto a livello poetico, inserendo in sceneggiatura due rime baciate, la faccia di Borges e un impacciato Jean Renò nella parte del miglior poeta iraqueno, non solo è inefficace ma è anche scorretta e fastidiosa. Insomma una delusione sotto ogni punto di vista. Resta un mistero come con il meglio dei tecnici in Italia Benigni non abbia mai, mai un respiro visivo cinematografico (vedi la sequenza onirica iniziale). Meglio tacere sul cameo di Tom Waits e sulla musica di Piovani.  L'amico Kekkoz nel suo post, giustamente segnala anche la bruttezza della locandina. Come non essere d'accordo?

FEDEmc

postato da secondavisione | 19:07 | commenti (12)


martedì, ottobre 25, 2005
 

RED EYE, Wes Craven, USA, 2005

Dopo aver passto gli ultimi anni della sua carriera a distruggere e smontare i meccanismi del genere che lui stesso ha contribuito a rendere grande con la trilogia di Scream e con l'ultimo Cursed, Wes Craven con quest'ultimo film sembra voler cambiare strada. (Aggiungiamoci pure che la scelta ci sembra "obbligata". Quanto tempo si può andare avanti su una idea una di Kevin Williamson?) Il risultato è però assolutamente disarmante. Red Eye non è niente più che un comune e banale b-movie. Impossibile trovare qualsiasi traccia dell'autore de Le Colline Hanno Gli Occhi, de L'Ultima Casa A Sinistra, del Serpente e l'Arcobaleno, di uno dei suoi capitoli della serie Nightmare. Privo, anche se ne vorrebbe evidentemente portare i segni, di una qualsiasi implicazione politica (ci vogliamo fermare ancora una volta alla paura di volare post 9/11?) o di qualsivoglia approfondimento psicologico (ma lei ha paura degli uomini!), Red Eye si limita a presentare uno spunto buono per un corto e a mostrare in 85 minuti scarsi un paio di vezzi registici che non trovano però alcun terreno su cui attecchire. L'unica sequenza buona - lo scontro finale casalingo - in cui gestione dello spazio riesce a fare vedere solo in controluce chi è Wes Craven rimane un momento isolato in un film banale, recitato da attori anonimi (Cillian Murphy... suvvia). Rimane l'impressione di aver visto un film girato con la mano sinistra, controvoglia, pensando più alla televisione che al cinema (la faccia di Jack Scalia, il tenente Bonetti della serie Tequila e Bonetti, in questo senso di certo non aiuta...). Che peccato.

FEDEmc

postato da secondavisione | 14:57 | commenti (4)


mercoledì, ottobre 19, 2005
 

Niente da nascondere, di Michael Haneke

Attenzione: tasso di spoiler dell'80%.
Molti di noi hanno conosciuto Haneke con Funny Games, anche se la sua carriera cinematografica è iniziata molto tempo prima del 1997, anno di quel film. Quando lo vidi, mi resi conto di come fosse raro trovare film del genere, che mostrassero senza pudore un forte impianto teorico appena oltre la superficie della pellicola, e anche di come mostrassero la fragilità, la malleabilità e quindi l'essenza del supporto filmico stesso. Una limpidezza gelida, che ritroviamo in quest'ultimo Niente da nascondere, dopo che il rigore dello sguardo di Haneke si era (più o meno felicemente) mischiato con una narrazione pura in altri film.
Parliamo di quest'ultimo suo lavoro partendo dal titolo: Cachè, cioè nascosto. Nascosto è, innanzitutto, il punto di vista del film. Se in Funny Games l'incertezza e la tensione dello spettatore erano date dal fuoricampo, o dalla possibilità di interrompere e riprendere "in diretta" il flusso lineare del tempo, della pellicola, della storia, qui fin dalla prima inquadratura è chiaro che l'intento di Haneke è più ampio. Un'inquadratura fissa della casa dei Laurent, quello che nella grammatica del cinema viene chiamato "totale", "master" o "establishing shot": una ripresa che, più di altre, è funzionale alla "tranquillità" dello spettatore, che vede, in una sola occhiata, il luogo in cui si svolgerà il resto della storia, o della sequenza. Se la funzione è rispettata, l'inizio di Cachè spiazza lo spettatore perché quella che vede non è la ripresa del film, quindi a suo vantaggio, ma una delle videocassette che vengono recapitate a casa dei Laurent. La cosa, ovviamente, spiazza i Laurent e lo spettatore, uniti dalla non conoscenza del punto di vista, ovverossia di chi fa le riprese. Sapere chi è che minaccia la famiglia del protagonista sarebbe il centro di un whodunit, ma ad Haneke, l'abbiamo detto, in questo caso la "storia" interessa poco, tant'è che, anche alla fine, non è assolutamente chiaro chi sia "il colpevole". Haneke parla della visione, mostrandoci le basi del cinema: una delle vedute dei Lumière, camera fissa, muta, che si evolve di poco, per così dire, nel modo di rappresentazione del film, costruito con lunghi pianisequenza, com'è abitudine del regista, e con una totale assenza di colonna sonora. I rumori, le parole e, soprattutto i silenzi, anche secondo quanto dichiarato da Haneke, acquistano importanza.
In effetti, chi riprende la casa non esiste: ciò che sconvolge il protagonista e gli spettatori è che, in una ripresa, George Laurent si vede passare vicino al punto dove dovrebbe esserci la telecamera che lo riprende, ma non si accorge di niente, perché forse non c'è niente o perché lo sguardo in macchina è stato da sempre uno dei tabù del cinema.
Da quel momento in poi, la confusione è totale: ogni cosa che vediamo sullo schermo potrebbe essere la re-visione di qualcosa, o potrà essere riproposta in un secondo momento, ed accadono entrambe le cose.
Nascosto è anche il passato di Laurent: la storia e la Storia insieme, ancora una volta, seppur sullo sfondo. Da bambino ha toccato, seppur indirettamente, i fatti della guerra di Algeria e, soprattutto, la repressione dei manifestanti algerini in Francia, nei primissimi anni '60. Un passato già ripreso con forza da Muriel di Resnais.
L'ultima immagine del film è identica alla prima: una camera fissa riprende l'uscita dalla scuola frequentata dal figlio dei Laurent, Pierrot, dei ragazzi. Si rimane a fissare lo schermo, senza capire perché e da dove viene quello sguardo e si comprende che l'unico gesto veramente ed esplicitamente violento mostrato nel film è tutto tranne che catartico. "Volevo che tu ci fossi, che fossi presente", dice Majid prima di tagliarsi la gola davanti a George. A lui, e a noi, non rimane altro che vedere, siamo obbligati a farlo senza neanche avere i divaricatori della cura Ludovico e senza che la pellicola si riavvolga, come in Funny Games.

Francesco

postato da secondavisione | 21:25 | commenti (15)


venerdì, ottobre 14, 2005
 
Perché si (più o meno)
Texas di Fausto Paravidino


Copiamo biecamente il titolo di questa rubrica dall'illustre Segnocinema per dare spazio a delle opinioni contrastanti anche all'interno della redazione di Secondavisione.
Nel report da Venezia, Fra aveva criticato l'opera prima di Fausto Paravidino. Dopo averlo visto, esprimo il mio dissenso dalla stroncatura: non che sia un bel film, ma non è completamente da buttare via.
Pregi e difetti di Texas sono riconducibili all'assenza o alla presenza di quella che può essere definita la sindrome di Lucignolo (la becera trasmissione tv, non il personaggio di Collodi) che colpisce autori e realizzatori di prodotti audiovisivi. I servizi di Lucignolo si muovono solamente in territori conosciuti, rigorosamente delimitati dalla tangenziale di Milano (si veda le immagini di supporto della voice over che cercano di spacciare Corso Buenos Aires per Sunset Boulevard). Nel momento in cui i suddetti autori mettono il naso fuori Melegnano, sembra che siano dei novelli David Livingstone alla scoperta delle cascate Vittoria: un autoctono a condurre, fucile spianato per evitare eventuali pericoli, atteggiamento da antropologo pronto a annotare sul suo taccuino i bizzarri esseri che popolano le terre inesplorate. Il cinema, per giustificate ragioni storiche e ingiustificate ragioni di rincoglionimento, fa lo stesso con il grande raccordo anulare.
Questa lunga digressione, di cui mi scuso, serve a spiegare la differenza che corre tra Texas e altri film italiani targati Fandango, e destinati al pubblico dei “laureandi in lettere”. In alcuni monenti, Texas riesce a dimenticarsi di stare esplorando la temibile provincia italiana, e lo sguardo diventa empatico con l'universo di significato dei personaggi, su tutti il dialogo all'autogrill tra Paravidino e Iris Fusetti (la ragazza di Scamarcio). Per empatia si intende non presa in giro, comprensione delle storie dei personaggi e buona resa cinematografica di affetti e azioni, messi in scena con coerenza e buona efficacia espressiva.
Al contrario, i peggiori difetti sono ascrivibili alla suddetta sindrome di Lucignolo: per esempio, si veda la carrellata sui nani da giardino che introduce la sequenza ambientata in una casa. Non si contesta in questo caso l'ironia, che può esserci ed è un atteggiamento enunciativo più che rispettabile, ma si contesta il fatto che quest'ironia venga accennata solamente attraverso gli oggetti. Ho già fatto una lunga digressione e non vorrei farne un altra, ma si tratta dello stesso fenomeno citato da p. a proposito del libro di Evola nella sacca del Nero di Romanzo criminale: siamo al determinismo culturale, dimmi cosa leggi/vedi/arredi e ti dirò chi sei. Non è che si contesti il mezzo, ma l'abuso, l'utilizzo di oggetti culturali come toppe alla sceneggiatura. Si materializza l'incubo di vivere in una sceneggiatura e di essere ripresi da un regista italiano che inquadra i libri di Céline che uno ha sulla libreria, si percepisce il pensiero del pubblico: “fascista”. Vogliamo vedere un personaggio depresso, mostro un tomo di Cioran, uno impegnato, Marcuse, uno à la page, Piperno ecc. ecc. I difettidi texas sono ascrivibili a questa sorta di determinismo culturale da quarta birra, ma per fortuna sono limiti passeggeri. Per bontà di cuore, possiamo dire che sembra che in alcuni passaggi Paravidino si affidi a cliché ormai consolidati nel cinema gggiovane italiano cper poca fiducia nelle proprie possibilità.
Un'altra cosa buona risiede nel fatto che il personaggio che Paravidino si affida, sia marginale, incapace di agire, ma sia solo un punto di vista anonimo per descrivere una serie di azioni e relazioni. Questo a differenza della necessità del personaggio che sa troppo in Romanzo criminale o, per rimanere in territori più vicini, al personaggio di solito interpretato da Muccinino, che di solito è sempre più cosciente, più sensibile, più morale, più sfigato degli altri, e si fa carico di portare il “messaggio della storia”, il punto di vista che devono condividere gli spettatori per assaporare quello che voleva dire il regista. Questa cosa buona se ne porta dietro un'altra, cioè il fatto che il film, i contrasti, e le parabole dei personaggi rimangano costantemente irrisolti e non riconciliati e, grazziaddio, che non ci sia nulla che finisca a tarallucci e vino. E, per concludere, uno sguardo insolitamente efficace nelle scene di sesso (tranne quella della violenza)
Per non sembrare troppo buono e tenero, elenco infine cose brutte: la scheggia impazzita di sceneggiatura che introduce una sottotrama partigiana in omaggio a Fenoglio, a mo' di nota della Lonely Planet del Piemonte, la scansione temporale complessa che è gestita piuttosto male e in modo confuso, alcune macchiette che hanno veramente rotto, su tutti l'amico d'infanzia che verbalizza rutti.

manu
postato da secondavisione | 15:52 | commenti (6)


martedì, ottobre 11, 2005
 

DARK WATER, Walter Salles, USA, 2005

 

Un po' di anni fa, addirittura prima di Seconda Visione, il sottoscritto e il dott. Noto conducevamo una trasmissione dal nome bellissimo: "Questa sera tutti da me... è Festa Ye- Ye!". Spesso trasmettevamo quelle che noi chiamavamo "mutazioni genetiche", delle sublimi cover italiche di pezzi famosi oltre oceano. Una "mutazione" a cui personalmente sono rimasto legato (forse perchè ce la segnalò lei) è "Rubacuori", versione di Renato Brioschi e i suoi Profeti, della Ruby Tuesday di Jagger e soci. Mi piaceva molto perchè, oltre a non cambiare una virgola a livello musicale, veniva incontro allo spettatore pigro scegliendo come titolo una parola con le prime tre lettere uguali a quello originale. Potevano titolarla Spezzacuori, Frantumacuori, approfittando della rima forse anche Pepperoni. E invece no. Avevano scelto Rubacuori perchè era molto più simile al Ruby di Ruby Tuesday. Se ti impeganvi, se ti lasciavi prendere dall'immaginazione, potevi anche pensare fosse una parola un po' anglofona, e in più non facevi nenache lo sforzo di ascoltare una canzone di cui non si capiva niente. Walter Salles è un po' un Renato Brioschi del cinema. Del film di Nakata ha cambiato poco o niente. Per rischiare il meno possibile, per dare l'illusione a chi consce l'originale che è la stessa cosa, spesso si è limitato a replicarne gli elementi. Oltre ovviamente all'intreccio principale, ritroviamo per esempio il viraggio seppia dei flashback iniziali, gli spazi attorno ai quali si articola la storia (l'appartamento, simile anche nell'arredamento, l'ascensore, il tetto, la scuola). Possibile che non si sia cambiato niente? Perchè allora rifare un film? La motivazione più logica a questo punto potrebbe fare rima con razzismo (nei film di Nakata c'è della gente gialla). In realtà una differenza c'è. Il film di Nakata stupiva per come riusciva a inserire in un horror degli elementi melodrammatici. Nel finale, mentre si raggiungeva il picco di tensione, il culmine orrorifico, si riusciva a spezzare il ritmo con un cambio di registro assolutamente spiazzante. La sua forza stava proprio in questo repentino ribaltamento, grazie al quale i due generi subivano un aumento esponenziale. Rafael Yglesias, lo sceneggiatore a cui è toccato trasportare Dark Water dal Giappone alla periferia New York, ha solo intuito la forza melodrammatica di questa storia di spiriti e l'ha spalmata (moltiplicandone anche alcuni elementi) su tutto il film, con l'ansia di spiegare tutto, di essere chiaro, impedendo in questo modo quel veloce cambio di registro di cui sopra e limitando quindi la potenza del film. L'errore è simile a quello fatto da Verbinski per il suo Ring a stelle e striscie. Li si esasperavano gli elementi orrorifici, qui si è scelto di puntare sul melodramma.

FEDEmc

postato da secondavisione | 12:53 | commenti (3)
 

Non perdetevi neanche una puntata di Seconda Visione

Grazie ad Andrea, il webmaster di Città del Capo - Radio Metropolitana, adesso abbiamo anche l'archivio audio. Cliccando sul link, che trovate anche nella colonna qua a sinistra, in alto, potrete sentire e scaricare tutte le puntate della trasmissione, dalle 23 circa della sera stessa del martedì, quando andiamo in onda.
E presto anche il podcast e le puntate in odorama.
Ma quanto siamo avanti, quanto.

postato da secondavisione | 11:49 | commenti (1)


venerdì, ottobre 07, 2005
 

Romanzo Criminale, Michele Placido, Italia-Francia-Gran Bretagna, 2005

Non vorrei entrare nel merito della questione fedeltà/infedeltà con il librone di Giancarlo De Cataldo, primo perché non l'ho letto, secondo perché in generale la faccenda mi sembra un po' sterile. Per quanto riguarda l'altro livello di fedeltà, quello di secondo grado diciamo, non verso il romanzo, ma verso la realtà dei fatti che ha lo generato (la storia della banda della Magliana), c'è una lettera di Sergio Segio (fondatore di Prima Linea) a Dagospia. A voi i commenti.
Il film di Michele Placido, quindi. Rise and fall di una banda di amici che partono dai piccoli reati nella sterminata periferia della città di Roma, fanno il botto con il sequestro del Duca Rosellini (Grazioli Lante della Rovere, nella realtà), usano il ricavato per conquistare il mercato romano dell'eroina (e anche quello del gioco d'azzardo, dell'usura, delle scommesse clandestine), stringono legami con la Destra Eversiva e i Servizi, crollano quando gli agganci con il Potere diventano soffocanti.
E qui c'è il primo problema, perché se la caduta è raccontata con misura, in uno scenario cupo e invernale, a mancare del tutto è proprio la parte dell'ascesa del gruppo criminale. Scelte narrative, si dirà. Può essere, ma la questione mi sembra strutturale: ogni genere ha le sue regole e un gangster movie in cui i protagonisti dopo 5 minuti hanno l'unico problema di come investire i soldi, quanto meno non definisce a fondo i suoi soggetti. La falla non è molto evidente, perché Placido sceglie un gran cast e lo lavora con una certa maestria. In parte tutti i protagonisti maschili: Rossi Stuart, Favino e Santamaria sembrano il buono il brutto e il cattivo e, toh, anche Accorsi non sfigura. Ottimi i comprimari, che in questo tipo di film sono una specie di sfondo che non si può sbagliare. Antonello Fassari, Er Patata, Elio Germano, Donato Placido (il fratello), Francesco Venditti, Massimo Popolizio, chi più chi meno, non devono fare il saggio di recitazione, devono esserci e basta. Però le facce alla lunga, e il film dura 150', non bastano. Non bastano, intanto, perché al lavoro sui visi non corrisponde un lavoro sugli ambienti: pochi esterni, niente strada, niente borgata. Che qui vuol dire: niente riferimento alle radici, alle forze che generano uomini e comportamenti. Non ci si poteva aspettare una riedizione della Roma di Pasolini, però, se per scelta o per necessità, si gira tutto al chiuso forse bisogna avere la forza (drammaturgica) di mescolare tutte le carte della storia. Ma questo non avviene perché (ahi Rulli, ahi Petraglia) in fase di sceneggiatura si mantiene la solidità del plot, ma si condensano fino al telegrafico le definizioni e gli snodi narrativi. Il discorso è il solito di tanto cinema italiano, quello dove c'è sempre un personaggio che "sa troppo", pontifica su come andrà a finire, interpreta il presente ed emette giudizi. Placido, ad essere onesti, concede a tutti e tre i suoi protagonisti almeno un momento di lucidità e di epifania esistenziale, ma il discorso sembra sempre quello: far parlare di più per filmare con più agio. Esempio: non è possibile (ed era effettivamente difficile) approfondire il carattere del Nero (modellato su Massimo Carminati), terrorista fascista amico della banda? Allora si inquadra una copia di Julius Evola, Rivolta contro il mondo moderno, Ed. Mediterranee, Roma, 1969, e siamo a posto. Lasciando ovviamente perdere qualsiasi problema di focalizzazione (chi vede il libro? chi è in grado tra i borgatari in scena di riconoscerlo?),  ma soprattutto di opportunità (a cosa serve Evola dopo due ore di film?).  Lo scrupolo bibliografico, a differenza di quanto può accadere nei film con le persone colte e i poster di Frida Kahlo alle pareti, non può tenere in piedi il tutto, che infatti, prima di un finale parecchio discutibile, si regge soprattutto nei duetti e nei dialoghi stretti. Cioè, dove la regia solida di Placido lavora con più scioltezza. In colonna sonora c'è Un'emozione da poco di Anna Oxa (Fossati-Prudente): che bello!

p. 

postato da secondavisione | 19:16 | commenti (8)