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martedì, novembre 29, 2005
HARRY POTTER E IL CALICE DI FUOCO, Mike Newell, UK/USA, 2005
Quarta trasposizione cinematografica per i personaggi creati dalla penna miliardaria di J.K. Rowling e terzo cambio di regista. Da Chris Columbus (i primi due film: La Pietra Filosofale, La Camera dei Segreti) a Mike Newell (regista già di Quattro Matrimoni e un funerale) passando per Alfonso Cuaron. Il regista di Y Tu Mama Tambien era riuscito a dare - con il suo Il Prigioniero Di Azkaban - quella patina, quella leggera spennellata di dark alla saga, fino ad allora abbastanza su toni pastello, che necessitava per andare di pari passo con i libri. Con la crescita fisica evidente dei personaggi, con lo svilupparsi delle loro storie private e soprattutto con l'introduzione della paura della morte, Hogwarts e il mondi di Harry Potter in generale passava da luogo giocoso e sempre in luce, a un mondo molto meno rassicurante, perennemente buio e battuto da pioggia. Il passaggio è stato piuttosto cruciale: da quel momento in avanti, quando si pensa ad Harry Potter si immagina un mondo piuttosto oscuro, un setting in qualche modo avvicinabile a quello della trilogia de Il Signore degli Anelli. Il fatto che poi Cuaron, tra i tre decisamente il nome più particolare o quello dotato di un apparato visivo più forte, sia stato abbandonato e la regia sia stata affidata al ben più canonico Newell, ci conferma quest'idea. L'operazione di Cuaron ha sortito l'effetto desiderato, tanto che dopo l'anteprima per la stampa italiana le solite firme si sono affrettate a scrivere Harry Potter diventa horror!". In realtà questo Calice di Fuoco, al di la dell'ambientazione e di qualche scheggia impazzita, di orrorifico ha poco o niente. Vero è che si parte con un incubo e si conclude con la prima prova tangibile di quella paura di morire introdotta nel terzo, ma il resto del film scorre decisamente su altri binari. Steven Kloves, lo sceneggiatore della serie, deve avere intuito di dover adattare il capitolo letterario più debole (quello che, se il tutto fosse una trilogia, sarebbe il secondo capitolo) e spinge sul lato personale e sentimentale della faccenda, e se il film spesso ricorda più una puntata di Dawson's Creek che un film horror, non è un caso. Tutta la parte centrale della pellicola, con la bella sequenza del ballo come nucleo (straordinariamente weirdo il super gruppo con Jarvis Cocker dei Pulp e Jonny Greenwood dei Radiohead alle prese con la hit single Do The Hippogriff), è un concentrato di esplosioni ormonali (l'arrivo a Hogwarts delle fatine gnocche e dei maschioni russi, ma basterebbe l'occhiata che Ermione e la sorella di Ron dedicano all'entrata in scena di Cedric all'inizio del film) e crisi adolescenziali (l'invidia di Ron nei confronti di Harry, la scenata di gelosia fatta da Ermione a Sam) che Mike Newell gestisce senza particolari vezzi o idee, ma anzi scomparendo tra il largo uso di effetti speciali (mediocri) e la solita parata di comprimari insostituibili come Micheal Gambon, un ispirato Brendan Gleeson, Ralph Fiennes, Timhoty Spall, ecc... Forse meglio del libro, H.P. e Il Calice di Fuoco conserva anche su grande schermo la sua natura di capitolo di passaggio all'interno della saga, ma riesce comunque a divertire e, qua e la, ad emozionare. Come da intento.
FEDEmc
giovedì, novembre 24, 2005
WOLF CREEK, Greg McLean, AUS, 2005
Presentato all'ultimo festival Di Cannes, Wolf Creek è l'esordio al cinema del giovane Greg McLean. Australia, fine anni '90: un ragazzo australiano e due turiste inglesi attraversano coast to coast l'Australia con lo scopo di arrivare a Wolf Creek, un enorme cratere generato da un meteorite caduto sulla terra milioni di anni fa. Dopo un guasto alla macchina, circondati dal nulla, persi in mezzo al deserto, i tre incontreranno un simpatico e arzillo villico che, con la scusa di aiutarli, li rapirà con l'intenzione di torturali e ucciderli. Basato su fatti realmente accaduti (una didascalia iniziale ci informa che ogni anno in Australia vengono denunciate 30000 persone scomparse. Il 90% di queste viene ritrovata quasi immediatamente, la percentuale restante, se ci basiamo sul film, pare non passarsela allegramente) Wolf Creek è un buon slasher, piuttosto canonico, ma con alcuni elementi piuttosto interessanti. McLean, anche se esordiente, sa come gestire la tensione e costruisce una lunga prima parte tra il road movie e il documentario, dove ha terreno facile per presentare con calma i tre protagonisti e spargere lentamente, ma inesorabilmente, i primi elementi inquietanti. Il classico viaggio dei soliti giovinastri in salsa horror, man mano che i tre raggiungono il sito del titolo, assume toni sempre più scuri: il paesaggio australiano, e qui arriviamo forse al centro del film, inghiotte, assorbe. Si parte dalla civiltà (le spiagge affollate, le feste...) per tornare al centro della terra, a una bolla di passato nella quale ci si ritrova persi e soli, in balia degli eventi o di qualsiasi forza negativa. Il villain di Wolf Creek esce da un'idea rassicurante e turistica dell'Australia. Un burbero ma ciarliero Mr. Crocodile Dundee, dalla risata e dalla birretta facile, pronto ad aiutarci nel momento del bisogno salvo poi crocifiggerti o torturarti con "questo è un coltello!". La parola esatta c'è ed è Boogeyman, l'uomo nero. Una presenza in gradi di dominare lo spazio come nessun altro, verrebbe da dire dotata di poteri soprannaturali perchè emanazione diretta del paesaggio che lo ha generato. In Wolf Creek si ritrovano schegge di quel cinema del disagio presenti in un film come Picnic a Hanging Rock. Il film di Weir è del 1975, e i conti tornano se pensiamo che il cinema a cui McLean sembra poi fare riferimento è quel New Horror che tra il 1974 (Non Aprite Quella Porta) e il 1977 (Le Colline Hanno Gli Occhi) sconvolse l'America minando la sicurezza di una terra che si pensava sicura perchè tutta conquistata, conosciuta. Cattivo, spietato, con un basso tasso di sangue (soprattutto se lo confrontiamo con l'altro horror della stagione The Descent) ma con una tensione spesso difficilmente sostenibile, Wolf Creek non si inventa niente: come il francese Alta Tensione omaggia dichiaratamente un genere cinematografico, gestendone però al meglio tutti gli elementi. Non poco e non male.
FEDEmc
domenica, novembre 20, 2005
La marcia dei pinguini, Luc Jacquet, USA/Francia 2005
Si è iniziato a sentire qualcosa di questo La marche de l'empereur mesi prima della sua uscita, visto che ha registrato incassi record in tutto il mondo, superando perfino l'ultimo film di Lucas nella classifica statunitense. Ma le voci intorno al film non sono quasi mai andate al film stesso: si è parlato, infatti, di tutta la faticosa preparazione (la troupe è stata nove mesi al Polo Sud, anche a quaranta sotto zero), si è parlato del "fenomeno-pinguino", un animale che dai videogiochi ai sistemi operativi sta diventando sempre più diffuso, come icona, alcuni neocon hanno addirittura preso il pinguino come corrispettivo filmico, in evidente crisi d'astinenza simbolica. Quando il film stava per uscire anche in Italia, l'attenzione si è focalizzata su Fiorello, scelto per interpretare la voce narrante del film. E allora iniziamo proprio da questa. Poteva andare peggio. Nel senso che Fiorello ci mette del suo, alcune battute sono chiaramente riconoscibili come farina del suo sacco, perché se ne avverte la forzatura, ma alla fine si contiene. Se si può storcere il naso quando fa la vocina del pulcino di pinguino, è bene ricordare che nella versione francese originale sono ben tre gli attori che danno voce al film: uno per il pinguino maschio, una per la femmina e uno per il cucciolo. Il problema, invece, di questo film/documentario è proprio che non si capisce dove voglia essere collocato. Non è, infatti, qualcosa di simile a Microcosmos, dove immagini strabilianti della vita degli insetti riprese in un banale prato dietro casa venivano usate per raccontare una storia, per così dire, fittizia. Ma non è neanche un documentario: troppe, infatti, sono le domande che chiunque potrebbe porsi, e alle quali non viene neanche data una risposta scientifico-divulgativa alla Quark, per intenderci. Rimane quindi entrambe le cose, senza esserne nessuna: il materiale di immagini che Jacquet e la sua troupe hanno collezionato è meraviglioso, spettacolare e qualitativamente altissimo. Nei momenti di silenzio il film sembrerebbe veramente un documentario, ma ci aspetteremmo una voce "spiegante" e non una narrante, subito dopo. D'altro canto l'idea narrativa del regista è forte: basti pensare a quanto osi nel rappresentare un flashback di un pinguino, in uno dei momenti secondo me più interessanti del film, ad un livello puramente teorico quasi dirompente. Detto questo, sia chiaro, il film rimane affascinante. Mi chiedo cosa sarebbe vederlo senza audio del tutto. Eh già, perché se solo a volte la voce di Fiorello infastidisce, la colonna sonora è di una coerenza impressionante: brutta dall'inizio alla fine.
Francesco
sabato, novembre 19, 2005
Crash, Paul Haggis, USA, 2004
Esordio alla regia dello sceneggiatore Paul Haggis, che per Milion Dollar Baby di Eastwood si è portato a casa anche l'Oscar. In America si è gridato al miracolo, ci si è affrettati a parlare di un film "capace di rileggere le angosce dell'America post 11 settembre" (per cortesia: anche basta), ci si è strappati i capelli per gli attori. Poi sicuramente mi sbaglio, ma Crash qualcho Oscar lo vincerà. Il Crash del titolo (e il contatto fiscio aggiunto nel titolo italiano) fa riferimento a incidenti stradali, spesso la molla delle storie che Haggis intreccia in quel di Los Angeles. Ebbene si, ancora una volta L.A. e, ancora una volta, storie che si intrecciano. I modelli a cui Haggis fa riferimento – America Oggi, ma anche Magnolia - finiscono per schiacciarlo e la sensazione è quella di vedere un film derivativo e anche molto "vorrei ma non posso" (Haggis non è Carver) . Al di la di uno stile registico piuttosto abbozzato e elementare, quello che stupisce maggiormente è proprio come manchi un'armonia tra le varie storie messe in scena. Spesso i personaggi vengono solo abbozzati o, peggio, vengono abbandonati sul più bello. Difetto accentuato dalla scelta di raccontare il film con un lungo flashback di 24. La sequenza iniziale, a cui si immagnia poi tutto debba tornare o attorno alla quale tutto sembrerebbe gravitare, si perde e viene superata dalla miriade di siparietti che compongno il film. Il tema principale del film, l'integrazione, gli stereotipi razziali sono tutti raccontati allo stesso modo. Si prende una convinzione (più o meno razzista: i due gangsta neri, il poliziotto razzista, il nero succube delle imposizioni dei bianchi), la si presenta per poi negarla o sottolinearla con un effetto sorpresa. Che alla terza volta magari non è più sorpresa. Questo, oltre a essere in molti punti consolatorio e populista (Sandra Bullock che abbraccia la colf o Ludacris a spasso con i pargoli cinesi gridano vendetta) non ha assoltuamente nessuno conttto con la realtà odierno americana. Se escludiamo la battuta iniziale, con cui ovviamente un americano venditore di armi brutto e razzista insulta un persiano accusandolo di aver buttato giù le due torri, Crash potrebbe essere tranquillamente un film girato alla fine degli anni '90. Si salvano Matt Dillon, sempre più bravo e granitico, la bellezza di Thandie Newton e ben poco altro. Se proprio vogliamo rompere le palle, i difetti di Milion Dollar Baby erano infatti tutti in sceneggiatura.
Napoleon Dynamite, Jared Hess, USA, 2004
Clamoroso successo in America, ignorato in Italia a dispetto di una larga campagna pubblicitaria, Napoleon Dynamite è un oggetto molto strano. In primo luogo perchè fa di tutto per sembrare un film indipendente, mentre non lo è. Il fatto che sia prodotto dalla Paramount e dalla Fox mi sembra già un buon indizio. Tentiamo di vedere quali sono gli altri. Il film è una sorta di destrutturazione high scool movie in salsa nerd, stralunato e folle. La vita di Napoleon Dynamite scorre lente e noiosa, tra un odioso fratello assorbito da chat porno, lo zio ancorato al 1982 (che sembra anche l'anno di ambientazione del film) che ordina macchine del tempo su riviste per dementi, l'amicizia con Pedro (un messicano stupidissimo e semi narcolettico), il tentativo di integrarsi da qualche parte. Non importa dove: al liceo o a una scuola di mazzate. L'importante è sentirsi integrati. Lento, spesso senza alcun senso, il pregio del film è quello di rappresentare un personaggio esagerato, un nerd quasi ritardato assolutamente folle, in modo piuttosto neutro, escludendo qualsiasi tipo di distanza con quelli che dovrebbero essere i normali. Spesso però, contro le volontà iniziali, le regole dei film presi a riferimento rimangono invariate, per cui non si scappa da una "rivincita del nerd" finale con annessa scoprta della qualità nascosta, un macchiettismo nel trattare i fighi della scuola, qualche tocco d'umorismo fin troppo facile o greve e un'aria conciliante . Interessante se lo si vede come piccolo esordio un po' folle, ma niente di più. il popolo di Mtv che l'ha premiato e l'ha preso a film di riferimento, al solito non ho capito niente. Considerare un ritardato cool perchè veste in maniera bizzarra è, oltre che limitante nella comprensione del film, razzista. Belli i titoli di testa. Chi la visto in America mi assicura che dopo i titoli di coda ci sono altri dieci minuti di film, scomparsi nella versione italiana.
FEDEmc
venerdì, novembre 18, 2005
RICICLANDO I POST DI VENEZIA…
L'ARCO, Kim Ki-duk, Sud Corea, 2005
Un vecchio pescatore vive su una barca con una giovane a cui ha salvato la vita e di cui è morbosamente innamorato. La ragazza, grazie alla quale il vecchio riesce a vedere il futuro, è cresciuta isolata dal mondo, lontana dalla realtà, in un laconico mondo in cui amore paterno e carnale si vanno a mescolare e a confondere. L'apparente ordine di questo mondo immutabile, in cui il tempo perde progressivamente di significato, di questo amore violento ma idealmente perfetto entrerà inevitabilmente in crisi. L'ultimo film di Kim Ki-duk, in concorso all'ultimo Festival di Cannes, tenta di porsi in linea con Ferro 3, raccontandoci una storia d'amore di o tra fantasmi attraverso le piccole cose, il ripetersi e il mutare di determinate situazioni, ma segna al tempo stesso un passo falso per il regista coreano. Quello che stupisce è come, tornando sullo stesso terreno a meno di un anno di distanza, si rischi pesantemente la maniera e si finisca per infarcire (soprattutto) la seconda parte del film di simboli e metafore di estrema pesantezza e banalità. Stilisticamente, di pari passo, spesso si cade in basso (la silhouette del pescatore impegnato a suonare di profilo l'arco del titolo sulla prua della barca lascia di stucco) e se è vero che si riconscono temi e situazioni proprie del regista non si può fare a meno di notare un loro indebolimento. Escludiamo dal commento, per non rischiare il penale, la colonna sonora: forse la più brutta e insostenibile che mi sia mai capitato di ascoltare.
La seconda notte di nozze, Pupi Avati, Italia
Vedere i film di Avati, ormai, dà lo stesso senso di andare a fare il pranzo della domenica da parenti vecchi e insopportabili. Quelli che ti dicono "ma ce l'hai la fidanzata?" e si ostinano a prenderti la guancia tra pollice e indice. I pranzi in cui sai perfettamente cosa ti verrà servito, dall'inizio alla fine, e anche cosa si dirà: luoghi comuni, discorsi da italietta punteggiano l'antipasto freddo, le tagliatelle col ragù o i tortellini in brodo. Prima del secondo si farà sicuramente una bella considerazione sul tempo, troppo freddo o troppo caldo. Alla fine verrà imposta la visione del mondo dei vecchi parenti, prima dell'immancabile visione delle foto, su divani polverosi che sanno di naftalina, come ogni portata del pasto, del resto. Non si vede l'ora di andare via, ma, quando ci si alza, il pranzo e i discorsi hanno irrimediabilmente appesantito stomaco e cervello, e i nefasti effetti della giornata durano fino a sera.
"La seconda notte di nozze" è noioso, banale, ripetitivo, "simpatico" e ammiccante. Parla di pazzi-dal-cuore-d'oro, della nostrabellaitalia, dell'arte di arrangiarsi, c'è katiaricciarelli, tanti bei paesaggi, nerimarcorè, del cinema, sì, perché il cinema dopo la guerra faceva sognare e dimenticare le brutture e gli errori di quegli anni, c'è bologna e la puglia, battute di-ver-ten-tis-si-me, tanta simpatia e buonumore. E i sentimenti, non dimentichiamoci i sentimenti. "Ce l'hai la fidanzata, allora?"
Il film inizia con la storia di una bambina che salta su una mina "e che ha fatto una gran luce nel cielo". Il film si conclude con la stessa storia e con una dedica "a tutti i bambini che hanno fatto una grande luce nel cielo".
Va bene, ma dopo il limoncello me ne vado.
Tim Burton's Corpse Bride, Mick Johnson, Tim Burton, USA
Evviva evviva evviva! Come definire questo film se non come un capolavoro? Riprendendo una leggenda ebraica, Burton racconta di Victor (doppiato da Johnny Depp), che, facendo le prove per un matrimonio combinato, infila la fede in quello che sembra un ramo che spunta dal terreno, e invece si rivela essere l'anulare della sposa cadavere del titolo. Victor viene così trascinato nel mondo dei morti... Sarebbe un delitto dire una sola parola di più sulla trama del film, va visto e basta. Ma, se la struttura ricorda molto Nightmare Before Christmas, a partire dalla suddivisione in due mondi, questo film è superiore sotto molti punti di vista. Tecnicamente, innanzitutto, si usa l'animazione a passo uno in maniera splendida, a partire dalle possibilità espressive dei volti e dell'attenzione ai dettagli, alle ombre, allo sfondo. Ma anche visivamente il film dona, fin da subito, dei momenti quasi psichedelici, con la musica di Elfmann ancora una volta in primo piano quasi quanto le immagini. Burton può spingere sul suo adorato modo di fare humor nero, scherzando con la morte e l'amore e osando con giochi di parole e battute che funzionerebbero anche da sole. Il problema è vedere come saranno tradotte e doppiate. Lo so che suona antipatico, ma vederlo in lingua originale è necessario più che per altri film. Non oso immaginare la sposa doppiata da Michelle Hunziker o il protagonista doppiato da Luca Laurenti, quando ci sono voci originali come quelle di Helena Bonham Carter e di Christopher Lee. Anche lo spirito citazionistico è presente, con evidenti riferimenti al Nosferatu di Murnau e altre pellicole. E, proprio a questo proposito, basterebbe il fatto che viene citato Via col vento, con tanto di musichina, con leggerezza e ironia, per confermare le capacità di Burton e la bellezza assoluta di questo film.
I FRATELLI GRIMM, Terry Gilliam
Jake e Will Grimm (rispettivamente Ledger e Damon) sono due cialtroni che girano di villaggio in villaggio truffando la superstiziosa popolazione tedesca. Facendo leva sulle paure della gente e utilizzando trucchi da vaudeville, inscenano lotte con streghe, troll e giganti. Grazie a questa loro attività si guadagnano da vivere, il rispetto della gente, Will qualche donna, Jack qualche leggenda in più da collezionare in vista del libro di fiabe che un giorno scriverà. Forse però, non tutte le leggende sono completamente inventate. A distanza di sette anni da Paura e Delirio a Las Vegas, torna il talento visionario di Terry Gilliam con uno splendido e fantasiosissimo film. Mettendo in corto circuito le favole scritte dai fratelli e le loro vite "reali", Gilliam realizza una favola cupa e gotica in cui tutto può accadere a patto che si sia disposto a crederlo. La fantasia necessaria per relizzare, inventare favole (o film) è anche l'ingrediente necessario perchè queste poi prendano vita e diventino racconto. Scritto da Ehren Kruger (suoi gli scripts di Scream 3 e delle versioni occidentali dei film di Nakata) i Fratelli Grimm è un grande film in cui lo stile di Gilliam, ancora fortunatamente ancorato ai vecchi trucchi visivi in stile Monthy Python's (tipicamente inglesi. Vedi oggi come oggi la Guida Galattica) risulta perfetto. Una gioia per gli occhi. Tranquilli: la Bellucci conferma la sua inadegutezza.
giovedì, novembre 10, 2005
ELIZABETHTOWN di Cameron Crowe
(ripubblichiamo la recensione dopo la visione da Venezia, giusto per fare polemica)
Drew (Orlando Bloom) è riuscito a progettare una scarpa talemente brutta da far fallire una enorme multinazionale sportiva. Sull'orlo del suicidio, viene raggiunto dalla notizia che suo padre è passato a miglior vita. Nel viaggio verso Elizabethtown, città paterna, incontrerà Claire (Kirsten Dunst), una hostes invadente, simpatica e tanto carina. Tra una gags e n'altra - pranzi, cene, messe ed eventuali - tra i due (giuro) scatta (non so se ce la fate ad immaginarlo) l'amore. cameron Crowe, dopo aver dato al cinema film dello spessore di Vanilla sky e Jerry Maguire, insiste nel realizzare a mio avviso il peggio del cinema americano. Personalmente insostenibile, il film, può al massimo ambire ad essere descritto con la frase "Beh... dai... una commediola carina... senza pretese". Tipo il vuoto. Però carino. La via vorrebbe essere quella della commedia intimista: i due protagonisti - noti infatti per la loro bravura, sicuramente la loro particolarità - dovrebbero fare, definizione loro, fare "le riserve". Sono un pò degli emarginti, insomma. Non come tutti gli altri, quella plebglia che li circonda: rozzi, ignoranti, caciaroni. No, loro hanno dei sentimenti. Sono tanto carini e saggi. Ed è qui che girano le palle. Perchè Crowe illude tutti con l'idea della "commediola carina" per poi fare dire ai suoi protagnoisti delle ricettine, delle regoline - ovviamente disarmanti nella loro banalità - su come prendere la vita.In realtà Elizabethtown, oltra a dire che nella vita "o è tutto bianco o è tutto nero" è uno di quei film in cui ogni 30 secondi parte un pezzardo che permette al regista di fare delle belle ellissi dove i protagonisti ammiccano e fanno le faccette. Susan sarandon, dopo aver fatto l'isterica per la prima parte del film, delizia il pubblico con un numero di tip tap. Orlando Bloom lo si confonde spesso con un posacenere da tanto è espressivo. rimane la Dunst con la maglietta dei Low. E basta.
FedeMC
martedì, novembre 08, 2005
Oliver Twist di Roman Polanski
Oliver Twist è un film per bambini? La domanda potrebbe suonare assurda, come cercare di attribuire il romanzo di Dickens a un genere, come quello della letteratura per ragazzi. È ovvio che non lo sia, come non lo è il film.
Oliver è l’opposto dell’eroe di azione: ho sentito sbuffare parecchi spettatori – adulti – nella sequenza finale in cui viene preso in ostaggio. Come se dicessero: perché non reagisce, perché obbedisce, perché non tira un calcio nelle palle al suo sequestratore come farebbe ogni (moderna) vittima che si rispetti? Oliver svolge una doppia funzione: riflette tutta la cattiveria del mondo che lo circonda, la bruttura esacerbata delle costruzioni vittoriane/ghetto di Varsavia dell’infanzia di Polanski. Una bruttura che procede, come nelle migliore tradizione della riflessione sulla violenza e sul male, per enumerazione di episodi, che sfuggono susseguendosi l'un l'altro, che fanno saltare Oliver dalla padella alla brace, dallo sfruttamento minorile dell’orfanotrofio, all’ipocrisia della famiglia del becchino, dal viaggio senza meta, ai bassifondi di Londra. Oliver non riesce mai ad agire nella realtà ad incidere: non ruba mai, e paradossalmente non farebbe mai quello per cui tutta la banda di Fagin teme e vuole impedire, cioè non parlerebbe mai, non li tradirebbe. Ma il fatto che non agisca non ne fa un soggetto passivo: infatti è perfettamente consapevole di tutto ciò che gli accade, è consapevole del male che lo circonda, infatti l’unica effettiva azione che compie è quella del perdono. Sequenza in cui la religione di Fagin, esplicitamente omessa per tutto il film, emerge parzialmente in modo doloroso e assolutamente non riconciliato.
Quasi tutto il fascino del film risiede appunto nella costruzione del personaggio di Oliver, che rende viva e, malinconicamente, attiva ogni situazione: la ricostruzione di ambiente, perfetta, che diventa soffocante al suo passaggio, a tutti i personaggi che è come se passassero da umani a mostri per poi tornare umani nelle loro “estreme” azioni.
Il tocco di Polanski quindi non manca, solo che è più mediato, sceglie la via di passare attraverso un personaggio per creare gli effetti di senso e per spazzare via qualsiasi accusa di oleografia: la violenza diventa cupa e le azioni pesanti e difficoltose.
manu
(psst, ehi, sono un altro di secondavisione... l'autore mirabile del mirabile post qui non lo dirà mai, ma io sì: egli apparirà stasera come special guest nella trasmissione di quella mattamatta di Violetta! siateci.)
domenica, novembre 06, 2005
And the Radio Plays
Dallo stesso catering che vi ha dato trasmissioni storiche come Festa Ye-Ye, Pigiama Party (Anno primo), e la stessa qui medesima Seconda Visione, ecco a voi, dal prossimo martedì, ogni settimana, And the Radio Plays.
Al suo interno troverete: anticipazioni sul nuovo film di Kim Kim Kim: Phon. L'esclusivo trailer dell'ultimo prodotto Tafano Pictures, Amore amore amore. Diverse altre cosette musicali, eroiche (eroiche, senza "t") e non, che non stiamo qui a spiegarvi.
E inoltre martedì prossimo torniamo finalmente in onda a parlar di cinema, eh. Notate quindi lo sforzo nel non intitolare questo post "Un martedì da leoni". Poi dite che non siamo delicati, dite.
Il tutto ascoltabile anche in streaming, cliccando qua (all'ora giusta, si intende, se no ci scambiate per il GR di Popolare Network).
P.S. Ehi, incredibile! Grazie a quel guaglione di QP, And the Radio Plays andrà in onda in replica anche su Radionation, alle 1845 di ogni mercoledì. Per sentire, cliccate qua.
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