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giovedì, gennaio 26, 2006
WALLACE & GROMIT - LA MALEDIZIONE DEL CONIGLIO MANNARO, Nick Park & Steve Box, GB 2005
Ombre oscure incombono sull’annuale Fiera dell’Ortaggio Gigante: un coniglio mostruoso minaccia le verdure degli impauriti coltivatori. Toccherà alla squadra di salvaguardia vegetale “Anti-Pesto” vegliare sugli inermi bulbi.
Era con una certa trepidazione che si attendeva il primo lungometraggio con protagonista la fortunata coppia di personaggi di plastilina creata dalla fervida immaginazione di Nick Park, punta di diamante della Aardman Animations. Difficile immaginare le avventure dello strampalato inventore, fanatico di formaggio e crackers, e del suo geniale cane in un formato che superasse la canonica mezz’ora dei tre precedenti episodi. A Grand Day Out, The Wrong Trousers e A Close Shave, tutti diretti da Park, gli ultimi due premiati con l’Oscar come miglior corto d’animazione, il primo battuto sul filo di lana da Creature Comforts, altra opera dello stesso autore, avevano il pregio di riuscire a concentrare nella breve durata tecnicismi, originalità, ritmo ed ironia. Ci sono voluti cinque anni e dieci cortometraggi preparatori, messi in rete e riuniti sotto il nome Cracking Contraptions, per allestire il passaggio sulla lunga distanza e porre fine alle attanaglianti pressioni dei fans più accaniti. Cinque anni, duecentocinquanta tecnici, due secondi di girato al giorno, per cercare di bissare, e magari andare oltre, il successo di critica e di pubblico di Galline in Fuga, primo lungometraggio targato Aardman. Inutile dire che le aspettative non solo sono state mantenute, ma addirittura superate. Si cercherà di limitare, in questa sede, il linguaggio iperbolico e le lodi gargantuesche, unico, inevitabile modo per descrivere adeguatamente la pellicola e l’esaltazione suscitata dalla sua visione. Accanto ai due protagonisti, che mantengono caratterizzazioni e tic dei precedenti episodi, si srotola una straordinaria galleria di personaggi bizzarri: anziani coltivatori, sacerdoti col pollice verde, gran dame dell’alta società improvvisatesi suffragette (la Lady Tottington doppiata nell’originale da Helena Bonham-Carter), squattrinati avventurieri dal grilletto facile (Victor Quartermaine, con la voce di Ralph Fiennes) e, soprattutto, conigli, tantissimi conigli, che si inseriscono di diritto tra le grandi spalle animalesche della serie, fianco a fianco con il pinguino delinquente Feathers e la vorace pecora Shaun. Ironicamente, non sorprende quasi più l'animazione in stop-motion, arrivata ad un livello che rasenta la perfezione nella compiuta fusione tra movimenti di personaggi e macchina da presa, e qui arricchita da un uso più massiccio di effetti digitali che ben si sposano con la tecnica tradizionale. Ciò che colpisce maggiormente invece sono le trovate di sceneggiatura, reale punto di forza del film. Galline in Fuga presentava una copione tutto sommato convenzionale, complice forse l’esordio per una grande major e quindi la necessità di puntare su una storia di sicuro impatto, su cui si innestavano passaggi più personali. Al contrario, la nuova avventura del plastico duo è un capolavoro di inventiva, non rinuncia alla surreale libertà degli episodi precedenti né dimentica l’oramai usuale gusto citazionista, ricreando atmosfere care ai vecchi horror Universal. Il tutto realizzato con un pizzico di intelligenza, una buona dose di ironia, molta tecnica e tanta plastilina. Se penso che dovremo aspettare un altro lustro per un nuovo film Aardman…
Tom
mercoledì, gennaio 25, 2006
In attesa del post di Tommy su Wallace e Gromit, ripeschiamo, riaggorniamo e volentieri ripubblichiamo...
VENEZIA 62, I SEGRETI DI BROKEBACK MOUNTAIN, Ang Lee, 2005
1963, Wyoming. Jack e Ennis sono due giovani cowboy, di quelli che mangiano tabacco e lo sputano a terra da mane a sera, di quelli che nel tempo libero fanno i rodeo o spaccano la legna. Due omaccioni veri, insomma. Costretti a causa della loro situazione economica, a lavorare per un'intera stagione nel luogo del titolo pascolando pecore, i due, completamente isolati, stringeranno prima amicizia e successivamente una storia d'amore. Tornati alla vita reale si faranno una "normale" vita: chi sposerà una ricca ereditierà (Jake Gyllenhaal), chi invece continuerà a fare il cowboy duro e solitario con moglie e tre figli a carico (Heath Ledger), ma il ricordo di quella relazione non accenna ad andarsene. Ang Lee segue poi i successivi vent'anni di storia, in cui i due uomini porteranno avanti la loro storia, cercando di ritagliarsi uno spazio privato all'interno di un mondo e di una società ovviamente non ancora pronta ad accettare la loro relazione: tra mogli gelose, genitori ingombranti e il razzismo immaginabile in quel periodo tra Texas e Wyoming. Tratto dal romanzo breve di E. Annie Proulx, una storia d'amore toccante, tra due uomini che trovano l'uno nell'altro la parte mancante della loro vita per essere felici, la realizzazione di un sogno inconfessabile e da tenere nascosto, non solo a causa dell'impossibilità di uscire allo scoperto, ma anche per la gelosia che si prova per le cose belle. I due, pur profondamente diversi l'uno dall'altro, riescono a scacciare la loro inquietudine solo nei rari momenti passati insieme. Contro ogni mia aspettativa, Ang Lee è riuscito a realizzare un buon film, delicato e toccante, in cui riescono a trovare spazio, oltre alla storia d'amore principale, anche altri interessanti aspetti tra cui le dinamiche tra padri e figli e uno sguardo piuttosto lucido su un Paese in lenta trasformazione come l'America di quegli anni. (trasformazione lentissima, visto che nello Utah, anno 2006, il film è stato bandito). Ottima la prima parte del film, quella ambientata a Brokeback Mountain, fatta più d'atmosfera che d'altro - concentrata com'è sui campi lunghi e sulla dilatazione temporale - personalemente superiore alla seconda parte del film, decisamente più canonica (anche se più che piacevole). Aggiungiamo sconfortati che il film esce in Italia VM 14, che non solo è stato aggiunto quel I Segreti di... che ci sta a dire poco, ma che si è voluto tradurre anche l'orrendo sottotitolo "L'Amore è una Forza della Natura", che più ci penso e più mi sembra una cazzata. Rivisto a Bologna, segnalo, amareggiato, che durante il primo rapporto tra i due in sala si sono sentiti parecchi risolini d'imbarazzo.
FEDEmc
martedì, gennaio 17, 2006
PAROLE D'AMORE, Scott McGehee & David Siegel, USA 2005
(Attenzione: tasso di spoiler 110%. Vietata la lettura quindi ai masochisti decisi a vedere il film)
Che film. Incredibile. Tornando verso casa pensavo "Ma ti rendi conto? Non vedo l'ora di avere un figlio per poi vederlo crescere, vederlo raggiungere l'età della ragione... poi un giorno gli insegnerò a farsi la barba e dopo, magari sorseggiando una birra insieme, gli racconterò questo film". Sono cose che formano l'animo umano. Partiamo dal paratesto: sala piccola ma piuttosto piena. Pubblico prevalentemente femminile, età piuttosto alta, gran sfoggio di pellicce residuali dagli anni '80. I due bambini presenti corrono per il corridoio centrale della sala schiamazzando. Nessun(a) spegne il telefonino. Durante i titoli di testa squillano almeno 4 telefoni e arrivano un bel po' di sms. Nessuno si lamenta o osa fiatare. Dopo l'ingresso in scena del bel Richard, avviene ciò che mi ricordavo accadde all'apparizione di Leonardo Di Caprio in Titanic: tutto il pubblico femminile esplode in un sospirato ma rumoroso "ahhhhhhhhhhhh...". Per adesso tutto bene. Venti minuti dopo, i segni d'impazienza si fanno concreti. Un marito portato con la forza dichiara "madonna, quanto rompe le palle lui...". Alla fine del primo tempo qualche sospiro e molti brontolii. Verso la fine mi sembrava di essere tornato indietro nel tempo: la stessa sensazione che si provava nell'ultimo quarto d'ora della lezione di venerdì, messa sadicamente alla 5°ora, di matematica in 5° liceo durante una giornata di sole di maggio. Nessuno ne vuole mezza. Lo senti concretamente nell'aria. Appena si accenderanno le luci, lo sai perfettamente, tutti scapperanno e andranno fuori riassaporando la libertà. Scendendo le scale mi avvicino a una coppia di donne strette nelle loro pellicce di moda quasi 30 anni fa. Le due camminano lente a braccetto. Dopo qualche secondo di silenzio, la più arzilla guarda l'altra e dice "Ma allaura c'ha ragione il mio Claudio a vedere quei films la col sangue e la paura. Almeno la si capisse qualcosa...". Vittoria. Freddy Kruger batte Richard Gere. Almeno per i prossimi quattro minuti. Poi tutto tornerà alla normalità, ma almeno per quattro minuti anche una donna in pelliccia con a casa un 25 enne patito d'horror ne ha le palle piene di Juliette Binoche e di Richard Gere.
La storia: tratto dal romanzo di Myla Goldberg, Parole D'Amore (in lingua originale Bee Season, La Stagione dell'Ape), racconta la storia della famiglia Naumann, benestante famiglia ebrea di Oakland, California. Lui, Il bel Richard, è un professore di studi religiosi. Bello, giovanile, impegnatissimo, dinamico, amato dai suoi studenti, ha fatto studi cabalistici su cui ha basato la sua tesi. Cucina per la famiglia, aiuta la figlia genio nei suoi studi, suona il violino con il figlio problematico. Tra un piatto e una suonata di Bach se ne esce spesso con delle frasi del tipo "L'universo è Dio, Dio è Amore, la luce divina che compone le cose - che sono composte da parole che ci ha dato Dio, che è Amore Divino - è la luce dell'Amore che ci fa capire la complessità dell'Universo delle Parole dell'Amore di Dio. Che è Luce." Poi mangia una mela sorridendo e ammiccando verso la macchina da presa. E le pellicce fanno "ohhhhhhhhhhhhhhh".
Lei, la bella Juliette Binoche, è perennemente scocciata, non riesce a cambiare espressione neanche sotto tortura, è evidentemente annoiata sessualmente, non sopporta (giustamente) il marito, ha dei flashback incomprensibili di un incidente stradale, vaga in stato di trance - non si capisce facendo cosa - in alcune case a noi spettatori sconosciute, regala caleidoscopi e camicette vecchie alla figlia genio.
Il figlio è geloso della sorella genio, non sopporta (giustamente) il padre, è in cerca di una spiritualità che lo possa aiutare a non dare di matto ogni volta che il padre gli racconta cazzate come quelle di cui sopra.
La figlia sembra un automa, si sente trascurata dal padre (che è impegnato a spiegare l'intensità dell'Amore Divino mentre cucina del tofu), guarda con sufficienza il fratello problematico, non capisce perché sua madre abbia la monoespressione ma poi le regali dei caleidoscopi dicendo "Mi piace come cattura la luce", ma ha un dono. Eccelle nello spelling. Apriamo una parantesi: le gare di spelling vengono fatte nelle scuole elementari e medie americane per due ragioni. La prima è che nella lingua inglese le parole non vengono pronunciate come si scrivono, la seconda è perché hanno un'istruzione piuttosto ridicola. Li sono una cosa piuttosto normale (spesso si vedevano nei Simpson) in Italia non hanno senso. La figlia genio del bel Richard e della bella Juliette è un vero fenomeno nello spelling. Gare su gare, batte tutti, non la frega nessuno. Le dici anche parole difficilissime tipo "psoriasi", ma non la freghi. Strano perché il resto dei bambini impegnati in queste gare scazzano in continuazione (l'effetto per noi italiani è quello di vedere un bambino di 12 anni incapace di parlare correttamente). Ma come fa la figlia genio? Semplice. Lei va in trance. Chiude gli occhioni azzurri e ha delle visioni o delle allucinazioni. "Prima visualizzo le parole, poi le sento dentro di me, poi le vedo nella loro essenza" rivela la pargola alla madre. Wow. E pensare che il padre studia la cabala. Sarà l'essenza della Luce divina che compone le lettere che compongono le parole che compongono l'universo che è composto dall'amore della luce divina che è amore ad aiutare la fanciulla? Non si sa. Nel dubbio, via con del digitale a caso.
Come si evolve la situazione? Allora: si scopre che mamma Binoche non ci sta tanto con la testa. Si addormenta sul tavolo della cucina, le spuntano bozzi sulla testa, dice cose senza senso. Nel tempo libero si diverte a entrare in case altrui rubando oggetti a caso che colleziona segretamente in un garage comprato all'uopo. Viene sorpresa, arrestata, rinchiusa in un ospedale psichiatrico. Il bel Richard non capisce, va in ospedale e chiede spiegazioni. Lei lo guarda con occhio spiritato e farfuglia cose tipo "hai visto gli oggetti che belli, trattengono tanta luce... l'ho fatto per mettere insieme i pezzi di una vita andata in frantumi". Il figlio incompreso viene impezzato da una gnocca assurda conosciuta al parco. Dopo un secondo lei gli rivela di essere buddista e, ovviamente, felicissima. Lui, ebreo, tre giorni dopo si converte. Non rivela ai genitori di frequentare una buddista che lo porta in case piene di buddisti (per comodità la casa dei buddisti ha le porte arancioni) e, una volta scoperto, reagisce come un figlio che vuole andare contro le volontà dei genitori in discoteca la domenica pomeriggio. Il padre lo insulta dicendogli "Ma va come vai in giro vestito, con un mantello arancione". Il padre rompe le palle a tutti. Parla in continuazione ostentando una calma e una sicurezza che vengono puntualmente smentite. Nella scena clou del film è li che cucina il pollo alla griglia per la sua famiglia, che piuttosto che stare con lui guarda intensamente degli alberi in silenzio. Lui parla, parla, parla di tutto, di quanto è figo a fare il pollo "che è composto da Amore Divino e da Luce Interiore fatta d'Amore della Parola di Dio" e cose del genere. Arriva di colpo la gnocca buddista a trovare il figlio, che all'idea di potersene scappare dal padre esulta come i bambini di Genius. Richard non demorde e invita la gnocca a mangiare il pollo. "No grazie, sono vegetariana" "Ah! Ma faccio anche dell'ottimo Tofu!". Ed è a questo punto che in sala, il marito portato con la forza esplode nel liberatorio "maddona, quanto rompe le palle lui...". Richard sembra aver sentito e da questo momento in avanti si concentra solo sulla sua bambina genio e le insegna, con una superficialità disarmante, i principi della cabala: "Guarda, alla fine fai così, fai cosà, e raggiungi l'estasi" La figlia cade in trance al primo colpo e continua ad avere visioni. Arriva alla finale tipo mondiale di spelling e qui, per far tornare tutto alla normalità, sbaglia apposta l'ultima lettera dell'ultima parola (anche se una fenice infuocata fatta di carta le indica quella giusta). Richard piange per la sconfitta, ma tutto torna a posto. W la felicità. Il tutto in 104 minuti che paiono interminabili. Il fatto che nei titoli di coda venga salutato Anthony Minghella (Che se non sbaglio si vede in un simpaticissimo cammeo. Sicuramente recita suo figlio Max), dovrebbe rendere l'idea di quanto può essere palloso questo film. Ma è l'inutilità e la superficialità del film a stupire: si punta in alto, come si volesse puntare tutto sul lato e la fascinazione "letteraria" per realizzare un film d'autore, per poi svogliatamente firmare un film noioso, sciatto, recitato male e girato senza stile alcuno.
Concludo con una serie di bizzarre segnalazioni: poi io magari sono fissato, e passo per Woody Allen all'inizio di Io e Annie quando dice "hai sentito come ha detto Wagner?" però il film mi è sembrato particolarmente anti-comunista. In un flashback vediamo il figlio di Ricahrd Gere guardare fuori dal finestrino di un aeroplano. Essendo notte ed essendo posizionato vicino all'ala, il pargolo vede solo una luce rossa. Molto ingenuamente il bambino si volta verso il padre chiedendo: "Papà, Dio è rosso?". Richard Gere ride e risponde "No figliolo, direi proprio di no". Nella gara di spelling finale, sul palco ci sono molti ingrandimenti delle prime pagine dei vecchi quotidiani che riportavano la foto del vincitore delle vecchie edizioni. Se ci fate caso, molte delle notizie di spalla non sfigurerebbero su Il Giornale. La paura verso la Corea del Nord, elogi del maccartismo. Durante le gare vengono inquadrati, ovviamente una marea di bambini: quelli che sbagliano sono prevalentemente afroamericani o asiatici. Lo so, detto così sembra paranoia, ma la cosa è veramente insistita.
FEDEmc
domenica, gennaio 15, 2006
Match Point, Woody Allen, USA/GB 2005
(E per sicurezza dico: occhio, spoiler. Ma chissà se ci sono davvero.)
Non c'è, di solito, una vera e propria attesa, ultimamente, per i film di Woody Allen. Per chi scrive è una placida certezza vedere i suoi lavori al cinema, anno dopo anno, con una regolarità impressionante. Le uniche novità recenti hanno riguardato il modo in cui Allen promuove i suoi film: dopo il contratto con la Dreamworks, infatti, anche lui ha dovuto adeguarsi allo showbiz e rilasciare interviste a "grandi media", con poca possibilità di negoziare le sue apparizioni, un tempo ben più rare. Per quest'ultimo meraviglioso Match Point Woody è andato da Mentana e da Bonolis e, da quest'ultimo, ha rilasciato dichiarazioni dure e pessimistiche su vita, religione, carriera e morte (per avere un'idea di quello che ha detto, qui c'è un file Word con la trascrizione dell'intervista: cliccate con il pulsante destro e scegliete "Salva oggetto con nome). Dichiarazioni che rispecchiano perfettamente la cupezza e la crudeltà che regnano sovrane nel film.
Con Match Point Woody rilegge alcuni grandi temi del suo cinema, temi alti come il delitto, la punizione e la colpa, che già avevano trovato una magnifica trasposizione in Crimini e misfatti. Ma di rilettura si tratta: Allen ambienta il suo film a Londra, in un'alta società che non è, come nell'altro film citato, quella della borghesia ebraica newyorkese, ma quella dell'aristocrazia inglese. Accenna, senza voler fare alcuna critica di costume, ad enormi ricchezze, a matrimoni naturalmente combinati, e fa cozzare con tutto questo i due protagonisti del film. Lui, Jonathan Rhys-Meyers, è un irlandese maestro di tennis, ex-possibile testa di serie ATP. Lei, Scarlett Johansonn, è un'attrice americana che ha scarsi risultati. Non sono personaggi simpatici, così come non sono simpatici i componenti della famiglia inglese con la quale i due hanno a che fare. Allen, tuttavia, crea con maestria caratteri veri, che non è possibile liquidare con l'etichetta buoni/cattivi: ognuno ha qualcosa di gradevole e accettabile. Cosa rimane, allora, per prendere una posizione qualsiasi, per dare un ordine alle cose, per avere un punto di vista?
Non rimane la giustizia: la polizia si affida a rivelazioni (giuste) avute nel mezzo della notte, disattese da una "prova provata" falsa. Non rimane l'abilità: Rhys Meyers interpreta un ex-giocatore che, probabilmente, poteva davvero essere qualcuno; non sappiamo se e quanto sia veramente scarsa l'attrice impersonata dalla Johansonn. Non rimane altro che la fortuna, l'elemento che fa andare una palla da tennis oltre la rete, che fa vincere una partita, che fa vedere all'ultimo momento un bossolo caduto. In questo Allen sembrerebbe riprendere alcuni temi davvero ancestrali: la drammaturgia greca è da sempre presente nelle sue opere (basti pensare alla presenza del coro in La dea dell'amore o al bellissimo atto unico Dio). E quindi, nel prefinale, ci mostra visioni di spiriti che preannunciano, come Cassandre, punizioni giuste per chi ha ucciso, sofferenze e dolore. Nella stessa notte dell'apparizione, la giustizia viene "illuminata". Potrebbe esserci, quindi, un finale "giusto" e "sacro". Invece no. La vita continua, volgare e impunita e un nuovo essere umano arriva in questo (schifo di) mondo.
Francesco
venerdì, gennaio 13, 2006
The New World, Terrence Malick, 2006
La premessa d'obbligo è che, non avendo capito se il film mi è piaciuto o no, lo tornerò a vedere. Dieci anni fa andava di moda la New Age, in edicola si vendevano i cd di Yanni e di Kitaro. Non so voi: a me francamente sembravano un po' delle baggianate la cristalloterapia, la palingenesi nella natura e le indianerie come le magliette (abbastanza vendute in Toscana) con sù la scritta Etruschi for Lakota. Nel frattempo la New Age è finita un po' nel dimenticatoio e la mia opinione su questo calderone non è migliorata, anzi. Per quale motivo, allora, The New World mi risulta tollerabile, anzi di più: mi affascina? La storia è quella della principessa indiana Pocahontas ( Q'Orianka Kilcher) e del suo amore impossibile con il capitano inglese John Smith (Colin Farrell). C'è tutto quello che ci vorrebbe per fare un film insulso: la polarità (non articolata) tra nativi e occidentali, la macchina da presa puntata sulla incommensurabile natura, lo stupore che finisce lì da parte dei personaggi verso tutto quello che li circonda (espresso con voce over, eh), la personificazione nel dialogo e nella rappresentazione delle entità primarie (Luna, Dio, Morte...). Non mancano i tramonti viola sul fiume. E allora? Sperando che le questioni più importanti vengano discusse nel dibattito, mi limito a questo: The New World non è un film sulla palingenesi, sulla morte/rinascita dell'individuo in seno alla Natura (vedi Dead Man, per dire). E' piuttosto un film sull'entropia, sulla dispersione di energia, di forza, di vita in seguito alle trasformazioni. Questo perché Terrence Malick non si interessa all'Uomo, ma al Cosmo direttamente. Gli uomini sono trattati come accidenti o attributi del mondo: transitano senza lasciare il segno, senza cambiare o risultare cambiati. Tanto che si fa fatica a trovare il dramma, in un film come questo, nel senso di azione intersoggettiva che dà il via ad una serie di modifiche su uno stato di cose iniziale. Certo, ci sono la storia d'amore tra John e la principessa, il distacco, il matrimonio non d'amore con il brav'uomo John Rolfe (Christian Bale); ma gli eventi sono come svuotati d'importanza, la focalizzazione e il diritto alla voce over passano da un personaggio all'altro senza particolari imbrarazzi. La macchina di Malick , nel frattempo, punta al tramonto senza passare dal soggetto che lo contempla o, meglio, senza dare alla bellezza un valore relativo rispetto ad altro che non sia il mondo stesso. Per questo il film acquista un respiro cosmico: non perché racchiuda nella sua rappresentazione un sistema funzionante, complesso e infinitamente estendibile, ma perché si attiene solo all'immutabile e al ciclico. Per capire se il film è bello o no, se è culturalmente di retroguardia o no, ripeto, mi sa che ci vorrà un'altra visione.
p.
Sympathy for Lady Vengeance (Park Chan-wook, Corea del Sud, 2005)
Raccontano* che, all'ultimo Festival di Venezia, la sequenza della vendetta collettiva di Sympathy for Lady Vengeance sia stata accolta dal coro "fascista, fascista!". A stretto rigore di termini il film di Park Chan-wook è un film fascista, se accettiamo, con Walter Benjamin, che l'estetizzazione dei processi politici e, come in questo caso, umani è una strategia fascista. Senza contare, a un livello più terra terra, che il filone "il cittadino si vendica da solo" ha sempre avuto una precisa connotazione politica, da Charles Bronson a Maurizio Merli. Possiamo seguire allora fino in fondo, un po' per scherzo e un po' no, il suggerimento indicato dagli schifati spettatori veneziani? Andiamo con ordine, partendo dal plot. Sympathy for Lady Vengeance, come si capisce anche dal titolo e come facevano già o precedenti episodi della trilogia di Park (Sympathy for Mister Vengeance, 2002, e Oldboy, 2004) mette in scena una storia di vendetta. Geum-ja esce di galera dopo tredici anni e mezzo. E' stata condannata per il rapimento e l'omicidio di un bambino, in carcere pare si sia redenta, trasformandosi in una specie di angelo che assiste le altre detenute. In realtà, non ha fatto altro che mettere in piedi relazioni e crediti, preparando la vendetta contro chi le ha distrutto l'esistenza. Geum-Ja ha una caratteristica singolare nel cinema contemporaneo: deve scontare una colpa, ottenere un perdono. Soltanto che la colpa in questione non è quella che si potrebbe immaginare, non si tratta dell'omicidio del bambino. Anche Sympathy for Lady Vengeance, almeno in confronto con il precedente Oldboy, ha una caratteristica interessante: non sembra ansioso di riscattare (o, come potrebbe succedere all'inverso, di rimarcare) la propria natura di prodotto di genere, che affonda figure e snodi narrativi nel più grosso serbatoio tematico conosciuto dalla koinè del cinema dei generi, la narrazione della vendetta, appunto. Le belle immagini, la cura esasperata del quadro sembrano davvero una protesi dell'abito mentale della protagonista Geum-Ja: gli ambienti chiusi perché ripetuti, i personaggi inquadrati di straforo o come se li si stesse spiando rimandano ad una geografia carceraria davvero assunta come forma, anziché semplicemente raccontata. Film fascista, quindi? No, in primo luogo, perché il rapporto con la tradizione non è impostato in termini di legittimazione. No, soprattutto, se pensiamo che l'aggancio alla passione primordiale non esaurisce il percorso del personaggio, ma è parallelo e funzionale alla ricerca della Persona che può concedere perdono e comprensione. La vendetta non accresce, non risarcisce e non arricchisce la protagonista: elimina lo schermo che la separa da ciò che davvero vale per lei. Solo tramite l'ascesi nella violenza, l'annullamento della passione, Geum-ja ristabilisce un equilibrio dei sentimenti utile per costruire il futuro e non per chiudere il passato. Un film cattolico, allora, con una sequenza finale che tra lo stupore, l'abbraccio madre-figlia e l'idiota in secondo piano, si spera di non esagerare, potrebbe essere girata da Pasolini.
p.
mercoledì, gennaio 11, 2006
SAW II: LA SOLUZIONE DELL'ENIGMA, Darren Lynn Bousman, USA 2005
 Il primo film fu un (piccolo) caso. Una sceneggiatura ad effetto, qualche colpo basso inaspettato e quell'aria da piccolo film libero e selvaggio che ce l'aveva fatto trovare simpatico. Niente di che, semplicemente una boccata d'aria in un genere a cui teniamo particolarmente. Sfortunatamente alla Lions Gate qualcuno ha pensato che dall'Enigmista, spremendo spremendo, ci si poteva tirare fuori ancora qualcosa. Cambio di regia ( James Wan, regista e scenegiatore del primo capitolo diventa qui produttore esecutivo) a favore del terribile Darren Lynn Bousman (classe 1979) e script raffazzonato su due idee due inevitabilmente debitrici di quanto già visto nel primo capitolo. Per cui, oltre alla ormai obbligatoria "sequenza iniziale che non c'entra niente ma spingiamo sull'horror e diamo il tono del film", ancora una volta uno spazio ben delimitato e claustrofobico, personaggi/fantocci di facile delineazione (quanto ci si mette a pensare che uno che vaga per grigi corridoi con paglia e caffè in mano, cravatta allentata e faccia stanca è un poliziotto scontento del suo lavoro? Meno di quanto ci si mette a beccare chi è il cattivone della balotta delle cavie dell'Enigmista. Si, proprio lui, quello grosso, stupido, violento e con la faccia da cattivo) e giochini cervellotici in cui giocarsi la vita (in modo più o meno sanguinoso). Insomma il paragone più facile e azzeccato è forse quello con Cube e Cube due. Quanto una sorpresa il primo, quanto brutto e inutile il secondo. Cosa non funziona? Perché il primo non ci era dispiaciuto e questo invece fa uscire dal cinema incazzati per i soldi spesi? Perché la recitazione di soggeti come Frankie G o del fratello scemo di Mark Whalberg è da telenovelas brasiliana, perché la voglia di presentare giochetti al massacro sempre più complessi comporta in sceneggiatura buchi grossi come il tunnel del Monte Bianco (per "facilitare" le cose allo spettatore verso il finale c'è il riassunto del film tipo trailer...), perché c'è un moralismo di fondo estremamente fastidioso, perché lo stile clipparolo si è fatto ancora più pesante e noiso, e per finire perché spesso si cade nel ridicolo involontario. Colonna sonora, firmata dal chitarrista dei Limp Bizkit Wes Borland, agghiacciante accompagnata da pezzardi di Nu Metal stantio fanno il resto. Insomma un prodotto pensato per stupire e spaventare giusto chi ha poco più di quattordici anni. FEDEmc
martedì, gennaio 10, 2006
MEMORIE DI UNA GEISHA, Rob Marshall, USA 2005  Basato sul famoso libro di Arthur Golden, Memorie Di Una Geisha è il secondo film di Rob Marshall, già autore del terribile e sopravvalutato Chicago. Classica e piuttosto canonica storia di formazione di Chiyo, giovane dagli occhi azzurri e potenti come l'acqua, da bambina privata degli affetti familiari a geisha più bella e famosa del Giappone, in perenne affanno per un amore irraggiungibile quanto immaginario. Sullo sfondo la Storia di un Giappone alle prese con la guerra e votato a una perdita di significato, a un progressivo e inarrestabile decadimento morale. Il film è un vero e proprio polpettone melodrammatico d'altri tempi, tanto efficace quanto si è pronti a lasciarsi andare ai 145 minuti di voce over, cura formale esagerata e strabordante, musica a palla di fuoco di un incontenibile John Williams, sentimentalismi universali, lacrime facili e happy ending più o meno posticci. Se si è disposti ad accettare tutto questo ci si ritroverà a fine film a sussurrare - accendendosi un sigaro celati da un cappello a falde larghe in tinta con il vostro cappotto di cammello - "formidabili quegli anni". Certo è che qualcosa di questo polpettone funziona e il merito è forse proprio del suo inetto regista. Le differenze con Chicago ci sono, sono molte e funzionali. Il primo ricercava tutto il suo fascino nei (brutti) numeri musicali, classiche inturrezioni narrative dove poter sfruttare scenografie, coreografie e vestiti che nel resto del film si limitavano a fare da tappezzeria. Qui i numeri musicali veri e propri sono due o tre (e sono decisamente pochi per un film che parla di geishe) e sono gestiti in maniera piuttosto sobria (vedi la camera frontale del numero solista di Chiyo), soprattutto se paragonati agli svolazzi registici del resto del film. Questo perché viene a diminuire lo scarto tra i diversi momenti del film, la differenza tra palco e vita. La protagonista comincia a vivere nel momento in cui lascia che la sua vita diventi finzione, numero musicale, illusione di un ordine e di un armonia fatta solo di kimoni perfetti e di gesti perfetti, soprattutto nel momento in cui questa perfezione viene contrapposta al disordine e al decadimento portati dalla guerra e dall'America. Certo, niente di nuovo e, parlando di Geishe, niente di così inventivo o sconvolgente, ma l'effetto è piacevole e molto più sostenibile che in Chicago. La seconda, e forse più importante, delle differenze è nel cast: l'esperienza di vedere Richard Gere, Renèe Zelwegger, Catherine Zeta-Jones tutti in una volta zampettare goffi con il sorriso di plastica è qualcosa che difficilmente i dimentica e penalizzavano i già non brillanti numeri musicali. Vedere Zhang Ziyi, Gong Li, Michelle Yeoh, Ken Watanabe fa un altro effetto. Questione di corpi, di fisicità e di classe. Oppure, si potrebbe dire, di bravura. Anche se la palma va al Signor Nobu, interpretato da Kôji Yakusho. Note amare: le lenti a contatto azzurre sulla bellissima Zhang Ziyi. Ci si potrebbe anche chiedere per quale motivo un film di un regista-coreografo americano, prodotto da Spielberg, con maestranze occidentali ambienti il tutto in giappone con attori orientali, ma presi a caso da Hong Kong o dal Giappone. Sarà perchè questi gialli sono tutti uguali? Tristazza. FEDEmc
giovedì, gennaio 05, 2006
Per parlare di questo film forse sarebbe opportuno confrontarlo con il (bellissimo) King Kong di Peter Jackson, su cui prima o poi scriveremo, abbiate fede. Perché si tratta dei due film “americani con effetti speciali” offerti dalla distribuzione a Natale, e gli unici due titoli in grado di competere al botteghino con Pieraccioni e Boldi/De Sica.
Si tratta, a parte della larga comunanza al genere fantasy, di due prodotti completamente diversi autore vs. regista qualunque, remake vs. tratto da un romanzo per l’infanzia, film spettacolare ma di difficile digestione vs. film meno spettacolare ma che scorre liscio come l’olio e, infine, dibattito cinefilo vs. dibattito ideologico. Non sottovaluterei anche il fatto che si parla di storia triste vs. storia di un trionfo. Tutto questo per dire che Le cronache di Narnia è andato meglio al botteghino del ben più atteso King Kong, sebbene i debiti nei confronti del jacksoniano Signore degli anelli siano tanti, e la sensazione forte è quella di stare vedendo appunto Il signore degli anelli in versione scema, tenendo sempre presente che la trilogia non è L’anno scorso a Marienbad.
Il succo è quindi che si hanno pregi attutiti e difetti esacerbati. Tra questi ultimi, abnorme l’incapacità di dare un reale respiro epico alla narrazione, se non facendo dire delle frasi da action movie di serie B però medioevalizzate (per riprendere un esempio sotto, si passa da “ti faccio un buco in testa così prendi aria al cervello”, a “Messere, le trafiggo l’elmo con un dardo acciocché la sua cerebra si arieggi”), alternata a galoppi e duelli sparando musica tonitruante.
A onor del vero, il film non è per nulla male nella prima parte, quella dell’accesso al mondo fatato di Narnia attraverso l’armadio: lo stupore di sguardo dei bambini è condiviso, le creature che vengono presentate (compresa la strega cattiva) sono affascinanti e abbastanza sorprendenti, le dinamiche tra i quattro fratelli protagonisti abbozzate perlomeno con coerenza. E poi un mondo bloccato in un inverno senza fine ha il suo fascino.
Insomma, fin quando il mondo è cupo e il male predomina, il film funziona. Nel momento in cui entra in scena il Bene, il film comincia a balbettare: su tutto, gli eventi successivi sono compressi temporalmente in modo spaventoso (es. la liberazione di Edmund dal campo nemico non dura più di due minuti) e sembra davvero di trovarsi di fronte ad una serie di funzioni proppiane, ma pensando che Morfologia della fiaba è più appassionante. Il passaggio da ragazzini impauriti ad eroi e condottieri, la prova qualificante di Peter, la preparazione alla battaglia finale. L’unica sequenza che ottiene lo spazio necessario è quella del sacrificio del leone Aslan, e la sua resurrezione, sebbene sia preparata in modo abborracciato e davvero sembra “ora vi faccio la metafora cristologica che tutti aspettate.”
E questo è il tasto più delicato, il coté religioso-ideologico. Due premesse sono necessarie: il fantasy in quanto genere, letterario e per trasposizione diretta cinematografico, si può definire – per quanto non sia molto intelligente come distinzione – come “conservatore”. Nel senso che ci sono Bene e Male, con la maiuscola, che corrispondono a Ordine e Caos, che si fronteggiano per segnare i destini di un intero universo, e questi destini sono legati ad un atto di eroismo individuale (o di un piccolo gruppo). Nessuna sfumatura, a cui si aggiunge un contesto medioevaleggiante con cavalieri, armi ed onori. Ma questo non è un difetto, è solo una constatazione di struttura. L’altra premessa riguarda l’atteggiamento critico che si può facilmente assumere nel rapportarsi a questi film “religiosi”, nel senso di svalutare la religiosità di cui sono portatori definendola artefatta, banale, grezza e cose del genere. Una posizione un po’ da corsivista di Repubblica, insomma. Se qualcuno vuole vedere in Narnia una parabola teo-con, un’allegoria cristiana che corrisponde alla propria visione della fede faccia pure.
Ci sta però che questi valori che vengono attribuiti in generale al testo non siano dovuti ad un’interpretazione, ma ad un uso del testo, primariamente il romanzo e poi il film. In Narnia vengono sì messi in gioco dei valori tradizionali, ma nessuno di più –e non detto meglio – di quento non fosse fatto nella Trilogia di Peter Jackson. Ma da qui ad essere un film “cristiano” ci passa davvero molto. Per esempio la figura di Aslan, che secondo quello che si è letto in giro dovrebbe rappresentare Cristo, è inadeguata da molti punti di vista. Innanzitutto narrativamente schiaccia tutta la seconda parte del film, come se l’attenzione fosse messa solo sul rapporto di significazione Aslan/Cristo, per cui tutto il resto è sacrificato. Ma questa significazione è importata dall’esterno, dal discorso sociale sul libro e sul film, e non da risorse interne. Siccome l’aspettativa, il punto del contendere è questa metafora, quello che viene considerato dal film è solo questo elemento, e per ottenere questa possibile “interpretazione cristiana”si fa traballare tutto ciò che sta attorno. E se la narrazione circostante cede, l’intenzione simbolica si trova isolata e priva di energia e sensatezza. Ma questo significato viene costruito? Direi proprio di no: da un lato non funziona come allegoria (attraverso un rapporto più codificato) perché le differenze con la vita di Gesù raccontata dai Vangeli e con le forme di rappresentazione canoniche sono enormi. Dall’altro non funziona nemmeno come simbolo: la sua presenza e quello che dice ricordano più il Divino Otelma che qualsiasi figura cristiana. Trasforma i ragazzini in eroi: ma questo insegnamento e questa crescita non sono verosimilmente creati né attraverso le parole, che sono deboli e piatte, né attraverso la sua presenza, che non riesce mai ad essere magnetica, profonda.
Insomma, c’è da chiedersi perché un mediocre film fantasy venga agitato come bandiera ideologica.
manu
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