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venerdì, marzo 24, 2006
Il caimano (Meglio leggere questo post quando si è già visto il film)
Ha fatto bene Moretti a mantenere una riserva assoluta sul film fino ad oggi, giorno in cui Il caimano è uscito nelle sale. Approvo la sua scelta perché già adesso si sprecano le strumentalizzazioni del film (e Ferrara, ancora una volta, dimostra di essere di un'intelligenza subdola e schifosa come nessuno), e perché parlandone prima si sarebbe sì creato meno mistero sulla storia, ma nessuno avrebbe poi visto il film senza pregiudizi. Il caimano non è un film strettamente politico, anzi, la politica non è tra i temi principali che affronta. Si parla di cinema, visto che il protagonista Bruno (Silvio Orlando) è un produttore di film di serie B, fermo dagli anni '70, che si trova tra le mani una sceneggiatura di un film (intitolata "Il caimano") scritta da Teresa (Jasmine Trinca). Ma si parla anche di amore e abbandono, visto che tra Bruno e sua moglie Paola (Margherita Buy) le cose non vanno (e ancora una volta la rottura degli oggetti domestici è significativa, come avveniva ne La stanza del figlio). Però soprattutto si parla dell'Italia di oggi e di quello che gli ultimi trent'anni (nel 1976 le televisioni private iniziano a crescere) è successo a questo Paese, e alle teste dei suoi abitanti. Non c'è un'attacco diretto alla televisione, ma è evidente la critica di una serie di comportamenti, di pensieri, di abitudini, di modi di ragionare che hanno inquinato l'Italia: in una sequenza, in particolare, si vede l'attore (Michele Placido) che dovrebbe interpretare il Caimano che eccita sessualmente una sua donna davanti agli imbarazzati Bruno e Teresa. Una piccola sequenza, piccoli gesti, qualcosa che si può raccontare agli amici e poi dimenticare: tutto però è profondamente significativo di uno dei caratteri dominanti degli ultimi tempi, cioè l'esibizione della mancanza di pudore. Moretti, in fondo, ha sempre parlato della nostra società, rifugiandosi solo un paio di volte (nella citata Stanza del figlio e ne La messa è finita) in riflessioni più intime e personali. E l'Italia che ci mostra Moretti è l'Italia di Berlusconi, e non potrebbe essere altro. "Nessuno ha mai fatto un film su di lui, è incredibile", dice uno dei personaggi, ma Moretti stesso (nei panni di se stesso) dice che non avrebbe senso fare un film (di denuncia) su Berlusconi, perché tanto quelli che sanno sanno, e quelli che non sanno, semplicemente, continueranno a non voler sapere. E quindi Il caimano (a differenza de "Il Caimano", film nel film) non è un film su Berlusconi, ma, parlando del nostro paese oggi, anno 2006, Berlusconi c'è, ovunque. Nei modi delle persone, in televisione, nei progetti di giovani sceneggiatori, nelle teste dei funzionari Rai: come potrebbe essere altrimenti? Non è più importante l'uomo-Berlusconi, tant'è che il Caimano è interpretato da tre attori diversi. E' con il "berlusconismo", dice Moretti, che dobbiamo fare i conti, con un'eredità psicologica, sociale, culturale e (questa volta sì) politica, che infetta il nostro Paese da dodici anni. Un paese ridotto in macerie, proprio come le distese di mattoncini Lego che occupano il pavimento della casa di Paola e Bruno, distese in cui i loro figli (i nostri figli?) faticano a trovare i pezzi che cercano.
Francesco
domenica, marzo 19, 2006
La prima volta di Seconda Visione
Domani sera al Link ci sarà la premiazione della gara cinematografica 50 ore film. E i tre conduttori di Seconda Visione sono in giuria, pensate un po'... Copiamo e incolliamo dalla newsletter del Link tutte le informazioni necessarie.
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Spigolivivi & LINK Associated presentano 50 ORE FILM BOLOGNA Proiezione, premiazione, party
Proiezione dei 20 cortometraggi finalisti realizzati durante il periodo del 10 - 12 marzo. Premiazione dei migliori 3 lavori da parte di una giuria qualificata. PARTY FINALE - elettrofunK di SAMOA e BETTINHIA (h2O) + indieRock&Groova FEDE MC (citta del Capo, BO) e JJ (radio flash, TO).
INGRESSO: 5 euro + tessera (3 euro con consumazione)
http://www.link.bo.it | info@link.bo.ithttp://www.spigolivivi.com | info@spigolivivi.comph: +39 051632312 | +39 3492262908 Link, via Fantoni 21 - Bologna
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Siateci.
DOOM, Andrzej Bartkowiak, USA, 2005
Il videogioco a cui è ispirato il film, ha rivoluzionato il mondo dei videogiochi durante gli anni '90. Doom è tecnicamente definito come uno shoot 'em up. Uno sparatutto. L' esagerazione degli sparatutto. La forza del gioco era la quasi completa assenza di storia e la soggettiva del personaggio scelto come unico punto di vista possibile. Corridoi claustrofobici provenineti dall'immaginario fantascientifico post Alien, musica ossessiva, violenza e tanti mostri a cui sparare. Quello che ha decretato il successo del gioco era proprio questa scelta, la sua semplicità, l'estrem(izzat)a giocabilità: due scelte strategiche e poi spari a go - go. L'idea forte però era la soggettiva: un elemtno cinematografico portato a forza nel mondo dei videogiochi. Quel procedimento ha funzionato. Il procedimento inverso, cioè riportare Doom su grande schermo decisamente meno. Per molti motivi: in primo luogo in sceneggiatura si va ad aggiungere quando nella materia originale si andava a togliere. Quasi come nel cinema porno. un tempo c'erano i film con la trama, escamotage per mostare degli amplessi. Da Rocco Siffredi in avanti, basta con la trama: amplessi senza motivazione. una stanza, un uomo e una donna (o le possibili varianti). Doom funziona così: sei in un corridioio di una nave spaziale e ci sono degli alieni. Spara. Non ha senso andare al cinema e ritrovarsi una storia, con personaggi, intrighi e tradimenti. Certo, nel caso si decide di procedere per quella strada, riusciread avere una seppure debole idea drammaturgica non guastrebbe. Non basta far dire delle frasi agli attori per arrivare ad avere un intreccio. Riprendendo il tema delle multinazionali del terrore pronte a sperimentare farmaci sugli umani da Resident Evil, i militari si ritrovano su di una base marziana a combattere contro mostri brutti e fortissimi. Però uno è fratello di una dottoresa e uno poi diventa cattivo. Questa la materia narrativa che passa al convento. Pochino per 100 minuti di film (si vocifera di un director's cut da 113. Tremo al solo pensiero). 88 dei queli spesi in preparazione di 5 minuti in soggettiva come il videogioco pre scontro finale. Per altro dovendo riservare la soggettiva come tecnica per questi cinque minuti, il resto del film la evita accuratamente o la usa per raccordi di frazioni di secondo. L'attrazione principale del film, il collegamento diretto con la materia originale è ovviamente una pacchianata in digitale che ricorda tantissimo l'esperienza fanciullesca sul trenino degli orrori al luna park: mostroni di plastica che spunatano da dietro gli angoli e sangue finto. Tanto dura cinque minuti. Rimane giusto il tempo per lo scontro finale tra quello buono e quello cattivo con salti, pirolette e sbadabum. The Rock, interpreta curiosamente l'antagonista, lasciando spazio a Karl Urban, la versione vorei ma non posso di Colin Farrell. Comunque penso che a fine ripreso nessuno si sia fatto la doccia tanta è poca la voglia, la credibilità e lo sforzo di tutti quelli in scena. Chi l'avrebbe mai detto, eh?
FEDEmc
sabato, marzo 18, 2006
V PER VENDETTA, James McTeigue, USA, 2005
Come penso molti di voi sapranno, questo è l'adattamento cinematografico di una graphic novel scritta da Alan Moore e disegnata da David Lloyd. Uscito la prima volta nel 1988, V For Vendetta è uno straordinario fumetto fantapolitico, ambientato in un'Inghilterra del futuro, schiacciata da una dittatura molto vicina al fascismo. Un libro che qualcuno definì profetico, che divenne un caso durante gli anni del Tatcherismo ma che ancora oggi mantiene una carica eversiva spaventosa. I disegni di Lloyd sono datati (i primi lavori sono dell'82), la scrittura di Moore non era ancora arrivata a quelle vette a cui ci ha poi abituati, ma era propria la vitalità e la visceralità della storia a rapire: quella strana maschera che faceva saltare in aria il parlamento di Londra, mimando un direttore d'orchestra, liberando il popolo da una dittatura piegandosi senza indugio all'uso della violenza, non poteva lasciare indifferenti. Il fatto che il progetto cinematografico fosse stato preso in mano da Joel Silver e dai fratelli Wachowski, che la regia fosse stata affidata a un esordiente e che soprattutto Moore si fosse dissociato dal risultato finale, non erano certi dei buoni indizi e personalmente sono andato al cinema con due borse piene di pregiudizi. In realtà il film si muove in direzione opposta a quella che si poteva immaginare. V per Vendetta è un action movie parlatissimo, con solo due scene canonicamente action. Questo mi sembra il dato principale da sottolineare. Contro ogni aspettativa si rinuncia a continuare il percorso di spettacolarizzazione dell'action movie che ci si poteva aspettare, preferendo invece un film prevalentemente fatto d'interni e (incessanti) dialoghi. Anche quando sarebbe lecito aspettarsi lanci di coltelli e svolazzamenti di mantelli al rallentì nella notte, la macchina da presa si sposta e inquadra altro, cambia di set o addirittura inquadra la scena d'azione il più staticamente possibile. Esteticamente poi non si punta su un high tech freddo e "cool", ma al contrario si opta per dei settings caldi, piatti e piuttosto televisivi. Anche la stanza dove il dittatore John Hurt fa sentire la sua voce e comanda i suoi politicanti, sembra uscire da un film primi anni '80 ed è priva di quell'appeal freddo e plasticoso che riempie le inquadrature del cinema americano da anni a questa parte. La scelta, anche in questo caso, è azzeccata se la si vede come volontà di far risaltare il lato parlato e drammatcio del film. Il quadro non ha elementi forti (e inutili) che possano sviare l'attenzione dello spettatore. Lo stesso lo si può dire per la regia di McTeigue, piatta e scolastica. Tutto è teso a sottolineare quello che sta accadendo nel film. E nel film accade che un governo sta schiacciando la libertà e qualcuno decide di reagire a questo sopruso con la violenza. Si parla del potere dei media, capaci di insabbiare e stravolgere la realtà dei fatti creando una sorta di dipendenza da paura per tenere sotto il gioco del potere la popolazione. Si mostra che durante una dittatura, la satira diventa una forma d'espressione estremamente liberatoria ma inaccetabile per chi detiene il potere. Non si risparmia poi la chiesa e in generale molti degli intrighi di potere che riempiono da anni le pagine dei giornali nazionali e esteri. La forza del film risiede nella scelta di accentuare il parallelismo tra quello che succedeva in quel fumetto e quello che succede oggi in America e nel mondo. Addirittura si può accusare il film di eccesiva ingenuità e di voler mettere in questo senso troppa carne al fuoco (media falsificatori, politici fascisti e corrotti, campi di prigionia per omosessuali e dissidenti, preti pedofili... ci sono addirittura riferimenti all'aviaria) ma, come in alcune pagine del fumetto, un po' di eccessivo entusiasmo - direi quasi di idealistica ingenuità - è necessario e producente. Il finale cambiato rispetto al fumetto è leggibile (e sopportabile) in questo senso: non ci si contiene e ci si lascia andare, in modo liberatorio, a un idealismo forse eccessivo e retorico, ma non si può non provare un brivido di soddisfazione e riconoscere quell'anarchia pazza e incontenibile di che le cose, sicuro di essere nel giusto, le vuole urlare più che dire. Ci si arriva quindi a chiedere in primo battutra cosa vuol dire quando un film così dichiaratamente mainstream si permette di dire certe cose, e in seconda battuta come mai un film accomodante come Jarhead sia stato preceduto dalla fama di film politicamente scomodo e qui si è parlato per mesi del taglio di capelli della Portman. Consigliatissimo.
FEDEmc
martedì, marzo 14, 2006
The Weather Man - L'uomo delle previsioni
Attenzione a questo film, non lasciatevi ingannare dalle facili previsioni (appunto): il lavoro di "meteorologo" del protagonista David Spritz come metafora dell'imprevedibilità della vita, un finale accomodante. Non c'è questo nell'ultimo film di Verbinski. L'unica cosa facile, e fastidiosa, è il massiccio product placement di una famosa catena di fast food, il cui marchio appare di continuo, malcelato come le Muratti Ambassador nei nostri film di una trentina di anni fa. Nicholas Cage impersona un carattere tremendo: è ricco, ma non in maniera ostentata come spesso accade; ha un lavoro in televisione, ma non vuole fare l'arrampicatore, né ha tremila donne; ha una moglie da cui è separato, una figlia cicciona e apatica, un figlio adolescente così così. E un padre premio Pulitzer che affronta con dignità e una certa freddezza i suoi ultimi mesi di vita. Nessuna delle figure di cui sopra è ridotta a macchietta (a parte, forse, lo psicologo del figlio), anche per merito degli attori, Michael Caine e Nicholas Cage su tutti. Se il primo, infatti, rimane in perfetto equilibrio tra la durezza scontata e un affetto e un senso di giustizia che lo rendono un personaggio a tutto tondo, il secondo sa calibrare bene momenti di ironia e di sfiga pura, senza sembrare mai fuori posto. Oscilla tra una totale passività e il tentativo di agire e modificare la sua vita, di andare oltre la sua capacità di sentire le proporzioni sul blue screen davanti al quale lavora per le previsioni del tempo. La sceneggiatura riesce a toccare senza esagerare alcuni temi centrali del cinema americano (la famiglia e la realizzazione di sè in primis), ma senza diventare pesante e didattica, e anche alcuni pensieri del protagonista, resi ovviamente in voce off, sembrano naturalmente sfuggenti. E anche il finale del film è stridente nel contrasto tra quello che mostra e quello che effettivamente accade dentro David, accentuando il lato più drammatico, già toccato qua e là precedentemente. Ma cosa non funziona, allora, in The Weather Man? L'assenza di un regista. Ma forse Gore Verbinski ha deciso semplicemente di farsi da parte e di lasciare spazio alla sceneggiatura e agli interpreti, e dobbiamo quindi per questo ringraziarlo.
Francesco
mercoledì, marzo 08, 2006
La guerra di Mario (Antonio Capuano, 2005) Mi è piaciuto? Non lo so. Sta di fatto che Capuano, come in Luna Rossa (2001), ha la capacità, rara in Italia, di dosare l'eccesso (visivo, narrativo), di non sovraccarlo di effetti simbolici e metaforici. Si vedono e si dicono un sacco di cose brutte in La guerra di Mario, ma nessuna sta lì come commento o come chiave per spiegare le persone. Esempio: il protagonista maschile adulto (Andrea Renzi, ma sembra un po' Maurizio Aiello de Il Maresciallo Rocca 1) ad inizio film dice una di quelle frasi orrende ("Sai che faccio? Vi regalo un bel telefonino nuovo...") che in genere bollano il personaggio per sempre. Qua invece la vita continua e il personaggio è libero di sfuggire alla tagliola del giudizio. Altro esempio: la sconfortante periferia italiana (il quartiere Ponticelli di Napoli) è uno dei due luoghi su cui si polarizza la vicenda, ma il lavoro di Capuano non si limita a creare macchiette legate all'ambiente: si sforza di farle sconfinare in modo disordinato. La storia è quella di Mario, un bambino parecchio difficile, che il Tribunale dei minori ha affidato ad una coppia della Napoli bene, Giulia e Sandro (Valeria Golino e appunto Renzi). L'uomo ammette la propria destabilizzazione di fronte al bambino. Lei, più direttamente alle prese con l'inevitabile burocrazia, difende il proprio modello libero e democratico di educazione del piccolo. Mario, nel frattempo, è del tutto refrattario a scuola, famiglia, istituzioni, dialogo, psichiatria. Un paio di considerazioni. Uno. Capuano, come dicevo, non fa il tifo per nessuno. Soltanto che, alla fine, questo scetticismo ha qualcosa di programmatico: ognuno (dalla mamma alla tutrice) ha i suoi lati di umanità, ma la costruzione dei personaggi sembra, a volte, volere far tornare questo assunto di base. Due. Come in Luna Rossa, non sempre funziona il passaggio (pasoliniano) di accadimenti concreti in strutture mitico-narrative consolidate. Là la camorra non riusciva a trasfigurarsi in tragedia, qua la favola infantile resta un orizzonte solo accennato, più che altro nei vagabondaggi "a solo" di Mario per Napoli e dintorni. Tre. Mario e il regista guardano Napoli attraverso una serie di istantanee. A loro non interessa rendere la città riconoscibile dai suoi scorci, ma farne emergere l'uso possibile, la vivibilità concreta. Non è soltanto un rifiuto della visione turistica del territorio che ammorba buona parte del cinema italiano: è un tentativo coerente di riconquistare lo spazio all'azione. Valeria Golino è incantevole. Bravissimi i produttori Francesca Cima e Nicola Giuliano, che sono riusciti a fare tutto con un milione di euro, limitando gli effetti della coproduzione Fandango. p.
martedì, marzo 07, 2006
Ripeschiamo e ripostiamo da Venezia 62
PROOF, John Madden, USA 2005
Alla base del film del regsita di Shakespeare in Love e de Il Mandolino del Capitano Corelli (e già qui potremmo fermarci...), c'è il testo teatrale di David Auburn, premio Pulitzer, portato poi dallo stesso autore in teatro nel 2002. Catherine (una perennemente imbronciata Paltrow) compie 27 anni. Suo padre, Hopkins, affermato genio della matematica, si è spento una settimana prima, dopo 5 lunghi anni di pazzia in cui la figlia è stata l'unica a restargli vicino. Catherine, anche lei mente matematica magnifica e custode degli ultimi lavori del padre, teme di seguirne le orme e di perdere anche lei la ragione. Raggiunta dalla sorella (Hope Davis) e coccolata da uno studente (Jake Gyllenhaal) del defunto, la ragazza tenterà di convincere tutti di essere stata capace di scrivere una dimostrazione matematica in grado di cambiare il mondo. Da qui, basandosi su una (insistitissima) metafora matematica, i dubbi e le domande del film. Il punto è: ciò che noi crediamo - e ciò che gli altri credono di noi - si basano su elementi dimostrabili? Ci sono delle prove? La ragazza è pazza o è un genio? Al di là dell'imbarazzo nel vedere Gwyneth nella parte di un genio matematico, Proof è un film sicuramente superiore alla produzione precedente del suo regista, ma che non riesce mai ad avere la fermezza necessaria per trattare con profondità i temi messi in scena. E per tutto il tempo una domanda vi ronzerà nella testa: e dunque? Peccato, ma era prevedibile. Hopkins che fa il pazzo mette imbarazzo, Gyllenhaal insinua dubbi anche ai più convinti eterosessuali.
FEDEmc
THE CONSTANT GARDENER, Fernando Meirelles, GER/UK, 2005
Tratto dal romanzo di John Le Carrè, The Constant Gardener è un film piacione. Il regista di City Of God, dalle favelas si sposta verso il Kenia per raccontare la storia di Justin (Ralph Fiennes) un diplomatico inglese che indaga sull'assassino della moglie Tess (Rachel Weiss), attivista politica che si batte, senza se e senza ma, contro le industrie farmaceutiche. Ce n'è un po' per tutti: un intreccio giallo-thriller, protagonisti belloni, bei paesaggi a go go, un po' di denuncia contro i cattivi (tranquilli alla fine pagheranno caro e pagheranno tutto), l'Africa, l'AIDS, il finalone con il fantasmino della moglie, camera a mano e, imperdonabile, tanti bambini africani che ridono innocenti e inconsapevoli. Ovvie inondazioni di violini e musica africana, colori saturi e inquadrature traballanti completano il quadro di un film fatto pensando a commuovere il pubblico, banale, trito e ritrito, con l'alibi, scorretto, del film di denuncia. Turistico e ricattatorio, senza la minima costruzione della sequenza o della suspence (e dire che in City of God quell'omicidio sulle note di Kung Fu Fighting era veramente bello). Irritante per come sia incapace di trovare una via di mezzo, una soluzione tra velleità documentaristiche e aspirazioni da blockbuster, se solo prendesse coraggio, Mereilles si darebbe all'action pura e semplice. Sfortunatamente è convinto di essere un Autore.
FEDEmc
Ringrazio commosso Violetta per questo post
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