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domenica, aprile 30, 2006
TI VA DI BALLARE ?, Liz Friedmann, USA, 2006
Vi ricordate? Avevamo indetto un concorso: chi riusciva ad azzeccare più Oscar, sarebbe venuto al cinema con uno di noi a vedere un bel "duro mestiere del critico", per poi venire in onda il martedì successivo a demolire il film in diretta. Aveva vinto la nostra amica Violetta, e io ho avuto il piacere di accompagnarla al cinema a vedere questo capolavoro. Paratesto: sala medio grande di un multisala milanese. Sala piena. Pubblico incredibilmente variegato: si passava da gruppone di amici liceali in tuta da ballerini (contentissimi di farsi milioni di foto con il telefonino tra il primo e il secondo tempo), coppie delle più disparate età, bambini accompagnati da genitori desiderosi di imparare l'arte del ballo, tamarroni fastidiosi vestiti malissimo. Comunque, sala piena. Per, ci tengo a sottolinearlo, Ti va di Ballare?. Per noi che andiamo al cinema almeno due volte a settimana, vedere una sala piena che partecipa attivamente alla proiezione con applausi, schiamazzi e risate, è praticamente un miraggio. Una di quelle cose che poi alla fine della frase ci puoi anche aggiungere " ...e mi ricordo che si fumava ancora in sala". Tutto questo, ci tengo a sottolinearlo, per Ti Va Di Ballare?, opera prima di Liz Friedlander, già regista di video musicali tra cui quelli dei R.E.M. e quelli dei Blink 182. Scritto dalla cinematograficamente esordiente Dianne Houston (già regista di alcuni episodi della serie TV N.Y.P.D. Blue), il film è tratto da una storia vera: Pierre Dulaine è un famoso insegnate di ballo da sala (valzer, tango, foxtrott e affini). Bello, educatissimo e decisamente upper class, gira in frac e bicicletta per le trafficate vie di New York, tra una gara e una lezione nei posti più esclusivi della città. Una sera, dopo aver visto un ragazzo randellare a colpi di mazza da golf una macchina, decide di insegnare a ballare ai peggiori ragazzi della peggiore scuola della peggior periferia New Yorkese. Motivazione: bontà d'animo. D'altra parte come tutti noi sappiamo, e come Banderas ama ripetere, "il ballo è una filosofia di vita attravareso la quale possiamo trovare dentro di noi la voglia di affrontare qualsiasi difficoltà la vita del ghetto ci riservi". Ovvio. Grazie al suo entusiasmo, e alla tenacia dei suoi bistrattati ragazzi, riusciranno a partecipare all'annuale gara di ballo vincendo la sfida più grande: quella di diventare buoni e simpaticoni. Insomma, difficile da intuire anche solo dopo sue secondi di trailer, ma il film aveva queata straordinaria idea: confronto/scontro tra due mondi antitetici. Tra l'esagerata educazione di un insegnante di tango e l'arroganza e la durezza dei ragazzi del ghetto. Io cedo il passo alle donne e faccio l'inchino, tu ti muovi come Snoop Dogg e fai commenti sconci. Le matte risate. Per non sbagliare tutto il film prosegue per forzatissime giustapposizioni del genere. Banderas si lucida le scarpe da ballo, stacco, un tamarro si abbassa il cavallo dei pantalaoni. Banderas accenna due passi di danza in casa prima di uscire, stacco, una tamarra mima tutto la grazia di un video delle Destiny's Child davanti allo specchio. Questo avviene durante i titoli di testa, ma il montaggio parallelo deve essere una delle cose che aggradano maggiormente il gusto della Friedlander, perchè fino alla fine non verrà mai, ma proprio mai, abbandonato. La Houston però viena dalle serie Tv e sa come arricchire una storia che, dopo i primi 5 minuti di film, ha abbondantemente mostrato la corda. Per cui via allo scatenarsi delle sottotrame: 1) Rock, il duro, ha la mamma disoccupata e il papà alcolizzato. Vorrebbe mettersi in riga, ma tutto, a partire dal professore di algebra (il capo dei matusa delle forze anti divertimento giovanile), rema acontro di lui. Escluso dalle principali attività sociali, finisce ovviamente nelle braccia dei gangsters. I Gangsters, occupati a ridere come Beavis And Butthead mentre agitano nell'aria una mazza da golf, lo accolgono così: "Hei Rock, è tanto che non ti si vedeva in giro. Sarà almeno dal funerale di tuo fratello morto per droga..." Dodici pagine di sceneggiatura risparmiate. 2) LahRette è la gnocca. Non ha il padre, la madre esercita la più antica professione del mondo, è tanto brava a scuola. Lo si intuisce perchè, mentre accudisce i suoi tre fretellini, prende appunti con fare serio su un quaderno gigante. La preside, parlando di lei allo sconsociuto Banderas, ci tiene a sottolineare: "Lei è brava ma è piena do'odio per la sua condizione. Pensi, sconosciuto insegnante di danza dalle idee bizzarre, che suo fratello vendeva dosi letali di droga ad altri fratelli di protagonisti di questo film, ma poi è stato freddato da dei killer...". Ed è qui che ho come un'illuminazione: ma vuoi vedere che il duro e la gnocca della classe, che non si possono vedere a causa dei rispettivi fratelli morti, entro la fine del film, grazie al molto educato Sig. Dulaine ma soprattutto grazie all'energia del ballo da sala, limoneranno durissimo? 3) Ramos è chicano. Bravissimo a ballare la musica dei giovani, grazie a questa sua abilità, spadroneggia nel quartiere e nella classe. Con una faccia pronta per Doom 2, agita continuamente le mani e dice delle frasi come "lei, educatissimo Sig. Dulaine, non ci cambierà mai, anche perchè la sua musica è da finocchi e invece noi giovani amiamo divertirci con del machissimo rumore assordante e agitando sensualmente il corpo e le mani!". Poco dopo, scoprirà che il tango, lo fanno si i matusa, ma è sexy. Ha un amico con cui condivide la passione per il ballo, ma soprattutto per la gnocchissima 5) Sasha, italoamericana (?) caliente e irruenta indecisa se limonare Ramos o il suo amico. I tre danno vita a un triangolo che troverà il suo naturale sviluppo in un tango a tre nella gara finale. La sua arroganza la contrappone a 6) Caitlin, giovane ragazza per bene schiacciata da una madre eccessivamente autoritaria che la vuole vedere danzare "senza commettere errori" durante il già organizzato debutto in società. Questa piccola ragazzina è un fiore pronto a sbocciare, impedita nel suo sviluppo da un ambiente troppo grigio e restrittivo come quello upper upper clas New Yorchese. Banderas, suo insegnante di ballo, intuisce che la giovane Caitlin necessita di maggiore libertà espressiva e la porta dunque alle lezioni con i terribili ragazzi problematici. Attaccata da tutti, ingiustamente colpevolizzata per le sue buone maniere e per la sua posizione sociale, Caitlin inconterà molte difficoltà nell'integrarsi nel gruppo, ma una volta conquistata la fiducia di persone così diverse da lei, riuscire a farsi accettare da mammà e dai suoi noiosi amici sarà uno scherzo. Certo è che la ragazza mostra un'innata volonta di schoccare portando al suo debutto in società non il prevedibile educatissimo white boy, ma una sorta di versione cinemtografica di Albertone, un tenerissimo ragazzo obeso di colore chiamato Monster, cugino di 7) Big Girl, dolce ragazza obesa di colore costretta a condividere le lezioni di Dulaine con l'unico ragazzo bianco del gruppo, il proto-nerd. Fate questo sforzo d'immaginazione: lei, nera, alta e obesa. Lui, bianco, magro e tappo. Scatterà l'amore. Il proto-nerd lo confiderà a Dulaine nella sequenza migliore del film: Banderas è da solo nel suo bellisimo appartamento. Musica classica di sottofondo, bicchiere di rosso in mano, chili di gel tra i capelli, un esotico piatto di pasta pronto per essere gustato. Suonano alla porta: senza essere invitato ad entrare, come dovrebbe usare nel mondo di Banderas, entra il proto-nerd. Un paio di parolacce per sconvolgere l'educato Dulaine, un paio di frasi ad effetto tipo "figa la tua tana, vecchio!". Scatta la rivelazione: "Signor Dulaine, ho dei dubbi: lei è fighissimo ma non la vedo mai con una donna, ma quello che più mi urge dirle è che amo Big Girl!". Banderas farfugliua frasi a caso come "La forza del ballo, eneregia primigenita dell'attrazione maschile/femminile, lo sfregamento delle cosce...". "Signor Dulaine, chi è questa gnocca con cui è abbracciato in questa foto evidentemente vecchia e ingiallita dal tempo?". "Mia moglie morta...". E altre 12 pagine di sceneggiatura risparmiate. Inutile aggiungere che, dopo essergli stato fatto notare dai ragazzi, Dulaine troverà la forza di uscire con la sua segretaria: una stragnocca che pende dalle sue labbra fin dal primo minuto di film. Nonostante le 27 sottotrame infarcite di melodramma da soap, il film non ha alcun momento interressante e procede stancamente verso una lunga serie di conclusioni una più accomodante dell'altra. Il fatto curioso, proprio volendo trovare un lato curioso in un film che abbandonato in due o tre multisala a città porterà ingiustamente a casa un bel gruzzolo, è che un film così impostato sul ballo mostri in realtà un solo numero di ballo vero e proprio (il tango a tre cui si faceva riferimento prima) mentre insiste inutilmente su raccordi privo completamente di senso infarciti di movimenti di macchina astrusi e da ritiro della patente. I ragazzi protagonisti rispettivamente ricordano: le ragazze le Bratz, i ragazzi i G.I.Joe. Nessuno (se escludiamo la bellissima LahRette/Yaya DaCosta) ha qualcosa di interessante, ma si limita ad essere diretta esposione di un prototipo televisivo da blaxploitation ai tempi di Nelly e 50Cent. Cinture tamarre, cappelini storti, orecchini con il nome, capigliature afro e derivati... Niente. Banderas, ha ovviamente terreno facile per gigioneggiare in lungo e in largo con fare latino e sensuale, ma soprattutto per mettersi chili di gel. Se non fosse stato per la squisita compagnia, avrei probailmente scardinato sedioline e aizzato la folla a bruciare la pellicola prounciando nomi di divinità nordiche al contrario.
FEDEmc
venerdì, aprile 21, 2006
FALSE VERITA’ di Atom Egoyan
Se bastasse un approccio autoriale in questo caso il mondo si dividerebbe tra quelli che amano Egoyan, come il sottoscritto, e quindi che ritrovano tutti i temi che lo ossessionano, su tutti la ricostruzione, fallibile, tramite mezzi di registrazione/riproduzione, del passato, a cui il film dovrebbe piacere, e tutti gli altri, a cui non dovrebbe importare molto.
Il fatto che esca dopo un anno dal festival di Cannes a cui era stato presentato, e dove ebbe una pessima critica. e in poche copie suggeriva o una possibile sorpresa, o molto di più una delusione. Ed è stata quest’ultima. Si può ricondurre il fallimento a un eccesso di ambizione, che si manifesta nel voler farci stare dentro troppo. Nell’ordine: primo, una particolareggiata ricostruzione d’ambiente (anni cinquanta vs. anni settanta e sottobosco televisivo). Secondo: un’ analisi psicologica di un particolare triangolo amoroso tra tre personaggi: due presentatori famosissimi e una ragazza particolarmente intraprendente, posizione occupata da due personaggi diversi ma strutturalmente identici. Terzo: trama noir e annessa impossibilità della ragione e della ricostruzione di cogliere la verità ormai scomparsa.
Nessuna di queste arriva a uno stadio di accettabilità, e non si possono dare tutte le responsabilità alla povera Alison Lohman che funziona benissimo come indossatrice di vestiti anni settanta, ma non è credibile come giornalista e scrittrice d’assalto, non aiutata da un doppiaggio che la fa sembrare arrapata anche quando ordina il cappuccino. La ricostruzione è appena accennata, e ci sono una quantità di personaggi che appaiono e scompaiono nel nulla dopo essere tratteggiati come cardini della storia. L’analisi psicologica si intreccia con quella criminale: ma la loro combinazione non riesce mai a suscitare inquietudine, nemmeno per sbaglio: anche la scena più provocante, volutamente provocante, quella con Alice, non esce mai da una rappresentazione piatta e mai travolgente, e non si può imputare certo a Egoyan di non cercare una certa raffinatezza stilistica. Le difficoltà del cercare la verità è ben costruita, ma viene portata a un punto che nemmeno il regista riesce più a gestire e ha bisogno di vari momenti Poirot per cavarsela. Il momento Poirot necessita di 1) intuizione dell’investigatore con la rappresentazione non letterale di una lampadina che gli si accende sopra la testa 2) spiegone del tipo io so che tu hai rotto l’orologio perché volevi crearti l’alibi ma fallisce perché il cannone della colina non soegna mezzogiorno perché il cannoniere è strabico e non legge l’ora, e ti eri nascosto nella cassapanca dove ho trovato questa sabbia di Portorico dove tu hai camminato nelle tue vacanze l’anno scorso…
Chiusa parentesi. Comunque, se l’effetto caos e complessità era voluto, esso è ottenuto attraverso mezzi caotici e che non si prestano mai all’alto fine che sembra trasparire da ogni inquadratura e da ogni voice over.
manu
mercoledì, aprile 19, 2006
Spike Lee è uno dei pochi registi che possiede una visione nel cinema contemporaneo. Cioè che riesce a dare l’impronta alle immagini e alla narrazione in modo personale e problematico, e riesce ad arrivare al punto di infondere il senso del tragico nel contemporaneo. Pochi ci riescono: non una visione onnicomprensiva, non riesce a toccare tutti i toni. Il grottesco e il comico gli riescono male poiché il suo tocco è greve e allo stesso tempo travolgente.
Inside man è “so lo” un film di rapina. Quindi puro genere e completamente rispettato. Nulla a che fare con giochino autoreferenziali e capaci di esaurirsi nel giro di una visione come I soliti sospetti. Appuntonel pieno rispetto delle coordinate del genere (per esempio: l’assedio, il piano diabolico cioè lo stratagemma il cui compimento/svelamento è il nucleo del film, il poliziotto svelto e il rapinatore abile e con un codice d’onore ecc.) riesce a andare oltre, a superare il piacere immediato della visione e dello svelamento del meccanismo, per discorrere di temi altri come la fondazione delle potenze economiche Usa (“quando il sangue scorre nelle strade, è il momento di comprare), la sopravvivenza che consiste nel nascondersi nella folla e nell’essere tutti rapinatori/terroristi, il paradosso nel non rubare quello che c’è ma quello che non c’è, che non è attuale e che è nascosto come un passato di cui ci si vergogna, il razzismo che però emerge sporadicamente e in modo assai intelligente e in un certo senso cinico.
Se si cita Un pomeriggio di un giorno da cani non è solo per dovuto omaggio, ma per distinguersi: non si ha una folle utopia individuale, un atto, ma un’azione nel senso di congiura ben studiata, troppo studiata (come fa Clive Owen a sapere tutto quello che sa?), che è l’unico modo di far cadere il cesare: non la pulsione ma il razionale. Razinale che diventa invisibile nel momento in cui le carte sono scoperte fin dal titolo e dal monologo+sguardo in macchina iniziale, cioè la chiave del film.
Attenzione, non siamo più nella retorica dell’oltrepassamento del genere, che ci ammorba da decenni sull’onda di un’estetica della negatività ormai abbastanza logora, ma nello sviluppo di diversi registri fusi organicamente nella stessa opera. Non ci sono sfondamenti di limiti ma solo scavi nei presupposti definiti dalla tradizione, riuscendo a instaurare connessioni senza la necessità di utilizzare una rottura cieca e che si esaurirebbe solo nel suo essere rottura. In poche parole, ma soprattutto semplici e definitive, per ora il più bel film del 2006 (non così definitive, forse Le tre sepolture stanno al passo
Notazione finale: Cilve Owen è un figo pazzesco, aspetto con ansia che Spike Lee unisca lui e Barry Pepper nello stesso film.
manu
martedì, aprile 18, 2006
E SE DOMANI..., Giovanni La Pàrola, ITA, 2006
Tratto dal racconto Il caso Gargano di Armando Cirillario, ispirato ad un fatto realmente accaduto nella seconda metà degli anni Novanta, e sceneggiato da Francesco Piccolo, E Se Domani segna il ritorno sul grande schermo della coppia Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu, assenti dal flop di Tandem, ma soprattutto (almeno per noi, per una buona percentuale ex damsiani bolognesi) l'esordio sulla lunga distanza di Giovanni La Pàrola, regista trentenne siciliano di nascita ma bolognese d'adozione. Scelto grazie al suo mediometraggio Il Pugile (finanziato con Premio Zavattini vinto nel 2001), La Pàrola non ha sicuramente svolto un lavoro facile, dovendo dirigere una commedia romantica che ha come punto di forza, ma parallelamente come zavorra, la presenza come protagonisti della rodatissima coppia di attori televisvi. I due, inevitabilmente, si "mangiano" l'intero film, lasciando poco spazio a una regia a tratti sicura ma che sembra principalmente volersi staccare da un modello televisivo che gli attori e molte scelete di sceneggiatura richiamano. L'obbiettivo è raggiunto solo per metà e, anche se lo sforzo è apprezzabile, il film non riesce a decollare. Chiariamo: per chi scrive le cose miglori nel film sono proprio in alcune scelte registiche, ma spesso la voglia di "fare cinema" si fa eccessiva e il punto di vista particolare, piani sequenza insistiti e grandangoli a go go rischiano di risultare eccessivi e fuori luogo. Il problema principale sembra quello di una difficoltà nel conciliare una storia che parte da un fatto di cronaca e che spesso tenta la via della serietà anche se leggera, con alcuni momenti tra l'onirico e l'assurdo (il momento "american Beauty o l'ossessione per l'oro). Più che apprezzabile invece la volontà di rappresentare su grande schermo una Bologna distante dal classico trittico Torri - Portici - Piazza Santo Stefano, e che qui invece ritroviamo prevalentemente periferica e moderna. La storia ha una innegabile spinta eversiva, Luca e Paolo - piacciano o meno funzionano - alla grande, Sabrina Impacciatore, quando non urla è brava, come tutti gli attori di contorno a partire da Luigi Maria Burruano, passando per Ernesto Mahieux, finendo con Mario Donatone. Tirando le somme: con più calma, e probailmente senza stars nel cast, le potenzialita La Pàrola le ha, la storia non è male, gli attori funzionano. Il risultato finale però e solo un film "carino".
FEDEmc
mercoledì, aprile 12, 2006
Il grande silenzio (Philip Gröning, D/CH, 2005)
Il film si presta benissimo a un vecchio progetto dell'amico Manu, cioè le recensioni "alla maniera di". Per esempio, potrei fare una recensione alla Marco Lodoli e raccontarvi che, quando ero alle scuole medie "Gino Custer De Nobili" di S. Maria a Colle (tutto vero), lì vicino c'era e c'è tuttora la Certosa di Farneta. Una delle quattro rimaste in Italia: si vociferava che vi si fosse rifugiato Ettore Majorana dopo la sua misteriosa sparizione. Oppure potrei lanciarmi in un omaggio al defunto pickpocket.it e tentare di dimostrare, con qualche ragionevole appiglio, che Il grande silenzio (2005) di Philip Gröning è il remake antinarrativo de Il grande silenzio (1967) di Sergio Corbucci, western ascetico e innevato. La storia produttiva del film è abbastanza nota: il regista Philip Gröning ha atteso più di dieci anni il permesso di risiedere alla Grande Chartreuse, la casa madre dell'ordine fondato da San Brunone. Alla fine il permesso è arrivato e Gröning ha trascorso sei mesi coi monaci certosini, vivendo come loro e filmandoli notte e giorno. La pellicola ha avuto un gran successo in Germania e anche da noi la media incassi/sale è parecchio buona, nonostante una distribuzione non proprio impeccabile. Molti spettatori, forse, si aspettano una specie di film inchiesta, del tipo: "Padre Pierre, quanto le manca la sua famiglia?", in realtà Il grande silenzio è tutta un'altra cosa, quasi il contrario di un documentario. L'intromissione della macchina da presa negli spazi della più rigida tra le regole cattoliche non serve al regista per mostrare qualcosa che esiste. Gröning non va alla ricerca del nuovo o dell'insolito: in qualche modo se li trova davanti e li ripete continuamente. Gli stessi gesti (tirare la corda per suonare le campane, preparare la legna per l'inverno) o le stesse citazioni bibliche in bianco su fondo nero scandiscono un tempo la cui ragione non si trova nello svolgersi degli eventi. Ciò che accade è talmente banale che può essere anche riproposto. "Sono solo segni", dice un padre a un certo punto riferendosi alle prescrizioni della regola, "ma se non ci fossero i segni non ci sarebbe neanche il senso". La trascendenza, la volontà che va oltre l'umano e l'esistente non può essere, per definizione, mostrata. E il film si sforza di rappresentarne il riflesso: la volontà umana, l'incontro pieno di amore con i propri simili (la sequenza del pendio innevato è quanto meno toccante). Alla fine, il film risulta assai più divulgativo e meno cattolico di quanto non lo sia abitualmente il cinema cattolico (Bresson, Pasolini, Ferrara...), perché al suo centro non pone il momento di salvezza, la Grazia, ma la scelta umana, continuamente rinnovata e comunque misteriosa. Ad ogni modo, quasi tre ore di film, praticamente senza dialogo, sono davvero tante... p.
mercoledì, aprile 05, 2006
MEGLIO TARDI CHE MAI: SYRIANA di Stephen Gaghan
Fregiandosi dell’Oscar di compensazione dato a Clooney come non protagonista, e della regia di Stephen Gaghan, sceneggiatore premio Oscar per una delle più grosse bufale del cinema postmoderno (Traffic, qualcuno se lo ricorda?) è arrivata – da qualche mese, ce ne scusiamo – questa spy story che ruota attorno al petrolio.
Spy story che non si regge sulla suspense, ma sulla cervelloticità della trama, in uno schema quasi simbolico che correla la struttura del film a quello di un ipotetico soggetto che cerchi di ricostruire le trame reali che si svolgono attorno al medio oriente e all’oro nero. Lo spettatore viene collocato in questa posizione di indagatore: e lo sforzo che deve compiere per ricostruire i brandelli di trama (fusione tra le corporation, indagine del governo Usa, azione della Cia, successione in un immaginario stato del medio oriente, educazione di un kamikaze) è quello che lo tiene avvinto, e nel momento in cui tutto questo comincia a filare, subentra la noia. È come se la messa in scena dell’abusata nozione di complessità – a livello figurativo e narrativo – sia l’unico collante, o meglio, elemento che frammenta la narrazione e allo stesso tempo la rende comprensibile: nel senso che alla fine un filo causale, o meglio teleologico si trova. Nel senso che alcune azioni compiute negli Usa hanno come necessaria conclusione l’instabilità, intesa in senso generico, in Medio Oriente.
Quindi, dal punto di vista della narrazione nulla di nuovo. Allo stesso modo zoppica un poco anche il tentativo di declinare la complessità sull’asse pubblico/privato: tutti i personaggi hanno anche un lato – critico – di vita privata: Bob/Clooney ha problemi con moglie e figlio, l’avvocato con il padre alcolizzato, l’emiro con il padre e il fratello ecc. Insomma, sebbene sia un tentativo ammirevole, appunto rimane un’intenzione e un buttare altra carne al fuoco. Anche se giustificabile nel momento in cui il “buttare tanta carne al fuoco” è una strategia consapevole e perseguita.
Nemmeno a livello politico si può dire ci sia nulla di nuovo: il film è fatto perché il film politico in questo periodo “tira”, e allo stesso modo la soluzione dei problemi sarebbe, idealmente, la buona volontà di singoli e di un sovrano illuminato. Che le persone di cattiva volontà impediscono. Ma è una concezione sebbene non rivoluzionaria, proposta in modo lucido.
Ecco, però se non gli si chiede nessuna illuminazione, nessuna innovazione, rimane alla fine perlomeno solido, capace di dire alcune cose e di dirle in modo cinematograficamente convincente.
manu
martedì, aprile 04, 2006
Ciao, Ezio
Abbiamo appreso con molta tristezza e dolore della scomparsa di Ezio Alberione, avvenuta qualche giorno fa. Una delle anime di duel prima e di duellanti poi, Ezio era uno studioso serio e competente, e un critico prima di tutto attento, intelligente e, soprattutto, aperto al confronto. Con i suoi libri, i suoi articoli e, ovviamente, con duellanti, ha dato un contributo essenziale alla critica cinematografica contemporanea, ma non solo.
Ci mancherà moltissimo.
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