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mercoledì, maggio 31, 2006
Segnaliamo che spocchia ha ricominciato a scrivere
martedì, maggio 30, 2006
lunedì, maggio 29, 2006
X - MEN: CONFLITTO FINALE, Brett Ratner, USA, 2006
Impegnato sul set del nuovo Superman, Brain Singer, autore dei primi due capitoli di questa saga, lascia il posto a Brett Ratner, già regista della serie Rush Hour e di Red Dragon, brutto remake del Manhunter di Mann uscito qualche anno fa. La differenza si vede, ma sfortunatamente non è solo l'invisibilità e l'inadeguatezza di Ratner il problema di questo - pare - ultimo capitolo. La lettura matura dei fumetti dei mutanti imponeva cinematograficamente una riflessione sull'integrazione del diverso e sui rischi che comporta avere un super potere: questi erano, a grandi linee, gli spunti dei primi due film. X - Men: Conflitto Finale porta ancora avanti questi due temi, mescolandoli, esasperandoli e portandoli ad un punto critico: da una parte, si arriva a parlare di genocidi organizzati dal governo americano, in grado di "curare", di cancellare i geni mutanti facendo diventare i mutanti dei semplici "Homo Sapiens". Dall'altra, sfruttando la saga a fumetti più famosa degli X- Men, si introduce il personaggio di Fenice, alter ego potentissimo e incontrollabile di Jean Grey, incapace di contenere i suoi poteri e conseguente rischio per se stessa e per tutti quelli che la circondano. Sulla carta, qualcosa di bollente. Perchè si esce delusi? Già nel secondo capitolo si correva il rischio di sacrificare la narrazione e molti degli spunti narrativi in favore di un'infinita galleria di personaggi. In parte l'operazione, in mano a Singer, aveva un senso: dopo averli introdotti nel primo film, nel secondo avevano già un carattere definito e ci si pteva comportare di conseguenza. Come nei comics, sfruttando la serialità, si inserivano nel quadro generale di una storia quello che più interessava i lettori e gli autori: i rapporti, sentimentali o critici, tra i vari protagonisti. Singer, si diceva, aveva intuito questo potenziale e il secondo film, pur essendo cinematograficamente inferiore all'esordio, era particolarmente riuscito nell'essere l'adattamento cinematografico di un fumetto. Qui invece si alza la posta e si introducono (pare dopo un sondaggio tra i lettori americani) altri personaggi ancora, ma presto si fa largo la sensazione di avere tutto fin troppo in superficie. Si rinuncia anche a un protagonista attorno al quale poi far gravitare il tutto (nei primi due era Wolverine) e, una dopo l'altra, si presentano delle macchiette più o meno ridicole. Prendiamo Angel, esempio perfetto dei limiti del film: presentato con un bellissimo falshback (uno dei momenti milgiori del film) il personaggio si limita poi ad essere una figurina bidimensionale attraverso la quale mostrare effetti speciali. Cosa ce ne si fa di un bambino nato con le ali da angelo, che tenta di liberarsene per potersi mostare al padre uguale agli altri bambini? Lo si fa svolazzare due volte e gli si concede due primi piani. Poi basta, anche perchè non c'è più tempo. In questo modo ci si trova davanti a un film con delle enormi potenzilità narrative, poi sfortunatamente deluse. Troppo veloce in tutti i passaggi, si limita a presentare una serie di situazioni e avvenimenti che si autoconcludono nel momento stesso in cui li si vede. La storia di Fenice, poco importa che sia ovviamente semplificata rispetto al fumeto, delide perchè non si ha mai la percezione completa del pericolo che rappresenta. Lo stesso lo si può dire per quasi tutto il film: ci sono gli spunti, ma poi non si va da nesuna parte e tutto rimane fermo immobile. I Mutanti ribelli che si uniscono per contrastare il governo come dei no global, la storia di Angel, i triangoli amorosi Cicolpe, Jean Grey, Wolverine o Rogue, Iceman, Kitty Pride (qua finalmente la si vede per più di una sequenza di raccordo, ma si è lontanissimi dallo sfruttare correttamente il potenziale del personaggio), il politico mutante Bestia. Per non parlare poi di Tempesta, Fenomeno (Vinne Jones!) e Colosso, relegati a squallido contorno. Nessuno - eccezione fatta per Ian Mckellen e Patrick Stewart, capaci anche se costretti a portare imbarazzanti mantelli e elmetti, di farsi notare anche solo con uno sguardo - riesce a emergere, e anche chi se la cavava nei film precedenti qui è piuttosto mortificato. Ma quello che lascia stupiti è l'aspetto politico del film: scegliere di far far vincere i mutanti buoni, capaci di avere la meglio solo sfuttando l'arma costruita dagli umani per sbarazzarsi dei diversi, è una scelta piuttosto discutibile e che inevitabilmente porta a schierarsi per "i cattivi". Aggiungiamo effetti speciali mediocri (tranne l'impressionante sequenza del ponte) e ci troviamo di fronte ad un film sicuramente divertente ma che delude proprio per le possibilità che aveva. Nel caso, rimanete fino alla fine dei titoli di coda.
FEDEmc
martedì, maggio 23, 2006
IL CODICE DA VINCI, Ron Howard, USA, 2006  Che dire ancora? Anche niente. Per raggiungere almeno le dieci righe possiamo dire che, al di la di ogni presunto snobismo o prevenzione, Il Codice da Vinci è un film molto brutto. Sotto ogni possibile punto di vista. Attori sfruttati male e con pochissima voglia di lavorare si aggirano imbarazzati per il set, completa assenza di ritmo, flashback francamente ridicoli, regia elementare, musica pessima, ridicolo involontario. Ma non solo: il peggio, per chi scrive, è pensare che il film è in 910 sale in Italia, con le entrate di favore sospese per due settimane. Dan Brown, dico a te, simpatico produttore esecutivo del film, se vuoi venire anche a casa nosra a fregarci l'argenteria... Il sito dell'Ansa che da almeno due settimane mette cinque sei notizie su nove sul Codice Da Vinci ("Paul Bettany stupito dalla polemiche", "Uno su tre di quelli che hanno letto il libro credono alla tesi di Dan Brown", "Rogo in piazza (organizzato da due consiglieri di An e DC...) per bruciare il libro", e tutte quelle che avete letto), è un segnale sconfortante. Come lo è il dato che il 75% del pubblico del weekend è andato a vederlo (quasi tutti noi compresi, ovviamente). Non c'è curiosità, non c'è voglia di vedere niente di nuovo al cinema. Ci si muove in massa per andare a vedere un film brutto, tratto da un libro brutto, che aveva il solo pregio di essere stato scritto pensando al cinema, ma che poi su grande schermo è addirittura peggiorato. Il Codice Da Vinci mette tristezza sia in sala che dopo, all'uscita. Ecco perchè secondavisione vi offrte gratuitamente dello svago e della simpatia con una gif dei teletubbies che, come è noto, fanno ridere di brutto. FEDEmc
lunedì, maggio 22, 2006
H2ODIO, Alex Infascelli, Ita, 2006  Sul sito del film la prima cosa che salta all'occhio è la scritta "dal 3 maggio in nessun cinema". Si fa ironia sul fatto che ormai per far uscire un film si debba ricorrere all'uscita in edicola allegati con quotidiani o settimanali. Fatto grave. Ancora più grave il fatto che il film sia effettivamente distante da una qualsiasi idea di cinema. Come per il terribile Bubble di Soderbergh, film la cui uscita è stata contemporanea in sala, in dvd e sulla televisione via cavo, si pensano film come immagini buone per qualsiasi supporto. Infascelli già aveva dato prova di scarsa fantasia nei suoi due film precedenti, ma qui tocca il fondo. Ci tengo a precisare, prima di comniciare a parlare del film, che mi è stato prestato da amici, e che non ho speso un euro uno. La sequenza iniziale, il lento avvicinamento di una barca verso un'isola sulle note di Steve Von Till (genio musicale assoluto, padrone di casa Neurot, mente dierto ai Neurosis, Tribes Of Neurot e Harvestman, pseudonimo con il quale firma le musiche del film) mi ha particolarmente colpito e sono partito quindi con il piede giusto. 10 minuti dopo sono cominciati i primi momenti brutti. Al 20 minuto non ce la facevo già più e l'idea di interrompere la visione mi ha sfiorato più volte. Alla (terribile) fine si sono arrivato con estrema fatica. è solo per masochismo che sono riuscito ad arrivare in fondo, nonostante: - una storia risibile senza il minimo di effetto sorpresa (presumibilmente voluto invece in sceneggiatura) - l'insostenibilità di tutte le cinque attrici/macchiette (la freak con i dredd, la pittrice in crisi d'ispirazione, la dura votata al dio soldo, la psicopatica dipendente da psicofarmaci, la bellona fatalona) di cui tre, senza alcun motivo, parlano italiano con forte accento straniero che da noia dopo un minuto. - l'apparizione di Platinette senza trucco nella parte dello psicologo che fa lo spiegone a metà film tutto giarto in grandangolo (che è una scena straniante) e con particlari vagamente insistiti su un cubo di rubrick (che non solo è straniante, ma pure macchinosa). - uno stile che, va bene chiamiamolo videoclipparo, ma se prendi le "idee" estetiche, visive del film le tagli e le metti insieme si raggiungono i quindici secondi (forse) e sono: un grandangolo esagerato, un'alba digitale, due tagli di montaggio, una sovraimpressione, due o tre sovraesposiozioni , ralentì - velocizzazione e basta. - lentezza devastante indice di poche cose da dire. - sequenze scult tra cui: 1)"mi fa male la spalla, mi taglio da sola con una forbice ed estraggo un dente della mia gemella morta/metà oscura" 2) bacio saffico incestuso sotto una pioggia di sangue 3) dialogo allo specchio tra le due personalità della protagonista (siamo nel 2006...) 4) bulbo di una lampadina che si fulmina e per una frazione di secondo - mentre da metà film stiamo parlando di gemelle morte alla nascita e robe così - si vede un feto dento. 5) bacio saffico con morso al labbro 6) dialogo: "mi è sempre piaciuto Winnie pooh!" "A me no. Pensaci: era ossessionato dal miele. Era come un drogato". sequenza successiva, la protagonista che si ciuccia mezza boccetta di psicofarmaci. noioso, pretenzioso, vuoto e scontato. perché? madonna mia, che palle...FEDEmc
giovedì, maggio 18, 2006
LE MELE DI ADAMO, Anders Thomas Jensen, Danimarca, 2005
Questa vignetta, fatta per una mostra precedente all'arrivo del film nelle sale italiane, ma mio avviso perfetta e involontaria recensione è opera dell'appena nominato Ministro della Cultura Tuono Pettinato, artista a tutto tondo e esperto di pesca d'altura. FEDEmc
mercoledì, maggio 17, 2006
"Unione albini e ipopigmentati"
L'immagine che ho di Natalia Aspesi è quello di una simpatica comare: di solito a Venezia mi siedo davanti a lei e alla sua amica Lietta (Tornabuoni) perché è splendido sentirle parlare dei film. Lo fanno in maniera non così diversa da quella delle "zdaure" (signore) bolognesi che mi trovo spesso a fianco quando vado al cinema di pomeriggio. Grandi dosi di comicità, insomma. Che credevo involontaria, ma oggi ho letto questo, un pezzo della Aspesi su Il Codice Da Vinci. Mi devo ricredere. Oppure sto invecchiando. Fatto sta che ho ridacchiato tutto il tempo.
Francesco
lunedì, maggio 08, 2006
MISSION IMPOSSIBLE 3, J. J. Abrams, USA, 2006
Cosa ha portato l'uomo che ha avvicinato la televisione al cinema a dirigere il terzo capitolo cinematografico di una serie televisiva? La discussione su MI:3 potrebbe esaurirsi qui, attorno al corto circuito televisione cinema e al contributo di JJ Abrams al film. Fallito il tentativo di rivitalizzare l'action movie americano con iniezioni di esagerazioni dinamiche tutte ralentì e colombe (leggi John Woo) nel secondo capitolo, si torna a quello che realmente è Mission Impossible: intrattenimento seriale basato su meccanismi narrativi rodati, ripetibili e passibili di piccole variazioni, vetrina di prodigi tecnologici e contenitore di sequenze action attuali o innovative. Tralasciando la storia (riassumibile a grandi linee con: Tom Cruise deve combinarne di ogni per salvare qualcuno), questo terzo capitolo mantiene quelle che sono le promesse del genere, aggiungendo qualche piccolo elemento. Alle avventure dell'agente Ethan Hunt si aggiunge la descrizione della sfera famigliare e affettiva, con le sue ovvie conseguenze melodrammatiche. Certo, niente di nuovo (anzi, le parti più deboli e televisive nell'accezione negative del termine - del film, con l'inarrestabile sequela di dialoghi a base di "Amore mio, devi fidarti di me, qualsiasi cosa accada - fosse anche un'esplosione atomica causata dal mio acerrimo nemico - tranquilla io sarò li a farti scudo con il mio corpo dato che, ok la salvezza del pianeta, ma il nostro amore è più importante "), ma lo scopo sembra quello di presentare sotto una nuova luce, vagamente più fallibile, chi solitamente è alle prese con sistema di sicurezza impenetrabili. L'identità da tenere nascosta, pena la messa in pericolo degli affetti più intimi, mutuata da tendenze non proprio più nuovissime della letteratura supereroistica Marvel e DC fine '90, apre nuove prospettive nella delineazione del protagonista che rischiava di risultare immobile e immutabile fin dalla sua prima apparizione. Per quanto riguarda l'antagonista invece, ci si muove in modo diametralemte opposto al meccanismo televisivo. Philp Seymour Hoffmann (oltre ad essere come attore, come giustamente fa notare Paolo, infinitamente superiore a Tom Cruise) è un ottimo cattivo che ha il pregio di essere poco presente all'interno del film ma contemporaneamente di rappresentare il senso di pericolo che il villain deve necessariamente rappresentare. Aggiungiamoci che la recitazione di Hoffmann è priva dei gigioneggi da cattivo di film di genere e che per una volta ci viene risparmiato un antagonista impegnato il più delle volte ad accarezzare gatti bianchi mentre sogghigna malefico in sottofondo ed il giuoco è fatto. Infine prendiamo atto che Mission Impossible 3 è un film d'azione e che quindi per metà del tempo ci saranno esplosioni, mazzate e sparatorie. Sembra un'ovvietà, ma è una delle accuse mosse al film. JJ Abrams registicamente è più o meno invisibile, ma le sequenze d'azione sono tutte realizzate benissimo, con una buona progressione spettacolare e con ritmo da vendere. Insomma, si riparte dal televisivo per portare una serie a rischio di indigestione cinematografica a poter dire qualcosa su grande schermo. JJ Abrams era l'uomo giusto da chiamare e ce l'ha fatta. Segnalo come scena scult il duetto Tom Cruise - Jonathan Rhys Meyers che fanno "l'itagliani" urlando e gesticolando come se fossero colti da fuoco di San Antonio.
Piccola parte per Simon Pegg, lo Shaun di Shaun Of The Dead e per la bellissima Maggie Q.
FEDEmc
Premettendo che il post lo scriverà quasi sicuramente l'amico FedeMC, anch'io vorrei dire qualcosa. Ma la gente cosa si aspettava da Mission: impossible III? Un remake di Ottobre? Parlo con amici e conoscenti e tutti stigmatizzano le esplosioni, la persona di Tom Cruise, il filmone americano. Per fortuna non è più di moda prendersela con tutti quegli effetti speciali. Ora, a parte che il film fa più che onestamente il suo mestiere (divertire, intrattenere), mi sembra che proprio gli spettatori più fighi avrebbero qualcosa da domandarsi su una serie che: a) è gestita da un attore-produttore che non sbaglia un colpo. Da quando non c'era un caso simile nel cinema americano? b) è affidata a registi che provengono da esperienze diverse, ma non anonime o indifferenti. La new Hollywood citazionista (De Palma), la heroic bloodshed di Hong Kong (John Woo), la serialità tv adulta (J.J. Abrams) non immettono sperimentazione nel prodotto, ma innovazione e variazione sì. Scusate, ma, bello o brutto, è il contrario di sfruttamento. Sembra poco? c) punta molto, se non tutto, sull'elemento umano, che in questo caso vuol dire recitazione. Cruise non si fa problemi a convocare attori più bravi (Philip Seymour Hoffman) e finanche più belli di lui (Jonathan Rhys Meyers). Tanto da fare del film un vero gioco di squadra attoriale: non c'è nemmeno un assolo di Cruise (poteva esserci: il recupero della Zampa, che non a caso è tralasciato...). Insomma, amici che neanche andrete a vederlo, ci spiegate perché?
p.
domenica, maggio 07, 2006
Perché no/ Romance and Cigarettes di John Turturro
Sarà solo il doppiaggio? Credo di no. Sinceramente io tutto questo potenziale liberatorio nel film di Turturro proprio non ce lo vedo. Vediamo di motivare il fatto che durante la visione del film mi sono rimproverato di non avere sonno, perché una sana dormita ci stava proprio bene. Primo:“Parlare di camp significa tradirlo” scriveva Susan Sontag qualche tempo fa. Vale anche per la messa in discorso filmica? La risposta è probabilmente no, perché esistono le controprove, per esempio John Waters e i Coen che qui non a caso producono. Ma se l’ostensione del gusto camp, per accumulo di materiali eterogenei, non è funzionale, rimane di testa e di intenzione piuttosto che in realizzazione, non si tratta di un “parlare di camp” senza farlo? Anche se l’argomentazione non è logicamente correttissima, per quanto mi riguarda Romance and Cigarettes tradisce le sue intenzioni e l’immaginario da cui vuole, disperatamente attingere.
Secondo: non è un musical. I numeri musicali non sono progressioni nella trama, non sono movimenti di mondo che portano il reale al fantastico e ritornano a un reale variato, ma nono marcati come sogni come flashback, come parentesi (anche povere) dello svolgimento del film. Non è secondario che per la seconda parte del film tutti si dimentichino di cantare. Vabbé che il tono è tragico, ma la sfida è anche cantare “Bye bye life, Bye bye happiness, Hello loneliness, I think I'm gonna die.:”, altrimenti si fa un film indipendente meditativo e accusatorio sulle sigarette.
Il terzo motivo, è legato al secondo perché appartiene al discorso sociale e giornalistico sul film: “è un musical volgare”. Ecco, dov’è sta volgarità? Questo uso liberatorio del turpiloquio e delle pancette e delle brutture? Io ci vedo solo una risata soffocata di quello che fa le puzzette al ricevimento dell’ambasciatore, e nulla di più. Anche se ci fosse volgarità, non ci vedo nulla di liberatorio o di rivoluzionario (rispetto a cosa? Davvero non ci sentiamo di dire “ciambella con la marmellata” per definire l’organo genitale femminile?), a meno di non appiattire la nostra mente a livelli di editoriale di Men’s Health, e di sentirci fichi e metropolitani se in un film si pronunciano le parole “orgasmo” e “scopare”. O, suvvia. Non siamo al livello di “American Pie per i cineforum”, ma poco ci manca. E davvero non me la sento di valutare come operazione cinematograficamente e artisticamente interessante il musicare il detto popolare “rusa de cavei, gulusa d’osei”.
Lascio perdere gli stanchi lampi di marxismo, che mi suggeriscono di manifestare irritazione per la rappresentazione paternalistica della classe operaia come fenomeno di costume e di estetica, perché altrimenti sembrerebbe un post scritto nel 1964.
Mi preme di più conservare un paio di insulti per la sceneggiatura, che se li merita tutti. Sembra essere stata scritta durante una cena a casa di amici cool: a un certo punto salta su uno e dice: “Ah, ma se ci mettiamo anche uno che si veste come Elvis e si nutre solo di diet coke e vive in una casa su un faggio, lo posso fare io”, e l’altra risponde “Uh, ma se dai la parte a lui io voglio assolutamente fare quella con un corno in mezzo alla fronte e che si veste solo di seta color terra di Siena bruciata”. “No, ma questo personaggio così bizzarro si crede un koala e ha tutti i mobili rivestiti di perline di eucalipto è fantastico, è un meraviglioso profilo di un’umanità disagiata, voglio questa parte”. E l’ultima: “Ma che ne diresti di far passare ogni tanto una quarantenne che attraversa lo schermo e canta wannabe delle spice girls e poi si scopre che era la canzone preferita della figlioletta defunta?.
Tutto questo per dire che al quindicesimo personaggio bizzarro che vive nel vicinato cominciano i primi sintomi di orticaria, acuita dal fatto che nessuno di loro presentato, anzi, non viene nemmeno tentata una presentazione, in modo adeguato.
Unica nota positiva: un numero musicale di Kate Winslet, quello in camera da letto
Manu
Le particelle elementari di Oscar Roelher
Attenzione spoiler sul film e sul libro
Tutta la questione è che manca la deriva apocalittica. Non è una questione di fedeltà al romanzo, che non è mai un parametro di valore, ma di una scelta in sceneggiatura che fa perdere una parte di destabilizzazione al film. Il libro è narrato con dei lunghi flashback da un lontano futuro da esseri che si scopriranno essere l’evoluzione dell’uomo che si è estinto volontariamente grazie alle ricerche di Michel. Oltre ad essere una non sottilissima espressione di nichilismo, dona al personaggio di Michel, il ricercatore, una pulsione tragica estrema, ancora di più della sessuomania disperata e folle di Bruno. Questa eliminazione provoca uno squilibrio decisivo: la figura di Michel, ricercatore sessuofobo, diventa quasi positiva, capace di vivere serenamente e di superare le tragedie recuperando un po’ di tempo perduto. Mentre la sessuomania di Bruno e la sua rabbiosa solitudine diventano il polo negativo, folle livoroso e vitale, ma comunque che non ha altra conseguenza che l’infelicità e la follia. C’è da dire che la parabola di dannazione di Bruno è un tema abbastanza semplice da rendere cinematograficamente, mentre l’alienazione da sessuofobia (non è solo questo, ma per semplicità lo definisco così) di Michel richiederebbe una costruzione drammaturgica più complessa. Ma a parte la polarizzazione dei due fratelli e la loro distinzione nel percorso che porta all’autodistruzione, il film riesce a trasmettere senso di disagio insistendo fortemente sui comportamenti di Bruno, sembra febbrili e fuori luogo, ma tutti conseguenti e coerenti, mentre Michel non fa altro che fare da cartina di tornasole all’altro. Rispetto al libro, il giovamento che ne trae il film è quello di ripulire gli eccessi di maniera nichilista di Houellebecq, per rendere il tutto più lineare e meno specchiatesi nelle intenzioni. Sebbene ridotte, memorabili rimangono le violente tirate contro gli hippies.
manu
Ripeschiamo e ripubblichiamo...
VENEZIA 62 - Romance and cigarettes, John Turturro, USA
"Un musical proletario", l'ha definito il regista, che porta a Venezia il suo terzo film, dopo avere presentato a Cannes Mac e Illuminata. E di un musical si tratta. La storia è quella di Nick (James Gandolfini) che tradisce la moglie (Susan Sarandon) con una ragazza rossa di capelli, sexy e sboccatissima, Tula (Kate Winslet). Quando la moglie si accorge del tradimento, Nick faticherà (invano?) per farsi perdonare. Il film è divertente e sanamente volgare, eccessivo e ritmato e non concede un finale consolatorio, anzi. Interpreti in grandissima forma, tutti, anche Christopher Walken e Steve Buscemi, in due ruoli chiaramente scritti apposta per loro. Le canzoni iniziano da una frase, e passano di bocca in bocca, da un personaggio ad un altro, a parte un paio di eccezioni. Ballano e cantano tutti, e nessuno è bellissimo, tutti mostrano rughe e ciccia, naturalmente, con la stessa naturalezza con cui, chi lo fa, canta sotto la doccia. Si perdonano a Turturro, proprio per questo, anche alcune ingenuità e insicurezze registiche, che comunque non danneggiano assolutamente un buon film. Mi chiedo solo come verrà doppiata tutta questa sana volgarità verbale nel nostro Bel Paese...
Però la domanda finale rimane: che ne è stato della volgarità? Come è stata tradotta? Commentate, commentate...
Francesco
giovedì, maggio 04, 2006
Anche libero va bene, Kim Rossi Stuart, Italia 2006
Gli esordi di attori alla regia sono sempre pericolosi: sarebbe superfluo, qui, elencare i fallimenti. Esordire alla regia con un film che ha come protagonista un bambino, poi, è veramente una scommessa ardua. Diciamo subito che Kim Rossi Stuart questa scommessa l'ha pienamente vinta. Anche libero va bene è un film genuinamente delicato, ben sceneggiato dall'attore e regista insieme a Linda Ferri, Federico Starnone e Francesco Giammusso, e interpretato magistralmente da tutti gli attori. Su tutti lo stesso Kim Rossi Stuart, che si conferma uno dei nomi migliori nel panorama italiano. Ma sono bravissimi anche Alessandro Morace e Marta Nobili, nei panni dei suoi figli Tommaso e Viola. Quella forse più in ombra è la Bobulova, che a volte pare incerta sui toni da dare al suo personaggio di madre assente e fuori di testa. Il film si mantiene in equilibrio tra una naturale dolcezza nel raffigurare l'infanzia, mista ad un senso continuo di pericolo e fragilità (le continue camminate sul tetto di Tommaso ricordano, per certi versi, l'ansia delle prime scene di Certi bambini), ma senza scadere in eccessi. Gli eccessi, però, nel film ci sono: il personaggio di Stuart, Renato, padre solo, abbandonato e un po' cazzone, non ha ritegno nell'esplodere di rabbia davanti ai figli, anche con bestemmie che sono di quanto più lontano si possa pensare dalla voglia di fare sensazione. La regia di Stuart è solida, anche se ha soltanto un paio di guizzi: uno riuscito (la soggettiva di Tommaso che nuota, fino a che il soffitto della piscina non si inframmezza con le immagini di un cielo aperto) e uno meno (il sogno del bimbo su sua madre). Insomma, decisamente un buon esordio: coraggioso e riuscito, familiare ma non ombelicale, tenero e violento al tempo stesso.
Francesco
lunedì, maggio 01, 2006
SCARY MOVIE 4, David Zucker, USA, 2006
La differenza sostanziale con i capitoli precedenti è la definitiva scomparsa dei terribili Fratelli Wayans, creatori della serie. Sceneggiatori e registi nei primi due, solo sceneggiatori nel terzo, scomparsi nel quarto. Scary Movie diventa quindi a tutti gli effetti un prodotto Zucker - Abrham ma, contro le aspettative, non tutto sembra andare per il verso giusto. Il terzo capitolo aveva avuto il merito di chiarire lo scopo della serie (riasunto parodico della precedente stagione cinematografica di genere) e procedendo per accumulo, mescolava varie parodie riuscendo in qualche momento ad essere veramente divertente. Era l'intero film - la trama, lo stile regsitico, i personaggi - ad essere parodiato e la loro unione, nel tentativo di formare una seppur sbalestrata trama, funzionava. Il quarto sfortunatamente si limita a incollare micro sequenze parodiche di tutti i film dell'anno scorso, senza tentare minimamente un collegamento o qualcosa che faccia rimanere in piedi la baracca. Ci si limita a mettere la macchina da presa nella stessa posizione, si scelgono attori più o meno somiglianti agli oroginali, si imita il set alla perfezione, per poi lasciarsi anadare a un liberatorio e simpsoniano effetto "pallonata nell'inguine". Tutti, dal primo all'ultimo personaggio, prendono incessantemente testate contro tutti gli spigoli possibili, vengono continuamente colpiti da oggetti scagliati da qualcuno particolarmente sbadato, cadono e inciampano senza sosta. Non si chiede certo uno sviluppo narrativo incredibile, ma così il tutto finisce per ricordare troppo da vicino uno show televisivo: vaga sottotrama usata come pretesto per il numero comico. Non stupisce quindi che il finale sia affidato alla parodia della performance da squilibrato di Tom Cruise da Oprah Winfrey. Curioso anche l'inserimento di parodie di film non di genere come Million Dollar Baby (con triste cameo di Mike Tyson) e di Brokeback Mountain. Deludente e anche un po' triste.
L'ERA GLACIALE 2: IL DISGELO, Carlos saldanha, USA, 2006
Dopo il tenativo fatto l'anno scorso con Robots, la Blue Sky decide di tornare al progetto che l'ha imposta come terza via all'animazione digitale e confeziona un fiacco seguito de L'Era Glaciale. Tutti i punti di forza del film d'esordio - trio di personaggi piuttosto ben assortito, set scarno ma essenziale, intervalli comici affidati a Scrat (voce di Chris Wedge, capoccia della Blue Sky, qui unico suo contributo), trama semplice semplice - vengono ripresi per essere semplicementi riproposti in modo esagerato e opposto. Per chiarirci: i caratteri dei tre personaggi non subiscono alcun cambiamento ma si limitano ad essere esasperati fino alla noia, il bianco bidimensionale del primo viene sostituito da orridi sfondi colorati malamente, si sinsiste fino allo sfinimento con Scrat senza inventarsi alcuna gag nuova, l'asciutezza della trama si trasforma in pochezza. Alla base del film ancora l'idea del viaggio (questa volta per raggiungere una non ben definita "arca" che possa salvarli dal disgelo) come spunto narrativo al fine di mettere di fronte le diversità dei protagonisti, fredda ri-esposizione di quello già detto precedentemente (Mammuth = saggio brontolone, Bradipo = goffo bonaccione, Tigre = scontroso e aggressivo, ma sotto sotto buono). Per dare un po' di pepe al tutto di è deciso di affiancarli a dei coprotagonisti con cui farli interagire, ma al di là della coppia di opossum (unico aspetto divertente del film, ma ennesima coppia di esserini antropomorfi casinisti), ci si limita a una insostenibile mammuth convinta di essere un opossum che svela la sua funzione di lezioncina moralistica immediatamente. Nussun antagonista, nessun senso di pericolo, nessun senso di costruzione della sequenza, nessun avanzamento tecnologico o stilistico: niente se non la riproposta di cose già viste nel primo episodio, qui ancora più scarnificate. Unica soddisfazione: non si vedono umani.
FEDEmc
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