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sabato, luglio 29, 2006
I grandi confronti di Secondavisione:
Notte prima degli esami vs. La meglio gioventù
Punto di vista: la narrazione storica
Entrambi i testi considerati assumono una visione dell’uomo congrua al periodo in cui sono ambientate le vicende narrate, o la maggior parte di esse. La meglio gioventù ha un punto di vista utopico: tutti sono buoni, e basterebbe avere un po’ di buona volontà per manifestarlo. Ma sono le circostanze, la società, o qualche strana idiosincrasia personale a farci essere cattivi. Notte prima degli esami ha un punto di vista individualistico (qualunquista): siamo tutti un po’ stronzi, vigliacchi e disgustosi, la società è uguale, quindi se uno se ne rende conto e si sbatte un po’, può combinare qualcosa di buono, fondamentalmente per sé.
Allo stesso modo è congruo in entrambi, anche se in forme differenti, il modo in cui la Storia dona la propria forma alle vicende individuali, relazionali, umane: nella Meglio Gioventù le donne e gli uomini di buona volontà riescono a ritrovarsi nell’utopia concretizzata, il casale in Toscana, dove anche i fedeli operai (in barca si è tutti uguali…) sono bene accetti, basta che lavorino, e così come le presenze soprannaturali (metafisiche o semplici funzioni narrative), basta che manifestino la volontà di essere partecipativi nella comune che capitalismo compassionevole e di buona volontà ha consentito . In Notte prima degli esami è l’essenza individuale, o la tenace opposizione ad essa, a creare il futuro: ciascuno diventerà quello che si può sospettare (o il suo esatto opposto), non si sfugge il proprio destino, che è fondamentalmente quello di essere tanto stronzi in atto quanto lo si è in nuce, e i sogni, individuali e non collettivi, molto spesso non si realizzano.
La prima differenza radicale tra i due film è il rapporto dei personaggi con la Storia, forse anche dovuto al diverso medium per cui sono stati pensati.
Il modello della Meglio gioventù è quello degli sceneggiati educativi della Rai di Bernabei (un altro eden creato inspiegabilmente a posteriori, dopo aver messo sotto la gamba del tavolo tutti i volumi del Nuovo Politecnico Einaudi di anche vaga ispirazione francofortese), Notte prima degli esami non va oltre Bella in rosa, anche come ambientazione temporale (NB: interessante notare come l’ambientazione anni ottanta sembri garantire successo, anche di culto, ai film, come per esempio Donnie Darko, soprattutto anche in coloro che non li hanno vissuti: il fatto che vengano sentiti come perfettamente contemporanei dovrebbe far pensare).
Per tornare al discorso del rapporto personaggi-storia, ne La meglio gioventù i personaggi sono partecipanti agli eventi storici, i costruttori attivi delle cose buone del nostro sfortunato paese. Lo scopo è quello di descrivere la costruzione di una nazione, quindi i personaggi vivono, anzi visto che il vivere comporta contraddizioni e scelte, meglio dire partecipano dei fatti storici e li espongono. Li espongono con la loro stessa presenza e le stesse azioni, perché nel loro esserci forniscono già un’interpretazione. È il paradosso del personaggio “nato vecchio e saggio”, narrativamente parlando si tratta di problemi di focalizzazione enormi, perché tutti sanno come andrà a finire e quindi in che posizione mettersi per non finire nella pattumiera della storia. Chi cede al conflitto e al non già scritto, ovviamente per idiosincrasie psichiche personali, muore o scompare, anche se il loro “errore” è un mattone su cui gli uomini di buona volontà edificano qualcosa di buono.
In Notte prima degli esami, tolto totalmente il fine educativo del testo, la storia è qualcosa che è solo un sentito dire. Nella loro vita non conta quasi nulla, i riferimenti all’epoca storica sono essenzialmente di décor. Due dei fatti epocali che vengono evocati, la caduta del muro e l’ultimo scudetto dell’Inter, sono solo oggetto di discorso, e di ironia. Solo l’intellettuale bocciata vivrà, ma per una serie di coincidenze fortuite, la caduta del muro. Alla fine, anche se valorizzata negativamente dallo sguardo di Cristiana Capotondi, quello che dice la sua amica, futura casalinga disperata, è la visione della storia del film. Cito a memoria: “che mi significa andare a Berlino così? E che le cambia se cade il muro? Che cambia per la sua vita”., In fondo, Mandela per loro non è che un poster che sostituirà Simon Le Bon e andrà a fianco di Madonna (con Kurt Cobain pronto a subentrare da lì a qualche anno).
In la meglio gioventù per i personaggi si cerca disperatamente lo status di “eroi borghesi”, di piccoli costruttori civili. In Notte prima degli esami, per i personaggi si cerca lo status di “antieroi qualunque.”
La contrapposizione tra i due film è nata però non tanto nella rappresentazione della generazione anni ottanta, il cui futuro come abbiamo detto è squisitamente normale, mostruoso e vigliacco, come sono normali, mostruosi e vigliacchi coloro che vivranno questo futuro, ma nella generazione immediatamente precedente.
Quella del professore interpretato da Giorgio Faletti: sessantottino, che ha partecipato ai grandi eventi fondanti la cultura contemporanea, come Woodstock, e anche lui dalla parte giusta. Come Lo Cascio ne La meglio gioventù. Anche lui fa qualcosa di “civile”, insegna, ma invece di essere nell’utopia concreta si trova disprezzato dai suoi allievi. Inoltre, si può ragionevolmente presumere che lo yuppie per cui la moglie lo ha lasciato sia un suo coetaneo, o perlomeno un appartenente alla sua generazione. La scena in casa dell’avvocato di successo è esattamente l’equivalente, valorizzato in modo grottesco, dell’utopia realizzata nel casale di campagna. Allo stesso modo ci sono gli uomini di buona volontà (squali della finanza, ma abili vs. professionisti affermati, ma civili), che si ritrovano nel luogo più in (la casa high tech vs. il casale ristrutturato) in un momento di convivialità e relazione umana (il cocktail party con Bloody Mary in glasses di design vs. il pranzo tutti assieme, come si faceva una volta quando c’era la Rai di Bernabei con tovaglia a scacchi e casoncelli lardellati in salsa di ribes e noci). Alla fine, nella finzione, ci sono cronologicamente solo un paio d’anni di differenza tra il cocktail party e il casolare. Ideologicamente, a occhio, trenta cm.
Se entrambi mettono in scena la generazione “anni settanta”, anche se con intenti diversi, in Notte prima degli esami, mentre è assente del tutto da La meglio gioventù, è però presente l’alterità generazionale. Lasciamo perdere la questione dell’alterità in generale in La meglio gioventù, la quale o si autoelimina come sarebbe buona norma fare, o si riduce alla vita ideale in un villaggio provenzale, e rimaniamo esclusivamente su quella generazionale: in Notte prima degli esami il protagonista non ha niente da contrapporre ai racconti dei ricorsi del professore sessantottino, se non il superficiale racconto della ragazza conosciuta ad una festa in piscina al ritmo di Gioca Jouer, e la malinconia dovuta al fatto che non l’avrà mai e al fatto che la sua privata e vigliacca utopia non si realizzerà mai. Malinconia che è l’unico sentimento consentito, e raccontato con una certa partecipazione, nella scena della partenza della simil-Benedetta dei ragazzi della 3° c per Berlino con Save a prayer dei Duran Duran per colonna sonora, in cui afferma la sua poco coraggiosa marginalità. Ecco, quella scena si fonde perfettamente con il sentimento del grottesco della scena in cui il possibile (per età) sessantottino ma ora avvocato yuppie canta Luis Miguel, urlando Noi ragazzi di oggi per affermare la sua terribile eternità, che infatti dura ancor oggi a diciassette anni di distanza. Nella Meglio gioventù questo non c’è, nessuno canta i Cure, metonimia della malinconia come unico sentimento lasciato libero, ma tutti e in coro, grandi e piccini, gli Inti Illimani come nel migliore e più responsabile dei mondi possibili.
manu
martedì, luglio 18, 2006
Visto che la stagione cinematografica è ormai agli sgoccioli (eufemismo) o recuperiamo qualcosa nelle arene estive (Notte prima deli esami mi stuzzica) o diamo dei consigli di lettura in spiaggia o in autobus caldi.
E' uscito infatti il primo numero di Brancaleone, nuovo quadrimestrale di cinema e non solo. Non lo consigliamo solo per bieche ragioni di familismo amorale (due amici di secondavisione ci scrivono sopra) ma perchè, perlomeno il primo numero, è davvero interessante.
Nata dalle ceneri (?) di cinemi la rivista si trova in libreria, nella sezione libri di cinema, nella Feltrinelli di Milano. Il primo numero è dedicato al cinema italiano, ma non ci sono solo testimonianze (Vittorio De Seta, ad esempio) e analisi estetiche, ma venono posti anche problemi produttivi e di ricezione (a quale pubblico si rivolgono i film italiani, come se lo costruiscono, quali sono le logiche economico produttive che portano alla creazione e alla distribuzione di un certo tipo di film, anche riflettendo sui contributi statali).
Non solo cinema ma una riflessione di più ampio resipiro sulla cutura italiana nel suo complesso in questa età neobaricca, definizione di Vincenzo Buccheri per definire l'esistenza della categoria ossimorica del Cinema Medio D'Autore e del pubblico per questo cinema (Muccino, Giordana autore della riscrittura neoborghese di questo paese, Ozpetek ecc.). Posizioni su cui, perlomeno io in quanto manu, apponiamo la nostra poco utile firma (in nome del dogma italico, della critica al talento constatativo ecc.)
Se qualcuno lo leggesse, e poi avesse voglia di dibattere su questo blog, noi siamo pronti (magari scrivendo qualche post su temi precisi, ma provvederemo)
manu
mercoledì, luglio 12, 2006
lunedì, luglio 10, 2006
Per me, la nouvelle vague è una cagata pazzesca.
sabato, luglio 08, 2006
I n questo perido il collettivo secondavisione, tra lavori estivi, doppi lavori estivi e lavori estivi carpiati, ha poco tempo per aggiornare il blog. Approfitto di una giornata assolutamente vuota per riassumere le ultime visioni.
THE OMEN: IL PRESAGIO, John Moore, USA 2006
Un tempo si sarebbe detto Istant Movie. Film fatti all'occorrenza. In questo caso l'occasione è il trentennale del film originale a firma di Richard Donner (un onesto prodotto commerciale pensato sulla scia del successo di film quali Rosemary's Baby e L'Esorcista, film che svelavano il lato orrorifico insito nel nucleo famigliare) e la data 6 giugno 2006, 6 - 6 - 6, il numero della Bestia. John Moore si sbatte il minimo sindacale e realizza svogliatamente un film talmente simile all'originale che spesso anche le frasi sono prese pari pari e addirittura non ci si sforza per cambiare il punto di ripresa. Le uniche novità sono due sequenze oniriche fatte apposta per esplodere insensatamente in decibel a caso (il caro e vecchio effetto bubusettetè) e un tentativo di aggiornamento talmente goffo da imbarazzare. Spazio quindi a un prete con i capelli lunghi, a un papa somigliante a Wojtyla e al crollo del World Trade Center inserito veramente a forza. Il momento più alto: nell'originale il pargolo del demonio irrita la madre con il rumore prodotto dal giocare con delle palle da biliardo. Qui il pargolo del demonio irrita Julia Styles con il rumore prodotto dalla Play Station. Liev Schreiber non è Gregory Peck, Julia Styles è uno dei grandissimi misteri di Hollywood, le scene ambientate in Italia pullulano di comparse vestite da Pulcinella che agitano insensatamente le mani, il bambino - come notava giustamente Valido - dovrebbe inquietare mentre fa venire voglia di coccole. Incredibile come in 30 anni la trama del film sia non solo invecchiata a tal punto da annoiare a morte, ma da risultare frutto di una mente malata o particolarmente giocherellona. "Mi è morto Il figlio" "Non si preoccupi, qui al Vaticano ne abbiamo d'avanzo: le piace questo indemoniato?" "Bellissimo. Però ho perso lo scontrino dell'altro... Spero non sia un problema" "Si figuri. Basta che non lo dica a sua moglie." Rimane una locandina molto bella e un primo piano di Mia Farrow che da solo vale il prezzo del biglietto. THE DARK, John Fawcett, USA, 2005
La vera sorpresa (orrorifica) dell'estate è The Dark. Tratto dal romanzo The Sheep di Simon Maginn, il film racconta la discesa negli inferi di una madre decisa a ritrovare la figlia, dispersa negli abissi e apparentemente sostituita da una bambina che dovrebbe essere morta da 40 anni. Non tutto funziona in una storia che non si fatica ad immaginare sconta qualche difficoltà nel passaggio dalla carta stampata al grande schermo, ma in generale il film raggiunge lo scopo. Spesso, soprattutto nella parte iniziale, ci si affida anche qui all'effetto bubusettetè, ma The Dark riesce ad avere un'atmosfera generale, grazie anche all'insolito setting scozzese, piuttosto efficace. Non ci si inventa niente, ma il film ha un buon ritmo, un cast in gran forma (su tutti Maria Bello), un azzardo visionario che non ti aspetti da chi prima ha fatto solo televisione e un finale a sorpresa cattivo e decisamente poco conciliante. Malato e cattivello, meritava più attenzione. LA SPINA DEL DIAVOLO, Guillermo del Toro, 2001
Prima di arrivare in America a girare film come Hellboy o Blade 2, Guillermo del Toro aveva già le idee chiare. Con budget decisamente più ridotti (e di proprietà dei fratelli Almodovar, qui produttori) e solo al secondo film, si dimostra comunque mestierante efficace con un tocco e un approccio alla materia orrorifica personale. La Spina Del Diavolo è una tristissima ghost story che non risparmia un approccio storico e malinconico personale, capace di portare il film ad essere un horror dal sapore particolarmente datato e, proprio per questo, efficace. Sorvolando su qualche ingenuità, quello che stupisce maggiormente è il notare come, sebbene castrato da budget inadeguati, già nel 2001 l'approccio visivo di del Toro fosse chiaro e concreto e come, soprattutto, pur realizzando un film che basato sui ricordi di un bambino nella Spagna post conflitto bellico, il riferimento principale sia quel filone americano fantasy thriller anni '80 con protagonisti dei bambini (Scarlatti, Navigator, ecc...). Il regista messicano evidentemente pensa all'entertainment su larga scala, lo fa da tempo e lo fa anche in un film che, sulla carta, dovrebbe essere agli antipodi del modello verso il quale tende. Quello che ci interessa notare è che del Toro lo fa con stile, distante dai suoi amici europei Balaguerò o Amenabar. Il Labirinto di Pan, presentato a Cannes quest'anno pare essere straordinario. Ce (glie)lo auguriamo. Resta da scoprire per quale motivo abbiamo dovuto attendere cinque anni per vedere questo film. Ne ha scritto molto bene, come sempre, l'amico Kekkoz.
SILENT HILL, Christopher Gans, USA, 2006
Clamoroso successo in America, Silent Hill è l'ennesimo adattamento cinematografico di un videogioco. A dirigere l'orchestra, il maldestro regista di Crying Freeman e Il Patto dei Lupi. Rose (la bellissima Rhada Mitchell) accompagna la sua bambina a Silent Hill, luogo che la fanciulla ripete in momenti di sonnambulismo. La città, inabitata da tempo a causa di un terribile incendio, inghiotte la bambina. Comincia una disperata ricerca che coinvolgerà non solo la mamma, ma anche una poliziotta molto simile alla cantante dei Roxette, una setta di brucia-streghe e mostri fatti male in computer grafica. Il videogioco era una summa di situazioni orrorifiche cinematografiche condensate in un gioco di strategia efficace che, al pari di Doom, faceva della vacuità e della mancanza (della ripetitività) d'azione il suo punto forte. Nel passaggio dai pixel al cinema rimane solo l'impressione, l'idea vaga di un qualcosa d'interessante. Una noia epocale che si protrae per quasi due ore di film senza il minimo accenno di alleggerimento, ma che al contrario viene diretto da un uomo che non pare conoscere il significato della parola ironia. La struttura da librogame, da videogioco di strategia, su grande schermo non funziona e, insieme alla brillante idea di avere - nella prima parte del film - una sola protagonista, rende difficile mantenere gli occhi aperti. Certo che con il sopraggiungere della cantante dei Roxette il ritmo non si fa scoppiettante. Le scene più visionarie sono realizzate con una computer grafica scadente, sono ripetitive e riciclano idee che, ripetiamo, se potevano funzionare come compendio di spunti horror cinematografici nel gioco, su grande schermo non hanno alcun senso. Viste, riviste, straviste. Incredibile poi come il film sulla carta sia pieno di buoni spunti (la società matriarcale, la città fantasma dove piove cenere, la ciclicità delle azioni e il ripetersi delle situazioni) sfruttate al peggio delle possibilità. Ridicolo involontario centrato in pieno nei flashback spiegoni e nella sfida finale con il maligno. Momento più alto: da ormai quella che sembra un'eternità (fine primo tempo) siamo a Silent Hill. Abbiamo visto articoli di giornale su internet ("Non andare in quella città amore! Non hai visto cosa dice l'Internet?") che ci hanno spiegato che tempo fa la città è stata distrutta da un incendio. La protagonista appena arrivata in città dice "ma qui c'è stato un incendio!". Tutto quello che viene inquadrato è bruciacchiato. Ogni due secondi si parla di incendi. Giunti in un magazzino Rhada Mitchell e la poliziotta/cantante dei Roxette si guardano in giro in cerca di indizi. Dopo un po' la poliziotta esclama "Sembra che qui ci sia stato un incendio!". Rimane un mistero la presenza di Roger Avary come sceneggiatore. FEDEmc
giovedì, luglio 06, 2006
Il gran galà di Seconda Visione
Ce l'abbiamo fatta, nonostante i mondiali, le dirette dei festival estivi, il caldo, le cavallette, e il funerale della mamma di Joliet Jake Blues: come tradizione, martedì 11 luglio dalle 20 in poi ci sarà la puntata speciale di chiusura in cui assegneremo i nostri premi. Frizzi, lazzi, sorprese e le "cinquine" dell'anno di Manu e Paolo (fondatori emeriti di Seconda Visione, ma anche spocchiosi), Giangi di Modena Radio City, Violetta Bellocchio, il giovane cinefilo Kekkoz, Davide "Il Turro" Turrini e Roy Menarini. Come al solito, ecco le nomination. E, come al solito, potete votare quanto vi pare, a noi fa piacere, eh, ma tanto i premi già li abbiamo decisi.
Gnocca dell'anno - Scarlett Johansson - Maggie Q - Sheri Moon Zombie - Natalie Portman - Naomi Watts
Gnocco dell'anno - Matthew Goode e Jonathan Rhys Meyers - Jake Gyllenhaall e Heath Ledger - Clive Owen - Ménothy Cesar - Christian Bale
Premio DAMS e Scienze della comunicazione - Dear Wendy - Hostel - Hawaii, Oslo - Bubble - Sangue: la morte non esiste
Premio film equo e solidale - Crash - Il suo nome è Tsotsi - Sesso e filosofia - The Constant Gardener - All the Invisible Children
Attrice filodrammatica - Juliette Binoche per Parole d'amore - Sarah Jessica Parker per A casa coi suoi - Anna Mouglalis per Romanzo Criminale - Audrey Tatou per Il Codice Da Vinci - Nicoletta Braschi per La tigre e la neve
Attore filodrammatico - Luca Zingaretti per I giorni dell'abbandono - Roberto Beningni per La tigre e la neve - Orlando Bloom per Elizabethtown - Anthony Hopkins per Proof - Tom Hanks per Il Codice Da Vinci
Miglior colonna sonora - La sposa cadavere - La casa del diavolo - Romance and Cigarettes - The New World - Lady Vendetta
Miglior attrice - Christine Keener per Capote: a sangue freddo - Naomi Watts per King Kong - Sarah Polley per La vita segreta delle parole - Kate Winslet per Romance and Cigarettes - Q'Orianka Kilcher per The New World
Miglior attore - Phillip S. Hoffman per Mission Impossible 3 e Capote: a sangue freddo - Ulrich Thomsen per Le mele di Adamo - Barry Pepper per Le tre sepolture - Kim Rossi Stuart per Romanzo Criminale e Anche libero va bene - David Strathairn per Good Night and Good Luck
Miglior film d'animazione - Cappuccetto rosso e gli insoliti sospetti - La sposa cadavere - Il castello errante di Howl - L'era glaciale 2: il disgelo - Wallace and Gromit: la maledizione del coniglio mannaro
Cesso d'oro - La seconda notte di nozze - La tigre e la neve - I giorni dell'abbandono - Crash - Il Codice Da Vinci
Seconda Visione d'oro - Lady Vendetta - Il Sole - King Kong - The New World - Match Point
Votate, votate, votate. Ci sentiamo martedì prossimo.
martedì, luglio 04, 2006
Nessun film da recensire e molto probabilmente questa notizia dirà qualcosa (anche se spero di no) solo a quelli che abitano a Bologna. L'Atlantide occupata di Porta Santo Stefano rischia (da quello che ho capito molto) di essere sgomberata. Per quanto ci riguarda è una notizia tristissima. Oltre che gravissima. l'Atlantide è ormai l'unico centro sociale entro porta a Bologna. Centro sociale in quell'accezione che molti con il tempo si sono persi per strada o dimenticati. Un luogo in cui, per esempio, è possibile pagare 4 euro per vedere 4 concerti organizzati dai ragazzi di "Nulla Osta". Partecipare, sempre per lo stesso prezzo, alle feste organizzate da Antagonismo Gay o dal collettivo Clitoristrix - femministe e lesbiche. Fatto che, sarà banale e scontato per molti ma è giusto ricordarlo ad altri, vuol dire fare politica. Attivamente. Non solo un luogo dove vedere concerti o partecipare a feste quindi, ma un nodo culturale e politico realmente diverso e non allineato, in una città che ultimamente si avvicina sempre più alla apertura mentale di Treviso. L'Atlantide è un luogo attivo, sicuro, pulito, aperto a tutti quelli che vogliono partecipare (anche attivamente) alle loro attività, grazie a ragazzi che in prima persona si sono sempre sbattuti (molto) senza mettersi un soldo uno in tasca. Non per fare i giovani con la cresta che si spaccano le lattine in fronte. Non per suonare i bonghi fino a tardi. Solo per fare qualcosa di politico e di attivo in città. Qualcosa che viene dal basso, che può piacere o meno, ma che ha un valore culturale innegabile.
Per saperne di più qui trovate un servizio realizzato dalla redazione informazione di Città Del capo Radio Metropolitana di Bologna, con il parere del presidente del quartiere Santo Stefano Andrea Forlani e la risposta di Marco Geremia di Antagonismo Gay.
Qui se volete potete firmare una petizione contro lo sgombero di Atlantide.
La Redazione
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