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giovedì, agosto 31, 2006
Orizzonti - Infamous, Douglas McGrath, USA
A pochissima distanza da Capote, la Warner Indipendent decide di far uscire Infamous, messa in scena della difficile scrittura da parte di truman Capote del suo A sangue freddo. Attraverso le prime indagini, il complicato rapporto con uno dei due assassini e la crisi creativa e personale che ne consegue, si jndag sulla figuar del truman capote uomo e scrittore. L'approccio dei due film è del tutto simile e, è evidente, i film hanno moltissimo in comune. Infamous azzarda di più nella caratterizzazione di Capote e manca, sfortunatamente, di quel taglio decadente e pessimista di cui era venato il film di Miller. Per il resto il susseguirsi della narrazione, lo svolgersi degli eventi, addirittura alcune inquadrature (il patibolo verso il finale) sono veramente simili. Toby Jones non è Seymour Hoffmann e la sua interpretazione, sopra le righe e spesso sottolineata da battutacce da caserma, rischia di trasformare il film in uno strano miscuglio tra Capote e Il Vizietto (inutile dire che Jones non è nemmeno Michel Serrault). Cast stellare (spesso mal utilizzato) - Sigourney Weaver, Sandra Bullock, Isabella Rossellini, Peter Bogdanovich (!), Gwyneyh Paltrow, Daniel Craig e Jeff Daniels - una storia appassionante e una ricostruzione storica e scenografica curatissime, non riescono a elevare un film schiacciato da una sceneggiatura costellata di ingenuità e momenti imbarazzanti e da una regia piatta e televisiva che non riesce a far convivere tentazioni comiche e leggere con la tragedia. Ci si chiede insomma quale sia il motivo di avere due film del tutto simili a così breve distanza l'uno dall'altro e si rimpiange Capote, che certo non era un capolavoro.
Venezia 63 - Syndrome and a century, Apichatpong Weerasethakul, THAI
Complicata vita amorosa e spaccati di vita di pazienti, dottori e monaci in un ospedale tailandese. Il regista di Tropical Malady racconta una storia pare in parte autobiografica (il regista è figlio di medici ed è cresciuto in un ospedale) dividendo il film in due parti separate e antitetiche. Nella prima parte ci si concentra sulla storia amorosa di una dottoressa e sul rapporto tra un dentista e un monaco. Nella seconda parte invece, sfruttando i controcampi ignorati nella prima parte, si raccontano le storie di un medico, anch'esso alle prese con una complessa storia d'amore, e di un altro monaco. Impossibile cercare un collegamento o un filo logico tra due racconti che alternano continuamente rimandi e negazioni. Lo stile e la scelta di imporre una profonda cesura tra le due parti del film è piuttosto simile e rimanda inevitabilmente a Tropic Malady, anche se questo Syndrome And a Century risulta in parte più godibile. Un cinema affascinate, leggero fino quasi all'evanescenza, che spesso tende a farsi astratto e onirico, capace al tempo stesso di raccontare, o meglio, volontariamente accenare l'intimità dei suoi personaggi.
Venezia 63 - Hollywoodland, Allen Coulter, USA
Il regista di The Sopranos, di Sex and The City e di altri famosi telefilm passa al grande schermo indagando sul suicidio di George Reeves, il primo Superman televisivo. Lo fa alternando le indagini e la storia di un investigatore privato (Adrien Brody) con la storia, bellissima e tragica "rise and fall" di Reeves (Ben Affleck). Due personaggi particolarmente decadenti, incatenati in un mondo - ancora quello della Hollywood anni'50, lo stesso di Infamous e di Black Dalhia - falso, ingannatore e crudele. L'inevitabile stile televisivo di Coulter si adatta particolarmente a una storia che della finzione, dell'inganno e della fallibilità dei sogni fa il suo centro. Una storia affascinate, gestita con la necessaria dose di tristezza e di tragicità, per un film forse eccesivamente prolisso, ma che ha dalla sua una grandissima interpretazione di Affleck (giuro) e di Bob Hoskins e alcune sequenze, come la ricostruzione degli spettacoli di Superman, assolutamente godibili. Non male.
FedeMC
mercoledì, agosto 30, 2006
Per la problematica gestazione del progetto e per la visione del cinema, e del documentario di De Seta, rimandiamo all’intervista rilasciata dal regista a Brancaleone. Alla fine il film è stato completato e sarà distribuito, e si è visto fuori concorso.
Il film è diviso in due, una lunga parte italiana e una più breve, più difficile da vedere ma anche più interessante parte africana. Teniamo presente che le riprese sono state fatte in ordine cronologico, cioè seguendo la sceneggiatura e non un ordine di produzione, e con un bravissimo attore non professionista.
Assane migra dal Senegal all’Italia, approdando prima sulle cose siciliane, poi uggendo alle forze dell’ordine in quanto clandestino comincia a risalire lo stivale cercando la promessa di una vita migliore. Prima a Napoli, dove lavora nelle aziende agricole e viene a contatto con la malavita organizzata, poi a Firenze da una cugina che fa la modella ed è perfettamente integrata, da cui Assane scappa in quanto essendo profondamente religioso – musulmano - non può tollerare che sua cugina conviva con un non musulmano e nemmeno sia sposata, e poi a Torino dove trova lavoro, aiuto, affetti ma anche violenza e razzismo. E quindi, in piena crisi, decide di tornare in Senegal, traumatizzato e sradicato, a rivedere la famiglia e il suo vecchio maestro.
La prima parte, più narrativa e funzionale, sconta qualche stereotipia nella presentazione delle situazioni e nella visione dell’Italia italiani, mentre più sfaccettato e ambiguo è il ritratto dello spaesato Assane. Personalmente, il rifiuto della cugina internata per motivi religiosi è stata una reale intrusione di un’alterità difficilmente comprensibile.
Il ritorno in Africa, in cui il ritmo rallenta (quasi nessuna ellissi, non c’è più nulla da raccontare ma solo fare vedere com’è la vita quotidiana in Senegal e lo sradicamento di Assane) è sicuramente più interessante, capace di esplorare regioni e stati d’animo piuttosto distanti dallo spettatore, ma abbastanza coinvolgenti.
Manu
Nella sezione "Orizzonti", un documentario di stampo televisivo che narra la svolta “politica” di John Lennon e, visto l’ascendente che aveva sui giovani, i timori, le manovre e – alla fine – il tentativo di espulsione perpetrata dall’amministrazione Nixon nei suoi confronti. Grande sfoggio di materiale d’archivio, ricostruzione storica puntigliosa e lavoro in post produzione sulle foto d’archivio veramente mirabile. Ma John Lennon (mito indiscusso) contro Richard Nixon (considerato da tutti un farabutto) è una tesi talmente facile che probabilmente sostenere “Gandhi contro la scabbia” sarebbe stato un esercizio di dialettica più complesso da sostenere.
Oggi che essere intercettati è più che una possibilità ma un fatto, fanno sorridere – amaramente – le paranoie di Lennon.
Pessima la ricerca di pathos finale saltando di sette anni per arrivare alla morte di Lennon, quando il tema era molto ristretto temporalmente (1968 - 1974). Inspiegate in modo non molto corretto lo scioglimento dei Beatles (neanche citato) e perché, nonostante tutte le mobilitazioni e le cattiverie, e i giovani, Richard Nixon vinse alle presidenziali del 1972. Non sarà che le canzoni non possono cambiare il mondo?
Bella la passione e interessante il sottotesto, che ho visto forse solo io, di come la notorietà di Lennon in fondo fosse usata come un’arma dai “politici” dei movimenti.
Se non si vuole un esercizio di stile, si va a vedere un altro film. C’è da dire che c’è tutto quello che si può desiderare: citazioni a gogò (Viale del Tramonto, La donna del lago e altre per cui bisognerebbe rivederlo), autocitazioni (Scarface), citazioni al quadrato (carrozzina), e poi specchi, piani sequenza e tutto il resto.
Ma non è un film freddo o mentale: si prende i suoi tempi, le licenze dal romanzo di Ellroy – che peccato a volte a schiarire il torbido dei personaggi e delle situazioni – e la capacità di essere avvolgente e ipnotico. La coppia d’oro del lido è troppo giovane e poco oscura, mentre gli “attori non protagonisti" sono strepitosi: il migliore della sua generazione, Aaron Eckhart, la bellissima e lei sì conturbante Mia Kirshner (i provini a cui è sottoposta sono diretti dalla voce dello stesso De Palma, mi pare), e la sempre affascinante Hilary Swank.
Un inizio intenso, comodo alla prima visione, ma che necessita pensiero e altre visioni, e un buon augurio per la mostra.
Manu
lunedì, agosto 28, 2006
Siamo pure a Venezia
Come ogni anno, saremo presenti al Lido per il festival: la presenza fissa FedeMc, il misterioso Tommy e il ritorno da quelle parti di Manu.
Compatibilmente con gli impegni vari (brunch, coktail party, party veri e propri, socialità a gogò e poi colazioni all'alba sulla spiaggia) proveremo a seguire quotidianamente quello che laggiù accade.
domenica, agosto 20, 2006
Cars (John Lasseter, USA 2006)
Esattamente vent'anni fa John Lasseter dava vita a Luxo Jr., protagonista del primo omonimo cortometraggio della Pixar: da allora il capo creativo degli studi è lui, ed era tanta l'attesa per il suo ritorno alla regia, sette anni dopo Toy Story 2. La Pixar, beninteso, non ha mai deluso le aspettative tecniche, ma, con Alla ricerca di Nemo, c'era stato - a mio avviso - un passo indietro dal punto di vista della storia, semplificata, con meno ironia, che faceva di quello un film più solo per bambini, seppur decisamente riuscito. Nel 2004, con Gli Incredibili, questa tendenza si era nuovamente invertita, e la Pixar aveva sfornato un capolavoro assoluto. E già si iniziava a parlare di Cars, e già la sua data di uscita iniziava a slittare.
Ora: si può mai dire che un film della Pixar non sia godibile, avvincente, tecnicamente strabiliante ed ineccepibile? No, non credo. Diciamo che ci hanno abituati bene.
Purtroppo, però, Cars segna un ritorno ad una visione "disneyana" della storia: un inizio travolgente, fin troppo televisivo (ma del resto delle riprese televisive di una corsa di auto - la Piston Cup - si tratta), marca immediatamente i caratteri, in particolare la sbruffona macchina da corsa Saetta McQueen che, ovviamente, avrà un percorso di crescita interiore, rivaluterà la lentezza e le piccole cose, si innamorerà, farà risorgere una comunità (quella di Radiator Springs) fatta più o meno di macchiette.
I momenti divertenti ci sono, e anche qualche trovata geniale (una su tutte: i trattori che vengono visti come mucche), ma molto sembra già visto, a cominiciare dall'antropomorfizzazione di un mondo popolato solo di automobili. Poi, che dire: il "Pixar touch" c'è tutto, e quindi, alla fine del film, ci sono i soliti "inside jokes". Ma proprio questi sono un segnale di qualcosa che è cambiato: se alla fine di altri film di Lasseter il gioco era metacinematografico, con i finti "ciak sbagliati" di alcune scene, stavolta il richiamo è molto più chiuso, relativo alla Pixar stessa e basta (di più non dico per non rivelare nulla).
Insomma, le due ore passano e ci si diverte, ma ci mancano un po' gli occhi della bambina cattiva del corto-gioiello che precede Cars, One Man Band.
Francesco
venerdì, agosto 18, 2006
Superman Returns (Bryan Singer, USA 2006)
Il titolo vero di questo film sarebbe dovuto essere "Superman quello con Christoper Reeve, Marlon Brando e Gene Hackman returns", per prima cosa. Singer non pensa minimamente ad una rilettura: a partire dai titoli di testa ci sbatte negli anni '80 (che si dimostrano per l'ennesima volta come il vero periodo fondante della cultura pop di oggi), che il primo Superman anticipava, come tanti altri prodotti della cultura di massa della fine degli anni '70. Quindi il modello rimane quel film e il suo seguito: giustamente il terzo e il quarto episodio non vengono minimamente considerati (anche se ammetto pubblicamente che Superman III mi aveva divertito: probabilmente per la presenza di Richard Pryor. Dio, che infanzia tremenda, la mia). Quando parlo di modello intendo tutto: dai titoli di testa, appunto, ai costumi, ai volti degli interpreti, ai colori, al tema di John Williams, ripreso pari pari, ad alcune battute. Nessuna attenzione filologica ai fumetti della DC, o almeno niente di più di quella espressa da Richard Donner.
Il film, quindi, rimane meravigliosamente demodè: pochissime scene d'azione (ma decisamente emozionanti), quel tanto di romance che serve, con in più solamente un accenno evidente ad una lettura messianica del ruolo del supereroe, che spesso e volentieri ascende al cielo e allo spazio a braccia aperte, e guarda la terra con cristologica compassione.
Che dirvi? A me è piaciuto, ma sono nato proprio nell'anno di Superman, quello con Christopher Reeve, Marlon Brando e Gene Hackman.
Francesco
martedì, agosto 15, 2006
Per fare quelli che partono dal generale per arrivare al particolare, si può dire che esista un bizzarro fenomeno che riguarda i sequel di film fantascienza che hanno ottenuto un buon successo di pubblico e, al tempo stesso, hanno raggiunto un riconoscimento critico non indifferente.
Prendiamo Matrix, il primo, che ha generato una sterminata serie di pubblicazioni di discipline diverse, di vaga ispirazione filosofica. Sarebbe bello occuparsi delle pubblicazioni che infestano le sezioni di cinema delle librerie tipo Cosa direbbe Socrate a Woody Allen?, indubitabilmente stimolo per uno dei più sonori “e che cazzo me ne frega” della storia, che sono raggruppabili nella sezione “al giro del secolo i filosofi si sono accorti che esiste il cinema e dalle vette della conoscenza dell’essere e degli enti dettano legge”, ma per ora lasciamo perdere.
Comunque, Matrix è stato un culto di massa, dalla capacità, riconosciuta intersoggettivamente, di porre delle domande filosofiche fondamentali e vagamente inquietanti (come si può dire reale o vero quello di cui facciamo esperienza?) e di riflettere e anticipare alcuni processi sociali, e di averli messi in una forma filmica rilevante, con cui i film dello stesso genere avrebbero dovuto confrontarsi, se non altro nella mente degli spettatori.
Ecco i sequel sono i portatori malati di questa situazione: la sindrome “ho vinto al superenalotto e con i primi soldi mi sono comprato il Bignami dell’Abbagnano”. I soldi sono molti di più, tutti aspettano un seguito, quindi va fatto e quindi deve essere ancora più spettacolare. Tanto posso spendere soldi per costruire un’autostrada su cui girare dieci (no, almeno venti, dice il produttore che ha speso 15 milioni di dollari per asfaltare venti chilometri di deserto) minuti di film. Allo stesso tempo non posso deludere quelli che hanno visto nel film dei significati profondi (che c’erano, per carità.) Quindi, tra una sventagliata di mitra e un balzo nell’iperspazio, i personaggi si trovano a citare passi dell’Etica di Spinoza, con il nemico giurato che, per celare ai più di essere evidentemente ispirato a Multiman del cartoon Gli Impossibili, risponde disquisendo sulla semantica fregeana. Ma non troppo, perché poi si torna a un gruppo di reduci da un rave che deve combattere le malvagie macchine, e quindi lanciano missili guidano astronavi, e saltano nell’iperspazio che però ora è cyberspazio…
Dopo la lunga introduzione si arriva al punto: Ghost in the Shell II soffre degli stessi difetti. Più soldi, e sfondi, non l’animazione, più spettacolari e coinvolgenti, e più citazioni a sproposito (Milton, Bibbia, Confucio, Cartesio quelle che mi ricordo a memoria e che hanno anche la bibliografia corredata, cioè uno che a citazione risponde “Ah, ma questo è Il paradiso perduto”, di modo che si sappia che non è una roba buttata lì dallo sceneggiatore mentre faceva uno spuntino). Il tentativo, lodevole per le intenzioni ma deleterio per i risultati, è che tutto ciò non è altro che buttare la polvere sotto il tappeto. Ma non riesce bene, quindi non si ha altro che la perdita di qualsiasi inquietudine a proposito della definizione di cosa è umano e che cosa è artificiale, e di cos’è la “differenza specifica” tra i due. Manca l’anima in due sensi: primo non viene focalizzata dalle azioni e dai discorsi dei personaggi, che in fondo non cercano nulla se non la risoluzione di una normale detection. Secondo: manca la voglia di indagare sull’anima in generale, intesa proprio in quel senso, quello alto e spirituale
Si potrebbe obiettare che non è la coerenza narrativa, ed è un’obiezione sensata, che è ricercata in questo film. A un certo punto io mi sono chiesto se non mancasse un rullo nella proiezione. Ma si tratta di una collezione di scene madri, di animazioni madri e di frasi storiche: si procede per affastellamento cercando di nascondere che si è perso il quid della ricerca: che cos’è la differenza tra animato e inanimato, che cos’è l’anima? Addirittura, per quello che ho capito io risulta non essere più qualcosa che appare misteriosamente, si rivela ed è una minaccia, ma è qualcosa che è dato all’umano e che s trasferisce all’artificiale, la definizione più banale e di senso comune che si possa dare.
Risposte più precise sull’angoscia dell’artificiale rispetto all’umano si trovavano in Starzinger, senza svalutare questa bellissima serie. Se si cercava nel film, come era nel primo Ghost in the shell una messa in scena di dubbi e angosce, le aspettative vanno buttate. Si ha un Luna Park, molto snob e davvero molto ignorante, che spinge sulla sua autoconsapevolezza di essere un culto, e penso lo potrà diventare tranquillamente. Due modi per salvarlo: uno: accettare la sua natura di Luna Park visivo – plausibile, ma ne ho visti di migliori –; due: è forse pensarlo come impari, e riflettendo che nel buttare dentro di tutto, qualche combinazione intrigante può saltar fuori. Ma nulla più di questo.
manu
lunedì, agosto 14, 2006
FilmPolitik
Capita di vedere, a poca distanza l'uno dall'altro, due film molto diversi tra loro, come il remake de Le colline hanno gli occhi (Alexander Aja, USA, 2006) e The Yes Men (Dan Ollmann, Sarah Price, Chris Smith, USA, 2003) e di essere influenzati dall'ultimo bellissimo speciale di SegnoCinema sul new (new) horror. Capita anche che è il 14 agosto, e quindi la volontà di scatenare un "dibbattito" si scontri con il fatto che nessun uomo sano di mente legga blog in questo periodo (tralasciamo giudizi su chi li scrive). Ma proviamoci lo stesso.
Entrambi i film si prestano ad una riflessione sulla rappresentazione politica nel cinema, pur essendo in apparenza estremamente lontani da una classificazione del genere. Il remake di Aja si rifà direttamente al film di Wes Craven del 1977, uscito in un momento in cui si era tutto sommato distanti dalla rinascita dell'horror, contemporaneo ad una serie di movimenti sociali e politici, di cui La notte dei morti viventi, del 1968, è stato l'apripista. La tesi del film horror come "segnale" di ciò che accadeva negli Stati Uniti e non solo negli anni '60 e '70, e già segno anticipatore della crisi dei movimenti di protesta, è stata esposta da molti, e in particolare il legame (perdonate la banalità) "cinema/società" è il fulcro del bel documentario The American Nightmare. Molti dei remake "ufficiali" (come li chiama Menarini nel suo articolo su SegnoCinema) di questi film, usciti negli ultimi anni, sono svuotati del senso immediatamente politico, ma "chiedono paradossalmente 'aiuto' ai parenti terribili sperando che l'equazione horror=critica sociale sorga spontanea e si costruisca per accumulo" (SegnoCinema n. 140, p. 21). Il film di Aja non sfugge a questo, e fa anche di più: mette in scena degli elementi politici, in maniera spesso diretta e non metaforica: il personaggio di Doug viene sprezzantemente definito "democratico" dal suocero (che presumiamo essere fiero repubblicano), ed è uno che "non spara": ucciderà poi uno dei mutanti piantandogli una bandiera americana (sic) nel cranio. Ecco che la lettura politica viene più che suggerita da Aja: non è qualcosa di cui ci accorgeremo "in un secondo tempo" (id.), ma è l'unica possibile speranza per dare significato ad un'operazione del genere. Il regista non si accontenta di fare un remake, ma rappresenta anche il remake della lettura dell'originale, col senno di poi, e sembra volerci dire in maniera più che esplicita: "questo è un film politico".
The Yes Men, invece, è un film dichiaratamente schierato. Racconta le imprese di un gruppo di attivisti situazionisti, gli "yes men", appunto, che si fingono esperti economici del WTO, vengono invitati a partecipare a congressi, meeting, forum, ed espongono la brutale realtà del sistema economico mondiale, parlando con nonchalanche di sfruttamento, hamburger riciclati dalla merda (davvero) da dare come nutrimento ai paesi in via di sviluppo, tute con falli-telecomando per controllare a distanza i lavoratori, il tutto senza che alcuno degli astanti protesti o contesti i loro discorsi (nella maggior parte dei casi). Non tanto un film politico, quindi, ma un documentario su delle azioni politiche. E così sarebbe potuto passare. E invece no, perché nel film compare due volte Michael Moore (bollino di garanzia di impegno politico al cinema), che viene intervistato (o meglio, monologa) sull'Organizzazione Mondiale del Commercio, sulla situazione difficile dei lavoratori messicani, e via dicendo. Anche in questo caso è come se il film, ciò che mostra e come lo fa, non bastasse a se stesso - in questo contraddicendo in pieno la tesi degli Yes Men, secondo cui non è necessario, alla fine della performance, svelare il trucco, ma dovrebbe bastare il parlare (mostrare) della realtà in un certo modo per fare scattare qualcosa nella testa di chi assiste alle loro performance mascherate da seriosi interventi.
Insomma, sembra sempre che non basti qualcosa: le bandiere americane, la presenza di Michael Moore vogliono dare qualcosa in più allo spettatore, rassicurarlo che quello che vede non è solo un film. Ma perché non sono sufficienti le immagini?
Francesco
venerdì, agosto 11, 2006
L'anno che verrà (l'angolo del pregiudizio formativo)
Ormai un appuntamento fisso, questo: come l'anno scorso e l'anno prima ancora, una bella carrellata di film che ci massacreranno da adesso alla fine del 2006.
Toglietemi tutto, ma non il Bildungsroman
Alessio, dopo la maturità, vuole farsi il suo bel viaggio canonico in Europa, ma viene bocciato, quindi va ad Anzio (sic), tipico luogo simbolico del passaggio all'età adulta. Ma che ci faccio qui è il saggio di diploma del CSC di Francesco Amato, che l'Istituto Luce ha deciso di distribuire da settembre, presumibilmente preferendolo ad altri saggi. Immaginiamo le lotte prima degli esami.
Vibrazioni femminili
Friends with money, di Nicole Holofcener, mette in scena personaggi femminili, alle prese - ovviamente - con crisi di vario tipo. Ma non economiche, a parte il personaggio interpretato da Jennifer Aniston che, secondo quanto dice Ciak, adopera il dildo dei padroni della casa dove va a fare le pulizie e ci regala la sua migliore performance dell'anno. Pare che anche la recitazione del sex toy non sia male.
The viticultor
Russell Crowe è un uomo d'affari di Londra che viene licenziato, ma (ohh!) riceve in eredità una villa e una vigna in Provenza, e scopre il piacere dei placidi ritmi di una volta. Ma un'americana sostiene di essere la legittima proprietaria del terreno. Immagino già le scaramucce amorose très jolie tra filari di beaujolais. Il tutto diretto da Ridley Scott. Il titolo? A Good Year, nei cinema dal 10 novembre, insieme al novello nelle osterie.
Truffa truffa marescià
Un truffatore (Vincenzo Salemme, aaah) viene scortato in un viaggio lungo il Bel Paese da un maresciallo (Neri Marcorè), ma sul treno che li scorrazza sale anche la fidanzata del mariuolo (Elena Russo). Se vi dico che il film si chiama Baciami piccina vi basta e vi avanza, no?
Balle (ma incrociate tra loro)
Ancora Inarritu? Sì. Ancora Arriaga? Sì. Ancora storie che si intersecano? Sì. Ma c'è un "inedito Brad Pitt con i capelli grigi" (sempre Ciak). Considerando lo spettro cromatico esistente, le possibilità sono infinite. Babel è la prima. Argh.
Dimenticabilissimo
L'esordio alla regia della primogenita del Pupi nazionale, Mariantonia Avati, è ambientato nel reparto maternità di un ospedale romano, subito dopo la prima guerra mondiale. Le partorienti si confrontano, si incontrano, si scontrano, si consolano, si affannano, si dolgono e dogliano, travagliano, presumibilmente. Per non dimenticarti è nei cinema dal 1 settembre. Per l'emozione mi si sono rotte le acque.
Ma poi non ti apprezzo
Ti odio, ti lascio è il geniale titolo che i distributori italiani hanno affibbiato a The Break-Up, film che vede di nuovo protagonista Jennifer Aniston, probabilmente nella sua seconda migliore interpretazione dell'anno, forse penalizzata (in questo caso) dall'assenza del comprimario vibrante di cui sopra. Brooke e Gary (Vince Vaughn) convivono, ma le cose iniziano ad andare male. Decidono quindi di vivere da separati in casa. Ma forse si amano. La Aniston ha iniziato questo film quando ha rotto con Pitt, ma si è messa subito con Vaughn. Il vibratore, questo, ancora non glielo ha perdonato.
Una terra di santi indiani, poeti indiani, navigatori indiani
Ancora due diciottenni che vogliono fare un viaggio. Stavolta in India. Dove incontreranno Giovanna Mezzogiorno nei panni di una dottoressa coraggiosa. Alla regia Francesca Archibugi. Al titolo Lezioni di volo. "Quante volte ti ho visto sulla cartina e ti ho sottovalutata".
Ispirato ad un vero cavallo
Vi ricordate Sea Biscuit? Cavallo che vince non si cambia, e quindi ecco un'altra bella storia equina (e solidale?): una famiglia americana (Kurt Russell, Elizabeth Shue e Dakota Fanning, quest'ultima nel ruolo della famiglia) vuole fare vincere al suo cavallo "Soñador" (doppiato da Dakota Fanning) la Breeder's Cup Classic. Il titolo originale è Dreamer: Inspired by a True Story. Sono sicuro che diventerà il miglior film di cavalli con Dakota Fanning della storia del cinema. Almeno per ora.
Francesco
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