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martedì, settembre 26, 2006
SVEN NYKVIST 1922 - 2006
Il 20 settembre se n'è andato in sordina uno dei più grandi direttori della fotografia di sempre. Sven Nykvist in quasi quarant'anni di carriera ha girato più di 120 film, inventando luci al contempo naturali e virtuosistiche. Fu lui a creare i colori e le atmosfere di Ingmar Bergman. Fu lui a creare il rosso di Sussurri e Grida e il giallo di Fanny e Alexander.
E i giornali non l'hanno quasi scritto...
Tom
Little Miss Sunshine, (Jonathan Dayton e Valerie Faris, Usa, 2006)
Una commedia mai volgare, un film grazioso e delicato che fa sorridere, ma anche riflettere; insomma una di quelle operazioni immorali che ti fanno pentire di aver speso 5 euro con la riduzione Agis.
I protagonisti: una famiglia di eccentrici, simpatici, coloratissimi casi umani. Padre aspirante autore di corsi motivazionali, madre che corre dietro alla famiglia, nonno eroinomane affetto da satiriasi senile, zio gay suicida fallito esperto #1 di Proust in America, figlio nichilista nietzschiano con la mimica di Jack Palance e la verve comunicativa di Pasquale Ametrano. E infine lei, Little Miss Sunshine, una bambina normale con gli occhialoni precipitata nel gorgo dei concorsi di bellezza infantili. Manca qualcosa? Ah, già. Un furgone Volkswagen giallo, di quelli amati dai fricchettoni e dai partecipanti ai raduni leghisti, che come ognuno dei protagonisti, dietro una facciata monocolore cela un profondo dramma interiore (la frizione).
 Mi rendo conto che a qualcuno piacciono questi road-movie con gente tutta matta, incontri casuali, battute lievi e ripetute, musica gitaneggiante-arabeggiante, cartellino anti-Bush timbrato a metà film, morale sulla cattiveria insita nella società dello spettacolo e recupero finale della famiglia. In effetti, il film qualche sorriso, specie nel finale lo strappa, ma come lo potrebbe strappare un video di Fat Boy Slim, con la differenza che dura 1'40".
Per il resto condivido in pieno il giudizio del sempre sintetico FedeMC: "un film indifendibile". Solo per accanimento terapeutico, mi spingo a dire che se qualcosa di interessante c'è, a dispetto della sbandierata diversità, è il geometrico conformismo del film, dove si rispettano le simmetrie tra coppie di personaggi (nonno-nipotina= saggezza, zio-nipote= sensibilità...), non si infrange la regola della seconda possibilità, si blinda il ruolo femminile e materno come perno immobile delle paturnie altrui. Poi basta.
p.
P.S. Anche questa volta dovevo fidarmi di lui.
sabato, settembre 23, 2006
I PIRATI DEI CARAIBI: LA MALEDIZIONE DEL FORZIERE FANTASMA, Gore Verbinski, USA
Gore Verbinski è proprio una personcina a modo. Dove lo metti, sta. Non sporca, è cortese, gentile e ben educato. Se, per ipotesi, domani qualcuno gli propone un musical, lui si mette li, studia un paio di mesi, poi il musical te lo gira. A lui non piace il musical, ma glielo hanno chiesto... Lo stesso per tutti generi che vi vengono in mente. Commedia Ippico Pastorale compreso. I Pirati dei Caribi, meglio ricordarlo, è una trilogia che prende lo spunto narrativo da una giostra di Disneyland. Che vuol dire fare un film sul nulla. Che poi penso sia diventata una trilogia dopo il successo del primo. E tra l'altro mi immagino le meningi degli sceneggiatori per tirare fuori ancora due film su dei pirati di una giostra di un parco divertimenti. "Capo, quanti mostri degli abissi possiamo metterci?". Quando è uscito il primo film, Dj Francesco cantava "muovi in alto la mano, segui il tuo capitano", prima dei Simpson c'era un cartone animato con dei Pirati e i tamarri giravano con magliette nere con teschio con benda sull'occhio. No, questo per dire che magari non ce lo ricordiamo più, ma il Tg2 diceva che impazzava la moda dei Pirati. E comunque il primo film era divertente: aveva un buon ritmo, si scopiazzava a destra e a manca scene d'azione, c'era una sequenza con pirati zombi che emergevano dal mare e c'era Johnny Depp stupefatto. Per il secondo si è pensato di fare le cose in grande: hanno chiamato la Wertmuller per decidere il titolo, hanno messo più scene d'azione scopiazzate, hanno inserito più mostri e personaggi, hanno aumentato il grado di supefacenza di Johnny Depp. Però il risultao è meno divertente del primo. Sarà perché Dj Francesco è diventato un uomo oltre che un artista poliedrico e si fa chiamare solo Francesco? O perchè due ore e venti di Pirati che zompettano sono francamente troppe? La trama di questo seguito diventa via via sempre più ripetitiva: le situazioni tendono tutte ad assomigliarsi e il tentativo di rivitalizzare il tutto inserendo 250 personaggi in più del necessario, appesantisce il tutto notevolmente. Niente di male, per carità: come si diceva Verbinski si impegna e fa il suo mestiere, c'è una sequenza di duello non male, i mostri con le cozze sulla schiena, un cattivo che ricorda il dott. Zoiberg di Futurama, ma alla fine si esce contemporaneamente frastornati e annoiati. Menzione speciale per Kiera Knightley che riesce nell'ordine a: ricordare Manuela Arcuri senza tette, fare la parte della donna camuffata da marinaretto (che mi ha ricordato quella puntata di Georgie in cui le si vedeva una tetta), non fare niente se non impressionare la pellicola per tre quarti di film per poi, appena accenna a recitare, mettere in imbarazzo tutto il pubblico. Quello di fianco a me, appena lei comincia a sbraitare e a fare la scocciata perché i tre uomini continuano a duellare senza darle ascolto, per dissimulare l'imbarazzo di fronte alla sua evidente inettitudine come attrice, ha cominciato a farsi la barba fischiettando. Se va avanti così tra qualche anno potrebbe vincere la Coppa Volpi.
Per la cronaca, ma immagino lo sappiate già, il film si interrompe a metà e continuerà nel terzo capitolo con tanto di Chow Yun Fat e Keith Richards.
FEDEmc
sabato, settembre 16, 2006
I film più dannosi degli anni novanta (con la collaborazione di Kekkoz e Lonchaney)
Prendiamo spunto da una conversazione veneziana per chiedere la collaborazione a stendere un elenco dei film più nefasti per la settima arte, realizzati nel decennio ormai passato da sei anni.
Chiedo aiuto soprattutto a tutti, ma soprattutto ai due con cui abbiamo iniziato questo discorso.
PS: nefasto non vuol dire brutto, ma solo che ha creato stereotipi, scopiazzature, tendenze varie esse sì brutte e condannabili.
PPS: ogni candidatura deve essere suggellata da tre righe di motivazione. Ogni obiezione anche.
Comincio con i primi due
Pulp Fiction: sarebbe da condannare solo per aver creato i lanci : “Da piccolo, il regista è andato a judo con Quentin Tarantino”, “Con la sceneggiatura di questo film, Quentin Tarantino ci ha acceso il caminetto ad Aspen lo scorso inverno”, “Quentin Tarantino è passato sul set di questo film e ha esclamato “Wow” (ma pare che si riferisse al panino con la porchetta che stava addentando)" Ha dato la stura a fenomeni positivi, non ascrivibili totalmente a lui, ma sicuramente con Tarantino – e il film in questione – come elemento maggiormente visibile, come la riscoperta di un certo tipo di cinema e cinefilia. Ma non si possono scordare le persone effettivamente e criticamente convinte che “Pierino medico della SAUB” sia meglio de “Il posto delle fragole”. E soprattutto, le sceneggiaure infarcite di dialoghi minimal-cinici e aggressivo-quotidiani che imitano pessimamente i dialoghi di Pulp Fiction. Esempio inventato: “Ma lo sai con cosa riempiono i tortelli a Fiorenzuola?”, “No”, “Con la zucca!”, “incredibile”, “Non sai come qui coglioni godono a mettere quella merda gialla dentro il tortello”, “Ma il tortello è sacro” “No, non è sacro. Il tortello è lo specchio di quello che siamo”(...) continua.
Si possono sostituire gli ingredienti, oppure la scelta del modello del dialogo. Il risultato è lo stesso. Ultimo fattore di imitazione deteriore: l'intreccio non lineare. Punto suscettibile di approfondimenti
Underground: Palma d’oro anch’esso, e non è un caso. Per l’esterofilia basculante (copyright dott. Paolo) che affligge le élite acculturate italiana (ricordo, cinematograficamente parlando, Iran, Balcani, HongKong, Corea e il sudamerica che torna su a fiotte come la peperonata) l’ispirazione balcanica, anche per i noti fatti politici, è caduta agli ultimi posti delle agende dei media e, di conseguenza, anche le sue produzioni culturali. Dopo un decennio in cui hanno impreversato sugli schermi simpatici e sanguigni gitani imbraccanti una fisarmonica e un kalashinkov, trangugianti slivovice a garganella, cantavano e ballavano e facevano sognare il pubblico. Vittima di questa sindrome anche lo stesso Emir, che non ha fatto altro che ripetere se stesso per gli anni successivi.
La percezione collettiva selettiva ha ridotto il film a "immagini coperte da musica con la fisarmonica", tralasciando le implicazioni visionarie e le posizioni politiche contestabili e contestate dell'autore, quindi a uno stereotipo raggiungibile senza sforzo (il "popolare", il "locale" con tratti globalizzati), che dopo uno sfruttamento senza requie si è esaurito quasi senza rimpianti. Goran Bregovic invece imperversa ancora minaccioso.
manu
lunedì, settembre 11, 2006
Quando il duro lavoro premia
Siamo stati nominati come miglior blog cinematografico per i Macchianera Blog Awards 2006.
Quindi, se volete, votateci. Come? Leggete qua. Intanto noi rattoppiamo gli smoking.
domenica, settembre 10, 2006
 Ecco i vincitori:
OPERA PRIMA: Khadak, Peter Brosens, Jessica Woodworth
ORIZZONTI DOC: When The Leeves Broke: A Requiem In Four Act, Spike Lee
ORIZZONTI: Couthouse On The Horseback, Liu Jie
PREMIO MASTROIANNI: Isild Le Besco per L'Intouchable
OSELLA PER IL CONTRIBUTO TECNICO: Fotografia di Emmanuel Lubezki per Children Of Man
OSELLA PER LA SCENEGGIATURA: Peter Morgan per The Queen
COPPA VOLPI FEMMINILE: Helen Mirren per The Queen
COPPA VOLPI MASCHILE: Ben Affleck per Hollywoodland
PREMIO PER L'INSIEME DELL'OPERA: Quei Loro Incontri, Jean Marie Straub, Daniele Huillet
PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA: Daratt, Mahamat Saleh Haroun
LEONE D'ARGENTO RIVELAZIONE: Nuovomondo, Emanuele Crialese
REGIA: Private Fears In Public Places, Alain Resnais
LEONE D'ORO: Still Life, Jia Zhangke
Andiamo di illazioni, commenti, idee campate per aria, dietrologia, teorie del complotto, provocazioni e affini. Quello che pe  r primo salta all'occhio guardando questa lista di premi (oltre alla Coppa Volpi a Ben Affleck) è l'assenza totale di Bobby dal palmares. Il film di Estevez durante l'ultimo giorno di festival era il più chiacchierato di tutti. Pare che sia stato Michele Placido stesso ha lasciarsi sfuggire l'indiscrezione. Prova ne sia il numero 11 del Daily di Ciak, quello con le previsioni di tutti i giornalisti "che contano": 10 su 14 lo davano per Leone d'Oro. Strano per un film che dopo la proiezione aveva avuto una buona accoglienza, ma che non era mai entrato seriamente nel toto Leone. Che Placido abbia appositamente messo in giro la voce per disorientare gli "amati" giornalisti?
Successivamente si nota (oltre alla Coppa Volpi a Ben Affleck... ma vi renedete conto?) la presenza di tutte, o quasi tutte, le zone geografiche e i paesi impegnati in questo Festival. Come se si avesse voluto equamente dividere i premi tra cinema italiano, cinema americano, cinema europeo, cinema africano e cinema orientale. Subito dopo la premiazione, guardando un servizio sul tg2 che faceva un elenco dei premi quest'idea si è rafforzata: sentendoli annunciare uno via l'altro pareva proprio non mancasse nessuno. Contentini?
Andando nello specifico, cominciamo proprio dal Leone d'Oro. L'anno scorso lo vinse Brokeback Mountain. Qualcuno storse il naso trovandolo troppo "commerciale". In realtà il Leone d'Oro fu il primo di una lunghissima serie di riconoscimenti che portò poi il film a trionfare anche agli Oscar. In qualche modo quindi Venezia "ci ha visto lungo": premiare un film apprezzato poi ovunque, è una vittoria anche per il Festival stesso. Certo, anche premiare film che senza questo riconoscimento non vedrebbero mai il buio delle sale italiane è una vittoria, ma personalmente dubito che Still Life avrà una buona accoglienza alla sua uscita in sala. Questo perchè il film di Jia Zhangke, come anche Manu notava nel suo post, è un film francamante noioso. Lo si potrebbe definire il classico "film da Festival". Semplificando la categoria (con accetta in mano): lungo, noioso, silenzi, paesaggi, momenti stranianti, metafora finale. Ricordiamoci però che non è un obbligo per i "film da Festival" essere noiosi. Pensiamo a Ferro 3, film più o meno ascrivibile alla categoria "da Festival" (anche se ben più leggero e innovativo di Still Life). Kim Ki Duk, lanciato anche dal premio ricevuto a Venezia, è riuscito a diventare un classico dei cinema d'essai quasi ovunque, si è fatto conoscere, si sono recuperati i suoi film. Ho come l'idea che questo non averrà per Jia Zhanghe, il cui film scomparirà più o meno presto dai nostri schermi. C'è chi si è spellato le mani, chi si è affrettato a definirlo capolavoro subito dopo la sua proiezione (ricordiamo che era il film a sorpresa). Personalmente, pur avendolo inserito nei pronostici come unico film orientale (sempre con l'accetta in mano, eh...) papabile per un premio, la sua incoronazione mi ha deluso. Se teniamo per buono poi il discorso della spartizione geografica dei premi avrei di gran lunga preferito Syndromke And A Century o Paprika.
Niente da dire sul Premio della Giuria, dato al film del Chad Daratt, che è l'unico tra quelli in concorso che non sono riuscito a vedere. Lo stesso per il Premio Alla Regia, dato al bellissimo Coeurs di Resnais. Un premio meritatissimo per un film dalla regia pressoché perfetta.
Passiamo al premio Leone D'argento Rivelazione andato a NuovoMondo di Crailese. Questo premio non esiste. Per lo meno, è la prima volta che viene inserito tra i premi ufficiali. Anche in questo caso questa scelta porta alla mente la parola "contentino". Il film di Crialese, ultimo a essere proiettato tra quelli in concorso, ha avuto un'accoglienza calorosissima, impossibile da ignorare. Sempre nel mondo delle illazioni e delle supposizioni, se hai già assegnato tutti i premi e ti ritrovi tra le mani un film impossibile da non premiare... ci si inventa un altro premio. Non è un exaequo (che non esistono più da anni), non è un premio ufficiale, ma un premio tirato fuori dal cilindro magico. Peccato, perchè il film di Crialese aveva tutte le carte in regola per vincere il concorso.
L'anno scrorso ci si era inventati il Premio per il Complesso dell'Opera, dato a una Isabelle Huppert nettamente superiore alla Coppa Volpi Giovanna Mezzogiorno. Il premio pare e essersi (di nuovo) istituzionalizzato e quest'anno è andato alla coppia Straub & Huillet. I registi non erano presenti al Lido in polemica con il Festival. Che la giuria abbia voluto premiarli come risposta provocatoria alla loro protesta? Oppure il premio è frutto di una sorta di senso di colpa? Aggiungiamo: dopo la scelta di non venire, dopo le dichiarazioni succesive alla proiezione del film, il Premio lo si poteva anche rifiutare... Questa sera Fuori Orario darà il loro film.
Coppe Volpi: tanto era scontata, prevedibile, ma meritata quella per la Mirren tanto lascia esterrefatti quella data a Ben Affleck. Daredevil, il genio matematico di Paycheck, il soldatino di Pearl Harbour... Vero che questa è la parte della sua vita, che non arriverà mai più così in alto (grazie anche a una certa sovrapponibilità tra il personaggio interpretato e la realtà), ma l'attore più scarso degli ultimi (moltissimi) anni di cinema americano, premiato dalla stessa giuria che decide di dare il Leone a Still Life non può non stupire. Segni dell'apocalisse (vd. Valido)?
Meritatissime le due Oselle: quella per il contributo tecnico, data alla fotografia di Children Of Man, curata da Emmanuel Lubezki, il direttore della fotografia di The New World. Per un film con un piano sequenza di battaglia della durata approssimativa di dieci minuti, in esterni e in interni, mi sembra veramente il minimo. Personalemente avrei dato al film di Cuaron anche qualcosa in più. L'Osella per la Sceneggiatura è andata invece a Peter Morgan per il vaoro fatto su The Queen, che ha proprio nella scenggiatura (agile, leggera, puntaggiata da momenti partcolarmente divertenti) uno dei principali motivi d'interesse (oltre alla già premiata Mirren).
Assurdo il Premio Mastroianni dato a Isilde LeBesco. Il premio viene assegnato a un attore emergente (non necessariamente esordiente). La LeBesco, fonte imdb.com, ha 31 film all'attivo, come segnalato l'anno scorso era Lido con Backstage, ce la si ricorda nel Sade sempre di Jaquot o in Roberto Succo di Khan. In Francia è decisamente conosciuta, dato che ha fatto anche televisione e ultimamamente ha prestato la sua voce aun film d'animazione. Possibile che una giuria presieduta dalla Deneuve l'abbia scoperta con il film di quest'anno?
Inevitabile il premio per Orizzonti Doc: When The Leeves Broke: A Requiem in Four Act di Spike Lee è un capolavoro assoluto da recuperare in ogni modo. Mi astengo su Khadak e su Courthouse..., saltati entrambi .
Concludiamo segnalando la polemica di questa stagione. Nei giorni precedenti all'inzio del Festival sui quotiadini o su alcuni siti si poteva leggere:
Anche da chi la mostra la vivrà da protagonista, il giurato Michele Placido, arrivano dichiarazioni tutt’altro che serene. L’attore e regista italiano non ha mancato di ricordare la plateale accoglienza (in negativo ovviamente) che la stampa in quel di Venezia riservò qualche anno fa al suo “Ovunque sei”. "Non si può lavorare per anni su un progetto, metterci dentro energie, passioni, denari, e poi vederselo fare a pezzi da un manipolo di giovanotti incompetenti" dice Placido.
(qui la fonte)
Il risultato delle dichiarzaioni del giurato italiano sono state una separazione tra la stampa Daily e tutta la rimanente (periodica e media), fatto che ha creato non pochi problemi logistici e di calendario per chi voleva vedere tutte le proiezioni, ma soprattutto la totale impossibilità per gli accrediti Cinema di entrare nelle sale dedicate alle proiezioni stampa dei film (anche se queste erano vuote). Ribadiamo - come già fatto l'anno scorso - che dire che un film viene fischiato solo da incompetenti è un estremo tentativo di salvarsi la faccia per ragioni di mercato. Un film viene fischiato in primo luogo perchè brutto. Viene fischiato non solo dal "manipolo di giovanotti incompetenti" ipotizzato da Placido, ma da tutti quelli che lo vedono, stampa e critici "che contano" compresi. Se si decide di partecipare a una competizione, si sceglie di accettarne pregi e difetti, e "il fischio" (pur trovandola personalmente un'usanza piuttosta inutile) può essere tenuta in conto. Scegliendo di escludere o limitare gli accrediti Cinema a vedere una o due proiezioni al giorno, significa perdere una risorsa, una forza necessaria per un Festival come quello di Venezia. Chi ha pagato 50 euro per poi farsi solo code inutili o vedere due al film al giorno immagino che l'anno prossimo ci penserà due volte prima di decidere di venire a Venezia. Se l'intento è quello di svuotare le sale, andiamo pure avanti... Inutile poi ricordare a Placido che film italiani come Il Miracolo di Winespeare, Buongiorno Notte di Bellochio, Le Chiavi di Casa di Amelio e moltissimi altri film italiani non sono stati assolutamente fischiati al loro tempo. Se il suo Ovunque Sei è stato fischiato anche dalle maschere e difeso solo da Mara Venier a Domenica In un motivo, io penso, ci sarà.
FEDEmc
Grazie mille all'amico Fra che ha messo a posto tutti i nostri post da Venezia, ma che soprattutto ci è terribilmente mancato.
sabato, settembre 09, 2006
Fatto, finito. Con la visione di HIENA ieri sera, un putrido film horror polacco di tale Lewandowski - prodotto da Zanussi - in cui si contano in tutto 9 punti di ripresa massimo, ma almeno 70 volte la parola Iena (geniale l'articolo sul daily di Ciak in cui si diceva "ricorda gli horror alla Nightmare". Perchè uno ha un maglione a strisce rosse e verdi?) si conclude per me la 63° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia (10 giorni, 47 film). Particolarmente deludente la sezione Orizzonti, mentre facendo una media i film in concorso sopra la sufficienza sono all'incirca 8 su 21, che non è male. Gli sbisci dell'ultimo minuto vogliono Bobby come possibile Leone d'Oro. Rimangono più o meno stabili le quotazioni di The Queen, Private Fears In Public Places, Children Of Man. Crialese, proiettato per ultimo solo ieri, ha ottime possibilità (per chi scrive, NuovoMondo è da Leone D'Oro). Pare strano nessuno premio al Cinema Orientale, visto che i film in concorso erano bem 5 (punto su Zanghke, anche se preferirei To). Riamane la certezza di The Fountain come film più brutto in concorso, seguito a ruota dal letale Euphoria. Film sorpresa è quello piaciuto di più: A Guide To Recognise Your Saints. Questa sera ore 19 premaizione su Rai Sat.
Tutti i miei amici hanno l'autografo di David Lynch. Io ho fatto il figo dicendo "no... a me gli autografi non interessano... mi piacerebbe stringerli la mano, offrirgli una birra". Ieri ho incontrato Jackie Chan e gli ho chiesto l'autografo. Fighissimo.
FEDEmc
venerdì, settembre 08, 2006
 Dramma familiare girato con macchina da presa pressoché ferma, che racconta della convivenza di una madre, Isabelle Huppert, con due figli gemelli di età indefinibile compresa tra i 15 e i 22 anni, più o meno nullafacenti.
La madre vorrebbe rifarsi una vita, ma i due non vogliono assolutamente saperne di cambiare le loro abitudini. Infatti il nuovo uomo della madre (un “fiammingastro”, come lo definiva un comico sottotitolo italiano), viene accolto a male parole, impediscono in ogni modo la vendita della casa dove sono cresciuti, e vivono ancora delle paghette del padre.
Pensando anche ai Dardenne viene da dire “posto allegro il Belgio, fossi un pipistrello mi piacerebbe viverci”. Ma siccome questa possibilità non si è realizzata, rimane un film algido, anche se già visto, che fa salire molto lentamente la tensione drammatica, in modo avvolgente, ma che non rinuncia a una metafora finale abbastanza scontata. Insomma, un buon film però patinato da quell’aria di dejà vu che hanno avuto quest’anno tutti i film della mostra
Venezia 63 - Still life di Jia Zhangke (e ci metto pure Dong dello stesso autore)
 Salutato come la sorpresa di questo festival – ed era proprio il film a sorpresa – ma non convince. Capisco coloro che se ne sono invaghiti, in un festival in cui gli orientali (si perdoni la generalizzazione) hanno fatto se stessi dopo che per anni erano quelli a portare dell’acqua nuova al cinema (Tsai Ming Liang ha fatto se stesso, Weerasethakul se stesso anche se più movimentato, Johnnie To non ha fatto se stesso ma collage di film di altri di vent’anni fa , Kurosawa idem) Still life è qualcosa che non si era ancora visto. Ma come il già visto non è tutto spiacevole, anzi, il nuovo non è del tutto piacevole: storia intimista di due vite sconvolte dalla costruzione della diga sullo Jangtze, che ha travolto la città di Fengjie. Esempio, i taxi che portano in riva al fiume, dicendo “beh qui a cinquanta metri c’è via XXXYYY” ecc. Vite sconvolte, intimità con sprazzi di surrealtà a provare a rendere il tutto più affascinante. Evidente l’ispirazione pittorica (natura morta nel titolo inglese, anche se non credo in quello cinese) e il lavoro del pittore Dong Xiaodong, esponente di punta del “realismo cinico” cinese, che il documentario Dong segue nei suoi ritratti di lavoratori attorno alla diga, e successivamente in Thailandia a ritrarre delle giovani.
Diciamolo piano, noiosi entrambi.
 Documentario davvero molto compagno, realizzato in collaborazione con la CGIL, che rilegge il documentario L’Italia non è un paese povero del maestro Joris Ivens. Ma ribaltando il percorso geografico: in questo caso si va dal sud al nord (tappe Gela, Lucania, Roma, Prato e Marghera) e non si narra del processo di industrializzazione, ma di destrutturazione delle zone industriali.
A volte crea sconforto nello spettatore, poiché il futuro sembra essere legato alla nostra capacità di trasformarci in un’enorme Disneyland della cultura, a volte invece apre sulla possibilità del lavoro e ancora del saper fare. Toccante la recitazione di un brano di Edoardo Nesi sul piccolo sogno americano ma comunista (il lavoro paga sempre) della Prato tessile, da lacrime sincere la famiglia che al tempo di Ivens viveva nelle rovine di un monastero a Grottole (Basilicata) e che è stata riunita dal regista per rivedere nel videoregistratore quelle immagini di quando mostrvano dignità nella miseria. Una delle scene più toccanti viste al festival.
 Legato a questo tema per ragioni di studio, fa impressione sentire la voce di Pasolini nell’intervista raccolta da Gideon Bachmann, parlare su un “fotoromanzo”, come lo chiama lo stesso Bertolucci, di Salò o le centoventi giornate di Sodoma, costruito con delle foto di scena e alcune uniche immagini di backstage, in cui viene anche ricostruita la scena finale tagliata, quella del ballo dell’intera troupe. Bella come operazione di recupero, e salutare a volte il sentire Pasolini dire delle cose che fanno ridere e sogghignare, nella loro semplicità, nel fatto che sono passati trent’anni, nel fatto che sono più legate alla capacità di cogliere dei segnali che una lucida visione politica.
Insomma, non un monumento a un Pasolini mummificato, che è il servizio migliore che si può fare al vero Pasolini, toglierlo dal sacrario sincretico in cui il senso comune acculturato lo colloca per riprenderlo dall’inizio come autore delle sue opere, belle o brutte che siano. Da vedere.
Fuori concorso - (Ostrov) The island di Pavel Lounguine
 Vita di uno “starets” in un piccolo monastero su un piccolo isola del Mar Bianco nel nord della Russia. Un agiografia di questo santo folle, il richiamo alla fede realizzata nel paesaggio bianco sono quasi insostenibili, anche se denuncio un personale amore per il cinema russo e la cultura russa in genere. Ma il film rimane un’agiografia, e questo è.
Ma da raccontare, per l’angolo del ego, la mia intervista al protagonista, il cantante rock Piotr Mamonov, che alla mia prima domanda sul suo personaggio, padre Anatolij, mi dice: “Voi italiani pensate sempre alle cose poco importanti, non parliamo del film, ma di ciò che è veramente importante: Gesù Cristo”. Segue un quarto d’ora di dialogo sulla fede come dono.
manu
IN BREVISSIMO (ultimo, concitatissimo giorno)
Venezia 63 - Nuovomondo, Emanuele Crialese
Ultimo film in concorso e, a giudicare anche dal lungo e emozionato applauso a fin proiezione, una delle sorprese del Festival. Primi del '900: la famiglia Mancuso parte dalle montagne della Sicilia alla volta degli Stati Uniti. Il film segue il loro viaggio dalla loro casa fino all'arrivo al "nuovo mondo", attraverso le paure e i sogni iniziali, il viaggio in nave, le pratiche burocratiche da svolgere all'arrivo, le speranze di una nuova vita. Quattro anni di lavorazione per un film bellissimo che riesce a raccontare l'odissea degli immgrati italiani di inzio secolo, mossi da sogni infantili (In America ci sono carote giganti e fiumi di latte) e pronti a tutto pur di cambiare vita. Scelte narrative azzeccatissime (l'idea di non mostrare mai L'America e di far vedere poco anche del viaggio in nave) per un film molto ricco, con un evidente sforzo produttivo superiore alla media (bellissime le scene di massa), con un finale del tutto simile a quello splendido di Respiro, qui però in chiave onirica e "rovesciata" (se i protagonisti di Respiro venivano presi dal basso in acqua, qui abbiamo una ripresa dall'alto). Notevole la recitazione degli attori (vedi soprattutto la nonna) e molti i momenti emozionanti. Ci si può sperare. Due pezzi di Nina Simone tra cui curiosamente Sinner Man, lo stesso del finale di Lynch.
Venezia 63 - Bugmaster, Katshuiro Otomo
Il regista di Akira e SteamBoy alla seconda prova live. Una storia tratta da un manga che racconta la vita di Yoki/Ghingo, maestro di Mushi (una sorta di mago erborista in grado di combattere piccoli ma potenti demoni - gli Yokai della tradizione giapponese - che infestano il mondo). Interessante l'approccio di Otomo sul film live, ma Bugmaster è forse uno dei film più "da appassionati" che mi sia mai capitato di vedere (chi non conosce il manga o non riconosce tutti gli Yokai del film rimarrà un po' spiazzato). Eccessivamente prolisso e spesso ridondante, riesce a fare vedere tra le righe il classico gigantismo dei lavori di animazione dell'autore. Sfortunatamente qui il tutto è schiacciato da una produzione tutto sommato piuttosto povera. Interessante e coraggiosa comunque la scelta di inserire in concorso un film così smaccatamente fantastico.
Con oggi si sono concluse le proiezioni dei film in concorso. Il film di Crialese ha tutte le carte in tavola per aggiudicarsi un premio, se non proprio il Leone d'Oro. I nomi però che si sentono più insistentemente sono quelli di Resnais, Frears, Cuaron e - anche se timidamente - quello di Jia Zhangke. Amelio potrebbe sperare nella coppa Volpi per Castellito o nel premio Mastroianni per l'esordiente Tai Ling. La Volpi femminile pare essere scontata per la Mirren (The Queen).
FEDEmc
giovedì, settembre 07, 2006
Venezia 63 - Quei loro incontri, Jean Marie Straub, Daniele Huillet
Lo ammetto: per me è il primo film di Straub e Huillet. Più o meno sapevo cosa aspettarmi, ma non avevo mai visto un fotogramma dei loro film. L'impatto è stato forte, ma mi ma colpito e sono uscito dalla sala piuttosto contento. Per uno che impazzisce per Vin Diesel... Quei Loro Incontri, ambientato tra le montagne fuori Pisa, porta sullo schermo 5 dialoghi tratti da i "Dialoghi con Leucò" tutti interpretati da attori non protagonisti ripresi sempre in camera fissa. La loro recitazione è ovviamente meccanica, fredda e continuamente spezzettata da pause. Spesso si sente l'accento pisano e gli immobili attori hanno sempre lo sguardo perso nel vuoto. Certo: provocazione, teatro filmato e non cinema, ancora la medesima operazione dopo 30 anni di attività, ma sentire uomini comuni declamare scritti di Pavese sul rapporto tra i mortali e le divinità provoca un effetto assolutamente straniante. Pochissimo pubblico e molti di quelli entrati al terzo minuti sono fuggiti. Non è quello che chiedo dal cinema e molto probabilmente l'impatto rivoluzionario dell'operazione di Straub e Huillet si è affievolito - o peggio si è fatto prevedibile - in tutti questi anni, ma chi assiste a un loro lavoro per la prima volta può rimanere affascinato. Pare che i due registi non saranno presenti al Lido e boicotteranno la passarella per farla fare a uno dei loro attori.
Orizzonti - El Cobrador: in God we trust, Paul Leduc
Quest'anno la sezione Orizzonti è decisamente pessima. Questo El Cobrador ha un inizio folgorante, salvo poi diventare forse il film più brutto (quantomeno quello con le sequenze più scult) di tutti quelli in programma. Il film racconta le storie parallele di un giovane ragazzo di colore che, dopo aver compiuto una serie di folli e insensati omicidi a New York, scappa in Messico e quella di Peter Fonda, ricco padre di famiglia e uomo di fede di Miami, che scoperta la propria impotenza, si sollazza investendo con il suo SUV giovani e attraenti donne. In Messico l'omicida si unirà a una ragazza argentina, si intuisce figlia di deaparecidos, e cominceranno a realizzare atti terroristici per combattere contro le cattiverie del mondo: questi birbanti Bonnie & Clyde si divertono a farsi riprendere dalle telecamere dei bancomat che svaligiano mentre fanno all'amore e soprattutto a scrivere un manifesto del loro gruppo completamente fuori di senno ("Non siamo terroristi, vogliamo solo tutto: ombrelli, pace, amore, pantaloni stirati, una casa confortevole, tanti amici..."). Peter Fonda si mette in contatto con una maga che, attraverso un rito, le promette una seconda giovinezza e una ritrovata virilità. Ecco il rito: basta prendere un feto nero abortito di due mesi, estrarne una succo da mettere in una siringa, farsela inettare nel sedere (E io penso: ma non possiamo creare un fondo per una pensione a Peter Fonda e Hellen Burstin?). Prima di scovare quello nero, Peter porta alla maga un feto bianco che, non essendo adatto allo scopo, verrà buttato nel WC di un locale di travestiti danzanti. Una volta ringiovanito, giuro, ritroviamo il povero Peter uccidere a calci dei piccioni in piazza. I due rivoluzionari nel frattempo copulano come forsennati ma, durante un loro colpo, vengono beccati dallo stesso Fonda che - incredibile! - è uno sbirro! In nome della loro rivoluzione i due si faranno esplodere, uccidendo anche il povero Peter. Ma nel bellissimo finale si scopre che non solo il povero Peter è un assassino di donne (con il SUV), traffica in feti ed un fottuto sbirro, ma era anche il propietario di una miniera dove ci lavoravano tantissimi schiavi e che lui ha fatto chiudere di colpo lasciandoli poverissimi. Tra questi c'era anche il giovane ragazzo di colore che in un bel flashback viene anche sodomizzato dagli sbirri della miniera. Nel frattempo una televisione di un piccolo, povero bar alla periferia del mondo mostra la caduta delle Twin Towers. Direi in punta di fioretto... Ca va sans dir, colonna sonora "militante" con gruppazzi ska, reggae e quelle robe lì di quarta.
Orizzonti - The Amazing Life of the Fast Food Drifters, Oshii Mamoru
L'unica bomba della sezione Orizzonti (fatta esclusione ovviamente per l'incredibile documentario di Spike Lee). La storia del Giappone dal dopoguerra ad oggi attraverso un libro sulle vite dei più famosi scrocconi di cibo da Fast Food. una sorta di finto documentario, trattato in modo serissimo, con milioni di riferimenti letterari, culturali, musicali, cinematografici. Il regista di Avalon, sperimentatore di forme e di messe in scena, qui costruisce il suo film utilizzando foto reali in 3d dei suoi personaggi, ma facendoli poi apparire come delle piatte figurine in 2d per poi farli interagire con sfondi tridimensionali. Parlatissimo, folle, di una velocità incredibile, assurdamente serio nel ricostruire eventi e storie, ha dalla sua una fantasia completamente pazza che conquista e dei personaggi bellissimi (il vecchio monaco che vede, grazie all'approccio illuminista, nel Sobu - tagliolini con uovo - paesaggi bellissimi e interiori, la donna gatto in grado di far innamorare di sé i gestori dei chioschi, un giapponese che si traveste da indiano per scroccare riso al curry "mediopiccante" e, il migliore di tutti, il miglior scroccone di wurstel del mondo, ossessionato con Disneyland e travestito da topo). Da recuperare e da rivedere mille volte.
Settimana della critica - A Guide to Recognizing Your Saints, Dito Montiel
La vera sorpresa del festival è questo piccolo film indipendente, coprodotto da Sting e da sua moglie Trudy, e accolto con enorme successo a tutte le sue (poche) proiezioni. Tratto dal romanzo omonimo del regista (pare un caso letterario in USA) A Guide è un film smaccatamente, dichiaratamente, autobiografico. L'adolescenza del regista-autore tra le strade di New York, per la precisione nel Queens, tra amici, amori, risse, tragedie, sogni e soprattutto con una figura paterna (un incredibile Chazz Palmintieri) onnipresente. Il tutto viene ricordato dal protagonista ormai adulto (Robert Downey Jr) mentre torna a casa per convincere il padre ormai malato a farsi curare in ospedale. Il film inizia con l'attore che interpreta Dito Montiel che, guardando in camera, dice "in questo film lascerò tutti". L'autobiografismo della storia in questo modo, poggiandosi anche sulla finzione della ricostruzione di una storia, diventa ancora più diretta e spiazzante. Una sorta di operazione simile a Bronx (sempre con Palmintieri tra l'altro) meno romanzata è più dolorosa. Un film durissimo che colpisce direttamente allo stomaco, lasciando lo spettatore spiazzato per quanto si riesca a presentare con così tanto trasporto una storia così personale, per il ritratto di personaggi tutti bellissimi e per una regia che sicuramente non si inventa niente, ma che risulta perfetta per raccontare una storia del genere. Incredibile il lavoro fatto sul sonoro in alcune sequenze dova si parla contemporanemante in sei o sette. Si conclude con una epica camminata dei protagonisti con una sfavillante "New York Groove" dei Kiss. Esaltante. Indoppiabile data l'importanza dei dialoghi e dello slang usato dai personaggi, dubito che vedrà a breve le sale italiane. Da recuperare quindi in altri modi. Rosario Dawson, pur comparendo per 10 minuti scarsi, conferma il suo essere l'attrice pèiù bella e sensuale da un bel po' di tempo a questa parte.
FEDEmc
mercoledì, settembre 06, 2006
Thank you for smoking (Jason Reitman, USA 2006)
Mentre tre quinti di Seconda Visione sono a Venezia e uno è in vacanza, io vado al cinema, oltre ad editare e formattare i post dei compari in missione.
Questo Thank you for smoking è l'opera prima del neanche trentenne figlio di Ivan Reitman, che è riuscito a radunare intorno a se un cast incredibile: la storia, tratta dal romanzo di Chris Buckley, parla di Nick Naylor (Aaron Eckhart), un lobbysta del tabacco, che di mestiere, praticamente, respinge le accuse della società nei confronti dei produttori di sigarette. Ha, ovviamente, un figlio a carico (Cameron Godsend Bright), una moglie da cui è separato (Kim Dickens), un acerrimo nemico, il senatore democratico del Vermont Ortolan (!) Finistirre (William H. Macy) e pochissimi amici, praticamente il resto dei mercanti di morte, ovverosia il portavoce dell'industria delle armi (David Koechner) e quella degli alcolici (Maria Bello). E verrà fottuto (letteralmente e metaforicamente) da una giovane giornalista (Katie Holmes), prima di accordarsi per reinserire il fumo nei film di Hollywood con un agente potentissimo e iperattivo (Rob Lowe), secondo quanto accordato col "Capitano del tabacco" (Robert Duvall).
Reitman si è divertito un sacco a girare questo film che, più che nella storia, e nelle sue inevitabili piegoline "morali" (notate le virgolette), trova forza in alcuni scambi di battute geniali e divertentissimi. Il tema di fondo che viene fuori, sfruttato e messo in scena per lo più in maniera dignitosa, non è tanto quello delle sigarette, ma del gusto della discussione e del contraddittorio, oltre che quello (molto americano) della libertà di scelta. Humor nero a volte incrinato da piccoli momenti padre-figlio, ma tutto sommato sono perdonabili.
Geniali i titoli di testa, tutti rifatti su loghi, caratteri e stili dei pacchetti di sigarette.
Francesco
Fuori concorso - INLAND EMPIRE, David Lynch
David Lynch, Leone d'Oro alla carriera per questa Mostra del Cinema, porta con sé al Lido la sua ultima fatica INLAND EMPIRE (rigorosamente maiuscolo). Prima della proiezione di questa mattina, dell'ultima fatica di Lynch si sapeva poco o niente. Le uniche indiscrezioni riguardavano la trama che, nelle parole del regista, "racconta la storia di una ragazza nei guai". Sempre il regista lo aveva definito un film sperimentale. Considerando le sue ultime prove, queste parole avevano messo in allarme più di uno spettatore: cosa ci si può aspettare da un regsita come Lynch nel momento in cui dichiara di voler sperimentare? In primo luogo si sperimenta sul formato, visto che INLAND EMPIRE, come l'intera produzione del suo sito, è girato in digitale piuttosto rozzo. Successivamente si può parlare di sperimentazione anche per quanto riguarda la narrazione e il superamento di alcuni dei suoi temi, molti dei quali presenti in Mulholland Drive. Laura Dern, attrice bionda in quel di Hollywood, riceve la visita di una strana signora, la quale le mostra il futuro. "Domani" l'attrice comincerà a girare un film diretto da Jeremy Irons a fianco di Justin Theroux. Il film riguarda una storia evidentemente extraconiugale tra la Dern e Theroux, ed è un remake di un vecchio film basato su una vecchia storia balcanica, mai portato a termine a causa della morte dei due attori protagonisti. Anche questa volta sul set cominciano ad accadere strani fenomeni.
Questo è solo un tentativo di descrivere l'inizio del film, che successivamente diventa completamente irraccontabile e indescrivibile. La storia e la vita di Laura Dern si sdoppiano, confondendo metacinematograficamente la realtà (sempre se di realtà si può parlare) con la trama del film. Oltre a questo corto circuito vanno aggiunti ancora molti e diversissimi piani di narrazione, nei quali trovano spazio una trasmissione radiofonica polacca, una sit com con uomini vestiti da conigli guardata da una donna piangente in un albergo (forse il riferimento più esplicito alla sua produzione on line, vedi Rabbits), la vita di alcune prostitute, ballerini, un circo...
Inutile insomma, tentare di scovare un qualsiasi filo logico: l'importante, e immaginiamo scopo ultimo del regista, è quello di lasciarsi andare - perdersi - in un lungo viaggio allucinante, spaventoso e inquietante, apparentemente regolato da uno strano dualismo o simmetrismo assolutamente inintellegibile. Un'esperienza unica che molto probabilmente necessita di molto tempo e di ulteriori visioni per sedimentarsi . Il pubblico in sala ha inevitabilmente reagito in tutti i modo possibili: spellandosi le mani e urlando immediatamente al capolavoro, uscendo dopo pochi minuti, fischiano e urlando alla truffa. D'altra parte stiamo parlando di un film sperimentale di David Lynch. Camei per Nastassja Kinsky, William H. Macy, Harry Dean Stenton e Laura Haring.
Venezia 63 - Exiled, Johnny To
Torna a Venezia, finalmente in concorso, una delle ultime sicurezze del cinema action e gangster di Hong Kong. Il patron di casa Milkyway con questo Exiled ha realizzato uno splendido gangster movie dalla trama piuttosto semplice (verrebbe da dire prosciugata), ma dalla messa in scena immensa. Quattro terribili criminali si ritrovano sotto casa di un loro vecchio amico. Due di loro, al soldo di un potente boss mafioso, lo devono uccidere, gli altri due lo vogliono difendere. Inevitabilmente, ma solo dopo una sparatoria, i vecchi sentimenti ritorneranno a galla e, ancora una volta, i cinque si ritroveranno a lavorare insieme. Man mano che la storia procede il film di To diventa quasi astratto, rinunciando nella parte centrale al progredire della narrazione e al dialogo, per concentrarsi sulle geometrie delle sparatorie, che diventano i punti chiave e di svolta del film. Nella parte finale, in un clamoroso Heroic Blood Bath, il film si impenna vertiginosamente mescolando alla perfezione la migliore action con alcuni dei luogi comuni drammatici dei film di Hong Kong tra cui l'amicizia virile, il sacrificio e la difesa dell'onore. A Simon Yam e Anthony Wong basta comparire in scena senza muovere un muscolo per essere perfetti. Immagino che con una presidentessa di giuria come Catherine Deneuve a Exiled non andrà mai a premio, ma è uno dei film più belli in concorso (se non il migliore finora) e conferma Johnny To come uno dei registi più dotati e più teorici degli ultimi dieci anni di cinema di Hong Kong.
Venezia 63 - Euphoria, Ivan Vyrypaev
Opera prima per questo giovane regista russo proveniente dal teatro. Ambientato nella steppa, racconta la storia d'amore tra un uomo e una donna sposata con figlia. Dopo un incidente alla figlia, i due amanti decideranno di fuggire tra steppa e fiumi inseguiti dal marito armato di fucile. La tragedia incombe. Un film insostenibile con un nucleo narrativo della durata di 5 minuti e che impegna i restanti 65 facendo delle gran panoramiche sulla steppa. Il peggio del cinema pretenzioso e senza idee che colleziona tra l'altro una citazione da Sentieri Selvaggi e una da La Morte Corre Sul Fiume, una Ofelia fischiettante, una citazione da una fotografia di Walker Evans e la peggiore e più invasiva colonna sonora dai tempi de L'Arco di Kim Ki Duk. Il desiderio di confezionare l'immagine bella è totalmente fine a se stesso e non ha niente a che vedere con la storia che francamente è risibile.
Venezia 63 - L'intouchable, Benoit Jacquot
Isild Le Besco, quella che l'anno scorso era una fan sfegata di Emmanuelle Seigner nel putrido Backstage, scopre dalla madre ubriacona che suo padre è indiano. Sbriga due pratiche, tra cui le prove teatrali di uno spettacolo di Brecht (camera fissa e tanta cultura), le riprese più o meno hard di un film (che scandalo! Due tette!), e parte alla ricerca del padre. Arrivata in India la ragazza scopre la presenza degli Intoccabili. Poi scopre che questi possono anche essere ricchi. Poi vede suo padre ma non gli dice niente. Al grido di "Esotismo! Paesi Lontani! Culture differenti", Jacquot ha fatto un film prettamente turistico che mostra la povertà dell'India, i cibi dell'India, i vestiti dell'India, le usanze dell'India. La parte indiana è girata in digitale e tutti guardano in macchina. Se non comprisse ogni tanto la Le Besco, lo si potrebbe confondere tranquillamente per un filmino amatoriale delle vacanze. Ma per chi è fatto un film del genere? Per quale motivo è in concorso?
IN BREVISSIMO:
Fuori Concorso - Summer Love, Piotr Uklanski
Qualcuno di voi forse ricorda due anni fa un colossal wu xia malese. Quest'anno abbiamo avuto la fortuna di vedere un film western polacco con Val Kilmer. Bisogna aggiungere qualcosa? Val Kilmer non dice una parola ma si limita a fare il cadavere tutto il tempo. Ad un certo punto viene decapitato. Ah, prima gli mettono due pomodori al posto degli occhi. Il film dove si beve di più nella storia del cinema (lo sceriffo beve anche un dopo barba) ha dalla sua anche la sogettiva del Kilmer morto (virata di rosso nella sequenza del pomodoro), di una pistola, di un cappio, una serie dia dialoghi e situazioni imbarazzanti. Divertente anche se esclusivamente per super nerd (oltre a me infatti penso si sia divertito solo Tommy e Guillermo Del Toro presente in sala).
FEDEmc
martedì, settembre 05, 2006
 Da far tremare i polsi. Raccontare la Cina senza stereotipi del tipo “Ah, che cose strane che mangiano”, “oh come lavorano tanto” “ ma in quanti vivono in una stanza”. Ovviemente il rischio non era spiattellarli nella sceneggiatura, ma lasciare trasparire dal paternalismo dello sguardo.
Invece, un Castellitto trattenuto e per questo bravissimo, viaggia in Cina per un impresa di onestà e di integrità, andare a portare un pezzo di ricambio ad un altoforno venduto dagli italiani ai cinesi, e che senza quel pezzo potrebbe danneggiarsi creando un vero disastro.
Ma ad un certo punto è la Cina, o meglio le parti che lui visita e le persone che lui incontra, nell’incomunicabilità più totale, a travolgerlo, e a dare alla sua impresa un tono ancora più tragico e allo stesso tempo più necessario. Non più una cosa solo per lui, per Vincenzo Buonavolontà (questo è il nome del protagonista), ma un gesto di conoscenza tanto più inutile quanto più alto.
La piccolezza di lui in quanto italiano, e la piccolezza dell’Italia rispetto al mondo, fanno il paio con una nostalgia di un mondo industriale scomparso, del fare le cose e di farle bene (digressione ideologicamente molto scorretta: “Onoro il braccio che muove il telaio, onoro la forza che muove l’acciaio”), che si perde nell’immensità di un paese tanto lontano, e con situazioni di disagio sociale, quanto intimamente vitale.
È la fede in quello che succede, nel progredire nel senso di portare a compimento qualcosa, di creare o di sistemare che spinge il personaggio, ma la valorizzazione positiva di questo percorso si perde nell’immensità dello sfondo, dei paesaggi, delle città, dell’oriente intero.
Un poema allo stesso tempo socialista e anarco individualista: per questo magico.
manu
lunedì, settembre 04, 2006
Fuori concorso - The Wicker Man, Neil LaBute
Curiosa operazione per il "cattivo" regista de Nella Società Degli Uomini che si trova a dirigere il remake di un horror anni '70 diretto da Robin Hardy e tratto da una pièce di Anthony Shaffer. Nicolas cage, poliziotto sull'orlo di una crisi di nervi causa senso di colpa, raggiunge una sua ex fiamma su di una sperduta isola. Qui verrà convinto dalla donna a mettersi sulle trace della di lei figlia, a quanto pare rapita dal matriarcato che regna sull'isola, dedito a strani riti. Nessuno sembra sapere niente, e il poliziotto brancola nel buio, mentre il matriarcato trama nell'ombra. Uno dei film più assurdi prodotto con capitali Holllywoodiani che mi sia mai capitato di vedere. L'idea del matriarcato e la quasi totale mancanza di riferimenti ai temi religiosi sono le uniche buone intuizioni (che rimangono ovviamente sulla carta) per un film in tutti appaiono particolaramente spaesati e in cui nessuno sembra credere realemnte in quello che dice. E come dargli torto quando si comincia a parlare di donne travestite da lupi, leoni, api che bruciano bambine per augurarsi un buon raccolto? Non si capisce bene se il tutto sia girato con volontà ironiche o straniani, ma vedere Nicolas Cage che blocca una maestrina con tanto di pistola per poi vagare in un bosco travestito da orso, inseguito da una zompettante Ellen Burstyn dipinta in volto come Bravehart, mette un po' a disagio. Parate di stelle al femminile: oltre alla Burstyn (in evidente debito con il fisco) si notano Molly Parker, Leelee Sobieski, Frances Conroy e Diane Delano. Cameo inutile per James Franco nel telefonatissimo colpo di scena finale.
Venezia 63 - Bobby, Emilio Estevez
Trovare in concorso il regista de Il Giallo del Bidone Giallo è alquanto curioso. In realtà, l'ultima fatica da regista di Emilio Estevez ha più di un motivo d'interesse. Il film, presentato al Lido ancora work in progress, racconta le storie private dei moltissimi personaggi presenti il 4 giugno 1968 nell'albergo nel quale fu assassinato l'allora senatore Bob Kennedy. Dopo una parentesi documentaristica iniziale, in cui si mostra la siuazione politica americana di quegli anni grazie a filmati di repertorio, ci si concentra sulle storie private dei lavoratori e degli ospiti dell'albergo. La scelta di evitare un classico e prevedibile biopic (Bob Kennedy non verrà mai mostrato) a favore di un ben più interessante racconto corale, di persone più o meno direttamente interessate o colpite dall'assasinio di Kennedy, è decisamente vincente. Grazie a una sceneggiatura molto agile e funzionante e a personaggi ben scritti si riesce nell'intento di mostrare una ampia fetta di umanità evitando l'effetto "vorrei essere Robert Altman". Formalmente il film è godibile anche se non osa assolutamente niente, dando l'impressione quindi di un ottimo tv movie. Inutile però aspettarsi qualcosa di diverso da Emilio Estevez regista. Cast a dir poco incredibile. Sono impegnati in Bobby infatti: Sharon Stone, William H. Macy, Christian Slater, Martin Sheen, Emilio Estevez, Lindsay Lohan, Elijah Wood, Demi Moore, Laurence Fishburne, Anthony Hopkins, Harry Belafonte, Ashton Kutcher, Helen Hunt, Heather Graham e Joshua Jackson.
Orizzonti - Non prendere impegni stasera, Gianluca Maria Tavarelli
Anche in questo caso storie corali e paralle per quarantenni (bisogna dirlo? in crisi) nella Roma di oggi. L'intento è quello di fare un ritratto di persone normali alle prese con i problemi di tutti i giorni (e viene in mente il bellissimo film di Resnais in concorso), dai più banali - la lite a letto con la fidanzata, l'incazzo per un posto perso in fila al supermercato - ai più seri - la malattia, il divorzio, l'abbandono. Struttura a flasback con rivelazione (chi si suiciderà?) per un film con tutti difetti del peggior cinema italiano di oggi: personaggi introdotti, presentati e poi dimenticati, sceneggiatura ricolma di frasi ad effeto fin troppo letterarie, volontà di dire tanto partendo dalle piccole cose, recitazione quasi sempre esagerata o manieristica, presenza di caratteristi o comici televisivi, musica strabordante e onnipresente, regia piatta e distratta. Finale quasi da sbandata new age coronato da una poesia di Saba. Meglio dell'inizio, punteggiato da una canzone di Cristiano De Andrè. Cast ricco e numeroso: Cescon , Pappaleo, Cortellesi, Zingaretti, Gassman, Inaudi e altri.
FEDEmc
Non ci sono vie di mezzo, o si ama o si odia. Personalmente, mi schiero nel secondo gruppo. Anche perché un film si giudica anche a partire dalle sue ambizioni. E visto che le ambizioni si collocano a livello di 2001 Odissea nello spazio, l’incazzatura deve raggiungere perlomeno quel livello.
Che poi siano interessanti gli incastri temporali (tre storie a distanza di secoli che si svolgono “in parallelo”, e che la simbologia dell’albero sia ben studiata, non esenta dal dire che quello che The Fountain sembra è “Autumn in New York riscritto da Castaneda”.
Imbarazzante la parentesi del “conquistador”, in cui dire che la figura del Grande Inquisitore è buttata lì è poco – tralasciando il francescano neopagano. Jackman non è male, ma ulula di dolore tutto il tempo, e quando raggiunge il Nirvana è ridicolo, ma non per colpa sua, chiunque lo sarebbe. Anche perché l’ascesa alla stella morente, al paradiso, all’Uno, o a quello che si vuole – basta che sia impreciso e sincretico, è quasi al livello del kitsch di Al di là dei sogni.
In più, è davvero greve in ogni passaggio, pesante su qualsiasi entusiasmo o coinvolgimento dello spettatore.
Bisogna ammettere che la parte finale, che tocca l’apice del kitsch, raggiungendo però la dimensione tematica della fallibilità umana, dopo aver discettato di Morte, Vita, Dio, Amore (e forse la carne al fuoco è un poco troppa), ha qualcosa di inspiegabile che affascina. Ma è solo una piccola ammissione, il resto è totalmente insopportabile
Venezia 63 - I don’t want to sleep alone di Tsai Ming Liang
Nel consueto stile, inquadrature fisse e insistite, profondità di campo, quasi mai parole ma solo rumori o musica in (non nel senso di alla moda, ovvio): un film che potrebbe essere tacciato di manierismo. Anche perché l’amore ai tempi dello squallore dei luoghi postmoderni, la disperazione del grigio umido dell’ambiente, Tsai Ming Liang li aveva già mostrati in molti suoi film. Anche se mi lascia alquanto perplesso la virata verso la necrofilia (o quasi, trattasi di incesto forzato con parente in coma), e la ripetizione degli stilemi: anche qui ci sono scene-inquadrature che valgono la visione del film, non a caso quelle con l’acqua: pura poesia dell’alienazione.
Purtroppo, nessuna sequenza come quella della sala cinematografica di Bu San – film sicuramente superiore a questo – nota come la più esasperante al Lido degli ultimi dieci anni.
Se si perdona anche il gioco di parole, da vedere anche se già visto, e per questo direi fuori dal gioco dei premi.
manu
domenica, settembre 03, 2006
Venezia 63 - The Queen, Stephen Frears
Uno dei più attesi film in concorso: si vociferava addirittura di otto legali della Regina presenti al Lido pronti a denunciare o bloccare la pellicola. In realtà, come prevedibile, nessuno scandalo. The Queen racconta i giorni a cavallo della morte di Lady D e dell'insediamento di Tony Blair in Downing Street. Sulla carta effettivamente un soggetto da far tremare i polsi in casa reale, in realtà un film che accontenta tutti. L'atteggiamento distaccato, freddo, anche cinico, dei reali verso la morte di Lady Diana è il centro del film, parallelamente al rapporto tra la regina e il primo ministro, visto dalla famiglia reale come il ministro "rivoluzionario e innovatore". Da una parte quindi l'atteggiamento alieno di una famiglia che comincia ad avvertire un totale distacco (e un inevitabile avvicinamento alla propria definitiva comparsa) dal popolo sul quale regna, dall'altra la volontà comunicativa di una classe politica che si sente pronta per governare da sola un paese. Entrambe le posizione, come vedremo, nascondo il loro opposto (Blair che "salva la faccia" alla casa Reale, la Regina e la sua commozione di fronte al proprio popolo), portando il film su posizioni apparentemente scomode, ma in realtà particolarmente accomodanti. Girato senza particolari spunti registici, ma appoggiandosi completamente all'interpretazione magistrale di Helen Mirren (Coppa Volpi più o meno assicurata), il film ha una buonissima sceneggiatura - punteggiata da non pochi momenti esilaranti - e soprattutto un buonissimo occhio per i personaggi marginali (su tutti, il consigliere di Tony Blair, l'inventore dell'espressione "la principessa del popolo"). Niente male.
Venezia 63 - Paprika, Kon Satoshi
Mr. Mad House, il regista di Tokyo Godfather, finalmente in concorso al Lido, con l'unico film d'animazione. Al centro della vicenda, il furto da parte di alcuni terroristi di una macchina in grado di registare le immagini dei sogni e di proiettarle nelle menti altrui. Un poliziotto, l'inventore della macchina e una dottoressa dalla doppia identità tenteranno di ritrovarlo e scongiurare l'azzeramento delle menti degli abitanti di Tokio. Inevitabile quindi un complessissimo e progressivo confondersi dei vari piani di realtà e uno spaesamento notevole, sia per lo spettatore che per i protagonisti. Un capolavoro di fantasia in grado di dire qualcosa di nuovo nel rapporto tra la realtà il mondo onirico, ma forse eccessivamente complesso nel suo sviluppo e di conseguenza piuttosto difficile da seguire. Non è tanto il discorso tecnico a stupire (animazione classica con qualche breve inserimento di 3d), quanto invece un'inarrestabile fantasia visiva, capace di frullare immaginari diversissimi (video clip, sci-fi, noir, giocattoli, horror e ancora) lasciando spesso a bocca aperta. La reazione è più o meno la stessa che si segua l'intreccio o meno.
Venezia 63 - The Children of Men, Alfonso Cuaron
Anno 2027: il mondo si trova sull'orlo della fine. Guerre ovunque, terrorismo, inquinamento inarrestabile e, soprattutto, da 18 anni nessuna donna rimane più incinta. In inghilterra, unica nazione senza guerra, confluiscono da anni tutti gli immigrati del mondo, che vengono quindi internati in vere e proprie carceri. Un gruppo di terroristi, i "Pesci", contatta Theo (Clive Owen, bravissimo e particolarmente azzeccato): una ragazza immigrata è rimasta inaspettatamente incinta. L'uomo la dovrà accompagnare in un lungo viaggio verso la salvezza. Sorpresa per il regista di Y Tu Mama Tambien e per il miglior capitolo della saga di Harry Potter, che porta al Lido un buonissimo film tra la fantascienza e l'azione con più di uno spunto politico. L'ambientazione (un futuro molto prossimo), la trama (guerre, terrorismo, una nascita salvifica) e molte situazioni del film, permettono a Cuaron di frullare molto dell'immaginario visivo a noi vicinissimo (Abu Grahib, terrorismo islamico, Medio Oriente), prendendosi più di un rischio, ma salvandosi quasi sempre. Girato con una forza incredibile (verso la fine c'è uno dei piani sequenza più lunghi e emozionanti degli ultimi anni di cinema), The Children of Men è estremamente emozionante, ha un ritmo incalzante, scene d'azione bellissime, attori e coprotagonisti (Michela Caine freak e capellone, Peter Mullan violento sbirro che parla di sè in terza persona) egregi. Colonna sonora con Deep Purple, Radiohead, Roots Manuva, Jarvis Cocker e altri. Ottimo.
Venezia 63 - Fallen, Barbara Albert
Cinque amiche si rincontrano dopo anni al funerale del loro professore del Liceo. Occasione colta al volo per passare un'intera giornata insieme. Inevitabili arriveranno i rancori, i pentimenti, i confronti con il passato. Un film sulla crisi della 35enne austriaca sulla carta è particolarmente preoccupante, nella resa - grazie alla Albert - è ancora peggio. Pretenziosissimo, ma di una banalità disarmante, ha inspiegabilmente raccolto anche qualche timido applauso nonostante: l'amica in carriera che però e sola e in odore d'alcolismo, l'amica incinta che rincontra il suo vecchio amore durante il di lui matrimonio, l'amica eroinomane con figlia a seguito, l'amica "una di noi che ce l'ha fatta ma ha tradito gli ideali di un tempo", l'amica enigmatica che chissà cosa nasconde. Fallen raccoglie in 88' il peggio che ci si può aspettare sul tema "come eravamo", ma lo fa credendo anche di essere "educativo". Irritante.
In Brevissimo:
Orizzonti - The Hottest State, Ethan Hawke
Tratto da un suo romanzo autobiografico, l'esordio alla regia di Ethan Hawke è una sorta di concentrato delle Smemorande più melense e banali lette in terza liceo. Lui conosce lei, si amano, si amano tantissimo in vacanza, tornano e lei non ama più lui che si dispera. Lei affastella attegiamenti incomprensibili, lui soffre tantissimo, ma poi parla con suo padre. Musica incessante (e brutta), frasi fatte ogni tre secondi. Due ore di discorsi e immagini che vorrebbero fare tanti cinema indie ma che in realtà si limitano a fare vedere due che limonano per quasi tutto il tempo. Insopportabile.
Fuori Concorso - Tales from Earthsea, Miyazaki Goro
Esordio alla regia per il figlio del più importante regista di film d'animazione asiatico, massacrato in patria e accolto alquanto freddamente anche qui al Lido. Maghi e guerrieri, Bene e Male, buoni e cattivi per un film dal ritmo letargico e dal tratto particolarmente old school che evidenzia una pesante carenza di fantasia. Peccato, ma c'è veramente poco da salvare.
FEDEmc
Per svegliarsi dalla stanchezza del festival un buon horror alle otto del mattino può essere utile. E Retribution è senz’altro buono: una serie di omicidi con la stessa modalità – affogamento in acqua salata – avvengono in un quartiere di Tokio. Un poliziotto indaga, ma comincia ad essere perseguitato da un fantasma di una donna con un vestito rosso, a ritrovare delle tracce di sé sulla scena dei delitti, ad essere sospettato e a non essere più sicuro di niente.
Il fantasma della donna con il vestito rosso e i capelli davanti alla faccia sembrerebbe l’ennesima variazione sul tema nel New Horror orientale, che sarebbe stata resa ancora più fastidiosa perché compiuta da colui che ha dato un contributo fondamentale nel creare lo stile di questa ondata.
In realtà le ampie attese creano davvero disagio e le apparizioni del fantasma non fanno appello al bistrattato effetto bubusèttete (costrizione dello sguardo in una visione parziale – tipo sermisoggettiva – + musica angosciante + pubblico che dice adesso succede adesso succede + esplosione di decibel dovuta al pericolo, vero o presunto che si avvicina).
Ma l’inquietudine è reale, e promana direttamente dai terrains vagues (se mi perdonate il termine), dagli alloggi popolari in cui sono ambientate le vicende e gli omicidi, insomma dai luoghi marci in cui i fantasmi sono l’unica nota di vita, di colore e di sangue.
manu
sabato, settembre 02, 2006
Venezia 63 - Daratt di Mahamat-Saleh Haroun
 Primo serio candidato al Leone, o forse a un premio collaterale. Il ritmo è lento, in accordo con i paesaggi, la storia è quella della guerra civile del Ciad, cominciata nel 1965 e proseguita per decenni: le violenze lasciano strascichi, e l’amnistia toglie ogni speranza a coloro che desideravano giustizia. Spinto dal nonno, allora Atim decide di andare in città per vendicare colui che ha ucciso suo padre. Ma incontrandolo, non ha il coraggio di ucciderlo: anzi, va a lavorare per lui nella sua panetteria. Il loro rapporto è duro, quasi muto, paradossale perché entrambi sanno che c’è qualcosa che li unisce e li divide. L’assassino del padre, Nassara, si affeziona tanto al ragazzo nda decidere di adottarlo, e Atim è sempre più sconvolto. Bellissimo il lavoro sul rapporto padre figlio e carnefice vittima, molto complesso e che fa da contraltare alla semplicità relativa della trama e dello svolgimento (che però lo rendono digeribile a tutti).
 Più che un film, un monumento a Zhang Ziyi, bellissima imperatrice cinese crudele, passionale, pronta a uccidere e a ingannare per raggiungere i suoi scopi.
Tra un tuffo in una piscina di petali di rosa, la scelta del drappo rosso in cui avvolgersi è veramente lei la dominatrice della scena. E poi tutto l’armamentario del melodramma, capace di tradurre nel celeste impero l’ispirazione all’Amleto: tradimenti, omicidi, complotti, avvelenamenti, amori folli, cortigiani intraprendenti e voltagabbana, soldati spietati con sé e con gli altri e un principe che preferisce le arti alla politica.
Tanta carne al fuoco, ma rimane l’effetto Hero: kolossal cinese da esportazione, con quel tocco di esotico, anche se controllato, e con la consapevolezza acquista di essere ormai capaci di affascinare lo spettatore medio occidentale. Ormai la consapevolezza che i combattimenti sono dei balletti è giunta all’autodenuncia più spinta: si cerchino altri paragoni. Alla fine, un poco noioso.
manu
Venezia 63 - Zwartboek, Paul Verhoeven
Il regista di Basic Instinct e di Robocop, dopo una lunga e pù o meno deludente trasferta americana, torna a girare in Olanda e racconta la storia di una giovane donna ebrea che, una volta unitasi alla Resistenza, diverrà la donna di un generale nazista con lo scopo di carpire informazioni. Nata come una finzione, la relazione tra i due diverrà con il tempo qualcosa di diverso, mentre tutto intorno a loro gli interessi privati e le ragioni della guerra porteranno i protagonisti a una lunga serie di doppi giochi e tradimenti. Atipico film di guerra e di spionaggio che ha il merito di mescolare senza timore le carte in tavola, presentando personaggi dalle mille sfaccettature riuscendo in questo modo ad evitare tipici manicheismi da film di guerra. Ottimo ritmo, attori in forma e una lunga serie di azzeccate scene d'azione per un film particolare, anche questo (e dispiace dirlo) sfortunatamente forse fin troppo televisivo nella forma, ma non privo d'interesse. ottimo il finale pessimistico che nega qualsiasi possibilità di pace e tranquillità in un mondo in cui nessuno esce indenne.
Venezia 63 - Petites Peurs Partagées, Alan Resnais
Tratto, come Smoking - No Smoking, da una pièce d Alan Ayckobourn, il film di Resnais è per ora il film più convincente di quelli visti in concorso. Una serie di storie tangenti su personaggi condannati a una solitudine inaccettabile ma inevitabile, divise in brevi (spesso rapidissime) sequenze. Girato tutto completamente in splendidi interni - ripresi con una forza e un grazia invidiabili - è un intimo viaggio all'interno delle vite di personaggi che combattono strenuamente per non restare soli, ma che proprio a causa delle loro azioni sono condannate alla sconfitta. Estremamente leggero e godibile rispetto al tema trattato, il film ha dalla sua una lunga serie di attori in stato di grazia. E si, Laura Morante, fa l'isterica fumando sigarette su sigarette.
La recensione di Manu
Alla fine per avere un respiro leggero bisogna rivolgersi ai vecchi maestri. Quelli che animavano la rive gauche, realizzavano con Margherite Duras Hiroshima mon amour, facevano impazzire di gioia i teorici con Muriel e L’anno scorso a Marienbad, senza dimenticare le memorie di Daney sulla visione di notte e nebbia.
A parte la panoramica cinefila, che fa sempre bene, la leggerezza filtrata dalla neve che ricorre come uno sfocato per dividere una storia dall’altra, un incrocio dall’altro, ha fatto ridere e apprezzare il film in sala: strepitoso il programma televisivo religioso “Le canzoni che hanno cambiato la nostra vita”, con le confessioni di assurdi vip (tipo “l’attore e fantasista Zambo”, o il “romanziere, soldato e paesaggista”), come il vecchio padre del Barman burbero e volgarissimo.
La struttura è di piccole storie che si incrociano, e che rivelano la solitudine e l’infelicità dei loro protagonisti: semplicità per una struttura non semplice. Il risultato c’è, ed è piacevole
Fuori Concorso - Para entrar a vivir, Jaume Balaguerò
Ci sono registi tamente scarsi che, anche se si sa che il film sarà orripilante, anche se la proiezione è alle 8,30 del mattino, anche se la sera prima hai fatto le 3,30, ti spingono ad andare a controllare quanto in basso si può arrivare. Con ancora fresco il ricordo del terribile Fragile, Balaguerò porta alla mostra un film girato per la televisione spagnola (per la serie "Peliculas Para No Dormir") insulso e bruttissimo.
Una coppia va vedere una casa sperduta nel nulla, fatiscente e piena di manichini. La proprietaria li rapisce e li tiene legati a dei lavandini per far vedere che c'è ancora qualcuno in modo da non far abbattere lo stabile. Soggetto buono per un corto di 5 minuti, espanso a 66. Balaguerò ha letto da qualche parte che muovendo nervosamente la camera si porta lo spettatore a provare ansia e di conseguenza lo fa per tutto il film. La storia dei manichini vorrebbe forse ricordare Psycho, in realtà porta alla memoria la scena di Mamma Ho Perso L'Aereo in cui Macaulay Culkin fa la festa in casa con le sagome per baggianare i due ladri pasticcioni. Sceneggiatura da incubo, colpi di scena telefonatissimi e per concludere, uno degli attori ricorda Pino Insegno. Uno dei peggiori registi viventi che inspiegabilmente continua a girare film. Insulsi.
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