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martedì, ottobre 31, 2006
 

Fascisti su Marte, Corrado Guzzanti, Italia 2006

Dopo Il caso Scafroglia, dopo un'anteprima veneziana nel 2002, dopo la Festa del Cinema di Roma, arriva nelle nostre sale il film di Corrado Guzzanti. Prima annunciato con una durata di un'ora scarsa, arriva invece nelle nostre sale un film di un'ora e quaranta. Questo, sulla carta, ha spaventato tutti non poco: sarà uno sketch allungatissimo, considerando che gli episodi televisivi duravano pochi minuti ciascuno? Perderà ritmo e sarà noioso?
Non è proprio così: Fascisti su Marte (il film) riproduce e riprende ciò che era stato in televisione: una narrazione archetipica svolta giocando essenzialmente sul linguaggio, quello parlato della voce over, ma anche quello "cinegiornalistico". Insomma, la base è la stessa: l'italiano "littorio" di Guzzanti è una delle invenzioni più belle che siano apparse recentemente, e non annoia, anzi, viene rinnovato giocando di rimando con alcuni termini tipici cinematografici (in una didascalia "flashback" viene cancellato e sostituito da "retrolampo"). I rimandi sono anche storici: il film dà una sua spiegazione alla scomparsa di Majorana, ma accenna anche ai metodi di epurazione dai documenti di Stalin. Ma il punto importante della nuova forma filmica di Fascisti su Marte è proprio il richiamo al cinema: andate a vederlo, e raccontatene la trama in poche parole. Quello che avrete è un precipitato di cinema popolare, o meglio, di un b-movie, con tanto di missioni spaziali, dischi volanti, nemici alieni e amazzoni. Ecco ciò che guadagna Fascisti su Marte (il film) rispetto alla sua versione televisiva: un respiro. Sebbene sia ovviamente strutturato a sketch, e che siano abbastanza evidenti (da ogni punto di vista) le parti, per così dire, aggiunte allo scheletro delle puntate iniziali, la versione cinematografica di Guzzanti ci riporta al luogo in cui la fruiamo, la sala cinematografica; in televisione, considerando anche il programma in cui era inserito, c'era un'ovvia attenzione quasi esclusiva alla satira, molto presente anche nel film. Film che, sebbene abbia dei momenti di stanca, ci riporta ad altre radici, a quella cultura popolare che (ironia della sorte) il fascismo aveva idealizzato a tal punto da farne ardito minister.

Francesco

postato da secondavisione | 14:49 | commenti (2)


lunedì, ottobre 30, 2006
 
Le grandi firme di Secondavisione
 
 
Siccome la forma recensione è ormai morta, un residuo novecentesco, ci siamo resi conto che oggi il pubblico  vuole sentire parole affidabili, da persone che conoscono su cui possono fare affidamento empatico, di cui si fidano. Si è deciso che non si va al cinema e si parla di film senza averli visti. Però invitando gente che conta, mica cazzi. Altro che Friday Prejudice, caro Kekkoz, noi solo giudizi di un certo livello.
 
L’arguto corsivista di Repubblica - N – Io e Napoleone di Paolo Virzì
 
Il cinema italiano, e non solo, è forte di una tradizione di grandi commedianti. Ma artigiani della risata come Age, Scarpelli, Dino Risi e Monicelli sono sempre stati aiutati dalla bieca natura dell’Italietta fatta di piccole furbizie, di volemose bene, e di irresponsabilità condivisa.
L’erede di questa tradizione è il toscanissimo Paolo Virzì, che usa Napoleone per parlare dell’Italia di oggi. E del simbolo del suo andare alla deriva, Silvio Berlusconi. Come aveva già fatto l’ottimo Nanni Moretti, Virzì parla di pregi e virtù dell’italiano medio. Magari più qualunquista rispetto a Nannì, come lo chiamano a Cannes, ma le soverchierie dei potenti parvenu nei confronti rimangono uguali come una tara atavica del nostro paese, che solo nelle canzoni di Apicella – non Michele, alter ego del caro Nannino – è quello del sole e del mare, mentre nella cruda realtà secolare di potere prima democristiano e poi berlusconiano è fatta di grandi squali che se ne approfittano, e di gente che prova ad arrangiarsi e a cullare una rivincita. Il Napoleone di Virzì è il perfetto simbolo di un paese sempre in deficit democratico
Ah, la nostra bella Italia che se non ci fosse Silvio non guarderebbe quel deserto dell’animo umano che è la pupa e il secchione, e saprebbe a memoria le poesie di Allen Ginsberg e Alda Merini!
 
Il sociologo - The Departed di martin Scorsese
 
L’occidente non ha più storie da raccontare. Come se fosse un piccolo imprenditore tessile di Prato, anche il grande cantore della New York multietnica e conflittuale deve prendere a prestito da altre culture le storie. Il grande Scorsese, colui cha aveva innovato il linguaggio e lo sguardo sul mondo di Hollywood, si riduce a fare un remake di un film cinese. Non trovava più il respiro epico nell’America del politically correct e di Bush, non c’erano più tragedie, lacrime sangue e rapporti carnali raccontati. È dovuto andare a cercare soggetti da un'altra parte, in una cultura più vitale, dove ancora c’è una frontiera, dove le metropoli brulicano di energia nascente, e non morente. Il futuro ha gli occhi a mandorla, anche quello della settima arte, che è sempre di più uno specchio della realtà globale, glocale e anche un poco liminale che ci circonda.
 
Il pubblicitario - Miami Vice di Michael Mann
 
Sonny e Rico. Rico e Sonny. Il sole che si rilette sulla carena di un offshore tra l’amata Miami dei grattacieli e la cuba seppiata. Non riesce più a dettare moda, ma è solo un ricordo dei bei tempi che furono, quelli della serie dove si impazziva a cercare la giacche di Don Johnson, e gli occhiali di Philip Michael Thomas, e tutti desideravano di sgommare su una Ferrari. Non riesce più a essere il sunto dell’immaginario, ma è solo una rifrazione di un passato delle merci.
 
Il giovane turco 3.0 - La sconosciuta di Giuseppe Tornatore
 
Tornatore continua a fare cinema di papà! Pfui! A confondere il virtuosismo con lo stile! A non avere nulla d dire e infestare le sale con la sua estetica finto non televisiva! Il cinema è un’invenzione senza futuro! Ah, la realtà che parla con le carni del suo corpo di pellicola nelle pulsioni a 24 foto/grammi al secondo! Empatia, sguardo e corporeità, perdindirindina.
 
Quella che si fa le foto ai piedi – Fur di Steven Shainberg
 
Un giorno, avevo 12 anni, ero da sola a casa e non avevo tanta voglia di fare i compiti, e la tv mi aveva annoiato. Allora andai nel salotto, e mi misi a guardare la libreria dei miei genitori. Mi aveva sempre causato un certo timore, con tutti quei libri grandi che non venivano ami tirati giù per essere letti. Credevo che fossero lì per sbaglio, o che ci fossero cose passate, poco importanti, o troppo difficili per me bambina. Ma quel giorno la curiosità ebbe la meglio: ne tirai fuori uno a caso e cominciai a sfogliarlo. E dopo poco non riuscivo più a staccarmi. Guardavo quei soggetti bizzarri, patetici, pieni di dolore e che emettevano una vibrazione umana mai sentita prima. Io abituata alle foto ricordo di Gardaland e delle vacanze a Forte dei Marmi e della settimana bianca, mi resi conto con sommovimenti tellurici dell’animo del potere della fotografia. Le foto possono provocare tutto questo, possono svelare gli aspetti più nascosti, più eccentrici del mondo, e farlo con un rispetto mai visto. Le foto erano quelle di Diane Arbus: mi ha donato, per caso, la passione per la fotografia e la necessità interiore di “guardare oltre”, oltre le apparenze, oltre i, visi, per cercare quello che nel mondo c’è di bizzarro, affascinante, nascosto. E io, nel mio piccolo, cerco di imitarla, cercando di trovare con il mio sguardo meccanico i punti oscuri della mia vita quotidiana. Quello che mi ripeto sempre per procedere nella mia passione vulcanica è: niente è banale, se visto con un grandangolo. Grazie Diane.
 
 
 
Il controcultural-avant-pop che di solito si occupa di quello che di cool succede nel mondo in quanto esperto di cool - A Scanner Darkly di Richard Linklater
 
 
Ero a Junies (Ohio) a sentire il concerto di Olaf Katzenberger, clavicordista dei My desperate Ullas, un mix tra Monteverdi e Trent Reznor, esemplare geniale del meticciato nordamericano, e lì una mia amica mi invita all’anteprima del nuovo film di Linklater, un autore che mette assieme l’anima di Peter Bogdanovich e lo sguardo di Brett Ratner. Lo fanno in una multisala di Junies, un luogo sperso nel nulla ma la nuova frontiera delle tendenze che arrivano dagli States. Quando entro nella multisala, affollata come mai sarà in Italia, penso che l’architetto dovrà aver pensato di far copulare l’estetica di un deposito Ikea con quella di un bordello di las Vegas.
E poi, si spengono o le luci, e comincia il film: un viaggio allucinante nel mon do di Philip Dick mixato con le figure del Corriere dei piccoli anni 50: un’esperienza stordente, fantasmagorica, inquietante, empatica e postmoderna. È come unire Capitan America con il fenachistoscopio, costruire un ponte tra Tex Avery e i Wachowski Bros, la pubblicità del Coccolino, quella che mi inquietava da bambino nel 1985, e i lamenti strazianti di Siouxsie, fondere Cary Grant e la Playstation 3. In una parola: fichissimo.
postato da secondavisione | 15:15 | commenti (12)


sabato, ottobre 28, 2006
 
THE DEPARTED, Martin Scorsese, USA, 2006

pur tentando di limitarsi, spolier alti

Forse la sfortuna è quella di essere fin troppo nerd ed essersi andati a recuperare l'originale due giorni prima della visione del film. O forse è una fortuna. O forse, pensandoci a mente fredda il giorno successivo, qualcosa effettivamente non funziona.  Con ordine:  The Departed, nelle intenzioni del regista (vedi Repubblica) è "liberamente ispirato a un thriller di Hong Kong, Infernal Affairs". In realtà The Departed è Infernal Affairs con quarantcinque minuti in più, attori occidentali e più di un problema. Scorsese e lo sceneggiatore William Monahan (uno che ha scritto Le Crociate e che al momento lavora per Jurassic Park 4), spostando l'intreccio da Honk  Kong a Boston, si limitano a sostituire attori cinese con stars occidentali e, parlando di irlandesi, mutano i riferimenti alla religione. Stiamo banalizzando? Forse, ma l'impressione è quella del remake fatto per l'occidentale che non vuole (o non ha la possibilità di) vedersi il film originale. Quello che si fa da anni anche con gli horror. Occidentalizzazione? Stiamo parlando di Scorsese però, non di Walter Salles. E la cosa infastidisce. Infastidisce vedere che alcuni personaggi dell'originale vengono qui moltiplicati (il personaggio di Anthony Wong è spezzettato in tre e interpretato da Martin Sheen, Alec Baldwin e Mark Whalberg) per giungere a una maggiore linearità, le sottotrame aggiunte (Costello informatore per l'FBI, la donna in comune tra le due talpe) sono le parti più confuse, il meccanismo narrativo - quell'incredibile congegno a orologeria fatto di continui colpi di scena e ribaltamenti inaspettati - è meno deciso, meno inaspettato e sconvolgente. Ma soprattutto "Il Bene e Il Male" (che grande idea per il sottotitolo...) la confusione tra le due parti, il loro confondersi qui è molto più schematico e didascalico. Allora la domanda è: cosa c'è in più, cosa c'è di Scorsese in questo film? La differenza che si nota maggiormente è che The Departed è un'opera programmaticamente cupa e nichilista, coronata da un finale da tragedia shakespiriana, mentre l'originale - pur decretando anch'esso la vittoria del male - spingeva maggiormente sul melodramma. Ma siamo punto e a capo: si parla di differenze strutturali tra cinematografie. Sulla stessa storia si possono poi prendere strade differenti. Come da una parte siamo abituati a vedere gangster morire tra le mani dei propri amici tra rallentì e flasback, dall'altra è nelle regole del gioco mettere in conto un finale pessimista. E soprattutto: c'è bisogno di insinuare sull'impotenza di matt damon per suggerire una paternità? C'è bisogno di far vedere un ratto sullo sfondo di una cupola dorata per parlare di pessimismo? Insomma, quello che potrebbe apparire scorsesiano c'era già, è la materia su cui si basa il film ad essere scorsesiana, ma quello che poi il regista ci aggiunge veramente appare forzato, incollato sulla struttura del film. Rimangono le prove attoriali di Jack Nicholson (capace di limitare i gigionamenti a pochi ma gustosissimi momenti) e soprattutto di Di Caprio e una sceneggiatura solida come una roccia. Chi non ha visto l'originale difficilmente uscirà deluso, ma il problema rimane. Perchè fare un remake di un film tutto sommato recente (2002) cambiando poco o niente? E per quale motivo l'ha fatto Scorsese?

FEDEmc
 

postato da secondavisione | 14:11 | commenti (18)


lunedì, ottobre 23, 2006
 

FUR, Steven Shainberg, USA 2006

 

Avvertenza: qualche spoiler potrebbe rovinare la visione di questa ciofeca

1958. Diane Arbus non è ancora la grande fotografa cantatrice degli emarginati d’America, ma una pallida casalinga-madre-moglie perbene, saltuaria assistente del marito fotografo Allan, nonché figlia di una castrante famiglia di arricchiti pellicciai (per la cronaca, in inglese fur significa pelliccia. Che originalità…). Le cose cambieranno quando nel palazzo dove abita arriverà un bizzarro e peloso vicino affetto da irsutismo acuto di nome Lionel (nomen-omen nda). Purtroppo il saggio e capelluto Lionel, novello Violetta de La Traviata, è decisamente malato di polmoni e inesorabilmente condannato a morte certa e veloce. Alla povera Diane, circondata da nani, giganti, donne barbute, menomati e travestiti, non rimarrà che depilare l’amato, scoprire sotto la massa di peli un bolso Robert Downey Jr., copulare con lui ed accompagnarlo al Padreterno indossando una giacca fatta dai di lui peli. Grazie a lui avrà scoperto l’insana passione per gli uomini pelosi, la propria strada artistica e l’indipendenza, con buona pace del conformista marito becco. Il regista di Secretary Shainberg, a quanto pare amico della famiglia Arbus, tenta di raccontare l’arte di Diane, enorme ritrattista della derelitta umanità americana lontana anni luce dalle patinate copertine delle riviste di moda, partendo da una storia immaginaria, pur attingendo all’autobiografia della fotografa, un po’ come era successo qualche anno fa con Delitti e Segreti di Soderbergh a proposito di Kafka…il che è tutto dire. Fur risulta così un maldestro e farraginoso guazzabuglio, in cui convivono una ricerca insistita e forzata del bizzarro ed ambiguo a tutti i costi, grossolani scontri normalità-anormalità, bella-bestia, irsuto-glabro (!), e grevi citazioni dal Freaks di Browning,  facendoci apparire il personaggio della Arbus (interpretato da una Kidman tanto algida quanto spaesata) una specie di tricomane frustrata casualmente fotografa. L’incursione dell’ambiente circense nei film (soprattutto dopo le recenti apparizioni televisive nda) dovrebbe essere bandito per decreto reale. Diane Arbus si suicidò nel 1971. Ed è lì che si rigira…

Tom

postato da secondavisione | 18:56 | commenti (2)


domenica, ottobre 15, 2006
 
ma il treno dei desideri,
dei miei pensieri all'incontrario va.


SCOOP, Woody Allen

Dopo Match Point si sperava in una seconda giovinezza di Woody Allen. O quantomeno in un ritorno a alti risultati. Scoop invece è uno stallo, un punto fermo. Esattamente quello che ci si  aspetta: niente di più, forse qualcosa in meno. Un intreccio giallo con sfumature comiche. E direi che c'è poco altro da aggiungere. Peccato, perchè l'inizio con la (ri)comparsa della Morte, con il fantasma del giornalista che torna all'interno di un numero di un mago scapestrato promette molto bene. Poi sfortunatamente il tutto si appiana, si assesta in una forma statica e prevedibile. La sensazione è quella del compitino ben scritto e portato a termine con successo, correndo però il minor numero di rischi possibili. Le due cose che stupiscono maggiormente sono l'utilizzo di Scarlett Johansson, per l'occasione giovane giornalista imbranata e impacciata, e vedere Woody Allen guidare una Smart.  Per il resto calma piatta. Le possibilità  ci sono, ma la voglia sembra essere poca e Match Point rimane un exploit isolato.

CLERKS 2, Kevin Smith

Pochi post sotto si parlava dei film più dannosi dei '90. Clerks, giustamente, era inserito nella lista. Non solo a causa sua ci siamo dovuti puppare Cresceranno i Carciofi A Mimongo, ma Kevin Smith, a parte la sceneggiatura di Il Diavolo Custode di Devil, ha fatto solo danni da li in avanti. A dodici anni di distanza Kevin Smith torna a racontare le storie di Dante Hicks e Randall Graves. Inevitabile sentire da distante la  puzza di estremo tentativo di tornare in auge dopo una lunghissima serie di passi falsi. In realtà Clerks 2 ha una forza e una energia inaspettata. Per carità, ancora una volta un film fatto di nulla se non di piccole soddisfazioni per un pubblico che al cinema ama la volgarità e il rispecchiarsi nei risultati di una formazione culturale devastata dall'invasività del popolare, ma le eterne disquisizioni su Il Signore Degli Anelli Vs Guerre Stellari, le battute rubate dalla pagine de L'Uomo Ragno, le continue citazioni alla solita ridda di film, la malinconia per  gli anni '90, le panzette e i doppi menti degli attori riescono ad essere (ancora una volta) sincere e disarmanti. Esattamente come dovrebbero essere e invece per anni non sono state. Chi brama dal desiderio di ridere per una fellatio a un asino si faccia avanti, gli altri sono stati avvertiti.

FEDEmc
postato da secondavisione | 19:04 | commenti (15)


domenica, ottobre 08, 2006
 
RAVENNA NIGHTMARE FILM FEST - VENERDÌ 6 OTTOBRE

EVENTO SPECIALE, IL BOSCO FUORI, Gabriele Alabanesi, ITA 2006

Esordio alla regia per il giovanissimo Gabriele Albanesi, presente alla prima proiezione del suo film. Voci di corridoio attribuivano a Sergio Stivaletti, curatore del make up e degli effetti speciali, un "è il film più sanguinoso su cui abbia mai lavorato". Girato in digitale, Il Bosco Fuori strizza pricipalmente l'occhio a Non Aprite Quella Porta, raccontando la storia di una giovane coppia che, aggrediti da tre malviventi, trovano rifugio in una casa isolata, sfortunatamente abitata da una famiglia di pazzi maniaci assasini cannibali. Pericolosamente sbilanciato tra pretese seriose e concessioni - più o meno ironiche -al gusto per l'esagerazione, il film ha qualche momento gustoso (soprattutto nelle sequenze in cui è presente Cesare, il malvivente simil Totti), ma non riesce a staccarsi di dosso quell'aria da film amatoriale, casalingo... Tutta la parte girata nella villa manca completamente di una consapevolezza degli spazi, facendo sembrare il tutto come una manciata di microsequenze incollate l'una con l'altra. La recitazione è casuale (soprattutto la mamma della famiglia che sgrana gli occhi e fa la faccia da pazza in continuazione senza alcun senso) e la storia è fin troppo esile. Peccato, ma c'è ben poco da salvare. Grazie alla presenza in produzione dei manetti Bros. (giurati del Festival) cameo iniziale per Enrico Silvesrtin e Elisabetta Rocchetti. Proiettato in dvd (scurissimo).

CONCORSO, ILS, David Moreau & Xavier Palud, FR 2006

Chiacchieratissimo film francese, capace in patria di rivitalizzare le piccole produzioni indipendenti e rilanciare il cinema di genere. Chiamato il "Blair Witch Project" d'oltralpe, Ils in realtà ha molto più a che spartire con il primo Carpenter: una coppia assediata in una casa da nemici invisibili e senza volto. L'idea dell'assedio è l'unico centro del film, visto che per il resto si è scelto di ridurre il tutto all'osso: totale assenza di storia, intreccio, sviluppo narrativo, mancanza d'ambientazione, approfondimento dei personaggi invisibile (se escludiamo gli ultimi 10 secondi di film, utili a giustificare quel "basato su una storia vera" iniziale). La scelta è azzeccata: non ci si inventa niente (come chiunque presente al festival, ma in genrale nel genere da decenni a questa parte) ma si sceglie di congelare la forma fino a farla diventare astratta. Ogni sequenza è girata con cura e con enorme capacità (vedi anche l'efficace incipit), tanto da apparire un breviario matematico del cinema di genere. Quello imboccato dalla coppia di registi è un vicolo cieco, ma la sostanza non manca. 78' minuti veramente tosti. Fra quanto in America? Girato in digitale ma, fortunatamente, proiettato in pellicola.

CONCORSO, FIRECRACKER, Steve Balderson, USA 2004

Secondo film di fiction per il regista del piccolo cult Squadra D'Attacco. La cosa che colpisce maggiormente è il cast, con i due ruoli da protagonisti affidati a Karen Black e Mike Patton. Ambientato in Kansas e tratto anche questo da una storia vera, racconta l'adolescenza di Jimmy, soggiogato dal fratello alcolizzato (Patton) e alle prese con una madre sull'orlo del tracollo mentale (Black). Il ragazzo, attratto dal mondo dell'arte e dello spettacolo, si innamorerà di una cantante da Circo (secondo ruolo per la Black) schiacciata dalla gelosia del suo amante e gestore del Circo (secondo ruolo per Patton). Girato in parte in bianco e nero, spezzato da improvvise esplosioni di colori accesi e vivissimi, Firecracker è un film interessante, forse eccessivamente saturo per non apparire ridondante. I riferimenti (o le evidenti citazioni) a Freaks, alla religione, allo straniamento Lynchiano, al mondo delle favole, la divisione dei due piani narrativi fanno fatica ad amalgamarsi, la mano di Balderson è pesante e il film è fin troppo prolisso; nonstante ciò Firecracker non è da sottovalutare. Interessante. Saranno passati anche due anni ma la pellicola presente a Ravenna sembrava del 1967...

FEDEmc

postato da secondavisione | 14:12 | commenti (1)


sabato, ottobre 07, 2006
 
RAVENNA NIGHTMARE FILM FEST  04


La differenza tra un Festival di Cinema e il Festival di Cinema Horror di Ravenna è che i cellulari che squillano in sala hanno la suoneria polifonica di Profondo Rosso.
Fra qualche giorno reportage completo sul weekend.

FEDEmc
postato da secondavisione | 12:10 | commenti


giovedì, ottobre 05, 2006
 
E si ricomincia

Dopo una serie di riunioni di palinsesto, vertici con la Spectre, minacce di estorsioni ricattatorie, torniamo in onda.
Il giorno rimane lo stesso, martedì, ma cambia l'ora: non più dalle 20 alle 21, ma dalle 2230 alle 0030. Due ore di pura goduria. Siateci.
postato da secondavisione | 18:08 | commenti (1)


lunedì, ottobre 02, 2006
 
Lady in the water di M. Night Shyamalan
 
Una regola non scritta nel cinema dice: quando un regista, in una sua opera, si riserva un cammeo – di 15 minuti – in cui interpreta il ruolo di un eletto, cioè un’artista la cui opera cambierà i destini del mondo, comincia a dubitare. Innanzitutto dell’ego del regista, secondariamente dell’opera in questione.
La seconda regola, meno importante, è che se l’unico cattivo, e l’unica vittima del mostro , è un critico cinematografico antipatico, saputo, che aspetta il colpo di scena perché la creatività ormai è morta e si annoia con tutto, pensi che il regista ovviamente odi la stampa di settore, e poi che abbia ingaggiato una lotta personale contro non si sa bene chi, ma un po’ tutti in genere.
Sinceramente, a me Shyamalan non ha mai convinto. Quindi per giustizia, cominciamo dalle cose buone – giusto perché ho trascinato con me degli incolpevoli. Il buono è il tentativo, ben riuscito, di introdurre la dimensione magica e mitologica nel quotidiano. Il risultato a prima vista può sembrare Melrose Place con i demoni, ma in realtà la dimensione favolistica è egregiamente integrata alle riunioni di condominio. Shyamalan, come sempre, può portare a delle egregie applicazioni della Morfologia della fiaba di Propp: e la sua abilità – che per me non è soddisfacente, ma tant’è – è di lavorare con funzioni narrative quasi pure, completamente discrete (bene/male e non bene/non male al massimo) e lavorare su vari livelli (narrativo, figurativo, plastico) solo per ribaltamenti sintattici consecutivi. 
Le reazioni a queste affermazioni possono andare dall’ammirazione, al sonoro chissenefrega. Giustificate entrambe. Il problema è che non si capisce se il film esca dalla semplice esemplificazione della teoria, o abbia qualcosa di più.
Passiamo quindi alle note dolenti, Lady in the water è interessante solo per un teorico della narratività, e manco tanto per quello. Non c’è il colpo di scena finale, marchio di fabbrica, ma il ribaltamento è negato da un prologo animato figurato come pitture rupestri, che definisce cos’è bene, cos’è male, cos’è reale e cosa no. Il ribaltamento avviene ma quasi inavvertito: e programmato: ci sono una serie di inquilini che devono interpretare un ruolo, all’inizio vengono abbozzati tutti, poi si tenta di applicare loro quel ruolo, tra vari fallimenti. Ma lo schizzo dei personaggi è debole, ma non solo perché sono volutamente delle funzioni narrative, ma perché funzionano in modo veramente piatto e nemmeno funzionale. La dimensione fantastica è assunta solo come reale: quindi il nodo è che le persone qualunque devono capire qual è il loro io e il loro ruolo nella comunità. Un po’ pochetto. Anche perché per uno si tratta di “trovare la voce di Dio nelle parole crociate”. È una battuta, ma il modo ironico non è evidenziato e la sala in cui si era esplode in una inequivocabilmente derisoria risata. Anche perché poi, la voce di Dio viene trovata da un ragazzino che la legge nelle confezioni dei fiocchi d’avena.
Inoltre, la mitologia è complicata, al terzo termine improbabile che identifica creature fatate si entra nella modalità “Signore degli anelli” e si lasciano perdere i nomi per arrivare a “bene contro male e speriamo che si vestano di bianco e nero/acqua fuoco e che comincino a fare a mazzate così capisco”. Inoltre, il modo per far conoscere questa mitologia è a rate da una signora coreana che non parla inglese, e che quindi ha bisogno di un’interprete, e che ha in forte antipatia il povero Giamatti. Quindi per un’ora di film le rivelazioni, intese un personaggio spiega quello che sta succedendo, si succedono a ritmo vertiginosamente lento. E Giamatti per essere degno della conoscenza deve ritornare bambino (quindi essere disposto ad ascoltare le favole, come lo spettatore secondo Shyamalan): e deve essere “letterale”: quindi si mangia latte e biscotti, si fa i baffi di latte e si accoccola e scalcia. E a quel punto si può tranquillamente credere a Nurf, Scrat (???) Tikkiti (???), Madame Nurf (???) ecc. ecc, tanto più o meno è tutto in vacca.
Pensandoci, è interessante nella sua totale programmaticità, nel suo essere una completa e coerente descrizione di come deve essere fatta e come deve essere recepita una favola. Ma il piacere del testo alberga davvero altrove.
 
manu
postato da secondavisione | 12:25 | commenti (9)