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martedì, novembre 28, 2006
 

Grizzly Man, Werner Herzog, USA 2005

Un altro documentario di Herzog, dopo lo splendido Il diamante bianco, quindi. Ma radicalmente diverso. Il punto è dato dalla morte di Timothy Treadwell, il "grizzly man" del titolo, uno che si è dedicato per più di una decina d'anni allo "studio" dei grizzly nel loro ambiente, in maniera improvvisata e piuttosto naife. Tutte le linee di forza del documentario convergono alla sua tragica fine e a quella della sua compagna, fatti a pezzi da un orso. Anche quando non si parla della sua scomparsa questa aleggia nell'aria in maniera minacciosa e, allo stesso tempo, naturale. Quello che accomuna Herzog a Treadwell è lo sguardo sulla natura: ma che differenza tra il regista e l'ennesimo "contestatore" che mette in scena. Herzog vede negli occhi dell'orso la natura brutale, indifferente e sincera della natura. Treadwell parla con orsi e volpi, e sente e parla della morte, sì, ma come un attore, esattamente come si sistema i capelli prima di ogni "scena". Non per niente è lo stesso Herzog che, mostrandoci un momento in cui Treadwell, tra un ciak e l'altro delle sue riprese, impreca (come se avesse la sindrome di Tourette) contro le guardie forestali del parco dove lui si accampa di straforo, parla dell'attore che si sostituisce al regista.
La morte non viene mostrata (leggi: fatta sentire, visto che la videocamera di Treadwell aveva il tappo mentre lui e Amie venivano uccisi), esattamente come ne Il diamante bianco non venivano mostrate le riprese dei nidi dei rondoni. In questo caso, però, non si tratta di preservare una leggenda e una cultura, ma di un pudore estremo (e felicemente fuori moda). Addirittura Herzog chiede ad un'amica di Timothy che conserva il nastro di distruggerlo, per evitare che il suo fantasma continui ad aleggiare nella sua abitazione.
E' un film durissimo, questo, e freddo: e il coraggio di Herzog sta nel mettere in scena questo personaggio e il suo fallimento, così com'è, senza amarlo, giudicandolo, a volte. Mostrando la radicale divisione tra uomo e natura attraverso la figura di Timothy Treadwell, un umano (troppo umano) che volle farsi orso, senza riuscirci. 

Francesco

postato da secondavisione | 20:07 | commenti (15)


lunedì, novembre 27, 2006
 
Flags of our fathers di Clint Eastwood
 
È un film sommamente imperfetto. Affermazione che mi costa tanto a livello personale, ed è abbastanza ambigua da riuscire a far intravedere un certo apprezzamento e un certo fascino.
Molto chiara e molto “detta” l’idea dell’eroismo come costruzione mediatica e lontana dal reale accadere delle cose. Talmente spiattellata da voler fare cercare altro all’interno del film, ma per la voglia di affermare una tesi – ammettiamolo, parecchio banale – sull’eroismo tutto ciò che di buono c’è del film appare sfrangiato e incoerente. Come lo sbarco iniziale che non può non ricordare Salvate il soldato Ryan, ma che viene presentato in levare, tolto l’intento realista, tolta l’estremizzazione spettacolare, tolta l’ansia questa sequenza diventa un oggetto senza proprietà, difficile da gestire, come un ricordo senza predicazioni. Per quanto la sceneggiatura e il narratore intradiegetico, il figlio di Doc, che prova a riscrivere le memorie, abbiano una tesi forte (l’eroismo non è quello che viene raccontato) in realtà nel film la dimensione dell’azione (la guerra), del singolo individuo che stringe rapporti in una piccola comunità, il cameratismo, sono qualcosa che non può venire celebrato perché il racconto della patria non può che passare attraverso messaggi semplici e diretti, la foto, e attraverso una costruzione spettacolare che è inevitabile per arrivare alla vittoria. La dimensione reale (quella dell’azione in guerra), quella pubblica (la ricostruzione dell’eroismo diffusa dalla grandi narrazioni) e quella del ricordo non hanno mai relazioni di contraddizione, ma tutte vanno a contribuire alla costruzione di quello che è la guerra, e di quello che è un paese. Tutto compreso, senza sconti, sembra che la baracconata menzognera venga presa da coloro che ci sono dentro come inevitabile: anche quello è la guerra, abbiamo visto i nostri compagni morire, e ora ci tocca vedere noi stessi trasformati in icone, e ognuno deve scegliere come gestirla. È che si deve. L’amicizia, il cameratismo, quello che abbiamo fatto rimarrà ai singoli individui come esperienza irriducibile, trasfigurata solo nella memoria e nel racconto della memoria. Che poi sia l’amicizia a toccare davvero tutti, come nella scena del bagno in mare, è un'altra questione.
Insomma, è come se, amaramente, si lavorasse contro la tesi enunciata esplicitamente. Ma questo lavoro contro procede a strappi, e non c’è mai un ritorno a una visione unitaria. Lo so che la frammentazione potrebbe essere una scelta voluta per rappresentare una realtà sfaccettata, ma non ci credo prima di tutto perché è Eastwood, secondo perché l’isomorfismo tra forma e contenuto (frammentazione della realtà/frammentazione della struttura narrativa) mi sembra un poco il minimo sindacale.
Poi da che mondo è mondo, lavorare contro se stessi non produce risultati perfetti.
 
manu
postato da secondavisione | 15:11 | commenti (5)


martedì, novembre 21, 2006
 

ROBERT ALTMAN

1925 - 2006

postato da secondavisione | 18:47 | commenti (3)


lunedì, novembre 20, 2006
 
INTERVISTA A PAOLO SORRENTINO

Tutti i giorni dalle 10,40 alle 11,30 sulle frequenze di Città del Capo Radio metropolitana di Bologna, c'è una bella trasmissione che si chiama Sparring Partner.
Domani all'interno di questa bella trasmissione, condotta dal nostro Francesco, ci sarà  Paolo Sorrentino, regista de L'Uomo in Più e de Le Conseguenze dell'Amore.
In studio ci sarà anche il FEDEmc. I due, parlando a nome del collettivo che rappresentano, intervisteranno il regista sulla sua ultima fatica, ora in sala, L'Amico di Famiglia.
Se avete delle domande da fare a Sorrentino, scrivetele nei commenti.
Che storia.

La Redazione.
postato da secondavisione | 12:08 | commenti (4)


sabato, novembre 18, 2006
 

MARIE ANTOINETTE, Sofia Coppola, USA 2006

 

Marie A. è una ragazzina romantica, di buona famiglia e ottima educazione. Ama la musica, stare con le amiche, parlare di vestiti e scarpe, partecipare alle feste. Marie A. è una teenager che sogna il principe azzurro come tutte le altre sue coetanee. Se non fosse per il fatto che quella A sta per Antoinette, lei sia delfina di Francia, lo scenario la Parigi, o meglio la Versailles, del 1770…

L’ambiziosa Sofia Coppola, alla terza prova dietro la macchina da presa, decide apparentemente di voler raccontare la Storia attraverso una storia. In realtà, ciò che le interessa realmente è concentrarsi non sulla regina ma sulla ragazza Marie Antoinette, adolescente calata troppo presto in un contesto straniero e claustrofobico come può essere la corte più grande d’Europa, con il conseguente fardello di sogni, aspettative, delusioni. Come la sconfinata e aliena Tokyo, così Versailles diventa set ideale per una nuova storia di crescita e di spaesamento, dove le vaste stanze, i grandiosi giardini, gli specchi e le decorazioni altro non fanno che amplificare il disagio ed il vuoto di sentimenti e di valori di un mondo chiuso in se stesso, incurante degli accadimenti esterni e destinato presto a scomparire. Ma il film è molto di più. È anche modernissimo e originale teen movie, dove la reggia non differisce più di tanto dalla high school teatro delle gioie e delusioni di Lux e delle sorelle vergini suicide Lisbon. Marie Antoinette è affresco di sguardi e gesti, attaccato com’è al volto bello ed espressivo della perfetta Kirsten Dunst, dove le poche azioni sono ripetute all’infinito e dove la parola è ridotta a monotono mormorio sommesso di maldicenze e illazioni. Nelle sue vene scorre sangue Coppola, ma Sofia si è ulteriormente affrancata dai barocchismi paterni. La sua sempre maggiore personalità e controllo registico si evince in ogni singola immagine, riuscendo a trovare un affascinante rigore narrativo e formale ricamato su una serie di inquadrature e sequenze mai banali, sempre creative, ad un passo dal diventare estetizzanti, evitando così la didascalica agiografia in costume in favore di una rilettura magari con qualche concessione storicamente poco attendibile ma cinematograficamente altissima. L’unico orpello risiede negli eccessivi costumi di Milena Canonero e nello sfarzoso scenario della reale Versailles, l’unico vezzo, se di vezzo si può parlare dovendo raccontare un’adolescente, un paio di All Star che fugacemente compaiono in scena e l’uso di alcuni brani moderni, spesso attinti dal new romantic anni ’80, con il curioso effetto di passare, senza soluzione di continuità, da Vivaldi ai Cure. Marie Antoinette alla fine risulta un grande ed eccentrico racconto pop di formazione, dove il traumatico passaggio della fatidica linea d’ombra tra adolescenza ed età adulta è simbolicamente rappresentato da quello rivoluzionario tra età antica e moderna. Ma questa è un’altra storia…

 

Tom

postato da secondavisione | 18:11 | commenti (39)


venerdì, novembre 17, 2006
 

Mai più senza: l'archivio audio di Seconda Visione

Il podcast di Seconda Visione vi sembra, che ne so, scomodo? Però, allo stesso tempo, che ne so, non volete limitarvi, e volete sentire e risentire e risentire ancora le puntate di Seconda Visione?

E' con sommo piacere che annunciamo a voi lettori e ascoltatori il ritorno dell'archivio audio di Seconda Visione: http://www.rcdc.it/audio/podcast/secondavisione.html.

Non uccidete il cinema, o la musica: rubate delle borsette o delle macchine, ma sempre ascoltando le puntate di Seconda Visione!

postato da secondavisione | 19:04 | commenti (1)


martedì, novembre 07, 2006
 
IL GIORNO + BELLO, Massimo Cappelli, 2006

Vista la data dopo il nome del regista? 2006. Che il film sia figlio del nostro tempo lo si intuisce anche dal fatto che il banalissimo, logoro e abusato "più" sia stato futuristicamente sostiuito da un giovanissimo e baldanzoso segno algebrico. Il motivo è semplice: gioventù, freschezza, innovazione! E infatti in questo bellissimo film troviamo una coppia giovane, "diversa", mai vista al cinema: un lui e una lei. Leo (Troiano), giovanissimo che lavora in banca e la sera guarda la partita in televisione con la maglietta di  Gighen, e  Nina (Violante, che scopriremo in realtà essere Lenina... ma questa è un'altra storia), giovanissima nullafacente alternativissima che in tutta la sua vita pare essere stato in grado solo di aver pensato la massima "La tua vità può essere come quella degli altri... ma diversa!". I due sono fidanzati e, giovanissimamente, convivono. La loro vita scorre tranquilla tra il lavoro, le uscite con gli amici, le interessanti chiacchiere con il ragazzo africano che vende manufatti etnici nel quartiere. Ma ecco che antiche tradizione si intromettono in tutta questa gioventù. I due infatti decidono di sposarsi. Ma il loro matrimonio sarà diverso! Sarà sinonimo di cambiamento, ringiovanimento, svecchiamento e tanto altri sinonimi che non scrivo. Esempi: basta con quella roba della lista di nozze. Gli invitati (pochi: solo una cerchia ristretta di amici... ma questa è un'altra storia) doneranno dei soldi con cui adotteranno a distanza! Niente ristorantino di pesce fuori città: un piccolo ristorante etnico pieno di manufatti etnici con piatti etnici gestito da gente che appartiene a qualche etnia. Quale etnia? Boh. Etnico! Giovane! Innovativo! Ma il destino, sotto forma di scritte (tag?) che introducono ogni capitolo del film, ci mette lo zampino e, anche se Leo & Nina ce la mettono tutta, sembrano destinati a cadere nell'annoso tranello dell'imbalsamazione culturale. Ma soprattutto: nel momento in cui tutti si sbattono per apparire diversi e innovativi, non è proprio nel riaffidarsi alle antiche tradizioni che si sperimenta il brivido della novità? Va beh... Incontro con i genitori di Nina, che in realtà si chiama Lenina per scelta di padre (Shel Shapiro), un vecchio compagno, che somiglia a un freakkettone con la casa piena di giovani col cappellino all'indietro, che parla di gesti simbolici e provocatori, che non ha le porte per i bagni, che con la moglie si è sposato in una sede del partito sulle note dell'Internazionale. I genitori di Lenina (quanto sono diversi dai genitori di Leo, borghesucci preoccupati che il figlio non spenda troppi soldi per sposarsi!), inutito il fatto che  il nuovo viene dal vecchio, convincono i due a sposarsi in chiesa. In una piccola chiesina gestita da un prete compagno che mena le mani e urla. Pensate che costringe Leo a cantare nel coro! Anche se lui è stonato! Ma passiamo agli amici: lei, visto che è sempre a casa a pensare a massime quali "La tua vità può essere come quella degli altri... ma diversa!" non ha amici. Ah, no! Errore! Ha in realtà un amico: un Manetti Bros. che, interpretando metacinematograficamente un regista giovane, viene scelto per realizzare il filmino di matrimonio di Leo & Nina. Da cosa si intuisce che è un regista giovane? Prima di tutto dai capelli tutti matti e, in secondo luogo, dalla suoneria del suo cellulare che richiama 2001: Odissea Nello Spazio, mentre dietro di lui compare la locandina di Arancia Meccanica. Va beh, svolta questa formalità, troviamo gli amici di Leo. Essi sono tre: uno lavora con il protagonista in banca ed è un convinto sciupafemmine, uno è sposato con figli e vive fuori città, l'ultimo ha relazioni turbolente con donne che solitamente finiscono per lasciarlo. Troppo facile? Allora facciamo che lo sciupafemmine (Libero De Rienzo) dice volgarità in continuazione ("Hai visto che gnocca quella? La farei stuprare dagli Urukai de Il Signore degli Anelli"), spinge perchè Leo si faccia una dell'ufficio (Selen) prima di sposarsi e che, anche se contrario al matrimonio, è felice che i due si sposino in chiesa che "se no prima o poi gli islamici ci invaderanno e ci imporranno le loro tradizioni" (tutto vero!). L'amico sposato che vive in campagna sembra essere felice, in realtà soffre perchè distante dalla città, obbliga i figli a guardare in continuazione dvd della Disney, litiga con la moglie per qualsiasi roba. Verso la fine, urlando strafatto "Andiamo dalle troie!" appollaiato sul tetto di un SUV, manifesterà (tra le righe...) tutta la sua insoddisfazione per il modello di vita scelto. Ma il meglio è l'amico single che viene continuamente lasciato, che ci viene presentato con il Parka e una copia de L'Unità che spunta dalla tasca. Nel 2006. Facendola breve - anche se manca all'appello la testimone della sposa che è ovviamente una stragnocca che farà girare la testa a Leo - i due si sposeranno in maniera triste e canonica e diverrano una triste e canonica coppia che forse si è sposata per errore. E va beh... ce ne faremo una ragione. Però, nel 2006, c'è anche tempo per una sequenza spassosissima dove il simpatico protagonista comunica allo spettatore il suo dubbio più profondo: farsi o non farsi Selen? Davanti allo specchio ci si arrovella, quand'ecco comparire un angioletto alla sua sinsitra e un diavoletto alla sua destra. Le due esemplificazioni della morale del protoagonista, mai banali, sempre sospinti verso l'innovazione, non sono stereotipicamente immobilizzati nelle posizioni che voi matusa state immaginando. No! Anche l'angelo, non si capisce per quale motivo un po' effemminato, tifa infatti per il tradimento.
Che ridere che ho fatto!

FEDEmc

In realtà ho scritto tutto questo per comunicarvi che in questi giorni su History Channel fanno 8744,  un bellissimo documentario scritto e diretto da Emiliano Sacchetti e Alessandro Di Gregorio che parla degli  Internati Militari Italiani. Questi i giorni e gli orari di programmazione: venerdi 17/11/06 h. 22.00, sabato 18/11/06 h. 15.00 - 19.05,  domenica 19/11/06 h. 23.00.


postato da secondavisione | 12:09 | commenti (19)


lunedì, novembre 06, 2006
 

Il diamante bianco, Werner Herzog, 2004

Non credo che mi sia mai capitato di uscire dal cinema e avere, come primo pensiero, quello di telefonare a quelli che conosco per dirgli di andare a vedere un film che già domani non sarà più nelle sale. Ma questo documentario di Herzog, uscito alla chetichella nello scorso giugno, e fortunatamente riproposto (anche se solo per oggi) da un cinema bolognese, è meraviglioso.
Seguiamo le vicende di un ingegnere aerodinamico inglese, Graham Dorrington (qui risponde a delle domande sul film), che fin da piccolo ha avuto il sogno di volare. Per un incidente non può fare l'astronauta, allora si mette a progettare dirigibili. La sua ultima sfida è quella di costruirne uno iperleggero con il quale sorvolare la foresta pluviale e filmarne le cime degli alberi, una delle tante prospettive da cui quella parte di mondo è del tutto inesplorata. Fra difficoltà di ogni genere e un incidente a cui Graham ha assistito direttamente che ritorna dolorosamente nei suoi ricordi, l'ingegnere riesce nell'impresa, con la macchina da presa di Herzog a seguire tutto.

Dopo The Wild Blue Yonder (altro colpo di fulmine meraviglioso), Herzog torna alla figura del sognatore à la Aguirre, e racconta una storia splendida, con il ritmo e la struttura di un film classico, trame, sottotrame, personaggi secondari. Tutto in un'ora e mezza scarsa. "In celluloid I trust", viene detto nel film. E basta, effettivamente, ciò che rimane impresso sulla pellicola per darci il senso dell'impresa, ma anche (e qui sta la vera magia) della natura che sorvola il dirigibile. Questo accade anche "al negativo": certe immagini non possono essere mostrate per non distruggere una leggenda che riguarda le cascate vicino alle quali è sistemato il campo dei protagonisti. Anche una domanda troppo diretta viene provvidenzialmente coperta dal rumore della cascata, evitando una risposta che, comunque, avrebbe di nuovo distrutto qualcosa (questa volta i sentimenti intimi di un locale di fronte ad un panorama spettacolare). Ma non è l'impresa quello che conta: i bambini del villaggio vicino al campo pare neanche si accorgano del dirigibile, e Anthony, uno dei lavoratori del campo, vuole sì volare, ma vorrebbe portarsi dietro il suo gallo. Nessun intento naif, però: la macchina da presa di Herzog, ovviamente non neutrale, tenta di limitarsi a mostrare, quanto può. Se in The Wild Blue Yonder, successivo a Il diamante bianco, Herzog riusciva a creare una nuova natura, utilizzando immagini subacquee per ricreare lo spazio, qui si limita a raccontare ciò che si vede, certo, da una prospettiva del tutto particolare. Ma rimane la confusione della percezione (che "è tutto", secondo Dorrington) quando ci viene mostrata una ripresa dall'alto di alcuni rondoni che tornano nel luogo misterioso dietro le cascate: escono di campo, vanno verso l'infilmabile. Bella teorizzazione, eh? Sì, solo che quegli uccelli sembrano un branco di pesci.
Crediamo pure nella celluloide, ma solo perché Herzog, grazie ad essa, ci ha mostrato che sta molto oltre essa, qualcosa di enorme, di universale e, nel senso più stretto, di panico.

Francesco

postato da secondavisione | 20:57 | commenti
 
Babel di Alejandro Gonzáles Iñárritu
e
A casa nostra di Francesca Comencini
 
 
Babel fa cagare. Giusto per mettere in chiaro le cose. Parto così primo per la regola più o meno aurea che l’eventuale stroncatura va commisurata alle ambizioni del film. Che, nella fattispecie, trattano di un film che si chiama Babel e comincia con due pastorelli nel deserto sulle montagne dell’Alto Atlante o giù di lì, uno più pestifero e con particolari abilità di assassino, l’altro più fessacchiotto e buono. Per non fare intuire troppo la fine di quest’ultimo hanno evitato di mettergli uno stormo di condor a svolazzare a cerchio su di lui. Quel buon uomo dello sceneggiatore Guillermo Arriaga ci ha fatto questa grazia e quella di non chiamarli Caino e Abele, ma la sua bontà si ferma lì. Vista l’ambizione abbastanza manifesta di rilettura contemporanea del libro della Genesi, il "fa cagare" ci sta tutto.
Inoltre, decidendo di volare così basso, il baldo Inarritu ci fa la stessa simpatia di uno che in penna su un cinquantino comincia a zizagare nel traffico, e magari nel mentre ti fa anche il gesto dell’ombrello. Non essendo un fenomeno, il valente regista centroamericano si spalma come prevedibile e come giusto sul primo palo che incontra (fuor di metafora, in termini cinematografici, la dodicesima inquadratura), soddisfacendo le pulsioni di insano odio nei suoi confronti, ma lasciando il povero spettatore in balia di due ore e passa di film che animano sconcerto e accessi di furia omicida.
Brutto, ma proprio brutto. Pessimo cinema fintamente d’autore, tanto pedante quanto rozzo. Innanzitutto ha il malinteso passo lento e meditabondo del cinema di pensiero, categoria sconosciuta ai più ma che nell’inconscio dei registi opera attivamente nel momento in cui si trovano a voler dire qualcosa di importante. Quindi ritmo da ammorbamento di palle mai visto prima. I contenuti importanti, non pervenuti: a meno che non vogliamo pensare che siano importante l’ennesima pessima divulgazione della teoria del caos, quella del battito d’ali della farfalla e del terremoto, che al cinema diventa inevitabilmente un domino di paturnie di personaggi che autonomamante non varrebbero una cicca e/o un gioco di ruolo per sceneggiatori annoiati per dimostrare la loro superiorità. O forse si voleva comunicare allo spettatore l’idea rivoluzionaria che la vita è dura un po’ ovunque nel mondo. Tipo per i messicani che attraversano la frontiera degli Stati Uniti, o per due pastorelli maghrebini che per una fatalità rovinano la propria vita e il viaggio di due turisti americani, o per una ragazzina sordomuta giapponese che ha visto in diretta il suicidio della madre e che quindi ha comprensibili problemi, aggravati dall’alienazione della metropoli postmoderna per eccellenza (Tokio) che però dà la possibilità di postmoderne inquadrature et sequenze fichissime.
Quindi mano pesantissima, per lasciare alla fine l’ignaro spettatore alle prese disperata ricerca di un perché a questo film, che al netto di lungaggini e orpelli stava benissimo in un sms. Che forse non potrebbe vincere il premio per il film più brutto della storia del cinema, ma per quello “più inutile” è un’incollatura davanti a tutti, di netto.
Da segnalare come pericolo incombente il Brad Pitt alla ricerca dell’Oscar: brizzolato, sofferto, con pessima recitazione il più possibile da Actors studio. Lo si teme nei prossimi mesi impegnato ne:1) versione cinematografica del dott. Kildare 2) interpretare un biopic nei panni del presidente degli stati uniti/benefattore incompreso finito in tragedia/personaggio colpito da sfighe varie che però ha una seconda, benedetta e sofferta, possibilità 3) padre scapestrato che riconquista il rapporto con un figlio difficile.
Se a Inarritu per ‘sta roba hanno dato il premio per la regia a Cannes, con lo stesso metro alla Comencini andrebbe costruito un monumento equestre. Non perché il film sia perfetto, per carità, e anche lei a volte fa delle cose che bisognerebbe chiamare i vigili. Tipo inquadratura in leggero plongée della pelata di Zingaretti che mette a pecora la bella Laura Chiatti, o ellissi (metaforica) su prostituta dell’est Europa inginocchiata per sesso orale, a stessa prostituta, sempre inginocchiata, benedetta da sacerdote di rito ortodosso, o Sigur Ros a palla su signore anziano vestito poveramente che non sta in piedi dal dolore. Ma ormai neanche più i francesi, forse dopo aver perso la finale dei mondiali, parlano più di morale dello sguardo, quindi non vedo perché ci si dovrebbe formalizzare qui. Cioè, ci formalizziamo ancora, ma se ne riparla un’altra volta.
Come dicevo, non perché il film sia perfetto, ma perché a parità di struttura (storie che si intrecciano), contenuto (ahi ahi, che dura la vita), e ritmo (da cinema di pensiero, ma in questo caso molto più sopportabile e convincente), le ambizioni sono molto inferiori, e quindi ben soddisfatte, e perché il dolore riesce a volte qua e là ad emergere con forza e pudore. Ad essere sinceri, il pudore a volte lascia un po’ a desiderare, ma per voglia di strafare, per voler a tutti i costi dire quello che non riesce ad emergere. Ma sarà per la fotografia di Luca Bigazzi, che riesce a dare sempre il tono “Milano Cadorna, 16 novembre ore 19.00” a qualsiasi luogo, e quindi qui abbastanza a suo agio nel fotografare case di ringhiera con vista stazione Milano Rogoredo, sarà per gli attori (quasi) tutti in palla (menzione particolare a Luca Argentero sul quale non avrei scommesso due euro, invece davvero bravo), sarà per il coraggio di un finale sospeso e non conciliato che pochi se ne vedono nel bel paese, ma il ritratto di piccole tristezze lascia il segno. E questo è già qualcosa.
Un difetto, questo abbastanza grosso, è quello di dimenticarsi spesso e per lungo tempo di alcuni dei personaggi, che sono davvero tanti, collegato peccato di poco coraggio nel scegliere quelli da seguire. Sembra preferire il terreno sicuro delle “infelicità della gente comune”, dei drammi da camera piccolo-borghesi, su cui si sofferma troppo a lungo, lasciando perdere i personaggi più inquietanti, più scivolosi e sui quali era più facile scivolare negli stereotipi e più difficili da gestire in fase di sceneggiatura: cioè il triangolo Zingaretti/Argentero/Chiatti e compagnia cantante..
All’uscita del film si è capito che le sciure milanesi che hanno partecipato alla proiezione (sala piena) erano d’accordo con le affermazioni della signora Moratti, il sindaco, circa il fatto che non è bene rappresentare Milano come un luogo triste, malinconico e freddo. Ora, lasciando perdere gli annosi stereotipi “nord arido e tecnologico vs. sud cialtrone ma col cuore in mano” di cui è pieno il mondo e soprattutto il brutto cinema italiano, e che comunque c’è un fascino livido nella rappresentazione di Milano in questo film, ci si chiede: da un lato – a livello personale – se per caso si sta vivendo in una succursale di Rio de Janeiro a Carnevale senza essersene minimamente accorti; dall’altro – a livello cinematografico – quanto sia diffusa nel corpo sociale l’idea balzana che i film di finzione debbano avere la stessa funzione comunicativa di una puntata di Linea Verde.
 
manu
postato da secondavisione | 12:55 | commenti (7)