secondavisione

   Il blog di Seconda Visione,
il programma di cinema di
Città del Capo - Radio Metropolitana

scrivici o sentici


Seconda Visione, cinema, sciocchezze e pretese culturali. Ogni martedì dalle 2230 alle 0030 su Città del Capo - Radio Metropolitana 96.3 e 94.7 MHz Bologna
Luciana Tommy FEDEmc Manu Paolo Fra

 

Il podcast!
Copia il link sul programma che usi per il podcast per non perdere neanche una puntata di Seconda Visione

L'archivio audio!
Tutte le puntate di Seconda Visione scaricabili con un click

Vitaminic!
Le puntate di Seconda Visione in streaming sul sito di Vitaminic

bloggerz di un certo livello

» il blog della domenica
» polaroid
» talebano americano
» La Nuova Valido TV
» Inkiostro
» Autorun
» Magenta e Woland
» Commozione Cerebrale
» A Day in the Life
» fashionnuggets
» spocchia
» Bravi, ma basta
» violetta
» restodelmondo
» malvezzo
» emmebi
» cego contra coxo
» malvestite
» leonardo
» stuff white people like
vanno al cinema anche
» emanuela zini
» basso atesino
» zitti al cinema
» Granaglione's Major
» giovane cinefilo
» murda moviez
» cinefilo errante
» goljadkin
» La Marcia Futile
» Vetriolo
» Joint Security Area
» Il bidone
ragionamenti datati, ma non sempre inutili
oggi
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
agosto 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005
aprile 2005
marzo 2005
febbraio 2005
gennaio 2005
dicembre 2004
novembre 2004
ottobre 2004
settembre 2004
agosto 2004
luglio 2004
giugno 2004
maggio 2004
aprile 2004
marzo 2004
febbraio 2004
gennaio 2004
dicembre 2003
novembre 2003
ottobre 2003
settembre 2003
agosto 2003
luglio 2003
giugno 2003
maggio 2003
quante volte, figliolo?
ben *loading* volte

parliamo di...
abbiamo scaricato per voi
future film festival 2004
future film festival 2005
polemiche
pretese culturali
stagione 2002 2003
stagione 2003 2004
stagione 2004 2005
stagione 2005 2006
stagione 2006 2007
stagione 2007 2008
varie
venezia 60
venezia 61
venezia 62
venezia 63
venezia 64

Google Search

Google

in SecondaVisione

BlogItalia.it - La directory italiana dei blog

Feed XML offerto da BlogItalia.it



lunedì, febbraio 26, 2007
 

Alphadog, Nick Cassavetes, USA 2006

Problemi padri-madri-figli, adolescenza, uso di droghe, musica rap ad alto volume, musica metal ad alto volume, spaccio di droghe, debiti, licenziamenti, toni di voce alti, pop star prestate al cinema, la California, le ville della California, le strade della California, le ragazze della California, minorenni, piscine, motel, ristoranti messicane, feste, giovani, spinelli, sigarette, alcol, carne fresca, bottiglie di birra, rapimenti, iniziazioni, canzoni anni '70, protesi facciali prese al Grande Discount del Make-Up Cinematografico, erba, vetri rotti, risse, pugni, taek-won-do, attori che non hanno paura di mostrarsi vecchi, attori che non hanno paura di mostrarsi, attori che non hanno vergogna, attori?, split screen, scritte in sovraimpressione, storie vere, cazzo, marijuana, fottuto, troia, bastardo, vaffanculo, va' a farti fottere, figlio di puttana, scopare, sesso, succhiacazzi, ebreo uccisore di cristo, austin powers, divani, merda, pistole, madri strafatte, padri strafatti, problemi.

Almeno smettiamola di chiamarlo "il figlio di John", almeno.

Fra

postato da secondavisione | 18:48 | commenti (9)


venerdì, febbraio 23, 2007
 

Lasciate che il pubblico venga a noi

Poche le uscite questa settimana, ma non importa: le sciocchezze saranno più presenti del cinema (forse) nella puntata di martedì prossimo di Seconda Visione. Oltre che degli Oscar (e della proclamazione del vincitore o vincitrice del concorso) parleremo di:

- L'ultimo re di Scozia (visto che nella scorsa puntata non abbiamo avuto tempo di discuterne)
- Scrivimi una canzone (visto che davvero non esce una mazza)
- Alpha Dog (visto che, da Glitter a Crossroads non ci siamo persi un debutto sul grande schermo di una popstar)
- Saturno contro (il Duro Mestiere del Critico: tocca a FedeMC)

Partecipate alla trasmissione, ci sono ancora posti liberi. Basta mandare una mail a secondavisione[]hotmail.com. Dai, che se divertìmo.

La redazione

postato da secondavisione | 14:50 | commenti (3)


giovedì, febbraio 22, 2007
 
SECONDAVISIONE MEETS VITAMINIC

La Redazione
Il collettivo SecondaVisione, ormai lanciato nel fabolous mondo dello showbiz, inizia una collaborazione con il sito Vitaminic, il quale ospiterà il nostro podcast.
Ogni mercoledì mattina quindi, per sentire la puntata che vi siete persi, potete andare sul nostro archivio personale o sulla pagina dedicata di Vitaminic.
A questo punto, possiamo ben dirlo, è fatta.




La Redazione

postato da secondavisione | 15:10 | commenti (13)


lunedì, febbraio 19, 2007
 

I lunedì di approfondimento di Secondavisione

Il Pen/Siero Antirughe.

Jean Baudrillard consiglia film e società per Secondavisione

 
Torna l'appuntamento più atteso dai cinefili italiani (dopo Fuori orario e I Bellissimi di Rete4), il corsivo del lunedì di Jean Baudrillard. Il nostro collaboratore infligge una bruciante lezione a quanti non sanno parlare di cinema italiano se non denigrandolo o, al contrario, fiancheggiandolo senza analizzarlo. Un contributo di livello, una salutare gita a Chiasso per chi non si arrende al provincialismo.


È cosa nota che l’evento abbia perso, nel contemporaneo, il suo carattere di unicità. Oltre a ciò ha perso il suo senso di eventualità, nel senso di una fondazione di un sistema cartesiano di coordinate storiche, estendendo dall’ego hic et nunc della sua irruzione nella storia (universalizzabile) le dimensioni della temporalità (antropomorfizzabile). La sua esistenza non è l’irruzione di un unicum comprendibile in un mythos che diventa narrabile come sintesi dell’eterogeneo, ma la possibilità riprovisiva genera l’eterogeneizzazione delle sintesi: sintesi esperienziali individuali – come gli esami di maturità, momento cardine dell’individuo moderno o modernizzabile –sono espropriate e metamorfizzano in linee di consistenza a-soggettive e determinate dal ritmo sociale (di cu la moda, Duran Duran o White Stripes e lo stile di vita, Charro o Pinko, sono riflessi indifferenziati sulla pelle del mondo) e diventano infinitamente ripetibili come puro godimento della singolarità diffusa, e non condivisione esperienziale della comunità tardo adolescenziale.

postato da secondavisione | 10:29 | commenti (3)


sabato, febbraio 17, 2007
 
 
Letters from Iwo Jima di Clint Eastwood.
 
Eastwood si conferma, ancora di più, come cineasta della memoria. Non solo memoria di un tipo di forma di rappresentazione e di linguaggio che va scomparendo, sarebbe scontato, probabilmente corretto, ma scontato. In realtà la questione della memoria, nel suo cinema, riguarda più piani espressivi, il che può far parlare di poetica autoriale. Più che focalizzarsi sulla guerra e i suoi orrori, che sarebbe banale o sul nemico e la sua umanità, che sarebbe una considerazione corretta e suggerita dall’opposizione tra i due film, ma limitante, è interessante vedere che nella (parziale) malriuscita di Flags of our Fathers e nella bellezza di Letters from Iwo Jima sta una differenza di concezione teorica della memoria e mutamento nella portata dell’ambizione di rendere “che cosa si dovrebbe ricordare” sullo schermo.
In Flags sembrava si volessero armonizzare, in un impianto narrativo classico alla Eastwood, una mezza dozzina di tipi di memoria differente. La memoria di quello che è accaduto (il presente che è già passato, coalescenza delle due temporalità), quella del film di guerra che racconta quello che è accaduto (memoria cinematografica che prova a divenire memoria storica), le memorie dei reduci di prima della battaglia (cos’erano prima di essere soldati. Memoria biografica), memoria dei soldati poco dopo la battaglia (memoria a breve termine), di anni dopo la battaglia (a lungo termine), la memoria delle generazioni successive (memoria come patrimonio collettivo), la costruzione della memoria da parte di un apparato di propaganda (memoria come oggetto comunicativo)
Roba che giusto Muriel di Resnais. E il minimo che si può dire è che una prova del genere non sia esattamente nelle corde di Eastwood. Il che non vuol dire che Flags non sia un film interessante, ma che perlomeno che manca di un’organicità minima. Non so se è colpa di Haggis, come mi piace pensare, o il fatto che parlare dal punto di vista americano imponeva perlomeno il tentativo di qualcosa di nuovo, per una sorta di onestà intellettuale. Può essere considerato solo in una prospettiva autoriale e considerato per i suoi fallimenti. Che affascinano, ma rimangono sacche non coerenti all’interno del film.
Un inciso generale, Steven Spielberg è in entrambi i film produttore, ed è uno che sulla memoria di quegli anni lavora intensamente, e non da poco tempo, e quindi un orientamento “ideologico” (nel senso di neutro di struttura di idee) lo potrebbe aver fornito. In generale, si tratta dell’obiettivo di fare del cinema che ricordi ciò che fu e che ha disegnato il mondo in un modo che ancora persiste, nonostante molte variazioni. Non che con questo si voglia paragonare Schindler’s List o Salvate il soldato Ryan ai due film di Eastwood, l’umanesimo democratico di Spielberg, basato sul volere, e il realismo memoriale di Eastowood, fondato sul dovere (e il potere) sono molto diversi. Ma un’intenzione comune, che sottolinea la presa di coscienza dell’importanza della rimemorazione c’è.
Per tornare ai due film, n Letters, al contrario che in Flags, la memoria è esplicitamente posta in dimensioni, almeno a livello di superficie del testo, limitate e ben correlate tra loro. Le lettere sono la traccia che i combattenti perduti lasciano di sé alla madrepatria e alle loro famiglie, i flashback sono “esplicativi”, spiegano perché i personaggi sono lì e perché si comportano in un certo modo o in un altro. L’azione degli individui è giustificata da ciò che erano, che persiste nella loro vita anche grazie alle lettere che spediscono. Insomma, una struttura funzionale del tempo, decisamente “narrativa”
Certo, Eastwood che fa un film dal punto di vista dell’Altro, del nemico, sta già facendo un’operazione diversa, nuova, che vale la pena di essere vista. Ricordare il nemico (colui che una volta era il nemico) è già un’operazione complessa e profondamente umana. Non c’è bisogno quindi di associare diversi tipi di memoria in un complicato puzzle. Non c’è quindi la necessità di mostrare qualcosa di nuovo, poiché già il gesto di guardare con l’occhi dell’altro è qualcosa di nuovo. Quindi si può adottare una forma del racconto più classica al servizio di un punto di vista che si pone in sé come Altro (lo spettatore non abituato a vedere dal punto di vista del giapponese, Eastwood che racconta un'altra tragedia, non più americana).
Penso che un modo di malinterpretarlo sia considerarlo semplicemente un film pacifista (guerra=male, pace=bene, affermazioni che penso non ci sia bisogno che le dica Eastwood), ma sulla memoria della guerra in quanto è stata e ha fondato il mondo in cui tutti ci troviamo a vivere (americani e giapponesi in primis). Con i suoi orrori, con il suo eroismo. E per rendere questa memoria effettivamente vivente, l’unico modo è raccontare la memoria degli uomini che l’hanno fatta. Perché in essa, loro malgrado, in quanto soldati sono diventati individui, la loro umanità è emersa, è diventata memoriale poiché nel dovere essi hanno mostrato il loro intimo. E sono diventati oggetto che deve poter essere ammirato e ricordato.
Il punto di vista alieno sembra servire ad Eastwood anche per discorrere sull’onore. Si tratta dell’onore di aver fatto al meglio (nel passato), che per lui sembra non poter appartenere a una tradizione, a un popolo o a una patria, o anche a una causa (giusta o sbagliata che sia), ma all’uomo singolo. Non in quanto semplice individuo, ma in quanto fuso e costruito attraverso i doveri che assume in quanto membro di una comunità – familiare, di amici, di commilitoni.
Allora è naturale che le scene di maggior orrore sono quelle in cui si mostra il seppuku con le bombe a mano dei soldati giapponesi. È una malintesa idea di onore che diventa una malintesa idea di eroismo. Non c’è onore che nel fare, al meglio, e rispettando sé e gli altri che ci circondano, compresi i nemici che vanno uccisi, perché si è in guerra, ma con consapevolezza che non è quello che andrebbe fatto. Allora, la condanna più forte è quella del sommo disonore che colpisce i soldati americani che uccidono i prigionieri che si erano arresi. Scena in cui non è più l’onore millenario ma il pragmatismo del qui e ora, a rendere gli uomini qualcosa di inferiore, una macchina da guerra.
Ancora più ad effetto è l’eroismo cieco e folle del sottufficiale che decide di partire con addosso delle mine per farsi saltare assieme a un carro americano. Lui non può che disperdersi nella nebbia, vagare nell’informe senza sapere che cosa sta facendo e togliendosi, in effetti, la possibilità di essere ricordato. Rimane vivo, ma è morto per tutti: mentre coloro che sono morti in battaglia vengono ricordati da quelli che sono sopravvissuti. Qui il discorso si fa complicato, perché filmare certe scene vuol dire in un certo senso ricordarle, e quindi anche la follia dell’onore, e della guerra, sono in qualche modo rimembrati in Letters. Questo in generale, ma altro non è che lo sfondo degli orrori della guerra, sul quale si distinguono coloro che scrivono le lettere, che nel bene o nel male sono coloro che devono essere rispettati nel ricordo, in quanto uomini che si assumono le proprie responsabilità.
Certo l’onore per Eastwood è un valore appannaggio di pochi, di una cerchia di individui che riescono a mostrarsi uomini. Chi per possibilità ed estrazione sociale, il generale e il campione olimpico,che hanno avuto la possibilità di guardare all’altro e imparare. Chi – come il fornaio – perché è riuscito un po’ astutamente, un po’ con un’idea informe di umanità e senso comune, a sopravvivere, fino che a lui, al quale per rango e possibilità economiche erano precluse certe esperienze, diventa la figura che unifica la comunità. è infatti capace, dopo aver attraversato tutti gli orrori della battaglia, la tentazione di fuggire, arrendersi, abbandonarsi, di tradurre il senso dell’essere in una comunità. Diventa consapevole che il suo istinto di uomo, di sopravvivere e di far sopravvivere gli altri, è codice di onore e rispetto condiviso da altri uomini (o superuomini). L’umanesimo di Eastwood nasce da un senso di appartenenza comune che però riesce ad animare solo alcuni, solo pochi, e attraverso strade diverse Un’aristocrazia (forse il termine non è preciso) non del sangue, ma del comune sentire di esseri umani, che è il nucleo di ciò che deve rimanere, nella tragedia immane della battaglia. Nelle celebrazioni collettive della memoria deve emergere l’uomo che, attraverso la tragedia, si è fatto carico della sua condizione di essere umano, responsabile di sé e degli Altri, siano essi i presenti o i posteri.
Ultima notazione, l’opposizione con Flags è, se non sbaglio, mostrata in alcuni punti del testo nei quali la stessa sequenza si vede dai due punti di vista differenti nell’uno e nell’altro film. Per esempio una trincea giapponese che viene fatta bruciare. Ve ne sovvengono altre?
 
manu
postato da secondavisione | 12:01 | commenti (10)
 
 

L’amore non va in vacanza di Nancy Mayers


L’esistenza di questo film sembra a stare a dimostrare il fatto che dalla buona teoria spesso si ricava del cattivo cinema. Nel senso che la regista/sceneggiatrice deve aver letto, e pure approfonditamente, Alla ricerca della felicità di Cavell.

Purtroppo l’affermazione non è universalizzabile in quanto tentativi di riprodurre il genere della commedia sentimentale (o del rimatrimonio) senza scomodare Cavell sono altrettanto pessimi. Si pensi ai tentativi italiani di fare della commedia sentimentale. In L’amore non va in vacanza si ha ben chiaro il principio che si può ambientare una storia in cui fondamentalmente non si fa altro che parlare (riflettere) sull’amore solo in un contesto in cui le preoccupazioni economiche sono assenti (perlomeno non pressanti). Quindi l’espressione di stupore al vedere che Cameron Diaz fa il tuo stesso lavoro, ma vive in una casa il cui box doccia è grande come il tuo appartamento, e Kate Winslet non ha una posizione migliore della tua, ma ha un cottage uguale alla casa di marzapane di Hansel e Gretel che sta – visto il nulla che la circonda – perlomeno all’altezza del vallo di Adriano ma con un treno miracoloso riesce ad andare a lavorare tutti i giorni in treno nella City non è contemplata per lo spettatore del testo. In più queste case se le scambiano per le vacanze di natale e trovano l’ammore. Bello, no? Semplice sospensione dell’incredulità, o conoscenza delle regole di genere. In un film italiano del genere, in preda a ansia da rispecchiamento sociale, Cameron Diaz avrebbe lavorato la sera da MacDonald per pagare la bolletta del gas del box dove tienila la terza decappottabile (da qui la regola del dogma italico”i personaggi non possono avere rendite petrolifere nascoste”, o dei problemi pratici te ne fotti o no, tertium non datur). Oppure in un momento i personaggi avrebbero avuto un momento di coscienza sociale, prendendo coscienza di classe, che per un errore nella trascrizione dei Bignami del Capitale che circolano in Italia, è diventata presa di coscienza di classe (inferiore) dell’Altro. Tipo, “ah, che ammirazione mi incute lo sguardo fiero dell’operaio/contadino/immigrato/altro che si trova in posizione più disagevole” Questo per sottolineare la paradigmaticità di Balamban e del suo “I miei cari inferiori”.

Quindi si legga in generale Cavell, ma non lo si applichi pari pari ai film. Il (lunghissimo e noiosissimo) monologo iniziale del personaggio della Winslet cita quasi tutto il romance shakespeariano, giusto per mostrare che il film è consapevole della propria genesi. Il personaggio interpretato da Eli Wallach è una specie di “memoria del genere vivente”, o Cavell redivivo. Lasciamo stare che ha dato gli unici momenti di pathos del film 1) quasi commozione quando viene applaudito da una sala gremita (il cervello gridava che puttanata, ma tant’è) 2) puro orrore quando pronuncia la seguente battuta: “ma questo Hugo Boss fa davvero dei bei vestiti!” (cioè, capisco il mutuo da pagare, ma non che si esagera un pochino col product placement?).

Anzitutto il ruolo è quello di uno sceneggiatore dei film dell’epoca, inoltre egli si pone effettivamente come insegnante di amore per la Winslet, obbligandola a vedere Lady Eva o Susanna, a esaltare Irene Dunne ecc, che è la funzione che Cavell rintracciava nella figura maschile della commedia del rimatrimonio (re-imparare ad amare e ad essere oggetto di amore). La esalta a diventare protagonista della sua vita, e a non rimanere figura filmica della migliore amica.

Ma è in questo che il film fallisce anche “teoricamente”, oltre ad essere una cagata in generale, che la Winslet rimane la migliore amica perché alla fine “ehi, ho la storia d’amore tra Jude Law e Cameron Diaz, che sono due fighi pazzeschi, perché rinunciare a farli vedere per ¾ di film (un’ora e venti) che amoreggiano cuocendosi il caffè, no lo preparo io, no ma io te lo porto a letto, guarda che io esco e vado a prendere la brioche fresca, ma io ho appena munto la mucca per mettere quelle due stille di latte intero come piace a te (Ndr. La mucca in cortile Jude Law ce l’ha per davvero. Giuro), ma non te l’ho mai detto, no, me l’hai detto ieri sera che hai alzato un po’ il gomito, eh, ma abbiamo fatto sporcaccionate?, ma io odio gli uomini, e io le donne, ma allora il nostro è amore vero che supera gli ostacoli!”. Dialogo approssimativamente esteso per 15 minuti.

Quindi, tutto rispettato ma si mostra di aver capito poco, o di aver capito tutto ma di non riuscire a metterlo in pratica. Il tutto tralasciando che il personaggio della Winslet, che dovrebbe essere la base dell’identificazione della storia, (mentre la Diaz e Law sono talmente perfetti da accedere nella dimensione immaginaria degli unicorni, di una specie particolarmente pallosa comunque) è di un mortifero, noioso, piatto e involuto assolutamente imbarazzate.

Poi, che tristezza Jack Black ridotto a Jack Black. Cioè colui che ogni tanto appare sullo schermo, fa una faccia simpatica e poi mima una schitarrata o un assolo in aria perché tutti sanno che Jack Black fa ridere parecchio quando fa air banding.

L’unica idea decente, ma decisamente malsfruttata, è il personaggio di Cameron Diaz che rilegge la propria vita pensando in forma di trailer, perché di lavoro fa quello: “Lei non cercava l’amore, ma l’amore alla fine trovò lei, zum zum”.

Inoltre, nel genere della commedia del rimatrimonio, i film non possono durare più di un’ora e quaranta. Manoscritti dicono che Cavell volesse scriverlo. Non di più. La commedia sentimentale è quel genere che si compone di sintagmi a graffa, più volgarmente detti montatoni ruffiani con magari qualche dissolvenza su un pezzo musicale che non può essere meno abusato di Happy Together o deve essere cantato dai Counting Crows, che riassumono tutte le cose felici che la coppia felice fa felicemente (andare al luna park, correre sulla spiaggia, bere una cioccolata calda in un bistrot, fare una gara di corsa, farsi tatuare il nome dell’altro sul deltoide ecc.).

Il che serve a riassumere ridurre i momenti di mielosa felicità a un minuto e venti, non di più, non sette o otto minuti. Non più di un’ora e quaranta, che si faccia una mozione all’OCSE.


manu

postato da secondavisione | 12:00 | commenti (3)


venerdì, febbraio 16, 2007
 

NE RIMARRA' SOLO UNO?

Un posto. Uno solo. Chi riuscirà ad accaparrarsi  la poltrona vacante mandando una mail a secondavisione@hotmail.com? Chi si presenterà agli studi di via Berretta Rossa 61/5, armato di bevande alcoliche e granaglie varie? Chi riuscirà a reggere ben oltre la mezzanotte?

Clint riuscirà a spedire le sue Letters from Iwo Jima? Claudio Santamaria riuscirà a stare in Apnea? Riusciremo a parlare anche de L'Ultimo Re di Scozia? Cosa sarà successo la Notte prima degli Esami - Oggi? Sarà veramente un duro mestiere del critico?

A queste e ad altre incessanti domande Secondavisione risponderà, come al solito, martedì 20 febbraio dalle 22.30 alle 00.30. Come al solito su Città del Capo - Radio Metropolitana.

La Redazione

postato da secondavisione | 20:42 | commenti


mercoledì, febbraio 14, 2007
 

Gioca con gli Oscar e vinci un Duro Mestiere del Critico

Oh, rieccoci. Visto il successo dell'anno scorso, riproponiamo il simpatico concorsino.
Quello che dovete fare è votare nei commenti (entro il 25 febbraio, ovviamente) a chi andrà l'Oscar in tutte le categorie segnate sotto (tra parentesi le nomination). Cercate di essere riconoscibili, quando votate, perché chi ne azzecca di più vince un premio meravillious: la possibilità di andare gratis al cinema con uno dei redattori del simpatico programmino radiofonico per vedere un Duro Mestiere del Critico, entro la metà di marzo. Non solo: chi vince avrà in omaggio una bibita o un qualcosa da mangiare, durante la proiezione, e avrà la possibilità di venire in radio a parlare con noi, anzi, con il prescelto a cui toccherà il duro mestiere, del film in questione.
Se non avete capito una mazza, l'avevamo spiegato meglio l'anno scorso.
Ecco le categorie e i candidati.

Miglior film (The Departed, Babel, Letters from Iwo Jima, Little Miss Sunshine,The Queen)
Miglior regista (Martin Scorsese - The Departed, Stephen Frears - The Queen, Clint Eastwood - Letter from Iwo Jima, Paul Greengrass - United 93, Alejandro Gonzales Inarritu - Babel)
Miglior attore protagonista (Will Smith - La ricerca della felicità, Leonardo DiCaprio - Blood Diamond, Forest Whitaker - L'ultimo re di Scozia, Peter O'Toole - Venus, Ryan Gosling - Half Nelson)
Miglior attrice protagonista (Helen Mirren -The Queen, Meryl Streep - Il diavolo veste Prada, Penelope Cruz - Volver, Judi Dench - Diario di uno scandalo, Kate Winslet - Little Children)
Miglior film in lingua straniera (Days of Glory - Algeria, Dopo il Matrimonio - Danimarca, Il Labirinto del Fauno - Messico, Water - Canada, The Lives of Others - Germania)
Miglior film d'animazione (Cars, Happy feet, Monster house)

Votate. Se poi, nel mentre, volete svelarci un modo per vedere la cerimonia degli Oscar senza avere Sky (o altro), vi facciamo anche la diretta radiofonica della magggica notte.

postato da secondavisione | 19:33 | commenti (49)


martedì, febbraio 13, 2007
 
LA VOLTAPAGINE, Denis Dercourt, FR, 2006

Mentre guardavo gli 85 minuti scarsi de La Voltapagine, il mio pensiero correva a quella finta pubblictà de  La Casa Delle Libertà che si vedeva nella trasmissione L'Ottavo Nano. Era L'Ottavo Nano? Va beh... Vi ricordate? Alta borghesia italiana, cena tra amici. Ad un certo punto l'ospite a capotavola picchietta una posata su un bicchiere per richiamare a se l'attenzione. Dopo essersi alzato in piedi si produce in un fragoroso rutto. Disco Samba, trenino e slogan "Casa delle libertà: facciamo un po' come cazzo ci pare!". La tentazione è quella: imbucarsi a casa Dercourt e prodursi in qualcosa di particolarmente fastidioso o odioso. La Voltapagine, lungi dall'essere un brutto film,  rappresenta infatti - dal piccolo e inutile punto di vista di chi scrive - uno stereotipo noisoso e imbalsamato: il (noir) psicologico francese trattenuto e fatto principalmente d'atmosfere. Brevemente la storia: la giovane Mélanie è una bambina pianista. Ad un importante saggio, di fronte alla concertista Ariane Fouchécourt (Catherine Frot), eccola giocarsi un promettente futuro nel mondo della musica. Sconvolta dalla scarsa attenzione rivoltale, la bambina si emozionerà a tal punto da sbagliare tutto. Distrutta psicolagicamente dalla mancanza di rispetto, Mélanie dirà addio alla musica e crescerà con lo scopo di vendicarsi della famosa pianista. Appena maggiorenne (e interpretata dalla bellissima Déborah Francois) Melaniè, con la scusa di accudire il figlio Tristan, riuscirà a inserirsi nella vita privata della musicista, diventandone anche la voltapagine. Le due instaureranno un rapporto morboso e la tanto agognata vendetta di Melaniè troverà forse spazio. Oltre a Guzzanti e compagnia, riemergono i nomi di Chabrol (nello specifico Grazie Per La Cioccolata) o di Haneke (La Pianista... sarà anche l'argomento). Sfortunatamente per gli spettatori l'ultimo film di Dercourt sembra essere solo l'eco dei due film citati. Manca la cattiveria e il distacco nei confronti della classe sociale che si vorrebbe prendere di mira e tutti gli aspetti morbosi rappresentati da una giovane e avvenente ragazza che entra di prepotenza nell'intimità di una famiglia, non hanno mai il mordente necessario. Forse il film risulta debole anche a causa della scarsa durata, ma l'impressione è quella di carenza di forza dove sarebbe invece necessario. Tutto sembra essere abbozzato o presto dimenticato: la sfiorata relazione saffica tra le due, il lavaggio del cervello al figlio,  il cambiamento della moglie agli occhi dell'ignaro marito o dei componenti del trio della Frot... Tutto rimane sulla carta. Stesso discorso per la regia: piatta, con qualche buona intuzione (i lunghi corridoi che svelano poi qualcosa fino ad allora celato) ma poi non si osa più del dovuto e ci si ritrova di fronte a materiale statico e già visto. Forse però la causa è anche di quel pregiudizio cui si faceva riferimento in apertura: già dal titolo si può immaginare il distacco recitativo della Frot, la fissita espressiva della Francois, gli spartiti di Bach in librerie bianche e ordinatissime, la pettinatura di Jaques Bonnaffè, le cene consumate in silenzio in una elegante villa con parco a soli 40 Km da Parigi (che fa anche molto spot di un posto dove si mangia pesce...). Nessun brivido: tutto prevedibie. Rimane la voglia di presentarsi a cena a casa del signor Decourt e a metà festa chiedere urlando, in modo da farsi sentire da tutti, "Un po' di figa qui?"

Tornato a casa infatti ho subito recuperato con la visione di Taegukgi Hwinalrimyeo - Brotherhood Of War, Kolossal coreano (con finanze americane) sulla storia di due fratelli durante la guerra di Corea del 1950. 150' minuti di esaltanti scene di guerra, lungissime e roboanti. Il merito principale del film però è quello di far scambiare ai due protagonisti una infinita serie oggetti che poi torneranno in scene lacrimevoli minuti dopo. Vincenzone Cerami le chiama metonimie. Qui si può tranquillamente parlare di cialtronate. Però viene battuto ogni immaginabile record:
"Tieni questa penna, Jin-tae Lee. Te la regalo speranzoso che essa possa per te rappresentare per sempre l'amore fratereno che provo in questo magnifico istante della nostra adolescenza, sottolineato da musica strappalacrime vagamente invasiva"
"Grazie Jin-seok Lee. Lasciami ricambiare il tuo gradito dono con un paio di scarpe, un libricino dove probabilmente poi di fronte all'orrore della guerra scriverai i tuoi più profondi pensieri e un ghiacciolo. Non dimentichiamoci anche una foto già ingiallita della nostra famiglia tutta in un raro momento di felicità che a mio avviso può forse portare anche un po' sfiga, visto che da adesso in poi sarò un continuo spararsi e piangere e esplodere e abbondonarsi per forse poi non ritrovarsi mai più!"
"Mitico! Andiamo a correre e a ridere in strada!"

Inutile dire che alla fine ero in lacrime.

FEDEmc
postato da secondavisione | 19:32 | commenti (1)


domenica, febbraio 11, 2007
 

Altre Visioni

Mentre il Paese risulta spaccato da una linea di incomunicabilità, secondavisione decide di agire concretamente in favore del dialogo e della reciproca conoscenza. Antonio Socci, il noto pensatore cattolico, presenta questa settimana per noi un'anteprima cinematografica. Ci auguriamo che la sua voce, talvolta scomoda, mai banale, possa essere spunto di meditazione per tutti noi.

Saturno Contro (Ferzan Ozpetek, Italia, 2006)

L'ultimo film del regista turco l'ho visto in compagnia di Padre Guerrino. Padre Guerrino, sacerdote, lo conosco da quando entrambi militavamo nella Pro Civitate Dei Aeterna, campionato amatori AICS. Amico di una vita, ora è uno di quei preti che, se fosse nato vent'anni prima, forse avrebbe fatto la scelta scellerata delle comunità di base e dei preti, cosiddetti, operai. Uomo di buona volontà, certo, ma per cui il principio della fratellanza supera e fagocita quel compito che al sacerdote e al cristiano vero toglie il sonno e la fame: l'apostolato, la testimonianza.
"Antonio, non vedi anche tu, nell'errare stupefatto di questi uomini e donne, un desiderio diverso, la ricerca, magari appena cosciente, di Qualcuno, dell'Unico che pone termine a vagabondaggi e sofferenze?".
Non riuscivo a replicare. Pensavo alle fornicazioni. Pensavo alla promiscuità. Pensavo non ai peccati dei protagonisti, che sono figure di finzione, né all'anima di regista e sceneggiatori, che rimetto al giudizio di chi può. Pensavo all'assenza di meraviglia, alla banalità dell'errore, alla pervicacia di chi, oltre le proprie azioni, vede solo altre azioni.
"Antonio, in fondo la Chiesa è questo: ecclesia, assemblea, comunità. La disperata condivisione, la impossibile comunità perseguita dai personaggi deve farci avvicinare alle loro esperienze...".
No, Padre Guerrino, ho risposto allora. L'ha scritto l'Apostolo prediletto, nell'ultimo libro, misterioso e terribile, quello della Rivelazione: Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca (Ap 3,15-16). Chi non si vuol salvare, faccia pure, ma non ci interpelli. Non sarà redento dall'ostensione del suo scetticismo, dall'agevole maschera del dubbio. Colui che, avendo udito la Parola, non la ascolta è come l'uomo immerso nell'acqua fino alle costole che urla a tutti: "Voglio morire!". Si inginocchi e sarà accontentato.

postato da secondavisione | 22:15 | commenti (5)


venerdì, febbraio 09, 2007
 

Uno passa anni convinto che Solaris di Soderbergh sia il remake più brutto della storia del cinema.

Poi un giorno vede City of Angels e capisce di aver vissuto per anni nell'errore. Non c'è davvero gara.

manu

postato da secondavisione | 18:17 | commenti (2)
 
LA PUNTATA PER FARLI CONOSCERE

Come ormai consuetudine, eccoci arrivati a venerdì e quindi alla scaletta della prossima puntata di Secondavisione.La Redazione più uno che passava di li
Martedì 13 febbraio, dalle ore 22,30 fino alle 00,30 negli studi delle feste di Via berretta Rossa 61/5, parleremo di:

- INLAND EMPIRE di David Lynch
- Vero Come La Finzione di Marc Forster
- La Volta Pagine di Denis dercourt
- Duro mestiere del Critico: Arthur e Il Popolo dei Minimei di Luc Besson


Come fare a resistere all'idea di poter dire la vostra su "il film Cult di David Lynch"?
Come non farsi tentare dall'idea di poter dire "metaracconto" in radio?
Perché non concedersi il piacere di vedere Tommy mentre pronuncia il titolo originale de La Voltapagine?
Non volete sapere cosa diamine fanno tutto il giorno i Minimei?




Allora scrivete a secondavisione[at]hotmail.com e aggiudivatevi gli ultimi due posti per partecipare live a Secondavisione, il settimanale di cinema, scioccchezze e pretese culturali di Città del Capo Radio Metropolitana.
Che storia.

La Redazione
postato da secondavisione | 12:57 | commenti (4)


lunedì, febbraio 05, 2007
 

La puntata mancante!

I disguidi tecnici che ci hanno funestato negli ultimi tempi hanno fatto sì che l'ultima puntata di Seconda Visione, quella di martedì 30 gennaio, non sia stata salvata nell'apposito archivio audio, nè tantomeno nel podcast.

Ma, sollecitati dalle numerose lettere che ci sono arrivate, ecco qua la puntata in questione. Basta cliccare sul link sottostante e scaricarvela comodamente sul vostro computer. Se avete problemi, scriveteli nei commenti.

Denghiu.

http://www.sendspace.com/file/cr0jzx

postato da secondavisione | 12:32 | commenti (3)
 
Vero come la finzione (Stranger than fiction) di Marc Forster
 
Sulla carta, e con pregiudizio, ambiziosa tesina in teoria della letteratura (leggi semiotica) sui livello enunciativi. Harold Crick, vita noiosa da ispettore del fisco, comincia a sentire la voice over di un narratore – una narratrice – che, con un buon vocabolario e sintassi elegante, descrive le sue azioni quotidiane. Il fastidio diventa preoccupazione quando sente la frase, da narratore onnisciente, “se solo avesse saputo che quel gesto lo avrebbe condotto alla morte”. Allora si rivolge prima ad una psicanalista, poi a un professore di teoria della letteratura per capirci qualcosa. Si rende conto di essere il personaggio di una narrazione, e deve capire se si trova in una commedia o in una tragedia, deve vedere se riuscirà a tornare a vivere conquistando anche la bella fornaia Maggie Gyllenhall. Mentre lo spettatore segue anche la vicenda dell’autrice del romanzo (Morte e tasse) che, in preda al blocco dello scrittore, cerca un modo “letterariamente adeguato”, per farlo morire.
Quindi, solito gioco tra piani diversi di narrazione, un po’ snob un po’ “arrivo con 30 anni almeno di ritardo ma speriamo che nessuno se ne sia accorto”? No, niente tesina spocchiosa alla Kaufman, niente di riciclato, anzi l’idea che autore e personaggio condividano lo stesso mondo, che ad un certo punto il personaggio possa leggere il romanzo della sua vita e dire “non ne capisco molto, ma lo deve finire, è bellissimo” rende concreto (leggi, diegeticamente raccontato) l’amore per i propri personaggi. Un amore dolente che si esprime con l’ostentata indifferenza agli eventi, come è ormai comune all’antieroe di un certo cinema indipendente, di solito ben riuscito, che mette in scena i veri e propria avanzi di vita e di sentire di personaggi assenti, che non agiscono e nemmeno reagiscono (gli ultimi film di Bill Murray, ma anche Ghost World, Napoleon Dynamite, in un certo senso anche Eternal Sunshine). Questa sensazione del “poco che è rimasto di vita", di stoicismo proprio malgrado, è l’ingrediente che garantisce allo spettatore l’empatia con il povero travet Crick, e che fa diventare il dialogo tra sordi tra personaggio e autore qualcosa di non meccanico ma emotivamente forte. L’eroismo a quel punto non è più il compiere un’azione, ma il rendersi conto e leggermente modificare la propria vita immaginaria (di un altro, oltretutto). Come si diceva, il rischio era quello di avere ripetuta a memoria la lezione universitaria studiata su Borges, Robbe Grillet ecc, mentre in Vero come la finzione il gioco tra mondi possibili (anche se in questo caso si tratta del medesimo piano di esistenza) non si pone come semplice rottura delle convenzioni, in un impeto di egocentrismo avanguardista passato da tempo, ma si integra perfettamente con dialoghi a tratti esilaranti (su tutti, il quiz per scartare le possibili trame romanzesche in cui Circk potrebbe essere coinvolto) e con un coinvolgimento che lascia a tratti stupiti. E commossi.
Se esercizio di stile è, allora è gioco e mai virtuosismo, e questo è bene.
Maggior punto a favore: Maggie Gyllenhall.
Maggior punto a sfavore il finale un poco stile Scrubs riuscito mica bene, non tanto per quello che succede, commedia o tragedia a quel punto quasi pari erano, ma per la gestione (montaggio, voice over ecc.) della narrazione.
Due spunti di riflessione: uno forse non riesce ad immaginare la vastità dell’orrore di vivere una vita descritta da un romanziere realista/minimalista, che ti narra con voce onnisciente. Roba da invocare Salgari tutta la vita.
Secondo: la mia panettiera è molto simpatica e fa dell’ottimo pane, ma non è Maggie Gyllenhaal: è eticamente corretto odiarla per questo?
 
manu
postato da secondavisione | 10:54 | commenti
 

I lunedì di approfondimento di Secondavisione

Il Pen/Siero Antirughe.

Jean Baudrillard consiglia film e società per Secondavisione

 
Dopo il grande successo dei lunedì del pensiero approfondito di secondavisione, il prestigioso collaboratore del nostro modesto blog torna a graffiare il reale con la sua prosa lucida e icastica. Per riflettere e per riflettersi, le sue parole sono uno strappo del cielo di carta di un mondo ormai mediatizzato e ridotto al suo simulacro.
 

L’oggi si nutre del taglio del cordone ombelicale con l’ieri. Nell’epoca postmoderna, però non si ha più una successione continuativa, ma lo strappo del cordone ombelicale, una discretizzazione in un’esplosione criogenica che getta lontano e immobilizza il passato in forme riconoscibili e innocue. All’opposto dello spazio fisico – il giorno – in cui il gelo del simulacro domina, esiste lo spazio immaginario della notte, una Verstellung in cui si può provare a tornare a relazionarsi con una tradizione defunta. Relazione più parossistica tanto è più goffamente e bassamente somatica. Allora la Notte al museo altro non è che il desiderio ottuso e temuto della riduzione simulcarale dell’“è stato”, il contrappasso psichico per aver congelato abusivamente l’esistenza di Ieri. Noi, soggetti dell’oggi mediatizzato, sembriamo aspettare attoniti il risveglio delle statue del nostro inconscio collettivo.
postato da secondavisione | 10:51 | commenti (4)


venerdì, febbraio 02, 2007
 

Be our guests

Gli studi di RCDC prima del restauroE anche il prossimo martedì, 6 febbraio, apriamo le porte degli studi di via Berretta Rossa al nostro pubblico. Pubblico che si è fatto furbetto e rapido, tant'è che rimane un solo posto libero. Pijatelo, scrivendo a secondavisione presso il servizio di posta elettronica di hotmail.com.

Ecco i film di cui parleremo martedì:

- Dopo il matrimonio (in colpevole ritardo)
- Black Book
- Il duro mestiere del critico: La cena per farli conoscere.

Intanto, buon fine settimana.

La Redaziòn

postato da secondavisione | 13:32 | commenti (9)