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martedì, maggio 29, 2007
 
La città proibita, Zhang Yimou, CHI 2006

Si parlava giusto qualche post sotto di quello che è diventato Zhang Yimou, cioè il perfetto rappresentante di quello che il governo cinese vuole che si mostri della Cina, in questo caso sotto la voce "cinema". A differenza, però, del tremendo Mille miglia lontano, in questo caso non si parla della Cina di oggi, ma di quella del 900 d.C. La vicenda raccontata è, ammettiamolo, bellissima: intrighi di corte, incesti, omicidi, tradimenti, complotti. Si può dire, utilizzando un aggettivo logoro e abusato, che si tratta di una trama shakespeariana. Il problema, però, è la messa in scena di Zhang Yimou: ipercolorata nel ricreare gli ambienti della città imperiale, manieristica quando fa sfilare i protagonisti lungo gli infiniti corridoi del palazzo, e, ovviamente, satura di ralenti del tutto inutili.
Quello che Zhang Yimou non riesce a fare nelle scene di lotta e battaglia è ricreare il dinamismo dei corpi e dei movimenti: nonostante blasonatissimi credit alla coreografie delle arti marziali, il senso dell'agilità e della perfezione dei colpi è dato in maniera maldestra dalla macchina da presa attaccata ai corpi, o inclinata, o ipercinetica. Trucchetti, insomma, per tentare di dare un tocco in più a sequenze poco riuscite.
E anche per quanto riguarda le scene di massa, l'unico riferimento possibile è la cartolina kitsch: solo in un paio di occasioni si sente un tocco personale in quello che vediamo, il resto è veramente di plastica.
Menzione speciale per Gong Li, scarsa come poche altre volte nella sua carriera d'attrice e a un Chow Yun-Fat che si scarmiglia con gesti generosi. Al ralenti, ma che ve lo dico a fare.

Francesco

postato da secondavisione | 14:04 | commenti (13)
 
The History Boys, Nicholas Hytner, GB 2006

Un gruppo di ragazzi si prepara agli esami di ammissione all'università negli anni '80. Con qualche lieve differenza, questa trama liofilizzata potrebbe essere applicata anche a film come Notte prima degli esami, ma basta ascoltare la colonna sonora del film di Hytner per capire che, da basi simili, si possa arrivare a risultati completamente diversi. Lì, per lo più, ciarpame di una ventina di anni fa, qui una curiosa selezione di hit post-punk (e non solo) a cui è stata tolta la traccia vocale (per motivi di diritti?). Ma, ovviamente, in The History Boys la differenza è fatta dal copione del grande Alan Bennett, che lo trae da una sua pièce. E in più di un punto è evidente l'origine teatrale del film, non solo nelle parole, ma anche nei movimenti dei personaggi e nell'organizzazione della messa in scena: d'altro canto l'aula scolastica è un palcoscenico perfetto, anche non metaforicamente.
Gli attori, tutti bravissimi, danno il meglio: ragazzi e insegnanti riescono a rendere credibili dei personaggi che, diciamolo, sono un po' sopra le righe, rendendoli caratteri ma non macchiette. E dire che ci sarebbe l'insegnante bizzarro con tendenze omosessuali, l'insegnante di storia tosta, bruttina e con tendenze femministe, l'insegnante nuovo e giovane che deve lottare per mantenere il posto: insomma, un potenziale rischiosissimo. Invece Hytner riesce nel compito, dandoci un film buono, non indimenticabile, ma ossigeno puro in questa stagione cinematografica tremenda.

Francesco
postato da secondavisione | 13:51 | commenti (2)


venerdì, maggio 25, 2007
 

UN MARTEDì DA LEONI

Il caldo è torrido, l'afa impera e il cinema è morto. Sotto questi ottimi auspici si profila all'orizzonte un'altra fresca e rutilante puntata della vostra trasmissioncina preferita. Di cosa si parlerà martedì 29 maggio? Ma ovviamente di cinema!

Ecco la fresca scaletta:

Dopo due anni arriva anche da noi fresco fresco il nuovo film di Neil Jordan Breakfast on Pluto

Alan Bennett scrive e Nicholas Hytner dirige il fresco The History Boys

E per il consueto appuntamento Il Duro Mestiere del Critico si cercherà di affossare definitivamente Zhang Yimou e le sue fresche pretese wuxia de La Città Proibita

Ancora tre freschi posti disponibili per partecipare live dai freschissimi e arieggiati studi di via Berretta Rossa mandando semplicemente una fresca mail a secondavisione@hotmail.com

Portate un ventaglio.

Per favore.

La fresca Redazione

Nella foto: i tre sagaci conduttori si concedono un poco di frescura prima della trasmissione

postato da secondavisione | 16:57 | commenti
 
ULTIMO SPETTACOLO: CINEMA NOSADELLA

Questa domenica, 28 maggio, chiuderà i battenti un altro cinema a Bologna. Via Nosadella vedrà il suo glorioso due sale trasformarsi lentamente in appartamenti. Inutile dire che è un peccato, che è triste, ecc... Il collettivo secondavisione e la redazione informazione della nostra radio, sono stati talmente pesanti che:

domenica 28 maggio, ore 00,00
cinema Nosadella, Via Nosadella, Bologna
proiezione gratuita del film
Little Miss Sunshine

Evviva.
Per un ultimo saluto.

La Redazione.

postato da secondavisione | 14:56 | commenti (2)


martedì, maggio 22, 2007
 

Arriva oggi la notizia che Zhang Yimou sarà il prossimo presidente di giuria a Venezia, il che è piuttosto coerente con l'impronta di Muller al festival.

Indipendentemente da ciò, pur essendo tacciabili di revisionismo e di "è facile dirlo adesso, bisognava dirlo all'uscita di Lanterne Rosse" (ero troppo piccino), ora si può dire: Zhang Yimou è uno dei più colossali abbagli della cinefilia occidentale, nel momento in cui guarda all'altro e non solo)

Avete altri candidati al prestigioso premio?

manu

postato da secondavisione | 17:51 | commenti (13)


venerdì, maggio 18, 2007
 
MA DAI... MAGARI NON E' MALE...

Martedì prossimo, 22 maggio 2007, daremo ancora una piccola, tenue, minuscola speranza al mondo del cinema. Certo, l'ultima puntata con i film inventati e le gags telefoniche è stata una delle più belle puntate di sempre, ma ancora una volta tenteremo di parlare seriamente di cinema in prima visione.

Le Vie En Rose di Olivier Dahan. Lo recuperiamo da settimana scorsa che praticamente se l'era visto solo Tommy. Rimane comunque un bel film alegher di soli 140 minuti...

Zodiac di David Fincher. Chi dice donna dice danno, chi dice donnola dice dannolo, chi dice david fincher dice serial killer. anche perché pare brutto dire chi dice david fincher dice panic room. speriamo che sia bello. anche perché, pure qui: 158 minuti...

Questa settimana il duro mestiere del critico capita al FEDEmc. Voi amici ascoltatori lo mandate a vedere:

Prey. Una bomba. Gente chiusa in una jeep, fuori dei leoni. Nel 2007. Tag line del calibro di La Caccia è Aperta. Non vedo l'ora...

Gente avanti si è già prenotata. Una persona solo, a dire il vero... Quindi, mi rimangono ben 4 posti liberi per venire nei nostri studi a blaterare di cinema e di questa bella stagione. Potrete inoltre scegliere il prossimo duro mestiere del critico, fare un giro per la radio, vedere via berretta rossa, ecc... dajje, scrivi a secondavisione c/o hotmail.com

Che ridere che faremo!
La Redazione

PS: Il Logo dei Transformer è messo solo perchè il trailer è fighissimo e non si vede l'ora di andare al cinema a fare  tchickù tchickù!
postato da secondavisione | 15:12 | commenti (6)
 
Ho appena cancellato inavvertitamente un post lunghissimo e divertentissimo su Le Colline Hanno Gli Occhi 2. Che palle. Un'ora gettata alle ortiche. Il succo è che il film è una merda e che molto probabilmente faranno il terzo capitolo. Wes Craven si è bevuto il cervello. Suo figlio era destinato a fare il cassiere al supermercato ma Wes gli ha dato fiducia. Madonna mia, che nervoso. Non ho nenache capito che tasto ho schiacciato... semplicemente è tornato indietro e non c'è più nulla. Uff... Va beh: chi l'avrebbe mai detto? Brutto, deprimente senza uno straccio di idea.
Vi segnalo questo. Bel posto, bei concerti, bei dj set, simpatia ed erbazzone.
Che palle...

FEDEmc
postato da secondavisione | 12:03 | commenti


martedì, maggio 15, 2007
 
Zodiac di David Fincher
 
Zodiac è un film di “testa”. Lungo, frammentario, ha la pretesa di rendere conto della complessità dell’indagine contro la linearità della ricostruzione. Si potrebbe parlare di “fallimento della detection”, anche se in realtà è semplificante. Rimanendo sulla narrazione delle indagini, si potrebbe contrapporre alla forma detection televisiva (CSI), per cui Zodiac mostra uno dei pochi vantaggi del cinema: quello di poter mostrare l’informe e l’indeterminato.
Ci sono tre personaggi che indagano, e tutti interpretati benissimo: il cronista di nera Avery (Rbert Downey Jr.), il poliziotto Toschi (Mark Ruffalo, ispiratore nella realtà di Dirty Harry), e il vignettista del San Francisco Chronicle Greysmith (Jake Gyllenhall).
Nessuno di loro riesce ad arrivare ad una spiegazione plausibile dei delitti di Zodiac, ma è solo l’ultimo, l’outsider, a proseguire nella ricerca. Colui che non ha la competenza per farlo e precipit poco alla volta nell’ossessione. Il giornalista e il poliziotto hanno una competenza, un saper fare pratico, che ad un certo punto non può più individuare un colpevole: il metodo è sconfitto. Avery precipita nell’alcolismo, Toschi si dedica ad altro. Non riescono a fornire una spiegazione bsata sui fatto: hanno bisogno di una necessità che leghi i vari anelli: il giornalista per creare una storia che si distingua dall’opinione, il poliziotto perché ha bisogno dii più che delle prove indiziaire. È solo l’ossessione, che sostituisce la competenza, il dilettantismo, a permettere di dare seguito a delle inquietudini, di connettere senza tener conto della verosimiglianza, a permettere di muoversi su ragionamenti non sbagliati ma solo accidentali. E la ricostruzione è solamente romanzata, quella del vignettista, tratteggiata, ma senza una logica di moventi, prove e conseguenze. È solo un’ipotesi folle, verosimile, alla quale si crede ma non si può sapere.
Lo scacco è quindi ancora più forte che in Seven: là c’era una indagine che funzionava ma solo perché c’era qualcuno che le permetteva di funzionare. C’era un piano, una strategia messa a punto da John Doe che agiva in base ad uno schema, che permetteva la propria identificazione solo perché non era un disvelamento (uscita al di fuori del piano) ma una tappa (il fuori non era altro che una dimensione proiettata del dentro). Insomma, c’era il Kaiser Sauzee della situazione, colui che teneva le fila del film. L’indagine altro non era che il completamento del disegno criminale.
Anche in questo caso le indagini fanno parte del disegno, Zodiac cerca una ribalta pubblica e cerca di provocare l’indagine tramite le lettere ai giornali, i messaggi cifrati, le false attribuzioni. Ma l’assassino non è più onnipotente, non ha il controllo del racconto, ma la sua azione è solo una parte del caos. A volte non uccide, a volte viene visto, deve sparire, lascia delle tracce: è umano e per questo immerso nell’incontrollabilità del mondo, del caso, delle maglie della legge. Per questo è pi disturbante.
L’uomo nero non controlla più quello che accade nel film, ma solo l’involucro temporale degli eventi. Zodiac appare, e quindi c’è una connessione, zodiac tace due anni, allora tutto si perde nel nulla. Il film copre perlomeno 25 anni continuando a saltare, unendo eventi che non hanno legami apparenti ma solo l’ombra di Zodiac, che si ripercuote su tutte le cose.
Quindi, continue ellissi temporali che testimoniano la disconnessione degli eventi, uno non illumina l’altro, c’è solo giustapposizione.
Da un certo punto di vista c’è chi ha parlato di un Fincher più classico: in realtà il maggior controllo sul piano della forma (e tutte le scene di omicidio o quasi omicidio sono messe in scena davvero divinamente) è solo locale, ma globalmente non si è più nemmeno nel piano folle e schizofrenico di Fight Club, è semplicemente che non c’è un piano, né da parte dell’assassino, né da parte dei personaggi, né da parte dell’Io. Se questo sia classico o meno, vedete voi. Per me è solo una contrapposizione artificiale. È che quello che si può raccontare è solo una piccola ossessione di indagine, tanto piccola quanto destinata a voler vedere in faccia il colpevole e basta.
Per essere brevi, gran film
 
manu
postato da secondavisione | 16:27 | commenti (3)
 
Quattro minuti nell’Eurocinema
 
Quattro minuti di Chris Kraus
 
Perdoniamo chi parla di Nouvelle Vague tedesca, che si abbia almeno la bontà o la cultura almeno di parlare di Neue Deutsche Kino, visto che si sta a fare gli sborni. A parte le questioni di metodo, due film tedeschi distribuiti e di discreto successo di pubblico e di Oscar non fanno una tendenza. Ma se vogliamo provare l’esercizio di individuare tratti comuni (e ci mettiamo anche Requiem e Le particelle elementari), l’operazione in scena è quella di una specie di discountizzazione dei modelli e dei generi. Cioè mancanza di marchi, atmosfere più tristi, vaga sensazione di diversità rispetto a un modello dominante che comunque rimane indispensabile riferimento, e un tocco apocalittico a sancire la presenza del pessimismo delle ragione.
Le vite degli altri, film medio oggetto di una sopravvalutazione critica dovuta, credo, ad un panorama desolante che lo circonda, era una sorta di Conversazione in salsa DDR, cioè dotato di un background storico reale che ne garantisce l’efficacia grazie a un patto comunicativo con gli spettatori. Anche perché la tematizzazione della storia viene abbandonata dopo pochi minuti per lasciare spazio al confronto tra le vite dell’artista e dell’oscuro travet della polizia segreta, e alla loro reciprocamente necessaria ribellione contro il sistema. Insomma, la maggior parte del senso sta nella compenetrazione pattuita, e non testuale, della dimensione storica su un intrigo piuttosto banale.
Quattro minuti soffre dello stesso complesso, la cosa grave che il modello non è La conversazione, ma Billy Elliott. O un qualsiasi film il cui “giovane di talento supera gli ostacoli posti dal sistema/famiglia/caso per affermare la propria individualità”. Inoltre il modello Billy Elliott è intersecato con il genere carcerario femminile e con l’ipoteca storico-reale. Quindi, si fa presente il  un background nazista e omosessuale della vecchia insegnante di pianoforte, il che non le impedisce di sbottare con la frase “alza quel culo e dimostra chi sei”, che sta bene in bocca all’allenatore degli orsi, o uno che parla con il talentuoso quarterback di una squadra di football del college il giorno che ci sono in tribuna gli osservatori. Inoltre, si fa presente il background di abusi e ribellione della giovane studentessa incarcerata, che però non le impedisce di mostrare il suo talento con un doppio gesto di rottura (dalla violenza del carecere, dalle regole di fuga). Quindi, si fa presente che esiste una vaga umanità, che si traduce invariabilmente in una cocente meschinità, di coloro che lavorano in carcere: guardie, direttore, psicologa.
La meschinità dell’umano è quindi l’unica cifra tematica diversa rispetto al modello: siamo europei, alla seconda possibilità ci crediamo fino a un certo punto. Quindi il talento deve negoziare con la meschinità di tutto ciò che lo circonda: la politica carceraria, il razzismo dell’insegnante, l’odio delle guardie, la violenza delle compagne, e le pulsioni distruttive di chi porta con sé il talento.
E, dopo tutto questo, non può risolversi in reale progresso, in reale riscrittura di una vita, ma solo come bel gesto tanto eccezionale quanto fatuo, può strappare un applauso all’umanità ma nulla di più.
Unica costante formale degna di nota è l’uso di ellissi temporali che creano scompensi informativi su ciò che sta accadendo. A volte accademiche, in generale ben dosate.
 
Salvador – 26 anni contro di Manuel Huerga
 
Ha ancora senso parlare di morale dello sguardo? Fare un carrello circolare mentre la garrota si stringe attorno al collo di Salvador Puig Antich, ultimo condannato alla garrota nella spagna franchista, è una schifezza o no? Chiedersi se questo movimento formale che si accorda, in modo abbastanza evidente, con il gesto del boia che fa ruotare il “manico” dello strumento omicida, sia abbastanza per dare del pirla a chi lo ha fatto è in effetti utile o no?
Per quanto mi riguarda, è abbastanza per rendere indigesto un film che dell’esibizione della forma visiva fa uno dei suoi punti di forza. A partire dalla grana della fotografia, per finire con un montaggio che se ogni tanto si fosse lasciata un’inquadratura per sei secondi nessuno avrebbe gridato allo scandalo e alla noia.
Il termine di paragone qui è Romanzo criminale: cioè il partire da un oggetto di cronaca/oggetto storico per trasformarlo in qualcosa di diverso: in Salvador si ha fondamentalmente un film di gangster. Dalle motivazioni politiche, certo, fomentati più da un ribellismo generazionale che da una necessità reale, sicuramente, ma l’ascesa e la caduta del gruppo MIL  è quasi da manuale.
La dimensione politica, di riflessione storica viene solo dopo, la condanna della condanna a morte, la commovente amicizia della guardia carceraria sono solo successivi, sono un altro genere, sono un altro film che viene legato a forza tramite un gioco di flashback ma niente di più.
È una generale rottura che attraversa tutto il film, diviso tra genere e ambizioni autoriali, e linguaggio veloce e rapido che rallenta solo di fronte alla morte, si teme per contemplarla meglio. O perché il coinvolgimento “nei fatti tristi e importanti si fa così”.
La riflessione storica, e la commozione conseguente, sono quindi conseguenza di un meccanismo di fusione meccanica e poco riuscita, che rendono colpevolmente dimenticabile un film che on dovrebbe esserlo.
 
manu
postato da secondavisione | 16:24 | commenti (6)


venerdì, maggio 11, 2007
 
Scaletta per il paradiso

O meglio, per l'inferno, vista la temperatura che la sala ospiti degli studi di Via Berretta Rossa può raggiungere. Ma non vi preoccupate, o pubblico potenziale: avremo per voi il condizionatore a pieno regime. Quindi, date una rapida occhiata alla scaletta e mandate subito una mail a secondavisione%hotmail.com per prenotare il vostro posto in prima fila per la puntata del 15 maggio. Ecco la succulenta lista di titoli:

- 4 minuti, di Chris Kraus; un altro film tedesco, dopo Le vite degli altri: una nuova vita per il cinema germanico?
- La vie en rose, di Olivier Dahan; un biopic su Edith Piaf: se ne sentiva il bisogno? Ai posteri l'ardua sentenza;
- Le colline hanno gli occhi 2, di Martin Weisz; il remake di un sequel: il senso dell'operazione verrà disvelato in studio;
- e infine, il duro mestiere del critico che avete votato voi martedì scorso in extremis: Notturno Bus, di Davide Marengo; non aggiungiamo commenti, ci penserà il candidato Tommaso Oldman Simili.

A martedì, scrivete, scrivete.

La redasiùn

Nella foto: la coda fuori dagli studi di Via Berretta Rossa, il martedì pomeriggio, ore prima dell'inizio della puntata di Seconda Visione.
postato da secondavisione | 13:47 | commenti (6)


martedì, maggio 08, 2007
 

Spiderman 3 – Perché sì

Forse sarebbe meglio dire: perché forse, ma così ci capiamo meglio.
A me sembra che i film dedicati ai supereroi e i comic-to-film degli ultimi (dieci?) anni abbiano tutti più o meno gli stessi problemi. In primo luogo una totale mancanza di lucidità ideologica, in secondo luogo una (quasi totale) mancanza di autonomia estetica. I due problemi sono profondamente connessi. Se 300 film, per esempio, non funziona non è perché è in buona sostanza fascista (anche il fumetto lo è, eppure ci piace), ma perché a quella materia ideologica non riesce a dare complessità estetica, ma si limita a illustrare bidimensionalmente il fumetto.(Leonardo, se non ricordo male, aveva scritto cose interessanti a riguardo). V per vendetta tira fuori uno spettacolone esaltante da uno script che proprio sulla spettacolarizzazione del fatto sociale diventava rovente; risultato: il film finisce per assumere senza riserva quella relazione di seduzione leader/massa che nel fumetto è presa con mille e mille cautele. Kracauer, giusto per fare i fighetti, avrebbe detto “massa come ornamento”, cioè niente di progressista. Gli esempi non mancherebbero, ma la pianto qui.
Spiderman 3, al contrario è un film lucido da un punto di vista ideologico e con una certa coscienza dei limiti di autonomia che l’operazione “film da fumetto” prima o poi presenta. Per agevolare chi non ha voglia di leggersi tutto il pippone, si può anticipare: Raimi secondo me mostra come il supereroe al cinema tenda ideologicamente all’autoritarismo e narrativamente alla sit-com, in modo necessario e tendenzialmente non negoziabile. Il passaggio da disinteressato tutore dell’ordine a strumento di propaganda e arma in mano del Potere è mostrato in tutta la sua evidenza, con tutti gli attributi figurativi della peggior propaganda: bandieroni, majorettes, gruppi di uomini della strada che invocano il Salvatore e via di seguito, senza niente di glorificante o anche ambiguo. Il discorso è chiaro: non ci sono da una parte il supereroe buono e dall’altra la cattiva interpretazione che lo trasforma in figura autoritaria; al contrario, come in Watchmen, il supereroe ha necessariamente una deriva autoritaria per non dire fascista. È quella la sua faccia oscura (pubblica), prima che spunti quella privata ed esistenziale, che è un altro discorso.
Peter Parker, a un certo punto, diventa cattivo e la frangetta sarebbe il pietoso escamotage che ce lo mostra come tale. A me, invece, pare che la frangetta sia l’inevitabile corruzione (non la parodia!) della questione del costume. Non esiste supereroe senza costume, Gli Incredibili ce l’hanno insegnato. Ma l’estremo debole (ancora, non la cattiva interpretazione) di questo assunto è una specie di funzionalismo della maschera, per cui è il costume a determinare indole e capacità: in fondo Spiderman e Venom sono lo stesso modello con colori diversi. Allora può anche essere che la frangetta faccia diventare fetenti, è un problema di coerenza.
Allo stesso modo gli snodi narrativi smettono di funzionare organicamente, Flint Marko viene intimato a non proseguire “perché li si svolgono pericolosi esperimenti di fisica!”, gli spazi dell’azione si restringono al caffè e al pianerottolo, il dialogo colma quello che le immagini non mostrano (non certo per carenza di budget). E Peter Parker comincia a ballare come un Tony Manero dei poveri. Insomma: il film si trasforma in una specie di Friends o di Batman feat. Adam West. La narrazione attrattiva ed eroica è uno degli estremi del film di supereroi: all’altro capo Raimi mette la sit-com. Sbaglia? Non direi. Semplicemente fa esercitare grandi poteri e grandi responsabilità in questioni di poco conto. Se si accetta il supereroe buono che (magari senza maschera) diventa vigile urbano e aiuta la vecchina a passare le strisce pedonali, si deve accettare anche questo, cattivo, che fa il tamarro con le ragazze. La parodia e l’attraversamento dei generi non c’entrano proprio nulla: al contrario Raimi percorre il suo, di genere, fino in fondo, schifezze comprese, senza attraversarne altri.
Poi, in tutto questo, il film perde di compattezza: il primo e il secondo episodio erano film quadrati, questo non lo è. Il finale non è neanche brutto, è proprio piatto. I cattivi sono buttati là alla carlona, ha ragione Manu. Ma per il resto, il coraggio è innegabile.
E la sequenza di Bruce Campbell spacca.

p.

postato da secondavisione | 21:29 | commenti (8)


lunedì, maggio 07, 2007
 
 
 
Spider-Man 3 di Sam Raimi
 
 
Una delusione immensa. Non ci sono altre parole.
Qui, dopo il bellissimo secondo episodio ci si attendeva qualcosa magari di meno, ma sicuramente qualcosa di interessante. La lotta con il suo ex migliore amico che diventa Gobelin per ucciderlo, Gwen Stacy, Venom e il lato oscuro. Gli unici dubbi si manifestavano “Ma non starà mettendo troppa carne al fuoco?”. Tre villains, due donne non sono troppi per un blockbuster? In effetti, alla prova dei fatti, mancava solo che facesse capolino Heath Ledger vestito da Joker e dicesse: “Uh, forse ho sbagliato set”, e comunque avrebbe fatto la sua figura.
Ma, prima dell’uscita, vedendo il primo trailer a disposizione, ci si tranquillizzava dicendosi che Venom sarebbe stato solo introdotto e poi sviluppato in un auspicabile quarto capitolo. Infatti nella prima versione, apparivano solo Sandman e Gobelin, con Venom che appariva per tre fotogrammi alla fine. I dubbi si erano acuiti on la versione definitiva del trailer, in cui Sandman quasi spariva per dare grande spazio a Eddie Brock/Venom.
Tutti timori confermati: l’unica notizia positiva è che forse un quarto non ci sarà, o forse sarà diretto da Brett Ratner con altri attori, di modo da non avere aspettative e quindi si potrà lamentarsi tranquillamente di come la serie sia stata buttata in vacca. (Se ci sarà probabilmente vedremo Lizard, ma speriamo anche di no)
Lasciando perdere le aspettative deluse, il film fa acqua da tutte le parti. Innanzitutto per il sovraffollamento di personaggi che non permette neanche un minimo approfondimento. Non che ci si aspettasse Ibsen, ma un minimo di credibilità almeno sì. Il casino è tale che si ricorre a una delle peggiori soluzioni possibili per giustificare la conversione di Harry Osborn: il maggiordomo. Personaggio mai visto, o se visto mai considerato, che a un certo punto va dal suo giovin signore a dirgli: “Ohi, sono anni che ti crogioli nella rabbia e nella vendetta, ti sei iniettato dei nanonidi nel corpo che ti hanno fatto sbroccare, non fai altro nella vita che cercare di uccidere il tuo migliore amico e le persone che ti vogliono bene, perché credi che tuo padre sia stato ucciso da Spiderman, ma in realtà non è vero, io l’ho visto”. Doveva aggiungere: “Fino ad ora non ho parlato perché sono una semplice funzione narrativa sottopagata”.
Questo, assieme alla botta in testa, rende ridicolo il confronto tra i due ex migliori amici, ma nulla in confronto di Venom e del lato oscuro di Peter Parker. Che si manifesta attraverso una frangetta (simbolo di cattiveria e di rottura delle regole) e la mutazione in una parodia di Tony Manero. Che ci potrebbe pure stare come tono, ma che da un lato è un cambiamento deciso rispetto al tono del secondo episodio, e dall’altro è realizzata con una grevità spaventosa, e tirata via in modo pazzesco. Non ci si crede nemmeno per un attimo. Lo stesso procedimento avviene per Gwen Stacy: a che pro introdurlo, se poi non si sa evidentemente come gestirlo?
Ok, si possono salvare due o tre scene d’azione, ed è molto bella – visivamente ed emotivamente – la rinascita di Flint Marko come Sandman/Golem, ma per due ore e quaranta sembra di assistere a delle sequenze di raccordo, in cui tutti parlano parlano per mettere delle pezze di senso a quello che sta accadendo. E l’unica coerenza rispetto al secondo è quella della luce. Tutto avviene alla luce del sole, e la stessa identità di Spiderman è ormai il segreto di pulcinella. La maschera è diventata un’icona della città, per tutti, pura e semplice, qualcosa che appare sui cartelloni pubblicitari ed è un vero e proprio marchio di fabbrica, mentre il vero spiderman combatte praticamente sempre a volto scoperto. Tutti i cattivi sanno chi è, lui non ha timore di farsi vedere: più che SpiderMan è Peter Parker. Ma anche questa intuizione – che apre a interessanti e pippose ipotesi metatestuali – si perde nella disperata impresa di “tenere unito tutto”. È come se si vedessero i segni delle unghie di sceneggiatori e regista sulla superficie del film. Possiamo dare la colpa a esigenze produttive, ma è una magra consolazione.
Lo so che bisognerebbe essere più freddi, e uscire dalle secche del confronto, con il fumetto e con i capitoli cinematografici precedenti, ma soggettivamente è difficile, e comunque i difetti rimangono anche prendendo Spider Man 3 in isolamento. Un film arruffato, con la necessità di tenere assieme un’ambizione da Bignami della saga, e la necessità di mettere sempre più elementi, e spettacolo, e opposizioni di base (amico vs. amico, eroe vs. il proprio lato oscuro) comprensibili anche al più ottuso spettatore della terra.
 
manu
 
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sabato, maggio 05, 2007
 
GRINDHOUSE, Robert Rodriguez & Quentin Tarantino, USA, 2007


Come molti di voi sapranno, i Grindhouse erano quei cinema o drive-in che tra i '70 e gli '80 hanno rimbecillito gli adolescenti americani a suon di double feature (due film al prezzo di uno) tutto sesso e violenza. Tra quei teenagers molto probabilmente (avevate dei dubbi?) c'erano anche Rodriguez e Tarantino. I due hanno deciso di omaggiare quel periodo e quel cinema, creandone una sorta di copia filologicamente perfetta nel 2007. Finti trailer all'inizio e in mezzo, pellicola sporca o graffiata, rulli mancanti e soprattutto due film da un'ora e mezza circa l'uno, tematicamente e stilisticamente simili a quelli di quel periodo. Dopo gli scarsi risultati al botteghino in America, per tentare di correre ai ripari, si è deciso per l'uscita europea di dividere i film, e farli uscire separatamente. Il collettivo secondavisione, rispettoso delle intenzioni dei registi, ha deciso di intraprendere un viaggio oltreoceano per vedere il film come è stato pensato dai due guasconi. Teletrasporto e via, verso il famoso Grindhouse LaPenta's

Cominciamo da quello che qui da noi molto probabilmente non si vedrà: i finti trailer sono firmati dallo  stesso Rodriguez, Rob Zombie, Eli Roth e Edgard Wright. Grindhouse si apre con Machete (Rodriguez): Danny Trejo viene assoldato per uccidere un senatore. Messo in trappola da chi gli ha fornito il lavoro, decide di vendicarsi a colpi di machete e violenze varie. Esagerato, divertente, incontenibile, è effettivamente una delle cose migliore dell'intero film. Pare che il regista, dato l'entusiasmo suscitato da questi due minuti scarsi di girato, abbia deciso di portare veramente a compimento il film. Tra i due segmenti lunghi, altri trailer: Rob Zombie ci regala Werewolf Women of the S.S gustosissimo omaggio al nazi porno con surplus di lupi mannari e stregoni cinesi (Nicolas Cage nella parte di Fu Manchu!). Udo Kier, in soli due minuti, spadroneggia nella parte del terribile scienziato nazista. Estremamente divertente. Eli Roth firma invece Thanksgiving, folle slasher violentissimo. Concludiamo con l'ironico Don't di Edgar Wright che, in modo piuttosto deludente, si limita a giocare con i vari luoghi comuni degli horror fine '70 e '80: Non aprite quella porta, non scendete in quello scantinato, non svolate quell'angolo buio, ecc... "Arricchisce" il tutto una finta pubblicità di junk food messicano (immagino idea di Rodriguez). In parte già qui ci sono pregi e difetti dell'opera in generale, ma tentiamo di riscontrarli nei due veri e propri film. Si parte con Planet Terror di Robert Rodriguez. Brevemente, la storia: nel profondo Texas a causa di una qualche non meglio precisata operazione militare, rimane sul groppone al tenente Bruce Willis un virus capace di rendere tutti degli zombie, ovviamente affamati di carne umana. Dopo aver tentato di venderlo al trafficante Naveen "Sayd" Andrews, il virus inevitabilmente si sparge per la città. Qui, in un crescendo di panico e follia, si incroceranno varie storie, tra cui: El Wray, un misterioso ragazzo che evidentemente nasconde un passato avventuroso e burrascoso, ritrova Palomita (Rose McGowan), la sua ex ragazza ora go go dancer dalla lacrima facile. Un'infermiera tenta di mettere in salvo la sua vita e quella del proprio figlio dalle grinfie del sadico marito dottore (Josh Brolin). Poliziotti più o meno burberi (tra cui Tom Savini) stanno con il fiato sul collo a El Wray, i militari continuano imperterriti a fare danni, donne sole in macchina di notte faranno brutti incontri... Rodriguez, regista già evidentemente legato agli anni '80, qui si fa prendere la mano e realizza un film che sembra essere uscito da una seconda serata su Odeon TV di 15 anni fa. Personaggi stereotipici e inquadrabili con un solo sguardo o con una battuta di sceneggiatura, carenza di filo logico tra un'azione e l'altra e, ca va sans dir, tanta violenza. Non ci si può dimenticare che la coppia di registi in questione ha portato al cinema il progetto Dal Tramonto All'Alba: qui il meccanismo è lo stesso. L'unica differenza è un'attenzione ancora maggiore a una tecnica e a un'estetica se possibile ancora più spudoratamente simile a quella del cinema preso come ispirazione. Raccordi sbagliati, dettaglioni e zoom insensati e un senso di ingenuità che dovrebbe giustificare qualsiasi altra carenza. Impressionante come ci si riesca, soprattutto a livello narrativo e di presentazione dei personaggi, ma come prevedibile, a Rodriguez tende a scappare la mano: come nel già citato Dal Tramonto.. verso il finale, l'esagerazione prende il sopravvento. Non che sia un male (c'è veramente di che stupirsi e divertirsi...), ma si avverte come uno scarto. La povertà e l'ingenuità di quelle pellicole era in primo luogo causata da carenze economiche. Erano i mezzi a mancare, non la fantasia (spesso mancava anche la tecnica, ma non è qui il punto). I film risultavano inevitabilmente castrati da ambizioni irraggiungibili. In Planet Terror qualsiasi cosa invece è fattibile. Camei di attori famosi, panorami post apocalittici, donne con mitra al posto delle gambe che saltano sparando, pale di elicotteri che mozzano teste a zombie, esplosioni a strafare ecc... sanissimo e divertentissimo, ma se mescoliamo questo a un gusto per la citazione pesantissimo e spesso fuori luogo, il film ancora una volta mette in luce i difetti di un regista che tende a far prevalere la superficie al contenuto. A scanso di equivoci, ripetiamo: godibile e entusiasmante ma fine a se stesso. Se non ci fosse la pellicola rigata o giochini del genere sembrerebbe più un film di Rodriguez di due anni fa che un'omaggio ai Grindhouse...

C'ho tentato, ma spolier... Giuro che non è importante sapere determinate cose in questo caso, ma  io vi avverto.

Di tutt'altro spessore il segmento firmato Quentin Tarantino, Death Proof. La sensazione è quella di un altro periodo storico omaggiato, come se il regista avesse intelligentemente voluto differenziarsi dall'episodio precedente. Non è un caso che  In Planet Terror Tarantino compaia, quasi fosse un'anticipazione, impegnato a vedere Woman In Cages, datato 1971. Dagli '80 ai '70 quindi, e tra quei dicei anni ci sono un bel po' di differenze. L'episodio è come se fosse divise in due: nella prima parte incontriamo un gruppo di donne. Una di queste è una famosa dj locale (interpretata dalla figlia del grande Sydney, Tamiia Poitier) la quale per tirare uno scherzo a una sua amica (la bellissima Vanessa Ferlito) la mette nella posizione di aspettarsi le avance s di qualche ascoltatore allupato. Le ragazze passano la sera per locali, bevendo e chiacchierando senza sosta. Ogni tanto però, una Chevy Nova SS del 1971 nera, con un teschio sul cofano, sembra seguirle... Al volante c'è Stuntaman Mike (Kurt Russel), ex stuntman sfregiato e maniaco omicida. Dopo avre fatto la loro conoscenza, l'uomo le segue con la sua macchina "a prova di morte" e le ucciderà. Nella seconda parte del film un altro gruppo di ragazze - tutte più o meno impegnate nel mondo del cinema - gira per la campagna texana. Fans del film Punto Zero, decidono di acquistare una macchina simile a quella del film e di fare uno spericolato gioco. Stuntman Mike è sulle loro tracce, ma troverà pane per i suoi denti. Difficile parlare della trama del film senza rivelare troppo, anche se l'elemento sorpresa non è sicurmente il centro dell'azione. Come si diceva precedentemente, anni '70 piuttosto che '80. Tarantino è già passato per questi territori e, nello specificio, in Jackie Brown aveva costruito un omaggio alla blaxploitation per noi all'epoca della sua uscita piuttosto incomprensibile. Qui il progetto  è più o meno lo stesso: se la prima parte del film potrebbe ricordare le atmosfere alla Switchblade Sister di jack Hill (in soldoni: ragazze di strada che parlando tra di lorto tra una birra e l'altra) la seconda è un bellissimo omaggio a molti dei temi cardine del cinema americani anni'70. Tolta la citazione palese e dichiarata a Punto Zero, il film è in primo luogo un omaggio a quei film "post Easy Rider" basati su uno spostameto vettoriale orizzontale. Gli stessi film che a loro volta recuperavano, modificandone il significato, il tema della Frontiera dall'epopea western. Come nella migliore tradizione dell'epoca la seconda parte di Death Proof è "solo" un gigantesco e suntuoso inseguimento ambientato nella campagna rurale americana. Stuntman Mike, che di quel cinema è stato protagonista, spunta dal nulla e sembra avere il controllo totale della situazione. Come se fosse emanazione del territorio, risulta una minaccia quasi fantasmatica: appare, fa il suo sporco lavoro, scompare. Uno spettro di un cinema che è stato. In questo senso risultano ancora più chiare le intenzioni di Tarantno presentando i due diversi gruppi di donne. Quando Stuntman Mike si presenta per la prima volta, elenca tutte le serie televisive o i film in cui ha partecipato: nessuno ha la più pallida idea di cosa stia parlando. Come fosse un residuato di un mondo che nessuno ricorda più. Le ragazze della seconda parte invece, nel cinema ci lavorano (una stuntwoman, un'attricetta, un'assistente di produzione e una costumista): fanno parte di quel "nuovo" cinema che ha spazzato via Stuntman Mike e soci. Inevitabilmente quindi, conoscono le regole del gioco e avranno la meglio sull'uomo. Pradossalmente lo farnno diventando progressivamente simili e vicine proprio al periodo cinemtografico storico qui evocato (vd lo stop frame finale). Tecnicamente il film è spaventoso: la sequenza del primo incidente (visto da 4 punti di vista differenti, come lo "scambio" in Jackie Brown) e tutto il lungo inseguimento della seconda parte sono momenti altissimi di cinema. Colonna sonora e dialoghi da antologia. Un gioiello.
L'episodio di Tarantino, con mezz'ora in più rispetto a questa versione, andrà da solo in concorso a Cannes e uscirà nelle nostre sale il 1° giugno.   

FEDEmc

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venerdì, maggio 04, 2007
 

INVITO A CENA CON SECONDAVISIONE COL PUBBLICO!

Dopo lunga ed estenuante pausa di due settimane, ritorna un'altra ricca e succulenta puntata della trasmissione più amata dalle italiane. Questi gli ingredienti della prossima puntata:

- munitevi di un ragno, incrociatelo con un nerd, raddoppiate fidanzate e triplicate i villain ed avrete Spider-Man 3 di Sam Raimi.

 - Accoppiate il bellone del momento nel ruolo di figo comunista e la giovin speranza in quello dello sfigato fascistello, aggiungeteci  amorazzi, motorette, lotta di classe, una chitarra e uno spinello ed otterrete Mio fratello è figlio unico di Lucchetti.

-  Prendete un ragazzo scimmiesco, agitatelo in una storia di spie, agenzie, guerre, invasioni, attoroni, comunismo e capitalismo, tanto non cambierà mai espressione. Il risultato sarà The Good Shepherd di Bob De Niro.

- Se proprio rimane tempo, ma solo se ne rimane, riciclate città incantate, castelli erranti, l'intera cinematografia d'animazione orientale ed avrete I racconti di Terramare del figlio scemo di Miyazaki.

Eliminate il Duro Mestiere del Critico, aggiungete due pugni di sagace simpatia, una noce di adolescenziale irruenza ed un pizzico di competenza.

Servite il piatto martedì 8 maggio alle 22.30 circa. Se volte partecipare come ospiti al luculliano desco mandate una saporita mail a secondavisione(escargot)hotmail.com

La Gastronomica Redazione

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