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giovedì, luglio 26, 2007
Oggi abbiamo scaricato per voi...
Demoni, di Lamberto Bava, Italia 1985
Mi mancava il primo capitolo del dittico demoniaco di Bava Jr: avevo visto, anni fa, Demoni 2, ma non ricordo cosa mi avesse lasciato. Questo film è il tipico prodotto della factory di Argento, quando c'era. Richiami evidenti al cinema horror anni '80 (in questo caso il riferimento è a Romero e compagnia), sceneggiatura risibile, discrete dosi di splatter, recitazione inguardabile, buon ritmo, discreti effetti speciali di Stivaletti, colonna sonora che mischia pezzi di Simonetti (agghiaccianti) e metal dell'epoca, ma che non costi troppo. Un b-movie, ecco tutto, da non rivalutare, ma da guardare - come ho fatto - in una serata estiva, dano ogni tanto le spalle alla televisione per preparare il gelato o versarsi una bibita fresca.
Moneyshot: un elicottero piomba dal nulla nel cinema dove è ambientato il film, per il puro gusto di fare vedere un elicottero che sfonda un tetto e atterra in una platea. Della serie: abbiamo tot milioni di lire, ma questa cifra è per l'elicottero, nun se tocca.
House of the Dead, di Uwe Boll, USA, Canada, Germania, 2003
Chi è Uwe Boll? Sapevatelo, grazie al bel post di Valido. Insomma, 'sto pazzo ha messo su un film che mi ha portato, durante l'interminabile ora e mezza di visione, a chiedermi continuamente se ci è o ci fa, se ci prende in giro, è autoironico, o se ci crede davvero. No, amici: Uwe Boll ci crede veramente, pensa di fare un gran film mischiando immagini vere a quelle del videogioco a cui è ispirato, creando scene d'azione inintellegibili e mettendo in bocca agli attori battute inverosimili, recitate di conseguenza. Uno dei personaggi si chiama Capitano Kirk e uno McGyver. E credo di avere detto tutto. Uno dei film più orrendi che mi sia capitato di vedere. Se vi va, guardatevelo: è veramente una pellicola borderline. Un po' come Uwe Boll.
Moneyshot: il flashback virato seppia in cui conosciamo il motivo per cui nella Isola della Muerte (metti che ci fossero ambiguità) ci sono un sacco di zombie. Ehi, incredibile, qualcuno ha mutato il sangue umano rendendolo sangue de morto vivente. Ops, spoiler, scusate.
Fra
lunedì, luglio 23, 2007
VACANCY, Nimrod Antal, USA, 2006
Strana storia quella di Nimrod Atal: nato a Los angeles nel 1973, si è trasferito in Ungheria nel 91 dove ha lavorato fino all'altro ieri. Una serie di thriller da noi più o meno invisibili (magari dico una cazzata e il mondo pullula di suoi fan) e poi il ritorno in America per questo Vacancy. Storia di una coppia in crisi con lutto alle spalle che si trova dispersa una notte su una buia e inquietante statale americana. Troveranno rifugio in un motel frequentato da pazzi maniaci con la passione per gli snuff. Gatto e topo con prevedibile ribaltamento delle carte in tavola dalla breve durata (88 minuti giusti giusti). Un buon inizio e un interessante accumulo della tensione, che vengono poi penalizzati da una sceneggiatura che, pur sforzandosi, non riesce a immettere nel semplice plot "assedio" elementi in grado di variare o dare brio al film. Dopo poco le situazioni cominciano a ripetersi e il tutto perde di freschezza e di entusiasmo. Il film ha comunque il pregio di staccarsi stilisticamente dalle ultime produzioni americane appartenenti al genere e di preferire un approccio, permettemi la probabile sparata, Hitchcockiano. Saranno i titoli di testa molto Saul Bass, le musiche Bernard Hermann, un Frank Whaley a cui piacerebbe avere il ghigno di Anthony Perkins, la presenza di un Motel... ma è anche una certa lentezza iniziale e uno strano senso di inquietudine ad avermi portato a partorire questa bestemmia.
Sia comunque chiaro: Antal probabilmente non dovrebbe neanche poter pronunciare quel nome li, il suo è un filmetto gradevole dato il periodo estivo, che ci si dimentica 40 minuti dopo l'uscita dalla sala. "Baumer" Wilson e Kate Backinsale più o meno sprecati. Non che la Beckinsale possa dare molto di più, ma qui c'è veramente poco da fare se non spaventarsi e sudare per lui, spaventarsi e sporcarsi i capelli per lei.
FEDEmc
martedì, luglio 10, 2007
Quinto capitolo sul grande schermo della saga di Harry Potter, in attesa degli altri due ma soprattutto del settimo libro (perlomeno del sottoscritto, che si è scoperto potteriano dell’ultima ora). Questo lo si dice perché l’esperienza personale di visione è profondamente cambiata: i primi quattro film li avevo visto ignorando i libri, mentre questo l’ho visto avendo ben presente quello che succede nel romanzo. Il che non vuol dire confronti, discussioni suilla fedeltà, sulla delusione o robe del genere, ma solo che il punto di vista si è leggermente spostato.
Anche se il giudizio generico non è cambiato: sono buoni film, nulla più, nulla meno. Appassionanti, onesti, che fanno quello che devono fare. Poi a me Harry Potter piace, quindi.
È accresciuta, però l’impressione che siano film di J. K. Rowling più che di chiunque altro, forse nel momento del lavoro di riduzione dell’enorme quantità di informazioni che sono presenti nel libro.
E in questo lavoro di riduzione quello che va perso sono i raccordi e le giustificazioni narrative. Si tratta di un’accumulazione di scene alcune belle, alcune brutte. Ma unite da legami puramente temporali in un’esasperazione del post hoc ergo propter hoc.
Due robe a caso: Minerva McGonagall litiga con Dolores Umbridge perché informata delle punizioni che quest’ultima dà agli studenti, nel caso Harry Potter. Ma nessuno glielo ha detto, anzi Harry Potter ha affermato poco prima che non voleva dire niente. Tralasciando degli scavalcamenti di campo veramente fastidiosi in questa sequenza che se no si sembra la maestra dalla penna rossa.
Oppure i Nargilli, che appaiono nei discorsi a caso, senza una spiegazione (sono frutto della fantasia di Luna, vivono nel vischio e quindi ha senso che Harry dica quella cosa a Cho prima di baciarsi…).
Ma soprattutto, nella scena della fuga dei gemelli Weasley, si vede il nano che esulta. Perché il nano che dirige il coro esulta? Perché la Umbridge lo ha misurato?
Perché sprecare due inquadrature per il nano esultante quando gli nincubi di Harry non hanno così spazio a livello emotivo? Io non so, il nano esultante. È una citazione lynciana? Una parodia? Due inquadrature quando Ginny Weasley tipo ha tre battute e due sono incantesimi.
È come se certe cose ci dovessero essere perché sono importanti nel libro, ma quello che importa è che ci siano. E basta, senza connessioni con il resto del racconto del film, tanto l’impalcatura di quello che succede si dà nei libri.
È come se fosse una serie delle illustrazioni del libro, e vanno troppo veloci. Magari è che sto invecchiando, e non è che voglio la sequenza di prove che l’eroe deve affrontare nella fiaba, però insomma, se Harry Potter è turbato dagli incubi, calchiamo un po’ la mano e facciamolo capire, se l’arma è la profezia, ma non si sa, facciamo che ci sia un po’ di emozione su questa scoperta. Insomma, fai almeno lo sforzo di giustificare quello che succede, mica tanto, i libri li ho letti, ma almeno provarci.
Ma, appunto, si sta attaccati sugli avvenimenti del libro come parassiti, perché sono i libri ad essere al centro, e non si sta facendo un adattamento, una trasposizione.
Non sto dicendo che fanno una cattiva trasposizione, è che fanno un'altra cosa: non è manco il libro con il dvd, è che il rapporto è proprio parassitario.
Insomma una serie di sequenze: passione! Dolore! Volo! Spettacolare effetto speciale! Coinvolgimento: che bella l’amicizia! Lotta! Cattivi! Cattivissimi! Travaglio! manca davvero di qualche legame. Sembra la serie di funzioni di Propp sotto spirito e senza la ciccia intorno.
Detto ciò, poi mi sono pure appassionato, mi è piaciucchiato, intrattiene, è rispettoso del mondo della Rowling, prosegue sulla falsariga degli altri, quindi in fondo bene (ma gli ultimi due erano meglio)
manu
PS. So di tirarmi addosso gli strali di chiunque, ma mi sa che Emma Watson si è imbruttita, oltre al Radcliffe palestrato che fa un po’ strano
domenica, luglio 08, 2007
TURISTAS, John Stockwell, USA, 2006
Forse vi ricordate di John Stockwell per perle come Blue Crash (il mercoledì da leoni in rosa) o per Trappola in Fondo al Mare (Paul Walker & Jessica Alba in costumino). Ma forse anche no... Forse vi ricorderete di Micheal Ross per il montaggio di film come Wrong Turn ("ci siamo persi in una foresta piena di maniaci!"). Ma forse anche no... Pensate amici, che il primo dirige e il secondo scrive... Turistas! Uno dei film con il trailer più belli di sempre. Storia: un gruppo di giovani palestrati decide di passare le vacanze in Brasile. Fanno parte del gruppo due ragazzi inglesi che bevono birra e tentano di fare sesso con qualsiasi cosa di semovente incappi sul loro sentiero, una sveglissima e solitaria ragazza australiana in Brasile consapevole della beltà e della ricchezza di un popolo povero e bistrattato come quello brasiliano, una coppia di ragazze con della materia grigia che cola evidentemente dal naso e il fratello di una di queste due ragazze: il sig. Rompetti (Josh Duhamel. Se ne parla anche in Transformers). Il variopinto gruppo (tacciamo il fatto che fin dalla prima scena le ragazze sono praticamente nude e così resteranno per il resto del film), dopo un incidente su un autobus, scova una piccola spiaggia frequentata solo da brasiliani o da feakettoni: un posto bellissimo, lontano dalla calca dei normali turisti, fatto di sole, mare e relax... Contro le rimostranze del Sig. Rompetti decidono di rimanere un po' di giorni li, tipo in campeggio. Il Sig. Rompetti è un po' nervoso (Non prendere i cocktail con il ghiaccio che ti viene la dissenteria! Non fare il bagno a largo senza i braccioli! Mettiti la crema!), ma la felicità è nell'aria e tutto fila liscio. Almeno all'apparenza. Una delle gestrici del baracchino sulla spiaggia contatta un oscuro personaggio che intuiamo essere un dottore e così lo informa: "ne sono arrivati altri 6...". Dopo l'ennesima serata fatta di alcool e balli selvaggi il gruppo si risveglia tutto drogato e svenuto sulla spiaggia. Il Sig. Rompetti è il primo ad accorgersi dell'orrenda verità: "Ci hanno rapinato!". Senza più soldi, effetti personali, documenti, ma armati solo di costumini che lasciano poco all'immaginazione, i ragazzi si mettono in cammino per trovare qualcuno disposto ad aiutarli. Giungono in un piccolo paese brutto e malfamato dove vengono baggianati da chiunque. Dopo aver pensato bene di picchiare un fanciullo colpevole di avere un berretto da baseball evidentemente non suo, stanno per essere massacrati dalla folla inferocita, ma vengono tratti in salvo da Kiko, un ragazzo brasiliano già conosciuto nella spiaggia fatata. Il ragazzo, che evidentemente lavora per il losco figuro (che ogni tanto vediamo infilare spiedini negli occhi dei suoi galoppini drogati), li vuole portare "a casa di mio zio... in mezzo alla foresta". Ovviamente i ragazzi si mettono a posto i costumini, il Sig. Rompetti si lamenta un po', ma poi non sapendo cosa fare, accettano. Dopo una lunghissima camminata, e dopo una serie di furbissimi tuffi da una roccia che portano Kiko ad atterrare di capoccia su un sasso appuntito, si arriva finalmente "a casa dello zio". Appena entrati in casa si decide che per salvare la vita a Kiko che perde litri da sangue dalla testa è cosa buona e giusta pinzargli la capoccia con una graffettatrice (!) e poi ci si dedica al fancazzismo: fumiamo canne, stiamo in costume anche in casa, guardiamo nei cassetti altrui... E qui c'è un po' il meglio: perché se capitasse a voi di trovarvi senza documenti, senza soldi, senza niente, in Brasile sperso nella jungla a casa dello zio di uno che nel tempo libero si tuffa di testa su delle rocce, e lì in casa aprite un cassetto e trovate un monte di passaporti di altri ragazzi come voi, un po' sporchi di sangue che manca solo la scritta "morto in maniera orribile dopo essere stato portato qui con l'inganno", ecco, voi cosa fareste? Il Sig. Rompetti nel dubbio, si mette a posto il costume, frega un coltellino svizzero e chiude fischiettando il cassetto in questione, per poi non dire niente a nessuno. Arriva lo zio di Kiko (che è di la svenuto con delle puntine nella testa): giunge insieme a un gruppo di paramilitari drogati che immediatamente picchiano e imprigionano i ragazzi. E qui c'è il fulcro del film: l'oscuro figuro rapisce i turisti per poi torturali. Gli ruba gli organi per darli ai brasiliani che non hanno i soldi necessari per un'operazione o li vende sul mercato nero. E l'idea funziona. Tolte le sciocchezze che un genio come John Stockwell e Micheal Ross riescono a mettere insieme fino a qui, l'idea in se è plausibile e funziona. Sa di leggenda metropolitana, e il film ha anche una svolta nei toni piuttosto brusca che riesce a rendere la storia quantomeno probabile. Seguono una serie di torture censurate nella versione italiana ma che decretano la morte della sveglissima ragazza australiana in Brasile da sola consapevole della beltà e della ricchezza di un popolo povero e bistrattato come quello brasiliano. In tre (tra cui il Sig. Rompetti evidentemente scocciato di tutto questo trambusto, ma ricco di un coltellino svizzero) riescono a fuggire e qui il film si trasforma ancora una volta per diventare una sorta di survival. I tre scappano inseguiti dai bruti nella jungla. Prima di dimostrare che anche l'uomo comune è capace di estrema violenza, ci sarà una bellissima (veramente) sequenza di inseguimento subacqueo. D'altra parte John Stockwell è tutto il film che tenta di arrivare qua, a fare una sequenza sott'acqua. Il film si conclude con parte del gruppo che si salva, viene medicato e curato da dei brasiliani buoni ("mica semo tutti cattivi!") e poi torna in USA. Il film, posto essere un appassionato del genere, si vede tranquillamente senza particolari emozioni, ma, molto probabilmente inconsapevolmente, nasconde molto delle tendenze dell'horror e del cinema americano in generale degli ultimissimi anni. Il film di Stockwell non può non ricordare narrativamente Hostel di Eli Roth, con la sola e discutibile aggiunta di giustificare le torture per fini "di denuncia". Pensando invece agli ultimi horror: ha il classico gruppo di giovani sesso maniaci votati alla morte e nella sequenza finale ricorda il senso claustrofobico del ben superiore The Descent di Neil Marshall. Il tutto da dove viene? Sicuramente da un percorso che ha visto il genere perdere continuamente di fantasia e appoggiarsi sempre più a temi e figure presi in prestito dai film della fine dei '70 e degli '80 (i remake, i prequel, i prequel dei remake e viceversa, gli omaggi sfrontati). D'altra parte, in questo recupero piuttosto pedissequo, si fanno largo e assumono un certo peso nuove caratteristiche: il tema della paura dell'americano nei confronti dello straniero (il non troppo celato razzismo nei confronti qui dei brasiliani e la - Hostel - verso gli "europei") e soprattutto il tema della tortura. Senza voler calcare troppo la mano, da Abu Ghraib in avanti i film con sequenze di questo genere si sono moltiplicati. Ribadiamo: l'inconsapevolezza è dietro l'angolo, tant'è che la sequenza più riuscita di un film inguardabile come I Fantastici Quattro e Silver Surfer ci mostra l'araldo di Galactus legato e torturato da militari americani... ma forse qualcosa, in modo confuso, da questi piccoli film viene fuori.
FEDEmc
sabato, luglio 07, 2007
TRANSFOMERS, Michael Bay, USA, 2007
Ok, è un mese o forse più che parlo solo di questo... Mi dispiace arrivare così in ritardo, ma i tempi sono quelli che sono. Bay con il suo The Island è quello che ha fatto fallire la Dreamworks. Ora la casa che fu di Spielberg, Geffen e Katnzenberg è di proprietà della Paramount. E cosa succede? Per il film probabilmente più costoso della storia del cinema viene chiamato proprio lo stesso regista che ha decretato il fallimento di un impero economico non indifferente. I casi sono due: o mi sfugge qualcosa o sono dei matti masochisti. Il progetto Transformers è coccolato da anni dal bambinone Spielberg e solo oggi, grazie allo sviluppo degli effetti speciali necessari per il film, decide di portarlo su grande schermo. Vediamo un po' cosa c'è e cosa non va: l'impressione generale all'uscita della sala è quella di essere tornati indietro di 23 anni circa. Transformers è un film ancora più anni '80 di Presa Mortale. La sceneggiatura evidentemente era pronta dagli anni in cui molti di noi giocavano con Commander e soci. Non manca proprio niente: ragazzino intelligente con genitori buoni ma iperprotettivi ha difficoltà a socializzare con suoi coetanei. Il destino lo porta ad essere a conoscenza di un segreto da cui dipende il destino dell'umanità. Gli accade qualcosa (conosce dei robottoni giganti) che non può rivelare al resto del mondo. La gnocca della scuola - precedentemente fidanzata con il bel capitano della squadra di football - condivide con lui quest'avventura. Battaglia finale. Il mondo è salvo. Ok. Qui si esaurisce il tutto. Sfogliando il capitolo sulla Sci-Fi anni '80 de Il Cinema Degli Alieni di Roy Menarini (dove si parlava anche di "giocattolabilità" dei mostri) vengono citati almeno 5 o 6 film dalla struttura non dico simili... ma identica. Citando a caso da quel bacino possiamo trovare poi paragoni o similitudini con i Gremlins, Giochi Stellari, Navigator... Transformers è un film pensato in quei termini. Penso ci sia poco da discutere. Vanno in quella direzione in primo luogo la delineazione degli antagonisti umani (vedi il macchiettismo di John Turturro) ma anche la colonna sonora (tutta la parte della "seduzione" di Megan Fox), i comprimari (c'è Bernie Mac...). Altro elemento che urla anni '80 comunque la si giri e l'amicizia tra il protagonista umano e Bumbelbee, la macchina che "lo sceglie": iniziale timore, diffidenza reciproca, rispetto, amicizia, momento in cui la macchina rischia la morte e fa gli occhi umani dolci dolci... Sicuramente non fosse stato immaginato per un pubblico dai 6 ai 12 anni sarebbe potuto essere una bomba, ma alla regia c'è Michael Bay perciò ogni rischio deve essere eliminato: dove c'è un bambino di 6 anni, vuole una dura legge economica, c'è anche suo padre... e i biglietti diventano due. Il primo trailer, su tinte grigie, cupissimo, devastante, c'aveva fatto sperare per il meglio. In realtà Transformers è esattamente il film che ci si aspetta che sia: come abbiamo detto, un film anni '80 per bambini con nel finale il più grosso Vulgar Display Of Power di effetti speciali fino ad ora visto su grande schermo. Paradossalmente però, mi sento di trovare pregi nella prima parte e difetti nella seconda. Stupisce come il film sia insistentemente giocato su canoni da commedia, prendendosi anche non poche libertà: Shia LaBoeuf ("sei tutto sporco e sudato!" "è normale, mamma: sono un adolescente!") è azzeccato nella parte dell'outsider che si trova a dover fare i conti con "il magnifico nascosto nella normalità" e i suoi duetti con i genitori, con i coetanei ignoranti e buzzurri, con la bella della scuola funzionano. Con la bella della scuola ogni tanto viene in mente Alvaro Vitali, ma questo è un altro discorso... Funziona anche, e qui forse c'è il meglio del film, l'utilizzo dei robottoni come elementi comici. La lunga sequenza in cui i Transfomers si nascondono agli occhi dei genitori (mentre dentro le mura casalinghe si parla di masturbazione) è tra le cose più belle del film e tra le più strane viste in sala da un bel po' di tempo a questa parte. Buon ritmo, buon utilizzo degli spazi e - sembra poco? - buona idea. Certo, bisogna dimenticarsi che uno dei robottoni appena si presenta dice una cosa come "bella sturia fratello!" e si cimenta in un passo di break dance... ma se ci si sforza di ignorare le concessioni al pubblico più piccolo presente in sala, qualcosa di buono c'è. Insostenibile (e c'è poco da fare) la presenza della gnoccona esperta di computer, del suo assistente di colore tutto matto e simpaticissimo, le gags (davvero poco riuscite) con il transfomer stereo (citazione dal vecchio ghetto blaster?) e tutto quello che interessa i militari (impressionante l'inutilità di Josh Duhamel, il signor Rompetti di Turistas). Veniamo alla parte finale, allo scontro tra robottoni: mai visto niente del genere. Le trasformazioni lasciano a bocca aperta e l'interazione tra digitale e live è perfetta (incredibile pensare che nello stesso anno sia uscito Fantastici Quattro e Silver Surfer che a confronto sembra Max Headroom). La parte in autostrada con le macchine che si trasformano in movimento è da alzarsi in piedi per l'eccitazione, da applausi a scena aperta... però Michael Bay sembra sempre inconsapevole di quello che fa, sembra non avere mai il controllo su quello che c'è sullo schermo. Nella parte finale i robottoni lottano in ambienti per loro ristretti (tra i palazzi della città) e il tutto non è mai completamente a fuoco o si muove a una velocità tale da risultare confuso. Peccato, perché l'idea di realizzare 40 minuti di film in cui la presenza umana è accessoria e ci si concentra solo su robot giganti che scagliano autobus in faccia ad altri robottoni giganti è "divertente". E con questo divertente si fa riferimento a quell'ingenuità della messa in scena che ultimamente si è vista solo nella sequenza con i tirannosuari nel King Kong di Peter Jackson e che a me fa venire in mente l'appena citato su questo blog A 30 Milioni di Km Dalla Terra. In un mondo migliore si potrebbe chiedere di più ad un film dele genere. Se alla regia c'è Mr. Pearl Harbour e questo è il risultato, se non è lecito stappare bottiglie di champagne poco ci manca.
FEDEmc
Megan Fox, tu che leggi questo blog, sappi che sei bellissima e se fossi in classe con te ti chiederi di venire con me al cinema a vedere I Transformers...
mercoledì, luglio 04, 2007
(nelle sale italiane dal 19 ottobre)
Il primo pensiero è ai poveri animatori della saga più fastidiosa dell’animazione, quella di Shrek, che dopo aver visto Ratatouille potrebbero aver l’insopprimibile bisogno di andare per qualche tempo a intrecciare ceste di vimini sull’Appennino Tosco/Emiliano.
Ogni film della Pixar, e questo ancor di più, costringe a recuperare come termine critico la categoria di progresso. E quindi, novelli Auguste Comte, si rimane a bocca aperta a vedere come vengono risolti alcuni tra i problemi più grandi dell’animazione digitale: l’acqua, le espressioni umane ei personaggi pelosi.
A ciò si aggiungono la riproduzione di Parigi, protagonista di una delle sequenze più toccanti del film, la risalita dalle fogne al tetto del ratto Remy – che si chiude con veduta a volo d’uccello sulla città – e la resa quasi sinestesica del cibo – ingredienti e realizzazioni.
Tutto ciò per dire che davanti a Ratatouille si sta a bocca aperta per l’esperienza della visione che dà, quasi travolgente. È su questa sensazione di realismo cartoonesco che poi si muove l’amore per i personaggi. La morale della favola è quella del pesce fuor d’acqua, dell’intruso in un mondo che non è il suo, cioè del ratto Remy che vuole diventare un grande chef.
Un sogno che è ostacolato dal suo essere ratto, dalla sua famiglia – che mangia spazzatura e odia gli umani come tutti i ratti rispettabili.
A suo favore un grande talento olfattivo nel riconoscere gli ingredienti, e una fervida immaginazione che prende le forme del grande chef Gusteau, autore del best seller “Anyone can cook” che ha folgorato Remy sulla via di Parigi.
Remy è l’ambizione, il desiderio creativo, che deve trovare un corpo, uno strumento: lo trova nel giovane Linguini, sguattero senza ambizione e senza talento, che diventa il suo braccio: Remy trova un accordo con lui, gli si infila nel cappello e lo manovra come se fosse un automa.
Da qui sono innumerevoli le gag fisiche, dagli allenamenti per cucinare alle effettive realizzazioni, e altrettanti gli equivoci e i sospetti sull’improvviso talento di Linguini (odiato dal piccolo capo chef Skinner), e un sacco di roba.
Compreso il personaggio più bello, il critico culinario mortifero e elitario Anton Ego, che causò con una recensione negativa il decadimento di Gusteau, protagonista della più bella epifania che io ricordi al cinema nel momento in cui assaggia la ratatouille preparata da Remy: momento che suscita risate a crepapelle con la commozione negli occhi. Alla fine la morale è quella vecchiotta del “se ti ci metti con impegno, puoi raggiungere qualsiasi risultato” (Marty McFly,1985), anche se impossibile. Ma comunque fulminante.
L’unico difetto è forse l’abbondanza, troppa roba, troppi personaggi, troppa velocità, troppa perfezione, il punto di vista non sta mai fermi, si salta da una situazione all’altra, in una specie di voglia di mostrare che davvero “tutto quello che a noi della Pixar salta in mente, viene bene: quello che scriviamo e come lo realizziamo, tiè”. Ma è un difetto di abbondanza, quindi bene.
Una prece: organizziamoci in anticipo per salvare questo film dal patrocinio di Slow Food.
manu
martedì, luglio 03, 2007
Inizia oggi un nuovo appuntamento con il blog di Seconda Visione: "Oggi abbiamo scaricato per voi" è una rubrica in cui film classici, improbabili, cult, sconosciuti, vengono recensiti. Ovviamente tutti questi film li abbiamo comprati in dvd: il titolo è solamente ruffiano.
Oggi abbiamo scaricato per voi...
Camorra, di Pasquale Squitieri, Italia 1972
Un film che sta a metà tra quello che era il poliziesco all'italiana e il film di denuncia "alla Rosi". Molto più verso il poliziesco all'italiana, a dire il vero. Di denuncia diretta c'è poco, a parte una figura di sindacalista appeso ai ganci di un macello. Protagonista Fabio Testi: ci vuole una discreta sospensione dell'incredulità per seguirlo durante il film, che viene messa a dura prova quando scopriamo che è un "guappo" di 25 anni.
Sceneggiatura rapida sulla scalata al successo del Fabione nazionale, con accenni melodrammatici sul finale. Ma alla fine il film non è male: spinge molto sull'azione, il che è cosa buona e giusta.
Moneyshot: l'arredamento della casa di Testi quando fa carriera nella mala. Un'accozzaglia così di trashdesign non si era mai vista nel cinema italiano.
A trenta milioni di chilometri dalla terra, di Nathan Juran, USA 1957
Una nave spaziale americana in missione su Venere atterra rovinosamente al largo delle coste siciliane, non lontano dal paese di Giara. Un bambino (Pepi) raccoglie dal mare un cilindro che contiene una creatura venusiana, la tira fuori e la vende per 200 lire ad un veterinario, che decide di portare la creatura allo zoo di Roma. Nel frattempo arrivano i capi dell'esercito USA in Sicilia, ma la creatura di Venere, a contatto con l'atmosfera terrestre, cresce a dismisura, combinando casini a dismisura, fino all'ovvio finale.
Ragazzi, non l'avevo mai visto: bello bello, soprattutto in lingua originale, con i siciliani che parlano un italiano convincente e spessissimo non tradotto. Il mostro venusiano è opera di Harryhausen, e lo fa lottare contro un elefante. Ho detto tutto.
Moneyshot: la scena finale, quando il mostro si rifugia sul Colosseo e viene preso a colpi di razzo dai pragmatici soldati americani. King Kong e l'Empire State Building sono dietro l'angolo.
Francesco
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