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giovedì, agosto 30, 2007
Niente Venezia quest’anno.
Dispiace più a noi che a voi, ma nessuno di noi (o forse qualcuno per due o tre giorni, ma non si sa) potrà essere al Lido per il festival e per recensioni lampo e varie ed eventuali.
Si chiede scusa.
Per ovviare al problema, si parla in ritardo di
Fast Food Nation di Richard Linklater
Se Michael Moore è un furbacchione, lo stesso non si può dire di Linklater. Ingenuo, fresco frescone, fesso. A scelta, vanno bene più o meno tutti.
Ci crede, candido, ai volantini che scrive e alla capacità di inviare il messaggio che gli hamburger – di oggi, quelli globali – sono male. E sembra che ce la possa fare, fino ad un certo punto, fino a quando non gli esplode tra le mani la bomba Ethan Hawke.
È proprio una questione di linearità del testo. La prima parte si incanala sui binari di un parallelismo tra vita degli immigrati clandestini messicani e l’indagine del capo della divisione marketing di una corporation di fast food (Greg Kinnear). Sono mostrate durezze, difficoltà, quotidianità con semplicità e pulizia di sguardo.
Poi arriva Ethan Hawke: che interpreta più o meno se stesso, cioè un reduce dagli anni novanta che protestava perché il mondo migliorasse imitando i propri padri e invita i giovani a imitare lui che imitava i propri padri. Un gioco di specchi che potrebbe essere interessante, se non fosse per il fatto che a Borges riuscivano meglio e che quello che si riflette sono frasi del tipo: “devi essere te stesso!”, “devi prendere in mano la tua vita!”, “sii spontaneo!”, “se migliori te stesso, migliorerai il mondo!”.
È come una mina di ovvietà sotto il sedere del film: a quel punto ci può stare anche che entri in scena Massimo Boldi nel ruolo di Hegel, e lo si accetta supinamente.
Si perdono i personaggi le vicende, la semplicità diventa banalità: si potrebbe dire che si è banali per parlare di un mondo banale, si è ignoranti per riflettere l’ignoranza del mondo – rappresentata dal cinismo di Bruce Willis, dall’ingenuità dei giovani ambientalisti e no global, dalla rassegnazione con cui i poveri accettano la loro vita.
Ma ci passano oceani tra il non volere racchiudere in una sintesi troppo stringente i rivoli narrativi e visivi, e avere un film che sbatte da ogni parte senza sapere dove andare. Ma è tutta colpa di Ethan Hawke: entra in scena e in quel momento sembra qualcuno sul set si metta a gridare:“Ehi, mi sono rollato cento canne con le ultime pagine dell’unica copia della sceneggiatura, ma non preoccupatevi, ho tutto stampato nel cervello”. Poi collassa a terra.
La denuncia quindi rimane superficiale, e non basta il pugno allo stomaco delle immagini del macello degli animali su musica struggente (a proposito, che pezzo è). È la famigerata “arma Coldplay”, detta anche l’ultimo rifugio delle canaglie. Hai delle immagini forti che “in sé” – questa affermazione è suscettibile di obiezioni, da trattare in separata sede – che potrebbero suscitare un senso “denso” e forti emozioni, ma per cercare il livello di coinvolgimento più basso, più facile, magari (Linklater non lo fa) per non sbagliare le si rallentano un po' e si piazzano delle belle dissolvenzone a nero.
Ecco, rimandando questioni di morale, è proprio l’idea che si scelga la via più becera nel momento in cui si vuol dire qualcosa che ha qualcosa di sbagliato. Anche a livello di efficacia comunicativa.
Manu
mercoledì, agosto 29, 2007
Sicko, Michael Moore, USA 2007
Diciamolo subito e leviamoci il pensiero: Michael Moore è un furbacchione. Mica ce ne siamo accorti con questo suo ultimo film. E' perlomeno dal non riuscito Fahrenheit 9/11 che nutriamo dubbi su Moore. Ma - e questo ci frega - è un furbacchione simpatico e stana in noi gli stessi sentimenti, le stesse reazioni immediate che talvolta abbiamo dopo una puntata di Report, con le dovute differenze, come vedremo.
Un'altra cosa che è lampante negli ultimi due lavori di Moore è che l'unico pubblico per cui sono pensati i suoi film è una platea di americani medi: il bene di Sicko è che Moore smette di parlare con pretese universalistiche ed ecumeniche, e lui stesso recita la parte dell'americano tonto, che rimane sbalordito di fronte agli splendidi (?) servizi sanitari cubani, francesi e britannici.
Fatte queste premesse, che dire di Sicko? Che indigna, fa sorridere, commuove, fa riflettere. Banalità, in un certo senso. Ma quello che funziona stavolta è la forma: Moore forse ha capito, finalmente, di non essere un documentarista, e si mette mani e piedi nel film, lo ritma molto bene, provoca, viaggia, indica cifre con cui sono stati "legalmente corrotti" politici americani, e perfino George W. (ohh, pensate). Sempre, però, cercando di fare leva e di muovere il pubblico americano, giocando sull'11 settembre, su Guantanamo e sul nemico di sempre, Cuba, senza curarsi troppo di fare approfondite ricerche su come veramente i cubani possono usufruire di certi servizi. Ma, appunto, Moore non è un giornalista, né un documentarista. Non che questo, tuttavia, possa essere una scusante.
Un'ultima nota: vi lascio il link al discorso che fa Tony Benn a Moore. Un minuto e mezzo di lucidità assoluta.
Fra
lunedì, agosto 27, 2007
Oggi abbiamo scaricato per voi...
I fichissimi, di Carlo Vanzina, Italia 1981.
Ebbene sì, non avevo mai visto questo film, quinto film da regista di Vanzina, passato alla storia per scene come questa. Quando si scopre che i protagonisti si chiamano uno Romeo e l'altra Giulietta, e che uno è interpretato da Jerry Calà e l'altra da una che poteva stare benissimo nel cast de I cinque del quinto piano, beh, non prende benissimo. Diciamo che la suspence della trama va a farsi benedire dopo cinque minuti. Ci sono, qua e là, pallidi tentativi di rappresentare "iggiovani" dell'epoca, ma in confronto Drive In era un testo accademico. Tuttavia è anche un film in cui Abatantuono viene lasciato a briglia sciolta, e può permettersi di recitare anche "buttando via" battute e invenzioni. Oh, che vi devo dire? A me lui fa ridere, e di brutto. Da qui a immettere anche questo film nella cloaca maxima della rivalutazioni, ne passa, sia chiaro.
Moneyshot: Jerry Calà sulla Ferrari del cumenda che scappa con Abatantuono, sui pattini, che si tiene al finestrino della fuoriserie. Incidente finale per conseguente imprevista (?) svolta narrativa.
I maghi del terrore, Roger Corman, USA 1963
Inizia come un classico film dell'A.I.P. tratto da Poe (e infatti il titolo originale è The Raven). Dopo cinque minuti si capisce che c'è qualcosa che non va, quando un corvo parlante inizia a fare battute caustiche nei confronti di Vincent Price. Quando il corvo si trasforma in Peter Lorre e i due vanno dal mago cattivo, Boris Karloff, beh, ci si rende conto che si è dalle parti del genio puro.
Un film divertentissimo e surreale, che vede - oltre ai citati protagonisti - anche un giovanissimo Jack Nicholson (da sempre nella scuderia di Corman) e Richard Matheson alla sceneggiatura. Amici cari, una bombetta di film, non lasciatevelo sfuggire. Voi-sapete-come.
Moneyshot: la sfida finale tra Price e Karloff, a colpi di magie assurde ed effetti speciali commoventi, commentata da una musica che parodizza ciò che si vede sullo schermo, dalla corrida a una marcia funebre. Una scena che potrebbe tranquillamente stare in un cartone di Tex Avery.
Fra
venerdì, agosto 10, 2007
Abbiamo scaricato per voi
Amore a doppio senso di Dan Ireland (The Velocity of Gary, USA, 1998)
Film ideale se si ha una malata nostalgia degli anni 90. Sorpassa a destra Swingers e Reality Bites: in più presenta il tutto senza l’apparente vitalità di questi ultimi, ma come collezione tematica di stereotipi con quasi il rigore del saggio teorico (inconsapevole).
Aids; sessualità aperta ma sofferente; il bar dei bassifondi che chiude per lasciare spazio a un negozio di vestiti; i trans acidi e simpatici; il giovane travestito che arriva dalla provincia, sordo, malmenato, trascurato e che muore in un incidente stradale; l’elaborazione del lutto; inserti in bianco e nero e altri formati e viraggi; i vampiri; la fascinazione per il mondo del porno; la fascinazione per il mondo degli esclusi, che con una vaga connotazione razzistica vengono dotati di un mondo interiore e di un’umanità che gli altri se li sognano; vaga e ignorante religiosità spacciata per profondità; letterarietà a tocchetti travestita da profondi filosofeggiamenti; metacinema cialtrone; frasi storiche a ogni angolo di strada del genere“la vita è una scatola di cioccolatini”; Ethan Hawke che fa il tatuatore creativo con la corona di spine tatuata sulla fronte ecc.
Per capirsi, si narrano le vicende di Vincent D’Onofrio che fa un ex attore porno malato di Aids, che prova a sbarcare il lunario dividendosi tra l’amore della cameriera caliente Salma Hayek e del quello del figaccione Thomas Jane.
Moneyshot: sarebbe Ethan Hawke artista tatuatore, ma è come giocare contro una squadra senza portiere. Si potrebbe votare il flashback in bianco e nero del sesso in una lavanderia a gettone tra Vincent D’Onofrio e Salma Hayek visibile dal riflesso dell’oblò di una lavatrice in funzione
After the Sunset di Brett Ratner (USA, 2004)
Commedia sofisticata in cui Brosnan gioca le fiches del fascino post bond interpretando un inafferrabile ladro di gioielli che si ritira in pensione su un isoletta tropicale, e battibecca con la compagna Salma Hayek e con il poliziotto cialtrone Woody Harrelson che lo vuole incastrare. Duetti che strappano il sorriso, soprattutto quelli tra i due uomini. Il tutto in una confezione da depliant Alpitour, ma si può soprassedere, se si ha buon cuore.
Moneyshot: le facce di Brosnan e Harrelson quando, costretti a dormire assieme per causa di forza maggiore, vengono scoperti da estranei che suppongono una relazione tra di loro. Fa molto ridere.
Hotel di Mike Figgis (GB/Italia 2001)
Perché non l’avevo ancora visto? Mea culpa, mea maxima culpa. Era lì, a portata di mano e l’avevo sempre ignorato. Come ho potuto. Imperdonabile.
Un Greenaway ignorante e senza cultura visiva. Un Von Trier senza provocatorietà e cinismo. Un Soderbergh con desiderio autoriale e complesso di inferiorità ancora maggiori.
Ma è più di così, non gli si rende giustizia.
È come se gli alieni avessero rapito un gruppo di matricole del Dams per prelevare loro un pezzo – consistente – di cervello – e poi le avessero messe a capo di un progetto creativo per rielaborare l’intero palinsesto giornaliero di E! Entertainment, con le idee ricavate da una sintesi dei temi in classe dei maturandi italiani su Pirandello, da realizzare con i mezzi di TeleLomellina, dopo aver fatto ingurgitare Lsd a tutti i tecnici, omini del catering e signore delle pulizie comprese.
Un dvd da tenere in tasca per zittire chiunque pronunci la parola “postmoderno” con fare supponente. Glielo si ficca in bocca e poi si può andarsene a casa con le braccia alzate dicendo “Ho ragione, ahahaha”. Folgorante e a dir poco epocale: è l’asso pigliatutto del Bruttissimo Cinema Postmoderno (copyright Violetta)
Moneyshot: la sua stessa esistenza
manu
lunedì, agosto 06, 2007
Lo stato dell’arte
(e dello stato del dibattito)
(ringraziando p. e vari altri per il contributo serio)
È una giornata di sole, ma triste. Sono scomparsi in due giorni Ingmar Bergman e Michelangelo Antonioni. Due menti illuminiate decidono di celebrarli come meritano: sono un editorialista di Repubblica, che cerca qualcosa tra i ricordi di quando andava a rimorchiare ai cineforum, aiutandosi con i VHS e i Castori in omaggio con L’Unità, e un gggiovane turco, che avrebbe voluto rovistare tra i ricordi, ma quando andava lui ai cineforum non si rimorchiava, anzi, il popolo bue gli tirava i gavettoni. Quindi anche lui si arrangia con i VHS e i Castori in omaggio con L’unità.
ER: In questo periodo, in cui la gente arrostisce su una spiaggia affollata senza pensieri, e i giornali si incaricano di riflettere questo vuoto pneumatico parlando solo di temperatura percepita, calciomercato e prodotti di bellezza, il destino cinico e baro assesta al mondo dell’arte e della cultura un terrificante uno-due…
GGGT: ma quale mondo dell’arte e della cultura: quei due per la vita erano già morti e sepolti, anzi erano già passati nel momento in cui giravano i loro presunti “capolavori”, già datati in quanto prese dalle onde della storia senza esserne parte!!!
ER: Ma,appunto, erano capolavori al di fuori della storia, si ergevano come moniti per una povera umanità senza speranze e senza guide, travolta dall’industrializzazione, dalla spersonalizzazione, dall’individualismo!!! Ci lasciano soli con i kolossal tutti muscoli ed effetti speciali e niente cervello! Ci lasciano soli con Michael Bay! E a noi non resta che ricordare vere e proprie icone della cultura del ‘900 come la partita a scacchi con la morte!!!
GGGGT: ah, maledetto tu dell’establishment che propina gusti falsi e incomprensione dell’arte! Schiavo delle multinazionali e del consenso controllato! Che significato oggi ha la partita a scacchi con la morte, quando quel genio di Michael Bay mostra a tutto il mondo – con il suo seminale ed epocale Transformers – che ormai noi uomini, e il Cinema, stiamo giocando con la morte alla Playstation 2!
ER: ah, non dire quel nome! Ma lo sai che a dire Playstation 2 senza una riflessione sociologica negativa si finisce nel girone infernale dei “Giovani delle High School del Nord Dakota che, dopo una partita ad uno sparatutto, uccidono civili innocenti con un UZI”??
GGGT: e che importa dell’inferno, io me ne faccio un baffo! Io devo dire la verità: che Antonioni e Bergman erano due rincoglioniti, che le poche cose buone che hanno fatto sono state ingoiate dal mainstream, e da tutti coloro per cui la cultura è un museo che non va toccato! La vitalità è altrove: Micheal Bay, Brett Ratner, Gore Verbinski! Sono loro che buttano il cinema verso il futuro, e nelle loro apocalissi hollywoodiane riflettono la sparizione della visione del mondo contemporaneo. Altro che quella sopravvalutata incomunicabilità
ER: ma quella esiste! Ed è reale, perché i giovani d’oggi non sanno fare 2+2, è perché non si parlano più. E tutti davanti a quei piccoli schermi a schiacciarsi i brufoli: non c’è più dialogo, non c’è più la vita vera! E Antonioni nei suoi film rende tangibile questo disagio che era presente in sottofondo nella cultura italiana. Dava forma alle ombre della gioiosa epoca del boom.
GGGT: Ma tu, o schiavo del senso comune, non tirendi conto ci sono più ombre del boom dall’espressione contrita di Al Bano in un musicarello , quanto soffre per amore per Romina, che in tutti i silenzi di Monica Vitti e in tutte quelle sporadiche frasi simboliche!
ER: ah, ma le donne: la Vitti, Lucia Bosè, Liv Ullman, Bibi Anderson! Erano due grandi cantori dell’universo femminile, nel momento in cui cercava di emanciparsi e di garantirsi uguaglianza nel rispetto della differenza.
GGGT: Queste donne algide, sezionate in quanto esseri sensibili alla percezione del disagio, erano loro l’unica via di fuga del loro cinema imbalsamato. Ma lo erano in quanto corpi, refrattari alla messa in scena di due registi che consideravano la mente e lo schema come superiori alla fisicità. Ah, la schiavitù platonica, ah questa insulsa, occidentalista e modernista illusione di privilegiare la cognizione rispetto al travolgente potere della percezione pura!
ER: Ma loro erano Passione. Erano la passione del bello novecentesco, rielaborando l’onirismo, la psicanalisi, il surrealismo, davano forma ad un sentire che se n’è andato e che non tornerà.
GGGT: Ah! Non nominare onirismo e surrealismo! Ma lo sai che se li nomini senza distacco critico finisci nel girone infernale dei “Sempliciotti del popolo bue che credono che il Cinema sia fatto della stessa materia di cui sono fatti i sogni”!
ER: Ma il cinema, anche quello hollywoodiano negli scarsi e rari casi in cui riesce ad uscire dalle ferree regole del marketing e delle formulette belle e pronte, fa sognare! E Antonioni e Bergman, con i silenzi delle donne, con la cura formale che oggi non ci mette più nessuno (dove andremo a finire, nemmeno il salumiere mette più perizia nel tagliare la mortadella), ragionavano e insegnavano sui sogni
GGGT: ma sono vecchi! Passati! Andati! Loro non avevano più niente da dire, e i sogni oggi sono quelli di Hulk, di Spielberg, del cinema che ha superato il corpo degli autori per diventare corpo del mondo nella visione globale della visione che sparisce.
ER: eh?
GT: Lo vedi che non capisci, è la visione che ti manca. È una cultura sclerotizzata che ti impedisce di vedere al di là del tuo naso e di vecchie categorie. Antonioni e Bergman non sono morti, si sono trasformati in altro.
ER: Sono d’accordo: non sono morti.
GGGT: no, sono eterni, come eterne sono le immagini in movimento, e la loro forza rimane a bruciare nell’eterno tabernacolo del Cinema in quanto Cinema e solo Cinema.
ER: si, e noi dobbiamo sforzarci di mantenere vivo il buon cinema di qualità che loro hanno creato. Noi uomini di oggi di buona volontà e di capacità intellettive sufficienti, abbiamo il dovere della memoria, di celebrare le loro opere, di insegnare ai giovani che cosa può trasmettere il cinema.
GGGT: Viva il buon cinema!
ER: Viva la morte che gioca a scacchi con il cavaliere!
GGGT: Viva la ripetizione insensata di gesti vuoti!
ER: Viva i capelli che dolgono!
GGGT: Viva i primi piani di donne svedesi!
ER: Viva i primi piani di donne silenti!
GGGT: Viva le sequenze oniriche!
ER: Viva la foto che rivela di più dell’occhio nudo!
GGGT: Viva l’occhio nudo che si rivela nella foto!
ER e GGGT: (assieme, all’unisono, in una scena che Frank Capra manco se la sognava, urlano):Viva il Cinema di qualità che noi capiamo e supportiamo!
Mano nella mano, ER e GGGT se ne vanno verso un tramonto in technicolor.
(avevo scordato la firma)
manu
venerdì, agosto 03, 2007
Obituaries. Michelangelo Antonioni
Scuse in anticipo ai lettori per la lunghezza e per la seriosità. Ma se non si è lunghi e seriosi per lui...
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Per quelli che hanno tra i 25 e i 35 anni (sicuramente per chi scrive e per il resto di secondavisione), il colpo d'amore cinefilo non è dovuto a un cineforum+dibattito con film di Bergman o Antonioni, ma a un passaggio televisivo di Woody Allen, Sergio Leone o al provvidenziale abbassamento del divieto ai minori di Pulp Fiction nel 1995. Per farla semplice, ci si è innamorati di cinema che già aveva masticato altro cinema.
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Una delle maledizioni del b-movie italiano è (era?) quella delle morti coincidenti. Mario Bava è morto nello stesso giorno in cui è morto Hitchcock, Lucio Fulci quando è morto Kieslowski e Riccardo Freda con Bresson. Spero di non risultare cinico, ma quando ho saputo di Bergman mi sono chiesto: di chi sarà il turno?
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Come si fa ad amare Antonioni? Antonioni è noioso. I suoi film spesso non hanno storia, sono mal recitati e pieni di battute che neanche Carmelo Bene. Antonioni è inattuale (quasi quanto Bergman). Quel tipo di borghesia è esistita per 5-10 anni, oggi chissà. La visione dietro la visione, l'abisso dell'immagine che non tocca il reale possono essere geniali interrogativi, ma anche paturnie da cialtrone (tali sono spesso nei suoi epigoni). Fellini vuol dire: circo, sogni, epifanie, Romagna, donne con le tette grosse. Antonioni vuol dire: nulla, o meglio: niente di preciso.
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Luoghi comuni da incolto venuto su a belve col mitra e dottoresse del distretto? No: critiche che hanno accompagnato il regista ferrarese già dal suo periodo d'oro. Basta leggersi la recensione di Giuseppe Marotta a L'avventura, antologizzata da Claudio Bisoni nel suo recente La critica cinematografica. Metodo, storia e scrittura.
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E allora come si fa ad amare Antonioni? La motivazione linguistica non tiene (“è un innovatore”). Tanti provano a sperimentare o a rivoluzionare il linguaggio del cinema, pochi ci riescono. Chi può giudicare questo in termini di valore o distinguere le intenzioni dai risultati?
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Eppure certe cose restano in mente. Il grido (1957), tanto per fare un esempio non casuale. Non si può raccontare un film dove il mondo non ha organizzazione, dove si gira per niente, dove improvvisamente il fondale diventa più importante e più significativo delle persone.
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Come si fa ad amare, o apprezzare, Antonioni e anche il cinema di serie b? Ci vuole una certa dose di snobismo culturale, senza dubbio. Ma siamo sicuri che basti?
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Antonioni è l'unico maestro del cinema ad avere girato regolarmente su commissione. Videoclip per Gianna Nannini, spot per la Regione Sicilia. I tre volti (1965) per De Laurentiis, lancio fallito della principessa triste Soraya. Gli interni del peplum Nel segno di Roma (1959).
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In Antonioni, nei capolavori come Il grido, nei film indifendibili come Deserto rosso o in quelli mortalmente noiosi come L'avventura, c'è dentro tutto il cinema moderno. Le pause, le semplificazioni, le incongruenze, il dialogo che sostituisce l'azione, l'azione singolare e memorabile, lo spazio che prende il sopravvento. “Mi fanno male i capelli” fa rima con “Sono una medium inconscia”. La città vuota de L'eclisse è identica a quelle viste mille volte negli anni '60 e '70 del fantastico e del poliziesco.
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La parodia di Antonioni è virtualmente impossibile o non può esercitarsi tramite l'abbassamento. Per prendere in giro Antonioni non lo si può abbassare al proprio livello: bisogna elevarsi al suo: C'eravamo tanto amati (1974), Dramma della gelosia – tutti i particolari in cronaca (1970).
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In Antonioni, molto più che in altri, c'è qualcosa che sfugge all'accademica perfezione dell'autore e si confonde con la sporcizia del moderno. Forse proprio quello che lo rende così irrimediabilmente datato è ciò che permette, di tanto in tanto, di amarlo oltre che apprezzarlo.
p.
giovedì, agosto 02, 2007
L'anno che verrà (l'angolo del pregiudizio formativo)
Dopo le edizioni 2004, 2005 e 2006, ecco ciò che ci attende da qui alla fine del 2007.
O. C. (Oh, Cristo!)
Ciak definisce Il bacio che aspettavo "a metà tra Il laureato e La mia vita a Garden State": iniziamo bene. Carter (Adam Brody di O.C.) va a trovare la nonna, rimane affascinato da Meg Ryan, donna bella e matura ma (va') in crisi e con cancro al seno e ci si mette in mezzo la figlia di lei.
Durasse 50 minuti, almeno...
"Mmmm, che profumino, che avete cucinato di buono oggi?" (*)
Kate è una top chef in un ristorante di lusso, ma le capitano delle sfighe, e si scontra con Nick, che la sostituisce al ristorante, è un grande cuoco, che (in-cre-di-bi-le) ama la cucina italiana e le melodie di Puccini. I due si innamoreranno, al suono delle musiche di Philip Glass. Il film si chiama Sapori e dissapori.
Un'Alka Seltzer, grazie.
Parigi val bene una messa (in scena)
Della serie: persone che non si accontentano, Julie Delpy si fa un film. Nel senso che lo scrive, lo interpreta, lo monta, scrive le musiche, mette nel cast mamma, papà e sorella, per una storia originalissima che ironizza sulle differenze tra newyorkesi e parigini, americani ed europei e probabilmente anche nord e sud, bianco e nero, destra e sinistra e sopra e sotto. 2 Days in Paris è il titolo, nei nostri cinema tra un mesetto.
Tell my why
L'accoppiata cinema/Beatles ha avuto come ultimo grande momento Yellow Submarine, e sono passati quasi quarant'anni. Ma qualcuno ci riprova, in Across the Universe, un film che mischia live action, marionette e animazione, per raccontare una storia improponibile, che usa i nomi dei protagonisti delle canzoni dei Fab Four, mischiando il glamour Sixties con la guerra in Vietnam e facendo cantare a Bono "I am the Walrus".
Aridatece A Hard Day's Night.
E' caduta una stella
Tristan cerca di conquistare Vittoria portandole una stella caduta, e la va a cercare in lande misteriose. Ma anche i cattivi vogliono la stella. E già che ci siamo ci mettiamo anche dei fantasmi e una strega cattiva. In Stardust è coinvolto anche Robert De Niro che interpreta un personaggio chiamato Capitano Shakespeare e Michelle Pfeiffer che fa la strega cattiva e viene invecchiata a botte di lattice. Evidentemente hanno fatto investimenti sbagliati.
Terital
Un commerciante di bachi da seta si innamora di una donna. Fine.
Oh, del resto il libro da cui è tratto è spesso la metà delle istruzioni della mia nuova macchina fotografica.
Ebbene sì, dopo tanti rinvii (chissà come mai), alla fine di ottobre dovrebbe uscire Seta, sceneggiato dallo stesso Baricco.
Tremiamo.
Botte prima degli esami
Cast che vince non si cambia, al massimo si mischiano un po' i ruoli. Diego (Nicolas Vaporidis) è un bulletto de periferia, che pesta i piedi al boss che tutto sa e tutto controlla, il Primario (Giorgio Faletti), che a sua volta approfitta di Asia (Carolina Crescentini), senza sapere che è la ragazza di Diego. Fausto Brizzi scrive, Marco Martani (esordiente) dirige. Il titolo? Cemento armato. "Nero, nero, nero, molto nero..."
Forse era meglio la peste
Era un po' che non si prendeva un bel romanzone del premione Nobelone Garcìa Marquez e se ne faceva un filmone. Ci pensa Mike Newell, che gira L'amore ai tempi del colera e lo fa interpretare da Javier Bardem e (udite udite) Giovanna Mezzogiorno. Dato che il film è ambientato in un periodo che va dal 1870 al 1940, anche in questo caso metà del budget è andato in protesi al lattice per invecchiare gli attori.
Visto che esce in contemporanea, è la volta che vado a vedere Neri Parenti, sotto Natale.
Francesco
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