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domenica, settembre 30, 2007
Oggi abbiamo scaricato per voi...
Scontro bionico, di Alan J. Levi, USA 1989
Doveva essere il pilot per una nuova serie "bionica", si è rivelato un flop. Strano. Perché la storia è interessantissima. L'uomo dai sei milioni di dollari e la donna bionica lavorano per un'organizzazione di buoni che combatte i cattivi, ma non solo, investe anche nella creazione di nuovi esseri umani bionici. Proprio alla vigilia di un evento sportivo che dovrebbe riunire USA e URSS (guardate la data, ragazzi, Rocky IV era uscito da poco) un cattivo bionico ruba dei piani di difesa e l'uomo da sei milioni di dollari e la donna bionica dovranno combattere contro di lui e la sua organizzazione. Non da soli, però: saranno affiancati da un ragazzo innamorato di una ragazza che, grazie ad un'operazione bionica, ha potuto abbandonare la sedia a rotelle e si infiltrerà nei giochi qualificandosi per la finale dei 400 metri. Forse è tutto? No, perché la ragazza è interpretata da una giovanissima (rullo di tamburi) Sandra Bullock. Doppi, tripli e quadrupli giochi risolti in due secondi grazie ad un montaggio fatto col trinciapolli, per un film per la televisione che ha un numero di cazzate proporzionale a quello di un episodio di una delle serie che abbiamo amato da ragazzini. Solo che qui, in un'ora e mezza, le cazzate restano e diventano macroscopiche.
Moneyshot: la donna bionica e Sandra Bullock che fanno l'allenamento bionico in un parco con le note di "Step by step". E stavolta potete anche vederlo: su YouTube c'è praticamente tutto il film, basta mettere come parole "bionic showdown".
Il demonio, di Brunello Rondi, Italia/Francia 1963
Sulla scia degli studi antropologici ed etnologici sul meridione degli anni '50, una storia di "possessione" ambientata in Lucania. Lo sguardo di Rondi è documentaristico, ma coglie bene la costrizione che subisce la protagonista (Daliah Lavi), schiacciata dalla comunità e dal suo "cattolicesimo animista", ma allo stesso tempo incapace di andarsene davvero. Il film pecca perché perde spesso il filo della storia, comunque esile, ma è efficace e impressionante per quanto riguarda la raffigurazione della religiosità di una piccola comunità rurale, un culto quotidiano fatto di riti che mischiano il sacro e la terra, che respingono e ricercano la sessualità. Da vedere.
Moneyshot: la scena dell'esorcismo, con l'indemoniata che parla lingue "sconosciute" e cammina rivoltata all'indietro. L'esorcista di Friedkin è di dieci anni dopo, ma le somiglianze sono stupefacenti.
Fra
lunedì, settembre 24, 2007
I Simpson - Il film (David Silverman, USA 2007)
Rispondiamo subito alla domanda che ci siamo posti appena abbiamo avuto le prime notizie di questo film: sì, i Simpson ce la fanno anche sulla lunga distanza. Patendo un po', ovviamente, il fatto che non siano nati per coprire lunghezze del genere. Una puntata de I Simpson dura una ventina di minuti, il film (per fortuna) meno di un'ora e mezzo. Una puntata è strutturata su una falsa pista narrativa iniziale che funge da innesco per la trama principale. Il film ha la stessa struttura, ma moltiplicata e un po' stiracchiata. Se il ragazzino per cui Lisa si prende una cotta torna, alla fine, l'ormai mitico SpiderPorc fa la sua (strepitosa) comparsata funzionale-all'azione e scompare. Negli episodi della serie, oltre al centro sulla famiglia, c'è di solito spazio per i personaggi di contorno e gli estranei (spesso doppiati da personaggi famosi), abbastanza rispetto alla durata dell'episodio stesso. Qui c'è molto la famiglia Simpson, molto meno tutti gli altri (con l'eccezione di Flanders, sui cui ritorneremo).
Ma, ripeto, sono evidenti scotti da pagare per il passaggio dalla serie al film. Ad un livello macronarrativo, invece, si avverte un po' un senso di appiattimento: ci sono numerose gag divertenti, ma il gusto surreale delle migliori puntate della serie è sostituito da una comicità che fa sorridere, ma sorprende poco. In particolare l'unico personaggio esterno a cui viene dato un po' di rilievo, cioè Flanders, viene perfettamente inserito insieme a Bart nell'archetipo dell'"altro padre", sostitutivo di Homer. Certo, il tutto è declinato con ironia e sarcasmo, ma rimane il fatto che ci sia stato quasi bisogno di appoggiarsi, narrativamente parlando, a una forma solida e tradizionale. Poi, che c'entra, si ride un sacco. Tuttavia, teniamo per buono il tentativo, sperando sia un'incursione una tantum in un terreno che ai Simpson non appartiene molto.
Fra
Sempre sul pezzo
Repubblica (cartacea) oggi titola: "Tutti pazzi per Dick. Hollywood rilancia Mr. Blade Runner".
Si accettano scommesse sui prossimi scoop:
- "Hollywood scopre i giovani talenti della penna: pronti gli adattamenti di Stephen King e John Grisham"
- "Remakemania: Hollywood in crisi di idee?"
manu
venerdì, settembre 21, 2007
Chiusura del casting
 Amiche, avete ancora un paio di giorni per presentare la vostra candidatura come conduttrici per la nuova edizione di Seconda Visione. Sono arrivate moltissime domande, rispetto a quello che ci aspettavamo, e il livello è stato molto buono.
Insomma, accetteremo solo le mail che arriveranno fino alla mezzanotte di lunedì 24 settembre. Poi decideremo.
La trasmissione, lo ricordiamo, inizia il 9 ottobre.
La Redasiùn
P.S. Trovate tutte le informazioni e i consigli qui.
martedì, settembre 18, 2007
Venezia a Milano a casaccio
Quest'anno oltre a non essere a Venezia mi sono trovato rinchiuso in una miniera di carbone durante le proiezioni a Milano. I film che mi interessavano o non c'erano, o io ero in miniera, o uscito dalla miniera non avevo voglia mezza. Quindi visioni completamente a casaccio.
Non pensarci di Gianni Zanasi
Da Venezia giungevano voci non controllate che fosse l’unico film italiano decente proiettato, lasciato fuori dal concorso perché senza distributore. Ora il distributore ce l’ha e prima o poi uscirà nelle sale.
Mastrandrea, il romagnolo meno credibile della storia, ma per fortuna non ci prova nemmeno a mettersi nel registro della credibilità, da Roma torna nella natia Rimini (o giù di lì) in crisi nera perché la sua ragazza lo ha tradito con Gabriellini e perché non riesce a ricomporre nulla.
Quindi, da alterna metropolitano si ritrova sperso nella vita di famiglia e di provincia, probabilmente ancora più fuori luogo di quando se n’era andato: la fabbrica di famiglia in crisi, il fratello sbroccato, la famglia presa da confessioni inutili e dannose di segreti tenuti per anni.
Divertente, anche perché Mastrandrea è assolutamente in parte nell’alieno che ritorna sul pianeta natale è scopre che tutto è cambiato perché tutto resti uguale. Lui che applica griglie di lettura sbagliate, che prova a cercare di far fuggire i nipoti, che si trova a prendersi delle responsabilità che non si è mai voluto prendere e che, soprattutto, nessuno gli voleva dare. In questo emergono anche dei tratti soffocanti che danno anche una profondità al ritratto.
Forse il tutto mostra la corda quando si arriva alla necessità di giustificare “psicologicamente” le azioni, quando si pone la necessità di una riflessione sul “verosimile” sia a livello di narrazione – di sceneggiatura, tocca approfondire i personaggi – sia a livello di comicità – si fa ridere ma si fa anche pensare, lo slogan più devastante degli ultimi vent’anni, pari solo al “Sii te stesso, sii spontaneo”. Su tutti la crisi di Battiston (cui devono dare qualche altro ruolo rispetto al ciccio ingenuo dal cuore d’oro) che viene risolta da una prostituta dal cuore d’oro che si fa sedurre dal bambino che è in lui. Insomma, si passa da una buona schematizzazione a pessimi sociologismi Ma alla fine sono peccati veniali: l’affresco generale funziona, che mostra un mondo sempre uguale non toccato dalle azioni annoiate dei personaggi.
Forse il ritorno straniato nella provincia può essere una soluzione per la commedia italiana degli ultimi anni: basta stronzi che trovano la pace con se stessi in casolari ristrutturati, con la provincia vista come eden lontano dallo stress metropolitano, e invece guardare alle contraddizioni si un mondo fintamente sempre uguale. Era così per Texas di Paravidino, che peccava di eccessiva ambizione e non di mancanza di spunti e, in parte, nella prospettiva (esattamente opposta a quella del personaggio di Mastrandrea) di Caterina va in città. La prova è forse l’orrido Provincia meccanica, programmatico fin dal titolo, in possesso di una tesi talmente stracca che Emilia Paranoica diventava un testo di Simmel, che denuncia le mancanze strutturali di ciò che è programmatico nel cinema italiano, non perché non si possano fare dei film a tesi, ma perché la forza intellettuale del cinema italico di oggi non permette queste soluzioni.
Staub (Dust) di Hartmut Bitomsky
Solo un tedesco – e mi scuso per l’ipotesi genius loci – che si chiama Hartmut Bitomsky poteva fare un documentario sulla polvere nella vita umana e nel mondo di oggi. Ma soprattutto farlo in questo modo: prendendo tutti gli aspetti, intervistando a lungo scienziati, artisti che usano la polvere, produttori di aspirapolvere, maniaci della pulizia, matematici e affini, ogni tanto intervallati da una voice over da Tramonto dell’occidente che ricorda la centralità dell’infinitamente piccolo e il caos che domina l’esistenza umana. Il che è affascinante, in un certo qual modo.
Riassumibile in “Polvere sei e polvere ritornerai”, una visione estenuante tranne per il momento di giovialità la pazza che colleziona, cataloga e definisce, i “gatti” (non conosco il termine italiano esatto, forse lanugini), cioè i grumi di polvere che si formano soprattutto sotto il letto e che continuano ad apparire dopo che hai lavato casa tua per ore.
Bianciardi! di Massimo Coppola
Documentario toccante sullo scrittore grossetano dagli inizi, al successo della Vita Agra, alla parabola discendente che lo portò alla morte. Didattico senza mai essere didascalico, diretto, informativo nel senso buono del termine, con un ottimo utilizzo del materiale di repertorio e delle belle interviste a coloro che lo conobbero. Anche la scelta del bianco e nero, e la fotografia “bruciata” si integrano alla perfezione con il progetto generale di una narrazione senza fronzoli (perfettamente cronologica) che tocca tutti i punti, anche i più bui, della biografia di Bianciardi. Consigliato a tutti i fan, come lo scrivente, de la Vita Agra e dello scrittore in genere, ma pure a tutti gli altri.
Riflessione a latere che non c’entra nulla con il documentario, ma più generale: per quanto la vita sia agra tutt’ora, forse a quarant’anni di distanza le forme della critica all’alienazione – che è un universale o giù di lì – dovrebbero trovare delle forme particolari diverse. La vita agra rimarrà sempre, fare La vita agra 40 anni dopo non ha molto senso. Ma ciò non c’entra molto col film.
Sleuth di Kenneth Branagh
Remake dell’ultimo film di Joseph Leo Mankiewicz, tra i registi più sottovalutati della storia del cinema, ispirato dalla commedia di Anthony Shaffer, ma sceneggiato (quest’ultimo) da Harold Pinter che esplicita ed evidenzia la tensione omosessuale tra i due. Bello, teso, teatrale ma meraviglioso, da vedere in lingua originale per non perdersi la recitazione di Jude Law e Michael Caine (si tratta sempre di un dialogo tra due personaggi soli che dura per un’ora e mezza, se si perde il recitare si perde molto del gusto). Michael Caine, protagonista anche che del primo, cambia ruolo – nel primo faceva Milo, il parrucchiere working class, ora fa il ricco scrittore – ma è sempre meraviglioso. Sicuramente da analizzare a fondo per la riflessione sull’inganno e la recitazione, sia per il funzionamento del testo (nessuno mai dice la verità su quello che è e quello che fa), sia per i rimandi extratestuali (Caine che cambia ruolo, Jude Law che ha fatto il remake di Alfie).
In più, Jude Law omosessuale seducente farebbe cedere anche il più incallito abbonato di Fox Uomo.
manu
domenica, settembre 16, 2007
4 mesi, 3 settimane, 2 giorni, di Cristian Mungiu, Romania 2007
La storia è programmaticamente drammatica: una giovane ragazza, negli ultimi anni della dittatura di Ceausescu in Romania, decide di abortire. Con l'aiuto della sua compagna di stanza allo studentato trova un dottore connivente, che però chiede come compenso di andare a letto con entrambe le ragazze.
Ma, stavolta è il caso di dirlo, Mungiu fa un lavoro perfetto. Da tempo non si vedeva un film così duro e rigoroso, anche dal punto di vista stilistico, senza avere l'impressione di trovarsi di fronte al compitino da festival. Il regista non concede nulla allo spettatore, e d'altro canto decide cosa risparmiargli e cosa no: e non c'è una decisione sbagliata, compresa la tantodiscussainquadratura del feto espulso dalla giovane Gabita sul pavimento del bagno di una stanza d'albergo.
Giocando semplicemente sulla composizione del quadro, Mungiu riesce ad amplificare in maniera antiretorica il senso di tristezza, solitudine e angoscia vissuto dalle due ragazze. Inoltre non si siede su un eventuale sviluppo del rapporto tra le due: niente scene madri di conciliazione "sororale", ma una coscienza continua di una situazione difficile nella quale Otilia viene coinvolta quasi suo malgrado, trovandosi a fare da madre alla compagna di stanza, e subendo fisicamente anche lei le conseguenze di quello che è accaduto a Gabi.
Macchina da presa spesso fissa, un modo di mettere in scena che raggiunge l'apice nella splendida scena del pranzo, in cui vediamo Otilia al tavolo dei genitori del suo ragazzo, in occasione di una cena di compleanno, letteralmente schiacciata ai lati dagli altri commensali, ottusa dai discorsi che vengono fatti, col pensiero all'amica nella camera d'albergo, in un montaggio alternato in realtà mai risolto.
Crudo, asciutto e necessario.
Fra
sabato, settembre 08, 2007
CINQUE GIORNI, UN FESTIVAL
parte seconda: sommersi e salvati
Mancano poche ore alla fine, la cerimonia di premiazione incalza, molti sono i film di cui parlare, e di cui magari si scriverà in maniera più approfondita all’uscita sui nostri schermi. La domanda è sempre quella: che cosa resta, nel bene e nel male, del concorso di Venezia 64?
THE ASSASSINATION OF JESSE JAMES BY THE COWARD ROBERT FORD, Andrew Dominik
Le ultime settimane, giorni, minuti di vita del bandito Jesse James e della sua ombra. Questi sono gli ingredienti di un film che mette in scena ancora una volta lo scontro tra il Mito e la Realtà, la Storia e la Leggenda. Alla sua seconda prova dopo il bel Chopper, Dominik sorprende con un western quanto mai astratto e autoriale, condito dalle musiche di Nick Cave (che appare anche in un gustoso cameo), fatto di silenzi e sguardi, qualche luce, ma soprattutto molte ombre, l’ombra di un passato che non esiste più, quella di un futuro carico di presagi mortiferi, l’ombra di un uomini che vogliono un loro posto nella Storia. Un film dalla genesi tortuosa, finito di girare due anni fa, bloccato dai produttori, spaventati forse dall’evidente anti-spettacolarità (due sparatorie in 155 minuti), in cui convince Casey Affleck nel ruolo del “codardo” uccisore, ma soprattutto convince Brad Pitt, un Jesse James paranoico e funereo, capace di terrorizzare con una sola occhiata.
THE DARJEELING LIMITED, Wes Anderson
Tre fratelli, l’India, un set di valige. Questi sono gli elementi del nuovo, attesissimo lavoro di Wes Anderson. Introdotto dal delizioso prologo Hotel Chevalier, il film è un’ulteriore tappa del surreale percorso artistico del regista texano, in cui i consueti temi della famiglia, della ricerca del genitore (in questo caso mamma Angelica Huston) si intrecciano ad un umorismo quanto mai lunare e a momenti di grande intensità emotiva. Anderson è uno dei pochi autori statunitensi ad aver creato sullo schermo film dopo film, un vero e proprio piccolo mondo, fatto di colori, vestiti, canzoni e oggetti, reali co-protagonisti della storia ed originale innesco di situazioni comiche o commoventi. The Darjeeling Limited non ha la libertà formale di Steve Zissou, ma si conferma comunque opera di tale intelligenza e leggerezza da far impallidire gli altri bolsi film del concorso. Musiche tratte dalle colonne sonore di Satyajit Ray e una straordinaria canzone-tormentone ovvero “Where do you go my lovely” di Peter Sarstedt. Alcuni critici altolocati(?) hanno definito i tre protagonisti Brody-Wilson-Schwartzman come gli AldoGiovanni&Giacomo americani…questo la dice lunga sulla critica italiana…che tristezza.
E dopo le note liete…
IN THE VALLEY OF ELAH, Paul Haggis
Paul Haggis è il regista/sceneggiatore più sopravvalutato del decennio, secondo forse solo al giurato Inarritu. Alla sua seconda prova dietro la macchina da presa dimostra la sua incapacità non solo registica, ma anche di scrittura, facendoci sorgere il dubbio di essere solo un buon adattatore di testi preesistenti (vedi Eastwood) in seria difficoltà su soggetti originali. Dopo il temibile Crash ci propina un polpettone in chiave thriller su un padre alla ricerca del figlio scomparso reduce dall’Iraq. Tra riferimenti biblici, bandiere a stelle e strisce che sventolano, Davide e Golia (che metaforona..), Haggis mette in scena uno spaccato quanto mai conciliante dell’America post 11 settembre che tenta di accontentare tutti, dai marines ai contestatori della guerra, raccontato con tono pedante e predicatorio. Spiace vedere un immenso Tommy Lee Jones calato in questo pattume retorico e prevedibile. Il pubblico, comunque, applaude…
IT’S A FREE WORLD…, Ken Loach
L’unica novità del nuovo film di Loach è che al centro della vicenda ci sono prettamente lavoratori dell’Europa dell’est, mai usati in precedenza dal regista inglese. Per il resto questa storia di una ragazza che avvia una società di lavoro precario non desta la minima sorpresa, arrivando al finale nella più totale prevedibilità. Qualcuno noterà che per la prima volta la protagonista della vicenda è una sfruttatrice e non una sfruttata, ma ciò non basta per alzare il livello di un film à la Loach uguale a tutti gli altri film di Loach, la cui banalità fa perdere di vista completamente l’atto d’accusa di partenza. Che sia arrivato il momento per il pur volenteroso Ken di entrare in politica e di abbandonare definitivamente la macchina da presa?
(2 - fine)
Tom
venerdì, settembre 07, 2007
CINQUE GIORNI, UN FESTIVAL
parte prima: cous cous, mafia e chitarra
Cinque giorni al Lido. Cinque giorni per tracciare giudizi, tendenze, conferme e delusioni di un festival giunto ormai al suo settantacinquesimo compleanno. Tra le solite facce, le solite dichiarazioni, le solite promesse mancate, le solite aree riservate, i soliti divi, i soliti spritz, i soliti panini, si vedono tanti film, ogni tanto si vede del cinema. Che cosa resta, nel bene e nel male, di Venezia 64?
I’M NOT THERE, Todd Haynes
La musica e le molte vite di Bob Dylan, artista tanto complesso da essere letteralmente diviso in sei personaggi in cerca d’identità. Dopo aver presentato nel 2002 Lontano dal Paradiso, Todd Haynes ritorna al Lido con un film affascinante e delirante, ennesimo tassello della sua personalissima indagine sulla cultura pop non solo americana intrapreso con Velvet Goldmine. Con uno stile che passa dal documentario allo sperimentale passando attraverso il felliniano, che ben si addice al visionario creatore di Blonde On Blonde, Haynes ritrae la Storia e l’Artista in sei diversi momenti di un percorso tra i più avvincenti e travagliati, riuscendo a raccontare la verità attraverso l’invenzione, grazie anche a sei attori in stato di grazia, con una menzione speciale per l’a ndrogina rivisitazione di Cate Blanchett. Così dal Woody cantastorie si arriva al fuorilegge Billy The Kid, passando per il cantante di protesta convertito al cristianesimo, il Giuda femmineo ed elettrico, l’attore famoso sull’orlo del divorzio, e il poeta Arthur (Rimbaud). Haynes ha inventiva e intelligenza, sperimenta e sorprende in ogni inquadratura. Ci parla sì di Bob Dylan, una delle più grandi figure di intellettuale che America abbia partorito, ma sullo sfondo, in un televisore, ci lascia intravedere le lotte per i diritti civili, il Vietnam, la controcultura, il Watergate. I’m Not There è un saggio sulla coerenza, le spinte e le scelte di una artista, fatto di cuore e di cinema da un artista quanto mai personale e originale. Grazie alla concessione dei diritti sulle canzoni, il film si avvale di una incredibile colonna sonora che snocciola classici e meno classici sia nell’interpretazione originale, sia in altre riviste e corrette da artisti del calibro di Calexico, Yo La Tengo, Sonic Youth, Stephen Malkmus, Antony & The Johnsons e tantissimi altri. Assolutamente da non perdere, nelle sale da oggi, anche se tagliato, pare, di dieci minuti.
IL DOLCE E L’AMARO, Andrea Porporati
Perché ancora una storia di Mafia? Cosa ci può interessare ancora nella vicenda di Saro Scordia, figlio d’arte mafiosa, il suo apprendistato a Cosa Nostra, l’affiliazione, gli omicidi, l’arresto? Al secondo film da regista, Porporati decide di portare su grande schermo uno degli argomenti più visti al cinema, talmente ben codificato e cristallizzato nell’immaginario comune da spaventare chiunque voglia evitare il dejà vu. Ma il regista, incurante della storia del cinema, decide di raccontarci le gesta di gangster casalinghi attraverso l’encomiabile sforzo di una “originale” ottica minimalista, lontana dall’epicità dei Coppola e dei De Palma. Però, per parlare del piccolo lavoro del piccolo mafioso, con la sua quotidianità, i suoi problemi e i suoi amori, trascura il fatto che un racconto sottotono, che lavora di sottrazione, evitando enfasi ed esagerazioni, deve trovare forza e vigore almeno in regia e sceneggiatura. Il Dolce e l’Amaro, invece, ha una struttura e una storia di una prevedibilità assoluta, perso com’è in macchiette e stereotipi quanto mai banali, confermando una volta di più come lo stile televisivo della fiction sia ormai entrato radicalmente nel dna di certo cinema nostrano. Il piattume desolante rende opaca anche la prova dei volenterosi attori, Luigi Lo Cascio nel ruolo del protagonista e Fabrizio Gifuni in quello del giudice, che tentano invano di risollevare un film inconsistente che si dimentica già nei titoli di coda, privo com’è di qualsiasi guizzo creativo, a meno che non si possa definire tale la scriteriata colonna sonora che ha l’ardire di scimmiottare (male) il peggiore Philip Glass (e del resto stiamo parlando di un film che si vuole “minimalista”…sic). Ovvi i riferimenti, dato l’argomento e addirittura alcune battute, a Quei Bravi Ragazzi di Scorsese, rimandi che paiono sfuggire solo a Porporati stesso.
LA GRAINE ET LE MULET, Abdellatif Kechiche
Il film che più di altri mette una seria ipoteca sul Leone d’Oro di quest’anno. Rivelatosi proprio a Venezia, dove nel 2001 si aggiudicò il premio per la miglior opera prima per Tutta Colpa di Voltaire, dopo il bellissimo La Schivata Kechiche firma forse il suo film più bello, denso e maturo. Storia di Slimani e della sua numerosa famiglia, ambientato tra le banchine del porto di Sète speziate di muggine e grani di cous cous (da cui il titolo originale), La Graine et le Mulet è una reale esperienza lunga due ore e mezza, in cui passioni, rapporti familiari e tensioni quotidiane sono messe in scena con straordinaria naturalezza e vitalità, attraverso uno stile al contempo fortemente realistico e altamente cinematografico, capace di parlare di multiculturalità, disoccupazione e danza del ventre con incredibile leggerezza e in una forma lontana anni luce dal cinema cosiddetto “equo e solidale”. Una lunga sinfonia di volti, gesti, sguardi e parole, tante parole, parole che provengono dal cuore e dall'anima e che esplodono con indicibile veemenza, a volte destabilizzando, a volte riannodando gli equilibri umani. Kechiche dipinge il suo ritratto di una famiglia della moderna meticciata Francia affidandosi alla sua ormai consolidata bravura nel costruire scene molto lunghe, in cui le dinamiche dei personaggi e gli intrecci narrativi emergono da dialoghi quotidiani ed apparentemente banali, su tutte l'infinita ed emotivamente devastante sequenza finale. Accolto da venti minuti di applausi in sala grande con tanto di cast in lacrime. Bellissimo.
(1 - Continua)
Tom
mercoledì, settembre 05, 2007
E Simone Weil, interpretata da un’intensa Katie Holmes, irruppe sullo schermo…
E trovò ad attenderla George Friedrich Wilhelm Hegel, a cui presta il volto un intenso Ethan Hawke...
Esistono attori, per tutta la carriera, o single interpretazioni, che ammazzano a mani nude un film, e spesso poi danzano sul cadavere.
Una versione inconsapevole e demente dello straniamento, arrivano e uno spettatore pensa “questo è un film”, “questa è un’illusione”. Ma soprattutto “questo film, questa illusione fanno pure abbastanza schifo”. Oppure, dal lato del film, esso precipita in un abisso di minchiate inverosimili e/o invereconde per cui Godzilla che balla il tip tap in una tumida manhattan dove è difficile innamorarsi ma per loro due eros fece un'eccezione è una trama credibile.
Qualche esempio: Monica Bellucci che appare come Persefone in Matrix Reloaded, film che già di suo non ci voleva molto ad ammazzarlo, Jeoffrey Rush che fa il Trotskij imbizzarrito in Frida (il film in quel momento scende di tre gradini, se mai fosse stato possibile) il già citato Ethan per l’opera omnia, Stefania Sandrelli quando esce dal suo personaggio. L’amica Violetta suggeriva Benjiamin Bratt e la triade di The Dreamers, e direi che per gli ultimi c’ha più di una ragione. Ci sono altri suggerimenti? Che facciamo, si istituisce un premio? Una menzione?
Manu
domenica, settembre 02, 2007
CA VA SANS DIRE
Ieri sera guardavo il telegiornale. Mi si informava sulla rapina avvenuta ai danni del noto regista italiano Giuseppe Tornatore. Autori del reato tre ragazzi rumeni. Scampato il pericolo, con i malfattori affidati alla giustizia, il regista intervistato, ci ha tenuto a chiosare: "non è detto che tutti i rumeni siano dei delinquenti".
Grazie.
FEDEmc
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