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mercoledì, ottobre 31, 2007
NON PER ARTE, MA PER ARTÙ
Amici,
volevo dirvi che domattina parteciperò alle registrazioni della trasmissione televisiva Artù, condotta da Gene Gnocchi e scritta, oltre che dallo stesso Gnocchi, anche da Luca Bottura (L’Unità), Dario Tajetta, Francesco Freyrie e Paolo Beldì.
Si parlerà di giorg clunei.
La domanda è: riuscirò a dire "parlo a nome del collettivo che qui rappresento"?.
Il tutto dovrebbe essere mandato poi in onda domani sera - giovedì 1 novembre - alle 23,20.
Mia mamma ha detto che mi registra.
FEDEmc

Cari amici vicini e lontani
anche la terza puntata se n'è andata, è giunta e passata mezzanotte e i lampioni si sono spenti ( o sono stati rotti dagli ultrà usciti dallo stadio poc'anzi) ma siamo rimasti ahimè orfani di pubblico. PENITENTIAGITE! E accorrete numerosi per la prossima puntata ancora nebulosa ma under consruction mandando una letterina elettronica come voi sapete fare ( oltre che Baricco). Dopo i baccelloni degli ultracorpi vi abbiamo propinato i bachi da seta di Michael Pitt, abbiamo convertito Tommy al baricchianesimo e laudato Coppola, libata con sete mai sopita la suadente voce del Fede ( del quale vivo di luce riflessa , presentandomi ormai al mondo e scrivendo sul mio curriculum che sono quella-che-ha-sostituito-il-Fede-che-ora-sta-a-RadioDue) inaugurando la nuova rubrica sul cinema documentario ( "Favorisca il document-ario"... l'autore del titolo, SIA BEN CHIARO, è Tommy ). Di certo c'è che domani ce ne andiamo tutti a vedere Dario Argento, la serata è di quelle adatte ma non mi fate dire buon Halloween perchè mi rifiuto.
Adesso però vado in camera a pettinare la parrucca nera che indosserò domani, a lustrare la zucca e a imparare i passi del balletto di Thriller.
Chiedo perdono alla nostra amica Cate Blanchett che sarà rimasta male perchè nemmeno una parola sulla sua regina.... A Cate, nun se poteva fà....Alla prossima, giurin giurello. Nel frattempo però andate a vederlo se avete voglia di un film piacevole e senz'altro coinvolgente: si tralascia ogni lode scontata alla protagonista che non ha certo bisogno di corsetti e broccati per fiammeggiarci di sguardi regali.
Hasta siempre, anzi pace e bene fratelli ( così accontentiamo tutti, come Walter)
lapapessa
martedì, ottobre 30, 2007
Postille al Dogma Italico
- Margherita Buy può interpretare solo personaggi che abbiano una serenità interiore ed esteriore pari a quella di un monaco tibetano.
manu
lunedì, ottobre 29, 2007
Un’altra giovinezza di Francis Ford Coppola
Primo pensiero “sembra un film di Raul Ruiz”. Con quello di buono e di cattivo hanno i film di Raul Ruiz. Più nello specifico:“Sembra Peggy sue si è sposata diretto da Raul Ruiz.”
Il che si traduce in una generale perplessità, che messa per punti sembra essere più facilmente gestibile
1) Coppola fa un film d’autore “all’europea” fatto e finito. Con tutti i crismi del genere, se di genere si può parlare. Temi alti (il tempo, il doppio), riflessione metacinematografica ben presente (appunto, il doppio, il tempo), intenzioni dell’autore e autobiografia come venatura ben presente nel film, svolgimento soprattutto attraverso la parola
2) Passata la sorpresa e il relativo piazzamento “di genere”, questo film convince? Se mi avessero detto di andare a vedere un film che rifletteva sul tempo partendo da un assunto di concezione mistica (la compresenza dei contrari, se non erro) diretto non dico da Brett Ratner o da Mordini, ma pure da Theo Anghelopulos avrei fatto una pernacchia che si sarebbe espansa fino alla quinta dimensione.
3) L’ho visto perché film di Coppola, e mi ha spiazzato. Forse può essere un film che mette alla prova la querelle sugli autori che è apparsa in qualche articolo di Segnocinema nell’ultimo anno (nella fattispecie, articoli di Terrone e Bandirali (?) vs. Roy Menarini). Insomma lo si è visto e si hanno dei dubbi perché è un film di Coppola, mentre sarebbe più sensato guardare o parlare d’altro (Molto incinta? Un film tailandese non distribuito? Un giovane autore cipriota?).
4) In ogni caso, è un film facilmente spernacchiabile: l’effetto ridicolo della rosa, sia in realizzazione visiva, che in preparazione di sceneggiatura, le ambizioni altissime, i dialoghi filosofici hard, che sembrano scritti da Emanuele Severino.
5) Ma il tutto non è così automatico. Un po’ perché sono tanti ad attaccarlo, quindi che lo facciano pure loro, un po’ perché c’è qualcosa di non attaccabile. Innanzitutto per la sincerità del tutto, ma anche per altro
6) Indubbiamente il tema della ricerca del linguaggio originario, per quanto idea farlocca, è affascinante appunto in quanto abbaglio dell’umanità, come tentativo impossibile e quindi destinato tragicamente alla sconfitta. Compresa quella di Coppola
7) Che non per niente vive la ripetizione come occasione, ma alla fine come condanna inevitabile al destino: anche dal punto di vista metacinematografico, per quanto vale, anche se la stagione del “kolossal d’autore” fosse durata, lui avrebbe fatto sempre il Padrino parte III
8) Anche come tipologia di genere è metacinematograficamente corretto: un’autorialità molto anni ottanta, europea contro Hollywood (e la Romania aiuta, eccome), sembra situarsi al 1985 di Peggy Sue si è sposata, come un’alternativa possibile (europea) a quel film. È temporalmente corretto, e abbastanza affascinante come ipotesi strampalata.
9) Ma Jack esisterebbe anche in un altro mondo possibile
10) Sembra uno di quei film che fanno discutere più del tema che del film, più della storia che del discorso. Se avrà un buon successo, ci troveremo Cacciari a dissertare in prima pagina della cultura di Repubblica. Ma magari direbbe qualcosa di interessante.
11) Datato, ma tragico; inconcludente ma inquietante sono due coppie di aggettivi che lo descrivono abbastanza bene
manu
venerdì, ottobre 26, 2007
MILLENNIUM BACO
Dio è morto, Marx è morto, ma SecondaVisione è più viva e vegeta che mai. Questa la scaletta della puntata di martedì 30 novembre:
- Dopo 10 anni, in cui ci ha “regalato” film con Robin Williams e Matt Damon, babbo Coppola torna al cinema con Un’Altra Giovinezza. Saprà ancora girare, o tutto il suo talento lo riserva alla produzione di pregiati vini? A martedì l’ardua sentenza.
- Cate Blanchett (pronuncia : blanscièt, alla francese nda) torna a rivestire i fortunati panni di Elisabetta I, perde quel cane di Joseph Fiennes ma trova quel figo di Clive Owen in Elizabeth – The Golden Age di Shekhar Kapur.
- Silvio Soldini ritorna con un film dal titolo Giorni e Nuvole, che parla di disoccupazione come Nuvole in Viaggio di Kaurismaki ed è ambientato a Genova do ve De Andrè compose Le Nuvole…mah…
E per il consueto appuntamento Il Duro Mestiere del Critico, il prode e valoroso Tommaso, armato di cilicio e gatto a nove code, si immolerà al sacro altare della critica cinematografica rovinandosi cornee e neuroni in quella che si preannuncia come la visione più sconvolgente del secolo del film più temibile del millennio: stiamo parlando del devastante adattamento di Seta di Alessandro Baricco, nelle parole del suo autore “un film poco cinematografico e molto letterario”. Una Prece.
Cinque i posti disponibili per seguire dal vivo la vostra trasmissioncina prefe, perdersi negli sconfinati corridoi della Marienbad della radiofonia, baciare le mani della Papessa e farsi pure un cicchetto. Basta mandare una mail a secondavisione@hotmail.com. Semplice. Lo saprebbe fare anche Baricco.
Non mancate.
Portate i bachi.
La redazione
mercoledì, ottobre 24, 2007
Cari fottutissimi amici :)
scrive la papessa che immeritatamente siede alla destra dei Padri. Onoratissima di entrare nei vostri schermi tenterò di essere degna dell'acume dei frequentatori del blog.
Che vi si racconta? Non svelerò ancora, perchè temo qualsivoglia bacchettata, la scaletta della prossima puntata di SecondaVisione, ma stamattina ci siamo sorbiti un'anteprima sulla quale immagino ci sarà da discutere nei nostri caldi ed accoglienti studi. Aggiungere altro a ciò che si è già commentato sui due film (Ratatouille e 3:10 to Yuma) della puntata di ieri? Per chi si fose perso la puntata riproporrò calorosamente l'invito a non perdere un capolavoro ( parola talvolta abusata a definire i prodotti della settima arte, forse per un mai realmente superato sentimento di inferiorità nei confronti delle arti nobili per più lunga e sedimentata consuetudine?Potremmo discuterne..) un capolavoro dicevo come Ratatouille, una vertigine visiva continua, che sa miracolosamente non attraversare o spezzare il fragile confine tra la perfezione tecnica e il mero autocompiacimento, che ci dispensa ad ogni frammento insegnamenti e stimoli alla riflessione. Mi è venuta in mente, all'uscita dalla visione (funestata solo per un attimo dall'apparire in sala, durante l'intervallo, di un ominide giallovestito recante un minaccioso carretto con stampigliata la scritta Ciak&Snack) una riflessione che Sabina Guzzanti fa nel suo W Zapatero, a proposito delle nefaste rubriche telegiornalcinquistiche per aspiranti chef e sommelier, a suo dire nate per un maldestro ma riuscito tentativo di distogliere lo sguardo dalle foto di un mondo ben meno digeribile di un consommè..Forse è vero, il piccolo Remy nasce cinematograficamente in un contesto molto ben disposto ad accoglierlo ( senza voler per nulla svilire l'arte culinaria celebrata da Dumas e praticata da Rossini), forse era esattamente il momento per proporlo. Onore al merito. Tra uno scintillare di mestoli di rame e l'altro impariamo il sapore dei sogni, i propri, ad annusare prima di tutto, Montale mi perdonerà, cio che SIAMO, ciò che VOGLIAMO.
Per quel che riguarda Yuma, dato che non voglo tediarvi oltre, vi serve veramente altro, care fanciulle, che la polvere e il sudore che coprono il torace di Cristian Bale? :)
Hasta (siempre) lapapessa
martedì, ottobre 23, 2007
Angel, di François Ozon, Francia 2007
Io l'ho capito, Ozon. O forse no.
Insomma, mi mette su un film che dal punto di vista della fabula, dell'intreccio e della messa in scena è kitsch e banale, in maniera visibile. Esattamente come i romanzi della protagonista del film, Angel Deverell. La trama quindi si snoda tra amori impossibili, tradimenti, morte, fama e miseria. Ogni volta che i personaggi sono in viaggio, in esterni, ecco là un bel trasparentone, più evidente che nei film a cui Ozon si ispira, fa omaggio, o quello che volete voi.
Esattamente come i romanzi della protagonista, che ad un certo punto, turbata dalla guerra, prendono una piega drammatica e dagli accenti pacifisti, ecco che la sfavillante bellezza di Angel si trasfigura. Passa dalla fase "splendida giovane donna di successo" a "giovane donna malata" (un classico), cambiando i vestiti di volta in volta e toccando pericolose mise da hippy in acido, e spaventando un bambino perché conciata come una strega di un film di Walt Disney.
Esercizio di stile? Omaggio al melò, a Sirk e compagnia bella? Di omaggi ne ha fatti diversi, Ozon, nel passato. Ma altri gli sono riusciti meglio, uno su tutti Gocce d'acqua su pietre roventi. Qui, fondamentalmente pecca di freddezza, esibisce una furbizia non richiesta, fa sì che, in ogni caso, sia il tutto studiato o no, ci si annoi. Perché Ozon sbaglia su una cosa fondamentale: Se Angel fosse un personaggio dei suoi stessi romanzi, la scrittrice lo amerebbe, nella maniera ingenua e infantile con cui ama la vita, la scrittura, l'amore stesso. Ozon, dall'alto della sua rilettura, pecca di indifferenza nei confronti del carattere principale del suo film. E questo, in questo caso, oltre ad essere poco perdonabile, mina la coerenza di quella che vorrebbe essere una costruzione, e invece sfiora la parodia.
Francesco
lunedì, ottobre 22, 2007
Ratatouille di Brad Bird
Il primo pensiero è ai poveri animatori della saga più fastidiosa dell’animazione, quella di Shrek, che dopo aver visto Ratatouille potrebbero aver l’insopprimibile bisogno di andare per qualche tempo a intrecciare ceste di vimini sull’Appennino Tosco/Emiliano.
Ogni film della Pixar, e questo ancor di più, costringe a recuperare come termine critico la categoria di progresso. E quindi, novelli Auguste Comte, si rimane a bocca aperta a vedere come vengono risolti alcuni tra i problemi più grandi dell’animazione digitale: l’acqua, le espressioni umane ei personaggi pelosi.
A ciò si aggiungono la riproduzione di Parigi, protagonista di una delle sequenze più toccanti del film, la risalita dalle fogne al tetto del ratto Remy – che si chiude con veduta a volo d’uccello sulla città – e la resa quasi sinestesica del cibo – ingredienti e realizzazioni.
Tutto ciò per dire che davanti a Ratatouille si sta a bocca aperta per l’esperienza della visione che dà, quasi travolgente. È su questa sensazione di realismo cartoonesco che poi si muove l’amore per i personaggi. La morale della favola è quella del pesce fuor d’acqua, dell’intruso in un mondo che non è il suo, cioè del ratto Remy che vuole diventare un grande chef.
Un sogno che è ostacolato dal suo essere ratto, dalla sua famiglia – che mangia spazzatura e odia gli umani come tutti i ratti rispettabili.
A suo favore un grande talento olfattivo nel riconoscere gli ingredienti, e una fervida immaginazione che prende le forme del grande chef Gusteau, autore del best seller “Anyone can cook” che ha folgorato Remy sulla via di Parigi.
Remy è l’ambizione, il desiderio creativo, che deve trovare un corpo, uno strumento: lo trova nel giovane Linguini, sguattero senza ambizione e senza talento, che diventa il suo braccio: Remy trova un accordo con lui, gli si infila nel cappello e lo manovra come se fosse un automa.
Da qui sono innumerevoli le gag fisiche, dagli allenamenti per cucinare alle effettive realizzazioni, e altrettanti gli equivoci e i sospetti sull’improvviso talento di Linguini (odiato dal piccolo capo chef Skinner), e un sacco di roba.
Compreso il personaggio più bello, il critico culinario mortifero e elitario Anton Ego, che causò con una recensione negativa il decadimento di Gusteau, protagonista della più bella epifania che io ricordi al cinema nel momento in cui assaggia la ratatouille preparata da Remy: momento che suscita risate a crepapelle con la commozione negli occhi.
Alla fine la morale è quella vecchiotta del “se ti ci metti con impegno, puoi raggiungere qualsiasi risultato” (Marty McFly,1985), anche se impossibile. Ma comunque fulminante.
L’unico difetto è forse l’abbondanza, troppa roba, troppi personaggi, troppa velocità, troppa perfezione, il punto di vista non sta mai fermi, si salta da una situazione all’altra, in una specie di voglia di mostrare che davvero “tutto quello che a noi della Pixar salta in mente, viene bene: quello che scriviamo e come lo realizziamo, tiè”. Ma è un difetto di abbondanza, quindi bene.
Una prece: organizziamoci in anticipo per salvare questo film dal patrocinio di Slow Food.
manu
venerdì, ottobre 19, 2007
COWBOY E TOPI
Nuovo appuntamento con la trasmissione che tutte le donne italiane amano e gli uomini apprezzano. Per la cronaca sono già attivi il podcast e l'archivio audio, oltre alla consueta presenza su vitaminic. Martedì 23 ottobre, dai voluminosi studi di Città del Capo, tra una sciocchezza e una pretesa culturale, Luciana, Francesco e Tommaso cercheranno di parlare anche di cinema. Questa è la scaletta:
La Pixar torna in gran forma distendendo i rapporti tra Francia e Stati Uniti grazie al sorcino Ratatouille di Brad Bird.
James Mangold, dopo Walk The Line, torna alla leggenda firmando il remake del mitico Quel Treno per Yuma, col bovaro Crowe e il figo Bale.
E per il consueto appuntamento Il duro mestiere del critico, la sorte ha voluto che Francesco si immoli alla visione di Angel di Ozon, colui che da cinque anni non azzecca più un film, tratto dal romanzo di Elizabeth Taylor (no, non la parruccona con venti mariti...nda).
Ancora 3 posti disponibili per partecipare live alla trasmissione, basta mandare una mail a secondavisione@hotmail.com e presentarsi martedì all'Ok Corral di via Berretta Rossa dopo previo svaligiamento di enoteca.
La Redazione
Nella foto: l'entrata degli studi di Città del Capo - Radio Metropolitana
martedì, ottobre 16, 2007
RESIDENT EVIL: EXTINCTION, Russell Mulcahy, USA, 2007
Si accettano scommesse: come mai sarà Resident Evil 3? Bravi, avete vinto. E io ho perso. Perché, per quale motivo mi ci sono fiondato il primo pomeriggio di programmazione con la speranza nel cuore di vedere un buon film con gnocche e zombie? Basta... ho 30 anni, non si può più fare. Eppure, sarà la 523523esima volta che lo dico, poi ci ricasco. "Ciao, sono Federico Bernocchi e sono uno spettatore compulsivo di film brutti". Lo ribadisco: il primo non era niente male. Un buon horror derivativo, capace di riprendere determinati stilemi dei film di Romero, velocizzarli e inserirli in una struttura claustrofobica e avvincente. Non ha vinto i Nobel per l'intelligenza, questo è sicuro, ma ha fatto il suo. Già il secondo si faceva fatica a vederlo fino in fondo, ma qui siamo veramente oltre il tollerabile. Vai con la trama! Tutto il mondo è pieno di zombie. I mari e i laghi si sono asciugati, c'è deserto ovunque. La multinazionale del terrore che ha dato il via al contagio, la Unbrella Corp, trama sottoterra. Sulla superficie i pochi superstiti vivono da nomadi. Si spostano senza meta alla ricerca di benzina e cibo. Alice (Milla) va in giro in moto da solo vestita come una signorina cin cin di colpo grosso. Lei è da sola perché a causa degli esperimenti che la multinazionale del terrore ha fatto su di lei è pericolosa per la vita altrui. Quindi va in giro da sola armata come Schwarzenegger in Codice Magnum. Ma con le giarrattiere. Siccome poi durante un sogno erotico spacca la moto (se volete vi chiamo a casa a uno a uno e vi spiego come), rimane a piedi. Allora si unisce a una carovana di superstiti che vanta tra il gruppo: la versione degli strapoveri di Nicolas Cage (già visto nel secondo dove attimi e scattava il limone con Milla), il tecnico del computer giovane e nerd, il guidatore d'autobus (che si chiama Otto come quello dei Simpson) saggio che ne ha vista sempre una più di te, il simpatico di colore che ha il fumo, la dura guerriera anch'essa di colore con un avvoltoio che le ruota sopra la testa dall'inizio del film, la capa della combriccola che non fa niente ma è la capa perché ha il cappellino e parla con una certa decisione. Alice decide di arrivare nel momento più alto del film. Io, giuro, non ci posso credere che ho visto una cazzata del genere... La combriccola dell'autobus è in un paesino in mezzo al deserto a dormire. Un po' in autobus, un po' in macchina. A un certo punto, la ragazza di colore con l'avvoltoio sulla testa, viene svegliata da un rumore sospetto. Cosa sarà mai? momento di tensione, faccia preoccupata della ragazza, musichina di sottofondo, la camera stringe... BAM! classico effetto decibel a caso e compare un corvo nero. "ah, ma è solo un corvo nero che atterrando sul cofano dell'auto dove dormivo in mezzo al deserto alle due del pomeriggio ha fatto lo stesso rumore che potrebbe fare un tir di 100 tonnellate andandosi a schiantare contro una abnorme campana tibetana di bronzo! Non c'è niente di cui preoccuparsi!" E invece, c'è molto di cui preoccuparsi perché non è un normale corvo! No! E' un corvo zombie! Che è diventato zombie perché ha mangiato la carne dei non morti. E allora io mi immagino il regista e lo sceneggiatore che parlano del film e dicono
Sceneggiatore: "sai... dobbiamo immaginare il mondo sconvolto, pieno di zombie ovunque!"
Regista: "si... quali conseguenze potrebbe avere secondo te questo increscioso incidente?"
S: "Non lo so... aspetta, sento un'illuminazione: sarebbe pieno di corvi zombie!"
R: "Cavolo! E' Vero!"
S: "Li metto nel film?"
R: "Si, ma aspetta... mi ricorda qualcosa... non c'è già un film dove c'è la rivolta degli uccelli?"
S:"uhmmmm... boh"
R: "ah, si! Gli Uccelli!"
S: "Ma allora è una citazione!"
R: "Evviva il cinema post moderno!"
Quindi, giuro sul mio onore, Russell Mulcahy in Resident Evil 3 si permette di afre una citazione da Hitchcock. La sequenza famosa, quella del montaggio invisibile, quella in cui Tippi Hedren è seduta all'aperto e dietro di lei si cominciano a posare uno sconfinio di corvi. Ecco... qui però ci sono i corvi zombie. Io volevo uscire dal cinema, ma visto che non c'è limite al peggio, mentre gli amici dell'autobus sono in difficoltà a causa degli uccelli zombificati, arriva la ragazza cin cin che con la forza della mente fa esplodere tutto. Poi, la faccio breve, si unisce a loro, gli dice che in Alaska va tutto bene perché li il contagio non è arrivato, "dai andiamo tutti insieme in Alaska. Anzi no, andate voi amici dell'autobus, io mi interesso di uccidere quelli della Umbrella". I quali nel frattempo stanno facendo degli esperimenti sugli zombie sottoterra. Il mad doctor con la faccia del cattivo dei film di serie C che facevano negli anni '80 su Odeon TV in seconda serata, si inietta un siero stranissimo, diventa un mostro coi tentacoli. Arriva Milla, spaccano tutto, il mostro muore. Quelli la non si sa se arrivano in Alaska. Se fanno il quattro e io voglio andare a vederlo, uccidetemi.
FEDEmc
venerdì, ottobre 12, 2007
A VOLTE RITORNANO…
SecondaVisione ricomincia! Dopo estati torride, festival castranti, casting spossanti, Francesco e Tommaso saranno lieti di intrattenervi e di lanciare in pompa magna, con tanto di pirotecnici gadgets e fuochi d’artificio, L, la nuova e misteriosa voce della trasmissione, signora incontrastata dei vostri futuri martedì sera che affiancherà i due debosciati in questa nuova avventura, giunta, ohibò, al suo settimo anno!
Per la prima puntata, la simpatica distribuzione italiana ha pensato bene di propinarci:
Michael Clayton, di Tony Gilroy, pazzo (onesto) avvocato vs. onesti avvocati (pazzi) con in mezzo il George nazionale e un diserbante. Chi vincerà?
Può il regista Oliver Hirschbiegel passare dal bunker di Hitler ne La Caduta ai baccelloni verdi di un nuovo remake de L’invasione degli Ultracorpi? Lo scopriremo, insieme a Nicole Kidman e Daniel Craig, in Invasion.
E per la consueta rubrica Il duro mestiere del critico, la nuova misteriosa voce L si sorbetterà Becoming Jane, e magari constaterà che per diventare grandi scrittrici bisogna fare tanti sacrifici.
Sono ancora disponibili posti per seguire i vostri beniamini live dai capienti studi di Città del Capo - Radio Metropolitana, tutto quello che dovete fare è mandare una mail a secondavisione@hotmail.com e portare una cassa di vino.
Appuntamento martedì 16 ottobre alle ore 22.30 sulle frequenze della vostra radio prefe.
Siateci.
La redazione
lunedì, ottobre 08, 2007
Il buio nell’anima di Neil Jordan
Criticare un film perché fascista non porta molto lontano, oltre a fare parecchio anni 70. Pure 2001, se non sbaglio, fu accusato di fascismo, ma poi uno vede Novecento e capisce che in quegli anni le idee su cosa era stato il fascismo erano abbastanza confuse, tra psicanalisi e dialettiche dell’illuminismo. La connessione viene in mente perché tutte le recensioni di questa terra (italica) parlano di Giustiziere della notte in gonnella, tranne i più raffinati (stessa Jodie Foster compresa) che parlano di Cane di Paglia, quindi aver a che fare con un presunto e indefinito fascismo della pellicola sembra necessario.
In realtà, non c’è nulla di male nel mettere in scena una giustizia privata che diventa vendetta, ossessione per arrivare allo sterminio. Quello che infastidice sono i mezzucci con cui la scelta non si pone come ambigua, sofferta, o una vera e propria scelta morale da cui non si può tornare indietro. Innanzitutto, il montaggio alternato sul corpo di Jodie Foster martoriato dalla ferite infertele dai “balordi” (che sono definiti semplicemente come gggiovani balordi, come in un film di Bronson) e il corpo amato da Sahid. Poi i montati musicali sui bagliori di autocoscienza del tipo, ehi, ho appena ucciso un uomo, ma poi vago sofferente per la città per capire che non mi appartiene più ma è un organismo che mi rigetta, è cambiata e non la capisco, forse ho sbagliato, però ho ancora amore e razionalità, e soffro,e adoro ancora la città, tanto che faccia un programma radiofonico su di essa, ma ora è cambiata ma non so ma aspetta, c’è un balordo che ha rubato un i pod, aspetta che gli ficco una pallottola in fronte.
Tutto è giustificato in nome di una profondità interiore solo detta e mai esplicitata. Quindi deteriore, noioso alla morte, e con Jodie Foster che invecchiando sembra tornare alla pubblicità della Coppertone.
Michael Clayton di Tony Gilroy
Come Il buio nell’anima è un buon esempio di fraintendimento di cosa dovrebbe essere il cinema civile, non per quello che dice, ma per come lo dice, Michael Clayton si siede proprio nel mezzo del genere. Costruito attorno a Clooney, posato, esplicativo, racconatato di modo che la trama, gli avvenimenti e la tesi siano veramente a prova di imbecille, il film ha un passolento ma stringente, nella parabola personal-politica del personaggio. La somiglianza che mi è venuta in mente è quella con The Weather Man con Nicholas Cage: in quest’ultimo si tratta del racconto di un’impotenza esistenziale, con pochi e non decisivi riscatti, qua si tratta di una connivenza politica, che non si sa se e quando verrà riscattata. Michael Clayton è lo “spazzino” di un enorme studio di avvocati che comincia ad avere dei dubbi nel momento in cui deve risolvere delle grane in una causa di multinazionale contro comuni cittadini danneggiati. È un mediocre (giocatore, divorziato, amorale) abile solo nel trafficare: la cosa buona è che la presa di coscienza è presentata in modo credibile: l’unica possibile reazione a un cerchio che si stringe sempre di più, e non una profonda meditazione su ciò che succede nel mondo (cfr. Il buio nell’anima). Unici difetti: affettazione che sembra mancanza di personalità nella messa in scena, e bizzarra concezione della suspense nelle (poche) scene di azione pura. Un errore concettuale tanto grosso da sembrare fatto apposta. E forse lo è (parlo, per chi ha visto il film, della ripresa a metà film dell’esplosione iniziale).
Angel – la vita, il romanzo di François Ozon
Ozon ha probabilmente il più grosso budget della sua carriera e lo toppa clamorosamente (15 milioni di euro spesi, 1 di incassi in Francia). Il film è la storia di Angel, giovane di estrazione piccolo borghese, che, grazie alla sua fervida immaginazione riesce a diventare una grande scrittrice di romanzi rosa e a vivere una vita che è un calco di quella delle sue eroine di carta (ricchezza fasto e ammiratori, amore doloroso e infelice, lui villain perfetto, tanto affascinante quanto stronzo, accenno a storia lesbo, figli illegittimi e figli mai nati, pene d’amor fatali ecc ecc.).
Quindi un’operazione di secondo grado: nel senso che si prendono tutti, ma proprio tutti, gli stereotipi possibili e li si mettono in scena, ritagliandolo addosso a Romola Garai, che interpreta un personaggio volitivo, rozzo, arrogante, pieno di amore letterario e banalmente senza amore nella vita.
Ma a chi interessa una riflessione di secondo grado su un personaggio del genere, su una forma del melodramma presa pari pari dal dizionario dei luoghi comuni e degli stereotipi? Usare il registro dell’ironia sarebbe sparare sulla croce rossa, e pure in ritardo di una quarantina d’anni. Ci vorrebbe la capacità di essere sottili, ma Ozon non l’ha mai dimostrata – si veda Sitcom. Lui è un carnale che sfocia sul grottesco della commedia umana (nel bene e nel male), e non un fine dicitore.
Quindi l’operazione di secondo grado diventa un letale mix tra ironia smozzicata e fascinazione per il mondo rappresentato. A parte alcune citazioni (visive) da Via col vento, non rimangono due ore che fuori dall’intenzione ironica declamavano a ogni inquadratura il fascino per un personaggio tanto rozzo quanto vitale, tanto eccessivo quanto inutile, e poi i ricchi vestiti, le eleganti ville, il kitsch ovunque. Quindi la noiosa dichiarazione di un piacere colpevole, oscillante tra seduzione malcelata e critica mai graffiante.
manu
sabato, ottobre 06, 2007
Habemus Papessam!
E' stata dura, ma ce l'abbiamo fatta. Dopo giorni e giorni di provini, abbiamo trovato la nuova co-conduttrice di Seconda Visione, e avremo modo di farvela conoscere al più presto. Le selezioni, però, ci hanno portato via molto tempo, quindi siamo costretti a fare slittare l'inizio delle trasmissioni della nuova stagione del programma a martedì 16 ottobre.
Non vogliatecene: abbiamo lavorato per voi.
La redazione
P.S. Un grazie sincero a tutte le ragazze che ci hanno scritto e sono venute in radio per i provini. Siete state davvero carine, gentili, preparate.
P.P.S. E stasera festeggiamo il ventennale della radio!
lunedì, ottobre 01, 2007
Funeral Party di Frank Oz
Visto il trailer, ho esclamato: “Un’altra versione di 4 Matrimoni e un funerale, sarà una roba tipo 3 funerali e una cresima”. Sbagliavo, ma non per il fatto che gli anglicani non celebrano la cresima. Ma perché il film non è una commedia romantica con umorismo british, ma una scoreggionata ambientata nella campagna inglese, Se Vanzina invece di Olè avesse fatto Pudding, il risultato non sarebbe stato dissimile da questo.
Che poi sia registicamente confezionata in modo rispettabile, e ben intepretata è comunque il minimo sindacale. Ma il minimo.
La domanda centrale è: perché andare a vederlo? perché una serie di persone, il famigerato passaparola, aveva giurato e spergiurato che a Locarno, alle anteprime, per tutto il mondo conosciuto e non, c’era gente che si rotolava per terra dalle risate. Risate senza fine. 
Per carità, due ghigni saltano pure fuori, anche perché le scoregge fanno ridere, se non altro per riflesso condizionato (silenzio – contesto british upper class + funerale quindi contrizione e eleganza + scoreggia che rovina il silenzio, uno ride per il bambinone che è in lui).
Letteralmente, scoregge non ce ne sono (almeno non ricordo), però c’è il nano gay ricattatore (amante del rispettabile defunto), la cacca che vola qua e la, un tizio che prende la droga al posto del valium e quindi va in giro nudo a borbottare, simulazione di 69 con il cadavere. Roba del genere, nulla di più nulla di meno.
L’unica roba che fa ridere al di fuori del riflesso condizionato, è il discorso funebre di uno dei due figli della salma, scrittore frustrato, che recita più o meno come un tema delle elementari: “Mio padre nacque a Gloucester, sobborgo industriale che si sviluppò negli anni ’60 con l’industria tessile, e si rubarono i terreni coltivati a patate in cui era piacevole andare a fare passeggiate la domenica”. Ma oltre a questo davvero poco.
Due questioni serie: primo, il volgare, il comico, il triviale, non sono mai liberatori ma sono perfettamente integrati nel funzionamento della famiglia come panacea di tutto ciò che può accadere. L’amore trionfa, nessuno si fa male, tutto finisce a tarallucci e vino, o a muffin e sidro se si preferisce. Si potrebbe pensare che la famiglia ha ormai digerito e metabolizzato la volgarità, ebbene sì, siamo volgari ma spontanei e ci vogliamo bene in fondo,e quindi non è questa la strada per metterla alla berlina, o forse non è più necessario ridicolizzarla, o forse nessuno ce la fa più, o bastano I Simpson (in tv, perché nel film la carica antifamiliare è molto molto temperata), o forse sono domande del cavolo che non ha più senso porsi.
La seconda, che è una questione che si poneva il dottor p. per altre occasioni, è che non si capisce perché Boldi che in un film scoreggia è terribilmente volgare, mentre se lo fa un professore di filologia romanza, un notaio, un lord, o una ballerina classica il tutto diventa intrattenimento intelligente, arguto liberatorio e con una punta di satira, che non guasta mai e aiuta anche a pensare.
Non si fraintenda, non è che ci si vuole aggregare alla rivalutazione snobistica delle vanzinate, ma si cerca almeno un equilibrio nei giudizi espressi, senza farsi infinocchiare dai fiocchetti di eleganza.
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