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venerdì, novembre 30, 2007
Anticipazioni (due film per tutta la famiglia)
Onora il padre e la madre (Before the Devil Knows You’re Dead) di Sidney Lumet
L’esplosione calcolata e imprevedibile di una famiglia. Imprevedibile perché i due figli, cresciuti, sono di relativo successo (o perlomeno lo erano): Philip Seymour Hoffman è il dirigente di un settore di un’azienda immobiliare, ma cerca soldi per fuggire dall’America – forse per coprire alcune sue malefatte, di sicuro per provare a ricucire il matrimonio. Ethan Hawke è un inetto (direi, un ruolo una carriera), un tempo era di successo (teneva il mondo per le palle) ma ora provato da un divorzio e da altri sfighe, si trova ad avere un disperato bisogno di soldi per gli alimenti.
Il primo è luciferino, l’altro è il fallito che gli vende l’anima. Ma il piano diabolico prevede la rapina alla gioielleria dei genitori di entrambi: una sorta di risarcimento simbolico per il personaggio di Hoffman, sempre attaccato dal padre in quanto il più grande e il più brutto, l’ultima speranza di una vita decente per Hawke.
Ovviamente, tutto va a rotoli in modo sempre più tragico. E devastante. Non c’è pietà: è un mondo cattivo e nero, e la famiglia è il suo cuore pulsante. I due figli architettano assieme il piano, ma Hawke va a letto con la moglie di Hoffman (Marisa Tomei sempre nuda per i primi tre quarti di film). I genitori chiedono fuori tempo massimo il perdono per le proprie colpe, e a nessuno salta anche lontanamente in testa di perdonare.
Ciò che rende ancora di più interessante la parabola dei pezzi che saltano in aria dopo la rapina è la scomposizione in punti di vista e piani temporali diversi intrecciati tra loro, per cui si segue il percorso di ciascuno prima e dopo la rapina: tutto è scritto, ma ognuno ci mette la sua scrittura di cattiveria e incapacità.
Il padre è stronzo solo come gli uomini di altri tempi sanno essere, il figlio (i figli) è squalo/cocainomane/malvagio e ignavo/pasticcione/codardo/scemo, lo spirito santo è il demonio. Amen
Into the Wild di Sean Penn
Una quindicina di anni dopo si ha la prima epopea grunge. O della generazione X, per chi preferisce. Se ne sentiva il bisogno? La domanda è sbagliata, la risposta è comunque sì.
Anche perché si meritava di più del minimalismo sentimentale alla Singles, che ha francamente scassato il cazzo.
A distanza di anni si può cominciare a fare epica: attingendo dal road movie, dal mito della frontiera e della wilderness, spostando il confine all’Alaska e alla sfida del singolo contro la natura, selvaggia.
La forma è quella di ripresa, molto precisa del cinema anni settanta, ma il protagonista Christopher McCandless (Emile Hirsch) non è uno sbandato, uno che ha perso la via in un mondo ostile, ma un individuo che ha molto chiaro cosa vuole eliminare: la famiglia menzognera, disfunzionale e ipocrita, come i riti della società la famiglia in grande: il denaro, la carriera, l’identità. E ha ben chiara la sfida con se stesso e con l’universo. Non c’è utopia, ma solo individualismo estremo e disperato. E l’ingenuità di cercare una natura e una sfida irreale nello “sport estremo”, se mi si passa il termine impreciso.
E forse per questo che il tempo non è lineare, il viaggio non è seguito tappa per tappa, ma si ha la sua vita in Alaska (in un bus abbandonato) inframezzata dalle tappe del viaggio che Christopher attraversa per raggiungere l’Alaska. Queste non a caso sono narrate dalla voice over della sorella, che racconta per ipotesi a partire dalla sua mancanza, dalla sua fuga, e sono scandite da dei titoli che metaforicamente rimandano alla crescita dell’uomo (nascita, infanzia adolescenza e vita adulta).
È imbottito di letture, da Tolstoj a Jack London, fino all’immancabile Thoreau, di cui parafrasa la citazione “Piuttosto dell’amore, del denaro, della fama, datemi la verità”, aggiungendo anche la giustizia, la famiglia alle cose da scartare. Si tratta della ricerca della verità, radicale, non piegabile ai limiti dell’umano, verso l’assoluto e l’inevitabile tragedia del finito che – se mi si perdona l’iperbole – era quella di una generazione intera (non esattamente la mia, ero forse un poco giovincello, ma di questo si può discutere). Una ricerca senza utopie, e quindi senza bussole: in una ricerca di autodistruzione non per se stessa, ma per qualcos’altro.
Ovviamente, durante il road movie si incontra la risposta a quello che si cerca, ma nel momento in cui Alex Supertramp (il soprannome che il protagonista si dà) accetta la sfida, non si può tornare indietro. Il tempo, quindi, è indubbiamente tragico. Un film davvero potente.
Anche se non importa nulla, è “tratto da una storia vera”, e parla di eventi accaduti tra il 90 e il 92.
Davvero gran film.
manu
LA SCALETTA DI GIACOBBE
In principio era SecondaVisione. Nel Giorno Domini IV dicembre D.C. la Papessa d'Antiochia, Francesco il Battista e Tommaso d'Arimatea apriranno il Settimo Sigillo e vi porteranno il Verbo testimoniando di:
- Nella Valle di Elah del Reverendo Paul Haggis, paternità, Iraq, Bibbia e bandiere a stelle e strisce.
- Lascia Perdere, Johnny di Fratel Fabrizio Bentivoglio, pubertà, musica e pantaloni a zampa d'elefante.
Per l'antifona de Il Duro Mestiere del Critico, Francesco l'Agnostico si immolerà al sacro altare dell'alleanza cinefila visionando La Musica nel Cuore, e vedrà che sarà cosa buona e giusta.
In Verità, in Verità vi diciamo che cinque sono i posti diponibili per il Regno di Città del Capo, sufficiente sarà confessarsi e mandare una lettera ai Tessalonicesi all'indirizzo secondavisione@hotmail.com.
Così sia.
La miracolata Redazione
Nella foto: l'accoglienza del pubblico ai conduttori
mercoledì, novembre 28, 2007
Da quando sono entrata a fare parte del team ( com'è aziendalista, ci manca che io dica la grande squadra e sono apposto), dicevo da quando sono indegnamente entrata a fare parte del collettivo di Secondavisione, non avendo conservato un briciolo di autodeterminazione, ho cominciato ad odiare le voci fuori campo. E' stato un fenomeno progressivo, che si è lentamente e inesorabilmente impossessato di me, predeterminando i miei giudizi in maniera invasiva, istintiva, definitiva. Allra dato che questa mattina, all'anteprima con ricco buffet della prima fatica cinematografica (meglio, del primo lungometraggio) di Fabrizio Bentivoglio, Lascia perdere, Johnny! la voce fuori campo mi è diventata a tratti insopportabilmente fastidiosa, mi è venuta voglia di riflettere sul perchè. Allora da un lato mi sono resa conto di quanto le riflessioni fatte da Fra qualche giorno fa sul blog, quell'insopprimibile necessità del cinema odierno di spiegare, spiegare, spiegare, tagliarci a pezzetti la bistecca e grattuggiarci la mela e imboccarci per risparmiarci fatica, mi stessero ancora ronzando nella testa e si stessero allargando a decodificare diversi campi dello scibile, delle arti e della stessa esistenza. Dall'altra, si parva licet ( senza nulla togliere al succitato Francesco, ma so che questo eccesso di modestia usato in sua vece lo rincuorerà), mi venivano in mente le parole di Sir Chaplin letta da chissà quale parte. Così ho scaravoltato la mia libreria alla ricerca di quella frase, e l'ho trovata. E mo' ve la scrivo.
Il silenzio è l'essenza del cinema. Nei miei film non parlo mai. Non credo che la voce possa aggiungere alcunchè alle mie commedie. Al contrario, distruggerebbe l'illusione che voglio creare, quella di una piccola immagine simbolica buffa, non un personaggio reale, ma un'idea umoristica, un'astrazione comica.
Ora, senza volere entrare nel campo della querelle film muto o sonoro, mi è smbrato che questa riflessione desse voce esattamente alla sensazione che stavo vivendo sulla mia pelle. Insomma, è mai possibile che le immagini non riescano a farsi linguaggio? E' mai possibile che per un eccesso di zelo, di scrupolo,insicurezza, scarsa familiarità col mezzo, le parole debbano mettere sempre e comunque le toppe, anche laddove non ce ne sia bisogno? Il fim visto questa mattina, e ne parleremo in trasmissione, avrebbe retto anche senza didascalie non richieste. Anche senza il manuale d'uso.
Che ne pensate voi amici?
Ho le traveggole anch'io?
Hasta
lapapessa
venerdì, novembre 23, 2007
ALL YOU NEED IS SECONDAVISIONE
Ciao Arrivederci, Buongiorno Luce del Sole. Il giorno nella vita martedì 27 ci immagineremo in un sottomarino giallo sul fiume con alberi di mandarino, cieli di marmellata e campi di fragola per sempre. Sexy Sadie Luciana, il Sergente Francesco Pepe e Padre Tommaso McKenzie vi intratterranno con un piccolo aiuto dai loro amici in un viaggio magico e misterioso. Questa la scaletta per la recita di beneficenza di Mr. Kite:
- Mein Führer - La veramente vera verità su Adolf Hitler, che deve ancora avere 64 anni, sulla lunga e ventosa strada per andare meglio. La felicità è una pistola calda.
- Across the Universe della ragazza-parchimetro Julie Taymor, giro musicarello sulle montagne russe a base di 33 canzoni degli scarrafoni, vostra madre le dovrebbe conoscere. E il vostro canarino le potrebbe cantare.
Il consueto appuntamento Il Duro Mestiere del Critico vedrà il pazzo sulla collina sorbettarsi Lezioni di Cioccolato con l'uomo delle tasse Luca Argentero e Violante Placido nel cielo coi diamanti. Noi possiamo farcela.
Ieri tutti i nostri problemi sembravano tanto lontani, ma anche il domani sa che 5 sono i posti disponibili per seguire la trasmissione live dagli studi in legno norvegese, diventate scrittori di libri tascabili, mandate una mail a secondavisione@hotmail.com e potrete guidare così la nostra macchina.
La Redazione, qui, là e ovunque
Nella foto: l'arrivo del pubblico di nazionalità danese in via Berretta Rossa
giovedì, novembre 22, 2007
Fellini alla radio
Storia di un amore uditivo
Ho visto quasi tutti i film di Fellini, per passione, per studio, per lavoro. Sono abbastanza sicuro che il primo che ho visto sia stato Amarcord: una totale identificazione con i "ragazzi" mi aveva permesso di turbarmi davanti all'enorme tabaccaia, alla Volpina, alla Gradisca. Poi ho visto gli altri, da solo, nei cineclub, a casa con altri, in salette anguste dell'università.
La prima volta, però, che ho subito una fascinazione per il mondo di Fellini, è stato con Otto e mezzo. Ed è stato uno stimolo uditivo, non un'immagine, a farmi innamorare dei suoi film. Vi ricordate l'inizio di quel capolavoro, con l'incubo di Mastroianni bloccato nel traffico? Mi risuona ancora nelle orecchie, se ci penso, quel sussurro, tipicamente felliniano: "Ingegnere, ingegnere, scenda giù". Se penso a Fellini mi viene in mente questo, prima della scoperta degli affreschi in Roma, prima del lucente bianco e nero de La dolce vita, prima della festa de I vitelloni.
E penso di essere tornato all'inizio di questo amore, oggi, che mi trovo a presentare i radiodrammi pressoché inediti che Fellini scrisse per l'EIAR nei primi anni '40. Quando mi sono arrivati in mano questi copioni, li ho letti e mi sono commosso, perché in quelle parole c'era tutto il Fellini regista. In quel ragazzino ventenne c'era già tutto, tutto quanto. E mi sono commosso ancora, quando ho sentito i radiodrammi riprodotti da Franco e Roberto. E ancora strette allo stomaco quando ho intervistato, per le puntate che ho curato, Kezich, Zavoli, Pandolfi e tanti altri che mi hanno regalato ricordi davvero personali sul genio di Fellini.
Chi è a Torino sabato 24, può venire a fare un saluto a me e Roberto alle 17 al Circolo dei Lettori, che ospita gli eventi collaterali del Torino Film Festival. Tutti gli altri possono sentire le puntate e i radiodrammi la prossima settimana su Città del Capo - Radio metropolitana o sul sito dell'iniziativa: www.felliniallaradio.it.
Un consiglio: non ascoltateli sull'ipod, in giro, mentre fate altro. Prendetevi del tempo, mettetevi comodi, su una bella sedia, con una coperta, un the. E ancora una volta lasciate che sia Fellini a farvi sognare.
P.S. Ovviamente ogni ripresa di questa iniziativa nei vostri blog, o lettori, sarà più che apprezzata.
Fra
Il regista è un signore svedese che sbarcato in America aveva dimostrato incontrovertibilmente che la Jennifer Aniston fuori dalle commedie romantiche non funziona. Il saggio teorico era Deralied – Attrazione letale, una porcheria vagamente puritana in cui la Dark Lady Jennifer Aniston (si può ridere), seducente come un gabinetto della stazione di Bologna verso sera ma non altrettanto fatale, rimorchiava il padre di famiglia Clive Owen nel ruolo più sbagliato della sua carriera (anche più di Artù). Tutto con una spruzzata di Cassel che dice cose tipo “Bastardò, ti ricattò, stonzo! Sonò cattivò ma anche fascinante parce que tenebrosò: lo sannò anché le ditté di profumì e consumì di lussò. Vive la France et la cassolette! ”.
In più il trailer mostrava l’inquietante immagine di acqua che usciva da un quadro rappresentante il mare, con una tecnica digitale che suscitava qualche perplessità.
La trama era John Cusack chiuso in una stanza per un’ora e mezza. Mmmh? Forse che la passerà a struggersi per Daphne Zuniga? No, è tratto da Stephen King, quindi non ci sono le condizioni per l’auspicabile fenomeno “Sono il Meg Ryan maschietto, come lei fuori età, ingaggiatemi, vi farò battere i cuoricini come i pomeriggi su Italia 1”.
Il pregiudizio si era formato: “è il remake horror di Jumanji”.
Ma a volte il pregiudizio viene sconfitto: per carità non è Shining, ma un film che come si dice è solido. Oppure, è “horror per tutti”: cioè disturbante ma non troppo, definizione professionale dei meccanismi mentali dei protagonisti, il protagonista attraversa una molto evidente “prova decisiva” che muterà la sua visione del mondo, una spruzzata di soprannaturale senza richiedere eccessive sospensioni di incredulità.
Semplicemente: esiste un luogo malvagio, che uccide i suoi occupanti, e uno scettico decide di sfidarlo, e questa lotta lo muterà.
Onesto, senza troppi effetti bubusettete, è inquietante fino a che il potere della stanza 1408 si manifesta piano piano, con indizi, suggestioni e riesce a far crescere l’inquietudine. I difetti, lievi ma ci sono, sono quando scoppia l’apocalisse e tutto deve avere una soluzione. È un difetto abbastanza comune nei “sistemi chiusi” in cui si accumulano un sacco di elementi (in questo caso orrorifici) di grandezza crescente. La risposta che cerca lo spettatore è “come farà a uscirne?”, ma la risposta è sempre deludente e ciò che affascina è invece l’accumulazione di elementi (quindi l’apertura) e mai è la chiusura (la riduzione dell’accumulazione a un unico principio di sintesi e risolutore). È una questione di ritmo o, per essere precisini, di aspetto.
manu
venerdì, novembre 16, 2007
ABBUFFATEVI LA SCALETTA!
Martedì 20 novembre ritorna l'appuntamento enogastronomico con Secondavisione, il buongustaio pentolone di appetitoso cinema, saporite sciocchezze e speziate pretese culturali. I nostri chef Luciana, Francesco e Tommaso prepareranno per voi:
- L'Abbuffata di Mimmo Calopresti, gustosa mise en scène a base di metacinema trifolato e attoroni tartufati.
- Meduse di Etgar Keret e Shira Geffen a base di matrimoni tel-avivensi con contorno di badanti filippine à la julien .
Per dessert Il Duro Mestiere del Critico riserva l'appetitoso Il Nascondiglio del maestro Avati accompagnato da Laura Morante che strepita ed ansima da mane a sera.
Cinque i posti disponibili per seguire dal vivo i preparativi culinari del più famoso banchetto radiofonico, tutto quello che dovetre fare è inviare una succosa mail a secondavisioneescargothotmail.com.
Non venite mangiati.
La prelibata redazione
Nella foto: l'arrivo delle cibarie negli studi di Città del Capo-Radio Metropolitana
Mercoledi sera con tutta la discrezione che l'occasione certo non richiedeva (sala semivuota, ero sdraiata, novello Nerone, sul triclinio) si è svolta a Bologna la presentazione in anteprima del film Angeli distratti, diretto da un regista-non regista, Gianluca Arcopinto, noto tra le giovani leve del cinema italiano per la sua attività di produttore indipendente ( citiamo a titolo di esempio Il caricatore di un giovanissimo Eugenio Cappuccio, e ancora Incantesimo napoletano di Paolo Genovese e Luca Miniero, Ballo a tre passi, Craj-Domani ecc ecc ecc). Battage pubblicitario inesistente, dicevamo, per un film che nasce "su commissione" dell'organizzazione Un ponte per a raccontare l'Iraq dell'invasione americana, nella fattispecie dell'attacco a Falluja del novembre 2004.
Certo non è facile raccontare una guerra di cui sappiamo già troppo e nei riguardi della quale abbiamo sviluppato probabilmente speciali anticorpi, o siamo forse anestetizzati ed impermeabili agli orrori.Il tentativo di Arcopinto mi èsembrato sincero, generoso ma solo in parte riuscito. Sorta di ibrido costruito nel'alternanza di intervista-fiction-materiale di repertorio ossessivamente monocromatico (come fossero immagini da videogames, in accordo alla voce fuori campo di un marine, invogliato ad arruolarsi a partire proprio dalle lusinghe di chi gli raccontava che l'Iraq sarebbe stato poco più che un'avvincente partita alla playstation), non sembra aggiungere molto a tutto ciò che abbiamo già visto, letto, ascoltato, guardato sull'Iraq. Non ha sempre la forza di profondità, di anima, di trafigurazione che dovrebbero avere le opere cinematografiche e più in genere artistiche per aggiungere un tassello alla riflessione, per discostarsi dall'informazione giornalistica. Riuscita la parte di fiction: una madre irachena cui la guerra ha strappato tutto, figli marito e occhi, tiene sotto scacco un marine con il solo scopo di dimostrarne la slealtà, perchè sa bene che le promesse non saranno mantenute ("in Iraq siete stati solo capaci di dire bugie"). Amarissimo, tragico confronto tra due vittime, se è vero che da una parte e dall'altra, come ci insegnava De Andrè, esiste uno stesso identico umore. Gli angeli del titolo sono quelli che secondo una storia circolante a Falluja nei giorni dell'invasone avrebbero dovuto proteggere la città dalle white bombs scroscianti sulla città, e che, colpevolmente, si distrassero.
Nonostane la Lucky Red sarà difficile che la pellicola abbia una vita distributiva canonica. Circolerà probabilmente nei circuiti d'essai delle cineteche, stante l'augurio di Arcopinto avrà vita lunga, magari circolerà nelle scuole come materiale didattico. Ci si chide perchè il cinema italiano debba sempre accontentarsi. Un po' di coraggio in più, forza...
Hasta pace e bene peace&llllove
lapapessa
sabato, novembre 10, 2007
Spiegatemi tutto. E subito
C'è una cosa che mi fa arrabbiare più di altre, quando vado al cinema negli ultimi anni.
Che ti spiegano tutto, nei film. In ogni modo. E tu ti senti idiota.
Le prime volte l'ho notato nei film italiani: i personaggi dicevano sempre qualche battuta in più del dovuto, rivolgevano parole direttamente a noi in sala. Ma non per interpellarci, no. Per assisterci nella comprensione della trama, emotiva e fattuale, del film.
E ho pensato: "E' la diffusa insicurezza dei registi italiani." Mi sono spesso immaginato registi e sceneggiatori che si mordono le unghie e pensano: "Ma sarà stato chiaro che lui ha fatto questo per quel motivo?", oppure: "Avrò mostrato abbastanza che...", eccetera.
Poi mi sono reso conto che la questione è diffusa. Prendiamo un film come Michael Clayton. Immaginiamo, per giocare, a cosa un film del genere potrebbe corrispondere in altri decenni. Qualcuno ha tirato fuori Il Verdetto. Ma, come ha detto Manu, Michael Clayton è a prova di idiota. Nel Verdetto ci sono quanto meno delle ellissi di qualche tipo. Senza arrivare alla complessità, sempre per muoverci intorno al genere, del Grande sonno o del Mistero del falco.
Adesso, no. Tutto dev'essere spiegato per filo e per segno, si deve capire tutto, tutto dev'essere non solo perfettamente facile da seguire, ma favorire in ogni modo l'attenzione.
Mi chiedo perché, cosa stia succedendo, da dove derivi questa cosa. (Non mi chiedo se abbia avuto le traveggole nel notare questa tendenza, dovrei?)
Sulle prime ho pensato alla forma narrativa televisiva, una forma di comunicazione che, soprattutto se non narrativa, basa tutto sulla simultaneità e sulla continuità. (Almeno, per quello che era la televisione.)
Poi ho pensato a serie come Lost e Prison Break, e a quello che me ne hanno detto, visto che di serie praticamente non ne vedo (e dovrei, invece). Lì lo spettatore viene stimolato, non sempre a livelli sopraffini. Addirittura, a volte, penso a quello che mi hanno detto di Lost, dove pare che l'accumulo di ellissi e i "maneggiamenti temporali" diventino essi stessi materia narrativa, e non un modo per raccontare.
Ma ovviamente il pubblico di una serie è diverso da quello della televisione generalista. Prendiamo gli Stati Uniti, dove la televisione generalista è forte, seppure non sempre in chiaro. I film "popolari" americani, che presumo siano molti di più di quelli che arrivano sui nostri schermi, hanno più o meno successo, ma sono una grande parte della produzione globale, e occupano buona parte non solo delle sale, ma anche del mercato home video. Se questi film hanno effettivamente una "forma televisiva" - usando l'aggettivo in senso proprio, visto che "televisivo" applicato al cinema credo abbia poco senso di essere adoperato - si ripete la visione generalista nel salotto di casa, perpetuando un modello narrativo, quindi, televisivo. E sempre più diffuso.
E quindi? Esiste ancora la televisione generalista? E soprattutto ha ancora un'influenza? Cosa succede al modo di raccontare cinematografico? Così, per capire, per buttare là qualche interrogativo culturalmente pretenzioso.
Fra
COME VI PIACE (LA SCALETTA)
Martedì 13 novembre il consueto appuntamento col contenitore radiofonico di sciocchezze, pretese culturali e, ogni tanto, di cinema. La scaletta di questa settimana vede:
- Sleuth, di Kenneth Branagh, che dopo aver esaurito tutto il catalogo shakespeariano, ci riprova col remake dello straordinario Gli Insospettabili del maestro Mankiewicz, chiama a sceneggiare Pinter, il figaccione Jude Law rifà il ruolo di Sir Michael Caine, Sir Michael Caine rifà il ruolo di Sir Laurence Olivier. Chi vincerà?
- Fatih Akin torna al cinema con Ai confini del Paradiso: amore, morte, famiglia, politica e Turchia…mancano solo i curdi.
Il Duro Mestiere del Critico vedrà Francesco ricevere il testimone da Tommaso dei film adolescenziali, si armerà di popcorn, bibita e crema antiacne e si godrà il film più morale, etico e femminista del cinema italiano, Come tu mi vuoi, ovvero, se tu, donna, vuoi riuscire nella vita e nell’amore, non importa quanto tu sia intelligente, l’importante è che tu assomigli a Cristiana Capotondi, così riuscirai pure a conquistare quell’intelligentone di Nicolàs Vaporidìs. Che fortuna.
Cinque i posti disponibili per partecipare live dai vasti studi di via Berretta Rossa e, magari, baciare una pantofola tacco 30 della Papessa. Tutto quello che dovete fare è mandare una mail a secondavisione@hotmail.com.
Siateci.
La redazione
Nella foto: alcuni spettatori di "Come tu mi vuoi" in fila davanti alla sala cinematografica
giovedì, novembre 08, 2007
Abbiamo scaricato per voi
Caro Veltroni, in questo film c’è la soluzione ai problemi con i rumeni. Bisogna mandare a Bucarest Wesley Snipes che sistema trafficanti, ubriachi, micro e macro criminali, donne con bambini, presidenti mafiosi di squadre di calcio, mafiosi, parcheggiatori abusivi e tutta questa marmaglia.
C’è comunque del genio (del male) in un film che comincia Wesley Snipes che cammina in aeroporto e in voice over si sente la frase tonitruante “ Nel mio lavoro non devo dare nell’occhio…sono un negro a Bucarest, non sarà facile”. In una mossa cialtrona si prendono due piccioni con una fava:
1) si esprime e ci si scusa dell’imbarazzo per il fatto che nessuna comparsa si batta la mano sulla fronte esclamando “Ehi, c’è Wesley Snipes, un negro, che cammina con un pistolone per le strade di Bucarest con occhiali scuri a goccia e camicie hawaiane e riesce anche a nascondersi dai terribili criminali che lo inseguono, che basta che vadano in tre bar a dire “Ehi, avete visto un afroamericano che gira con occhiali a goccia e camicia hawaiana e pistolone per le strade di Bucarest prendendo a fucilate tutto?
2) Si esprime e ci si scusa dell’imbarazzo che il tutto è ambientato in un deposito di rottami della Romania. Non in Romania, ma nelle location più vuote e desolate della Romania. Non ci sono mai stato, ma sembra proprio che si siano messi di impegno nel dire “Cerchiamo delle location vuote e squallide, ma ancora di più di quanto un possa pensare”.
Più seriamente, tutto è altamente improbabile, che tocca vertici sublimi nei dialoghi seri e amorosi (sì, litighiamo, ti proteggo, non ti sopporto ti amo, ma scopiamo nella dissolvenza) tra Wesley e l’improbabile Silvia Colloca (chi?).
Si salvano, se proprio si è in buona, le scene di azione, diligentemente professionali nonostante le evidenti nozze con i fichi secchi.
Da ricordare Wesley che prende la moto a un poliziotto rumeno (una specie di Yamaha Teneré ingrassata e completamente bianca, con la bandierina della Romania e la scritta Policia), indossa il bianco casco con la bandierina della Romania e la scritta Policia e si lancia in una corsa mozzafiato per le strade di Bucarest.
Se i rumeni non sono più sulle prime pagine dei giornali, tutti noi italiani dobbiamo dire “Grazie Wesley”.
Lasciamo perdere Van Peebles con i dread, che mascellona per tutto il film. Lasciamo perdere che nelle scene di azione la professionalità l’hanno lasciata sul comodino. Lasciamo perdere il morphing che muta la scritta “Jesus is coming” in “Tal-El (il demone sumero, cfr. infra) is here”.
Ma un film che inizia come citando L’esorcista ma soprattutto L’esorciccio, prosegue come Arma letale (e polizieschi vari e eventuali) con spacciatori e demoni sumeri in partecipazione speciale, e finisce come Il bambino d’oro merita una menzione solo per il métissage della trama che riporto qui brevemente
Antefatto Iraq 1991 (Esorcista/esorciccio): Mario Van Peebles in una missione non meglio chiarita, vigila uno scavo archeologico dove contemporaneamente
1) 1) viene scoperta una tomba che deve avere una maledizione (segnalata da autoctoni spaventati, telefonata a esperto americano che dice “certe cose devono rimanere sepolteeeeeee!!!!!” ecc.).
2) Nasce un bambino che poi diventerà quello che salverà il mondo (tipo Mosé, Abramo e altri del genere, che vengono citati nel film in dialoghi alti del tipo “Oggi all’Italia sul due parliamo di Apocalisse e millenarismo, non sapete cosa sono?, Per rispondere alle vostre domande abbiamo con noi l’esperto autodidatta autore del libro “Il mondo sta per finire. Ma noi sappiamo cosa fare”)
3) La gente impazzisce e si spara e si uccide senza ragione
Al che Mario Van Peebles viene mitragliato, sopravvive, ma qualcuno gli ha tatuato sul petto dei simboli magici e sconosciuti
Svolgimento: Mario, che ha una moglie ridotta in coma da dei balordi, e il suo collega poliziotto pattugliano le strade di Los Angeles, dove è scoppiata la grana Kaos. Che non è il feroce cane di un punkabbestia, ma una droga fa diventare tutti dei pazzi assassini perché è spacciata dal demone sumero cattivissimo e tramuta tutti in suoi adoratori.
Finale: Mario scopre che il demone deve uccidere il bambino nato nella notte in Irak, che si impossessa dei corpi. Inoltre, apprende che i simboli gli sono stati fatti da una donna-demone che parla come se stesse in un imbuto e che così lo ha fatto diventare il “Guardiano” del fanciullo e del destino del globo contro il demone. E tutto è davvero in vacca a questo punto.
in fondo, quasi emozionante, tutto ciò.
manu
venerdì, novembre 02, 2007
LA QUARTA PUNTATA MADRE

Martedì 6 novembre torna l’immancabile e immarcescibile appuntamento con Luciana, Francesco e Tommaso che ci sollazzeranno le menti e i cuori con una puntata ricca, speriamo non solo di vaccate. Questa la scaletta:
- Non avendolo fatto la settimana scorsa, si tenterà ancora di parlare di Elizabeth – The Golden Age con la nostra diletta Cate Blanchett e il nostro rude Clive Owen.
- Si valuterà l’entità de La Giusta Distanza tra Carlo Mazzacurati e un film pienamente riuscito.
E questa settimana il consueto Duro Mestiere Del Critico si farà per tre con la visione collettiva de La Terza Madre di Dario Argento, il cui unico elemento horror è forse l’ostinazione a schierare la figlia Asia.
Cinque i posti disponibili per seguire dal vivo i vostri beniamini dai capienti studi di Città del Capo – Radio Metropolitana, bere qualche goccetto e scegliere il duro mestiere per la settimana successiva, il tutto mandando una sagace mail a secondavisione@hotmail.com.
Come mancare?
A martedì
La Redazione
Nella foto: l'arrivo di un'ascoltatrice in via Berretta Rossa.
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