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Seconda Visione, cinema, sciocchezze e pretese culturali. Ogni martedì dalle 2230 alle 0030 su Città del Capo - Radio Metropolitana 96.3 e 94.7 MHz Bologna
Luciana Tommy FEDEmc Manu Paolo Fra

 

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lunedì, gennaio 28, 2008
 
Dogma Sundance 2008 (versione post visione de La famiglia Savage, o meglio The savages perché i titolisti italiani non capiscono nulla).
 
1)      Nessun personaggio può essere ridotto alla seguente formula (essere umano normodotato) + x. Per x si intende caratteristica bizzarra che lo rende simpatico, unico, e dotato di una vita degna di essere vissuta. X può essere: collezionismo folle, impulso creativo frustrato, trauma insolito di natura sessuale, tendenze suicide fantasiose, acconciatura peculiare ecc.
2)      Quindi, “Il mondo è bello perché è vario” non è solo un luogo comune, ma è anche una spina dorsale narrativa insufficiente.
3)      Lo squallore della vita sessuale non può essere rappresentato con copula alla missionaria e personaggio che guarda il soffitto con fare annoiato,
4)      Lo squallore della vita professionale non può essere riassunto in “luogo freddo e grigio con persone insensibili ma inserite vs. il mio io creativo e dolce e sensibile frustrato dal mondo in cui sono”
5)      Il compiacimento dell’autore regista nel riflettersi nel personaggio – di intellettuale sensibile frustrato – principale deve avere limiti ben precisi.
6)      Le gag con vecchi colpiti da Alzheimer (o personaggi con disabilità varie) fanno ridere. Ok. Ma fanno ridere in modo volgare sia che le scriva Buck Brippin from North Dakota e siano ambientate in un residence dell’Arizona, sia che le scriva Neri Parenti e siano ambientate a Fregene. E comunque in nessuno dei casi saranno mai culturalmente (high culture version) rilevanti. Neanche per sbaglio.
7)      La noia non è un valore estetico.
8)      Il fatto che il personaggio principale non abbia superpoteri e non voli, o non spari, non è un valore estetico.
9)      Il fatto che il personaggio principale del film riconosca il valore estetico delle cose non è un valore estetico per il film
10) Basta storielline minimaline su famiglioline disfunzionaline. Siamo nel 2008, è maniera.
11) I personaggi stralunati, allibiti, allampanati, stupefatti, rincoglioniti al centro dell’inquadratura e frontali e con effetti appiattimento della profondità sono ormai vietati. Siamo nel 2008, è maniera.
12) Le storielline minimaline non possono finire a tarallucci e vino, che basta un poco di volontà e la vita continua. Senza sguardo amaro, profondo, perlomeno combattuto, sulla seconda possibilità dell’amore mi posso guardare PS I Love You. E ho detto tutto.
13) Un buon test per valutare la bontà di una scena è la “traslitterazione Ozpetek”. Cioè chiedersi: questa sequenza la potrei ritrovare in un film di Ozpetek? Se la risposta è sì, ci sono buone probabilità che la sequenza in questione sia da buttare.
14) La relazione del protagonista con gli animali domestici (o con oggetti/esseri umani facenti funzione) o è improntata ad una serena convivenza o al bieco sfruttamento sessuale. Ciò che sta in mezzo (in un film) è fuffa.
15) Qualsiasi cosa che ricordi anche vagamente La mia vita a Garden State va impedito ad ogni costo.
16) L'elaborazione del lutto di Elizabethtown è una roba brutta. Molto. Prenderla come modello è un peccato mortale.
17) Chi cita la “leggerezza” calviniana va trucidato sul posto. E' uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo
18) Qualsiasi non-luogo va ripreso con cognizione di causa. Ma è vietato mettere un oggetto/soggetto bizzarro in questo setting per dare la sensazione di postmoderno straniamento. Quindi no panda liberati in shopping mall, no aborigeni che cantano Love Me Tender in un aeroporto, no camionisti che citano Proust in un Burger King di El Paso.
19) Chi decide di realizzare un film indie (qualsiasi cosa voglia dire) deve fare questo per un anno. Per ogni santo giorno. Si sveglia. Si guarda allo specchio e si chiede “Ma la mia vita è davvero così interessante da farci un film?”
 
manu
postato da secondavisione | 18:31 | commenti (35)


venerdì, gennaio 25, 2008
 

IL RICHIAMO DI SECONDAVISIONE

Martedì 29 gennaio, giorno dell'indipendenza, indossate la vostra camicia di flanella preferita, magari a scacchi, armatevi di uno zaino e, novelli Thoreau, cercheremo insieme il nostro lago Walden con SecondaVisione. Questa la scaletta:

- Finalmente Sean Penn. Finalmente Into The Wild. Alaska, Avventura, Natura, Frontiera, Jack London, Eddie Vedder. Cosa si desidera di più?

- La Famiglia Savage, con Philip Seymour Hoffman  e Laura Linney, cinema indipendente a base di fratelli, sorelle e anziani padri in cerca di ospizio. Con locandina firmata Chris Ware.

Infine, riuscirà la nostra Papessa ad arrivare alla fine de Il Duro Mestiere del Critico che più duro non si può? Riuscirà ad affrontare un "esordio" alla "regia" di uno "scrittore" dello "stampo" di Federico Moccia interpretato da un "attore" come Raoul Bova? Riuscirà anche solo a proferire "quel" titolo?

A questi e ad altri scottanti interrogativi si cercherà di dare risposta martedì. 5 i posti disponibili. Mandate un piccione viaggiatore a secondavisione@hotmail.com. E portate il vino da voi stessi vendemmiato.

La Redazione (dalla sua capanna nei boschi)

Nella foto: un membro del collettivo SecondaVisione sul lago Walden

postato da secondavisione | 15:16 | commenti (7)


giovedì, gennaio 24, 2008
 
si ripubblica  in occasione dell'uscita
Into the Wild di Sean Penn
 
Una quindicina di anni dopo si ha la prima epopea grunge. O della generazione X, per chi preferisce. Se ne sentiva il bisogno? La domanda è sbagliata, la risposta è comunque sì.
Anche perché si meritava di più del minimalismo sentimentale alla Singles, che ha francamente scassato il cazzo.
A distanza di anni si può cominciare a fare epica: attingendo dal road movie, dal mito della frontiera e della wilderness, spostando il confine all’Alaska e alla sfida del singolo contro la natura, selvaggia.
La forma è quella di ripresa, molto precisa del cinema anni settanta, ma il protagonista Christopher McCandless (Emile Hirsch) non è uno sbandato, uno che ha perso la via in un mondo ostile, ma un individuo che ha molto chiaro cosa vuole eliminare: la famiglia menzognera, disfunzionale e ipocrita, come i riti della società la famiglia in grande: il denaro, la carriera, l’identità. E ha ben chiara la sfida con se stesso e con l’universo. Non c’è utopia, ma solo individualismo estremo e disperato. E l’ingenuità di cercare una natura e una sfida irreale nello “sport estremo”, se mi si passa il termine impreciso.
E forse per questo che il tempo non è lineare, il viaggio non è seguito tappa per tappa, ma si ha la sua vita in Alaska (in un bus abbandonato) inframezzata dalle tappe del viaggio che Christopher attraversa per raggiungere l’Alaska. Queste non a caso sono narrate dalla voice over della sorella, che racconta per ipotesi a partire dalla sua mancanza, dalla sua fuga, e sono scandite da dei titoli che metaforicamente rimandano alla crescita dell’uomo (nascita, infanzia adolescenza e vita adulta).
È imbottito di letture, da Tolstoj a Jack London, fino all’immancabile Thoreau, di cui parafrasa la citazione “Piuttosto dell’amore, del denaro, della fama, datemi la verità”, aggiungendo anche la giustizia, la famiglia alle cose da scartare. Si tratta della ricerca della verità, radicale, non piegabile ai limiti dell’umano, verso l’assoluto e l’inevitabile tragedia del finito che – se mi si perdona l’iperbole – era quella di una generazione intera (non esattamente la mia, ero forse un poco giovincello, ma di questo si può discutere). Una ricerca senza utopie, e quindi senza bussole: in una ricerca di autodistruzione non per se stessa, ma per qualcos’altro.
Ovviamente, durante il road movie si incontra la risposta a quello che si cerca, ma nel momento in cui Alex Supertramp (il soprannome che il protagonista si dà) accetta la sfida, non si può tornare indietro. Il tempo, quindi, è indubbiamente tragico. Un film davvero potente.
Anche se non importa nulla, è “tratto da una storia vera”, e parla di eventi accaduti tra il 90 e il 92.
Davvero gran film.
postato da secondavisione | 16:21 | commenti (7)


martedì, gennaio 22, 2008
 
American Gangster di Ridley Scott
 
 
Il problema è come porsi di fronte ai testi “così così”. Quelli a cui non puoi dir niente: fatti bene, secondo le regole del genere, senza picchi ma nemmeno cadute di gusto. Quello che sembrano usciti dal manuale del genere. Di solito il problema si pone con le commedie romantiche. Se professionali, ben scritte e interpretate non fatto danni.
Ma la linea va tracciata quando un film così così rischia di essere preso come un gran film. Quindi, anche se in fondo non si potrebbe dir niente, diventa un punto d’onore dire qualcosa. Di male anche oltre il necessario.
American Gangster è il risultato della bignamizzazione del gangster movie. Il re della bignamizzazione è Ang Lee – “che ha tutto il mio disprezzo” – che è l’equivalente cinematografico di una lucidatrice. Fa brillare tutto, ma rimane in fondo il salotto della casa della nonna. Ci sono un sacco di posti più divertenti e interessanti.
Ridley Scott è un altro che in quanto ad eclettismo (per i buoni) o troiaggine (per i cattivi) non scherza. Lui rimane uno che fosse stato colpito da un fulmine nel 1983 avrebbe a oggi tante monografie quante Kubrick: librerie piene di volumi come “Wittgenstein e Scott: i due volti del novecento”, “Alien: la prefigurazione dell’Altro, tra ermeneutica e semiotica”, “Ridley. Colui che rivoluzionò l’occhio”. Invece, ha deciso di sopravvivere e quindi le uniche interrogazioni su di lui sono se sia più fesso del fratello, e ci sono alcuni teorici del caos seguaci della politique des auteurs  che si interrogano su quale congettura della sorte permetta a uno di fare tre film epocali e poi fare Albatros e Un’ottima annata.
American Gangster è quasi mirabile nel sintetizzare, citare e copiare, i fondamenti del genere “gangster” piallandoli tutti in un centone di stereotipi. Forse è addirittura unico nel suo essere mediocre. Ci vuole il talento di uno Svevo per raccontare ascesa e caduta di un titano senza metterci un briciolo di epica neanche per sbaglio. Un tocco alla Robbe Grillet è necessario per fare sì che qualsiasi personaggio secondario appaia solo e solamente come una funzione narrativa. Bisogna possedere la forza di un boscaiolo per tagliare con l’accetta il dualismo bene/male ordine/disordine di modo da farlo sembrare un televoto della domenica sportiva.
Forse, in tutto ciò c’è una grandezza che noi non vogliamo cogliere, ma che è ben nascosta.
Le cose migliori, forse, giacciono nella schematizzazione – un po’ più complessa del resto – tra crimine/famiglia/essere protetto e legge/disordine/essere solo che incarnano i due protagonisti (comunque bravi, e Deenzel me lo candidano oggi). La legge e l’onestà sono presentati come elemento perturbante di un universo che, normato secondo il male e la violenza, funziona alla perfezione. Chi si incarica di portare la legge è quindi un individualista, per cui i principi non sono generali ma universali, una scheggia impazzita che turba il meccanismo in vista di un ideale superiore. Ma giusto perché non si può attaccare frontalmente proprio del tutto. Perché non è un brutto film, ma rimane un film da contestare.
Note a margine.
Per gli amanti delle marche d’autore, suggeriamo di apprezzare la mano callosa e pesante come un macigno che presiede al montato sul giorno del ringraziamento. Frank Lucas, il cattivo, magna il tacchino con tutta la famiglia (simbolo della tranquillità) tagliandolo con il coltello elettrico (simbolo dell’opulenza). Russel Crowe mangia un sandwich schifoso (simbolo della trasandatezza e del disordine) ancora a letto (idem + solitudine) dopo un incontro occasionale (ahiahi, immoralità privata). I tossici muoiono facendosi i buchi in squallidi appartamenti virati in blu. Come in Traffic, Soderbergh maledetto. Come nella pubblicità progresso con i sieropositivi circondati da un alone viola. Cos’è, il blu rende cool i materassi per terra sporchi di umori umani? Li fa sembrare accettabili tramutando l’esclusione in un video musicale (l’effetto Million Dollar Hotel)? Rende la freddezza del disagio e della disperazione comprensibile al popolo bue? Li si esclude anche cromaticamente, in modo da non sbagliarsi nel considerarli storie di un certo valore?
Per la rubrica “cose imperdonabili per una produzione del genere, che con quei soldi la Fiat avrebbe messo in produzione le macchine volanti di Ritorno al Futuro”: ma non ce li avevano i soldi per un consulente musicale? Mettere sotto un montato musicale il pezzo che apre Jackie Brown, è segno di una povertà raggelante. Insomma, per la bisogna si è comprata la megacompliation “The ghetto’s best of seventies” e basta lì.
 
manu
 
postato da secondavisione | 10:24 | commenti (5)


venerdì, gennaio 18, 2008
 

C'È SECONDAVISIONE PER TE

Martedì 22 gennaio 2008. SecondaVisione. Luciana. Francesco. Tommaso. Cinema. Sciocchezze. Pretese culturali. Scaletta.

- American Gangster. Ridley Scott. Denzel. Russell. Polizia. Narcotici. Anni '70.

- Signorinaeffe. Wilma Labate. Fiat. Operai. Scioperi. Lotta di classe. Italia. Anni '80.

- Duro Mestiere del Critico. Francesco. Alvin Superstar. Scoiattoli. Animazione. Spasso.

Cinque posti disponibili. secondavisione@hotmail.com. Vino. Simpatia.

Siateci.

La Redazione.

postato da secondavisione | 15:44 | commenti (6)


mercoledì, gennaio 16, 2008
 

E lo so che ne abbiamo parlato ampiamente in tramissione e magari è anche inutile aggiungere critiche positive a una pellicola che non ha più bisogno di nutrirsi di altri consensi.

Ma il timore c'è sempre (anche se contrastato da ciò che mi è stato riferito sulle scene di ressa al cinema Roma ) che possa sfuggirvi l'unico film che in questa stagione di SecondaVisione vi chiedo, con cuore, stomaco, budella, cervello, fegato e pancreas in mano, di andare a vedere.

Non lasciandovi spaventare dalla durata del film( so che non lo farete) perchè lasciarsi avvolgere, assorbire, succhiare dal suo ritmo, da ogni singolo fotogramma, con un senso di immedesimazione e di presenza reale e concreta del proprio corpo di spettatore all'interno di ogni scena, nelle modeste abitazioni, seduti su qualche sedia davanti al bar con gli anziani, a lavare i piatti con Rym, è qualcosa che va al di là di qualsiasi mediata capacità di riflessione sulla pellicola stessa.

Che è, riduttivamente, la storia di una comunità, quella maghrebina, in una realtà straniera, quella francese, o meglio quella colorata, complicata, bruciante di Marsiglia. Che è una storia di riscatto, l'omaggio ai padri e ai loro silenzi da parte dei figli, è una storia di malcelati razzismi, di meschinità e  volgarità dell'occidente contro la fiera nobiltà di chi, proprio come fanno i cefali, (le moulet del titolo, bellissimo in francese) riesce ad adattarsi, a navigare nelle acque più pericolose, a nascondersi se necessario per difendere la propria insopprimibile necessità di esistere con dignità.

Ed è una storia di esclusioni e inclusioni, di rabbie impotenti e isteriche e di pudori e vergogne. Del dolore di non avere diritto a esprimersi, perchè è la vecchiaia, perchè è l'essere stranieri, perchè è l'essere gli schivati.

Ed è una straordinaria storia di difesa strenua delle proprie radici, delle proprie parole e del proprio cibo, delle ritualità di una tavolata alla domenica attorno alla quale è inevitabile parlare di amore, di sensualità, di dolcezze, di diete dimagranti e diversità, di lingua e di cous cous, di ciò che si sussurra alle orecchie nei momenti di intimità e di litigi. Così come accade, sempre, attorno a ogni tavola. Carne e pelle, volti, occhi spietati nella loro familiarità, nel loro-inevitabile parlarn- realismo.

Ed è una immensa, struggente storia di donne, senza sdilinquimenti e svenevolezze. Donne, madri, ragazze che esplodono della loro stessa sensualità, della loro carne, dei profumi e delle morbidezze, donne violate che si consumano di dolore in una magrezza esasperata, done che essendo tali devono nutrire, nutrire i loro uomini e il mondo intero, ofrirsi in pasto a chi di esse si vuole nutrire, conservando la loro straordinaria capacità di non consumarsi in questo gesto.Di sopravvivere.

Promettetemi quindi che lo andrete a vedere. Cioè vi pago io il biglietto! :)

Hasta siempre

papess

postato da secondavisione | 22:38 | commenti (7)
 


Oggi, mercoledì 16 gennaio, John Carpenter compie 60 anni. Auguri. Se escludiamo i due Masters Of Horror (il secondo - Pro Life - oltre a escluderlo forse è meglio proprio se lo cancelliamo dalla nostra memoria), non si mette più dietro la macchina da presa da Ghost Of Mars. 2001. In questi ultimi anni si è dedicato alla sacrosanta attività di godersi la vita, guadagnando il più possibile vendendo i diritti dei suoi film. Mentre gente come Rupert Wainwright rifà The Fog, lui racconta come passa le sue domeniche pomeriggio su siti di donnine discinte. Gliene possiamo fare una colpa? A noi fan, dispiace, ma almeno non ha fatto la fine di Dario Argento... Ok, cattiveria. Ma è così. Rob Zombie è uno dei tanti registi horror che gioca con gli elementi con cui giocano tutti gli altri - gli anni '70 e il New Horror - con la differenza che è l'unico che sembra aver capito come utilizzarli. O come metterli in scena in modo nuovo. L'idea di fargli girare un prequel del film pietra angolare dello slasher, sembrava una buona idea. Il risultato non è del tutto convincente, ma qualcosa c'è. Dove meno ce lo si aspetta. Con ordine: ci viene raccontata l'infanzia di Micheal Myers. Quello che nell'originale era uno splendido e unico piano sequenza, qui diventa un racconto più ampio e sviluppato. Che serve poi in realtà a poco. C'è una maglietta dei Kiss, Sheri Moon che balla in uno strip bar, un po' di rimasugli della famiglia Firefly (quella protagonista de La Casa dei Mille Corpi e del seguito, La Casa del Diavolo), un pezzo dei Blue Oyster Cult, William Forsythe ubriacone e poco altro. La mano c'è, ma sembra quasi che si voglia forzatamente inserire la sporcizia, il white trash di Zombie ad ogni costo. La parte migliore del film, paradossalmente, è la seconda; quella che poteva essere semplicemente uno scialbo o piatto remake. Micheal è cresciuto, gli è accaduto quello che gli è accaduto, è diventato quello che già noi conoscevamo: una maschera che cela il Male. Torna sui suoi passi e si impossessa della cittadina di Haddonfield. Qui, tra un omicidio e un altro di giovani e arrapate babysitter, Rob Zombie riesce a tirare fuori personalità. Non si limita a riportare su grande schermo le caratteristiche innovative che hanno fatto del film di Carpenter il punto di partenza per almeno quindici anni, se non di più, di film horror con soggettiva dell'assassino, omicidi all'arma bianca e vittime scelte a caso tra adolescenti colpevoli di fare sesso o bere birra o quelle robe che si diceva in Scream. Semplicemente ignora tutto questo e si diverte a costruire una macrosequenza in cui – dopo aver anticipato una svolta narrativa fa
migliare presente nel secondo Halloween – vittima e carnefice si inseguono. Gatto e Topo. Niente di più, niente di meno. Grande gestione degli spazi, stile e idee personali. Fino a un finale duro e senza pietà. Il risultato non è del tutto convincente e il film risulta spezzettato confuso nel complesso, ma Rob Zombie ne esce indenne. E dimostra di non essere un Rupert Wainwright qualsiasi.

L'edizione Italiana, al solito, è tagliata in malo modo: tutte le scene più cruenti sono martoriate e i titoli di testa sono ingiustificatamente anticipati (nell'originale erano subito dopo l'ingresso in scena di Malcom McDowell). Una curiosità – CON SPOILER -: nella prima versione da me vista (un dvd rip piovutomi dal cielo dopo l'uscita USA) la fuga di Micheal avviene dopo l'incursione nella cella di quest'ultimo da parte di due secondini che hanno l'abitudine di approfittare sessualmente delle degenti della clinica psichiatrica. In sala da noi questa di questa sequenza non c'è traccia. Compaiono invece quattro poliziotti pasticcioni. Il risultato è lo stesso: massacro e fuga dell'assassino, ma parliamo di due sequenze diverse. Boh. - FINE SPOILER -

Al solito parata di nomi di quel cinema che piace a noi giovane e cari a Rob Zombie: oltre al già citato William Forsythe, il vecchio Sid Haig, Danny Trejo, Bill Moseley, Ken Foree, Udo Kier...

Clamorosa la faccia di Daeg Faerch, Micheal a 10 anni.

FEDEmc

postato da secondavisione | 19:07 | commenti (3)


martedì, gennaio 15, 2008
 
Io sono leggenda di Francis Lawrence (chiiiii?)
 
Elementi imperdonabili in una produzione da “con questi soldi il Suriname ce lo compriamo e lo trasformiamo in un Ipercoop”.
1)      Will Smith è un militare ma anche uno scienziato. Un militare quando fa le trazioni alla sbarra, scienziato quando mette gli occhialini. Comunque un superuomo, non esattamente la bestia bionda, ma i tempi sono cambiati. Ecco questo popò di omaccione si trova di notte circondato da vampiri che li vuole uccidere tutti, ma è in difficoltà sono tanti cattivi, tanti e soprattutto realizzati malissimo. E viene salvato da Alice Braga (un metro e 63 di forza bruta, direi) e da un bambino non troppo sveglio. Avevano dei parà invisibili al loro fianco? Hanno utilizzato una lampada Beghelli potenziata? In realtà sono supereroi? Hanno Dio al fianco? Non è dato sapere. È senso del Mistero? È incapacità?
2)      Alice Braga (sempre 1 metro e 63 di follia esplosiva) dice che Dio le ha detto che c’è una comunità di sopravvissuti e le ha indicato dove. La sua sanità mentale, innanzitutto, va a ulteriore detrimento del suddetto punto 1. Inoltre, qui non si ha niente contro le illuminazioni mistiche, le visioni, o consimili. Vanno bene in fondo anche quelle della figlia di Richard Gere in Parole d’amore. Ma che siano illuminazioni, che siano visioni, che siano costruite, che siano mostrate, che siano fornitrici di speranza e non rattoppi di sceneggiatura. Suvvia. Altrimenti dovremmo pensare a Dio come una specie di patrono degli sceneggiatori, e la cosa e sembra blasfema. E non si vuole mai essere blasfemi.
3)      I mostri sono bruttissimi. Ma davvero. Capisco che si sono spesi i soldi per Will, che li vale. Ma è sicuro che se ne faranno poi tanti con i suoi film. Due lirette in più per trucco, parrucco e effetti visivi e di computergrafica si potevano sprecare. Gollum grande, grosso e idrofobo non fa paura, non dà inquietudine, non turba. Chiamate Stivaletti la prossima volta.
4)      Il peana su Bob Marley è insopportabile (un giorno Osoppo verrà inghiottita dalle forze della natura, e noi viviamo per quel giorno). A proposito, chi ha i diritti dell’album in questione? Giusto per sapere
 
Lo so che tutto ciò non fa un film, che sono idiosincrasie e segni con la penna rossa da maestrina, che ciò che importa è il senso complessivo del film, il tono, le differenze costruttive con le altre versioni del romanzo di Matheson, i problemi di traduzione intersemiotica, le valorizzazioni e cose del genere. Ma qualche appunto su questioni triviali bisogna pure farlo.
Lascio ad altri le disquisizioni sulle affinità e divergenze tra le viare versioni, ma il punto principale del film del regista di Constantine e dei video di J-Lo è che tutto ha senso: i buoni sono buoni, i cattivi sono cattivi, che la solitudine è temperata per l'appunto dal fatto che Robert Neville ha uno scopo altissimo, che è quello di trovare una cura, a cui dedica il suo tempo e le sue energie. E quando si ha un obiettivo più alto, allora il peso della solitudine è meno forte, e le scene di Will disperso a New York colpiscono ma sono un pochetto annacquate. Anche la tragedia è illuminata da questo scopo: si ha missione e non disperazione, e la claustrofobia vede comunque una via d’uscita. Ed è questo che convince di meno: non più un poema sulla solitudine estrema, ma la ricerca di un senso ultimo, che è dato e non ricercato con sofferenza. Il che non è necessariamente un difetto, basta saperlo.
Alla fine, comunque, non è un brutto film. Godibile, di durata umana, alcune belle visioni di desolazione, Will Smith che è sempre un piacere, coinvolge anche solo in parte ecc. Ma i bei film stanno da un’altra parte.
Il risultato più spaventoso è però al boxoffice (primo weekend di programmazione), su cui si possono fare le riflessioni più interessanti, ovviamente un’altra volta.
Io solo leggenda 5.700.000 euro (500 sale, mi pare)
L’allenatore nel pallone 2 3.500.000 (600 sale circa, ma da verificare)
Bianco e Nero 1.500.000 (250 sale)
 
 
manu
postato da secondavisione | 12:32 | commenti (5)


lunedì, gennaio 14, 2008
 

Aggiornamenti nella superclassifica dei generi cinematografici più insopportabili

Con la vittoria ai Golden Globes di Espiazione cambia la classifica dei generi più insopportabili.

Quarto posto (In costante discesa): Minoranze che bevono, ballano e sparano per aria (era primo nel 1999, ma è stato sconfitto da inevitabile variazione dello Zeitgeist)

Terzo posto (stabile): superproduzione hollywoodana - con budget equivalente al PIL della Mongolia - con buchi di sceneggiatura che neanche i copioni cestinati Don Matteo

Secondo posto (in ascesa): drammazzo in costume con bollino di qualità "tratto da un romanzo"

Primo posto (Inarrivabile): commedia italiana che fa ridere, ma anche pensare, sul nostro bel paese.

manu

postato da secondavisione | 11:12 | commenti (3)


venerdì, gennaio 11, 2008
 

COUSCOUS, AMORE E SECONDAVISIONE

 

La puntata di martedì 15 gennaio si profila all’orizzonte cinematografico come una delle più appassionanti, passando dalle stelle alle stalle dell’empireo della settima arte nello spazio di sole due ore. Luciana, Francesco e Tommaso vi parleranno di:

-      Finalmente è uscito l’immenso CousCous di Abdellatif Kechiche, vero e unico vincitore (ahimè solo moralmente) dell’ultima Mostra del Cinema di Venezia, scalzato dal podio da quel “simpatico” e “personale” “autore” che risponde al nome di Ang Lee. Preparate i fazzoletti…

-      Caramel, della bella, ma soprattutto “bbbrraavaaa” attrice-regista Nadine Labaki, storie di donne e centri di bellezza nella Beirut di oggi tra cerette e messe in piega. Preparate i bigodini…

E per l’immarcescibile appuntamento de Il Duro Mestiere del Critico, il coraggioso Tommaso, vessato da un fato cieco e crudele, fatto di voti unanimi e scriteriati, si fronteggerà in epica ed eroica tenzone con i nefasti rigurgiti razzisti della nostra società contemporanea di Bianco e Nero, protagonisti gli “attori” Fabio Volo e Ambra Angiolini. Preparate i randelli…

Cinque i posti disponibile per assistere in prima persona a questa esaltante puntata, basta solo mandare una mail a secondavisione@hotmail.com. Preparate la vinella…

 

 

La Redazione

 

 

Nella foto: la protagonista di Couscous Hafsia Herzi mentre si avvia su via Berretta Rossa lastricata di successi e consensi

postato da secondavisione | 20:11 | commenti (3)


giovedì, gennaio 10, 2008
 

L'italoamericano del cast.

Una nuova fantasiosa rubrica di secondavisione. Finalmente un valido motivo per rimanere in sala fino alla fine dei titoli di coda.


L'italoamericano di Ratatouille è: Tony Fucile.

postato da secondavisione | 16:29 | commenti (2)
 
 
La bussola d’oro di Chris Weitz
 
Ma cosa insegnano ai nostri figli i film d’oggi?
C’è una ragazzina a cui è stato regalata una cipolla chiamata “Bussola d’oro”, le dicono “ehi, non farla vedere a nessuno” e lei la fa vedere a passanti, sconosciuti, rom, rumeni, orsi bianchi, animali parlanti, dive imbalsamate, compagni di giochi e di merende, streghe volanti dall’enorme sen e poi non le succede nulla, uno cosa dovrebbe dedurre? Oltre a che la sceneggiatura è stata scritta coi piedi, intendo. Nessuno che provi a rubarla, a distruggerla, a giocare col potere di “conoscere la verità”. Mah
Alla stessa ragazzina che si trova di notte, sul pontile di una barca di rom, spersa in un mare cupo mentre va al polo nord, piomba Eva Green svolazzante (come farà?) davanti, che non ha mai visto prima e accade il seguente dialogo
 
R: Sei una strega!
EG: si ma sono buona e sarò al tuo fianco nella seconda guerra di religione
R: bene, guarda la mia bussola d’oro, è fondamentale per l’universo, mi hanno detto di non farla vedere a nessuno ma a te che mi hai detto che sei buona te la posso far vedere
EG: Brava figliola, sei davvero brava. Ora svolazzo via, ma ritornerò sul finale per fare la cavalleria, ma queste saranno praticamente le uniche battute che pronuncerò
 
Ma ti pare che si debba dare confidenza a streghe svolazzanti? Ma ti pare che l’oggetto magico non si capisce cosa sia, a che cosa serva ma viene tenuto come una sveglia al collo?
Oltre al fatto che si parla male del beneamato clero?
 
A volte penso che in fondo bisognerà maledire Peter Jackson e le creazioni della Weta non tanto per aver fondato (o rifondato) il fantasy al cinema, ma per aver inaugurato il genere “adattamento delle quadrilogie a 1430 pagine a volume, con un avvenimento abnorme ogni dieci, e con schiere di fans che se non appare il mezz’elfo Arkandis (*) brucio la casa a regista sceneggiatori e produttori, boicotto il film, ammazzo la mia cugina, riempio petizioni su Internet e poi mi faccio saltare su uno scuolabus”.
Non c’è tempo per affezionarsi a nessun personaggio, solo l’orso corazzato ha la dignità di un minimo spessore, gli avvenimenti si susseguono ogni tre minuti, e arriva una nuova figura che deve essere accettata per diritto divino senza prova né glorificante, né qualificante, né decisiva.
E non mi si racconti che si ritorna alla semplicità originaria della fiaba, alle funzioni proppiane, alla semplicità e alla fascinazione degli effetti digitali (pacchianerie varie, animaletti pucciosi che parlano, manco i MioMiniPony), del cinema delle attrazioni e di altre corbellerie simili. Parliamo di showreel di un grafico non molto dotato, e andremo più d’accordo.
Che poi, l’elogio del libero arbitrio, il dover scoprire il male per diventare adulti e poter scegliere il bene, delle sane e robuste suggestioni anticlericali, l’idea dell’animale domestico come custode dell’anima (e il poter parlare con la stessa anima) siano cose belle e interessanti, siamo d’accordo. Ma a quel punto basta il libro.
Dalla visione si è ottenuta una sola vera emozione: quando, a un’ora e quaranta dall’inizio della proiezione, qualcuno dice alla protagonista “Sarò al tuo fianco per tutta la lunga battaglia che ti attende”.
Orrore puro, altro che quello di quel paciugo di Halloween The beginning, almeno un’altra ora di battagliona tra orsi e emuli di Gengis Kan. Per fortuna ci sarà (forse) il sequel a raccontare un’altra accozzaglia delle "avventure meno epiche della cultura occidentale".
 
manu
PS. Nicole Kidman è ormai un Thunderbird
 
 
* Di solito citato da pagina 937 a pagina 951, ma è fondamentale per gli equilibri dell’universo narrativo e poi ha un tratto epico eccezionale, e altrimenti non si capisce un cazzo di quello che succede nel mondo di Thorgan
postato da secondavisione | 15:56 | commenti (2)


mercoledì, gennaio 09, 2008
 

Io non ho ancora visto Lussuria, ma con cieco pregiudizio nei confronti di Ang Lee, potrei tranquillamente accodarmi al giudizio di A. Pezzotta "il leone d'oro meno meritato degli ultimi 40 anni".

Poi penso a Monsoon Wedding e penso che forse solo una lotta nel fango potrebbe decidere l'assegnazione di questo ambito titolo.

manu

postato da secondavisione | 14:55 | commenti
 

Premi dei Golden Globe?

Scusate, ma sta girando una notizia secondo la quale sono già stati assegnati i Golden Globe.

Ma è una notizia che mi sembra circolare solo in Italia. Non c'è traccia di questa roba sul sito della Reuters per esempio.

In più, è uscita prima che i votanti della HFPA votassero.

Quindi, credo proprio che sia un pacco.

Manu

postato da secondavisione | 13:14 | commenti (4)


venerdì, gennaio 04, 2008
 

…E SECONDAVISIONE SE LE PORTA VIA…

 

Finite le feste, finiti i bagordi, puntuale come le bollette ritorna la vostra trasmissioncina prefe. Francesco, Luciana e Tommaso vi accompagneranno a scoprire i nuovi film dell’anno con champagne e simpatia. Per la prima puntata del 2008, martedì 8 gennaio si parlerà di:

-       Ang Lee ritorna alla Cina e al Leone d’Oro con una torbida storia di sesso, guerra, resistenza, teatro e spionaggio: Lussuria.

-       Robert Redford ritorna al cinema impegnato schierando Meryl Streep, Tom Cruise e la sua pelle scamosciata in Leoni per Agnelli.

E per il consueto appuntamento Il Duro Mestiere del Critico la sorte magnanima ha investito La Papessa della gioia di vedere L’Amore ai Tempi del Colera, grazie al quale ora Gabriel Garcia Marquez si accende sigari con assegni.

Cinque i posti disponibili per assistere a SecondaVisione live dagli iperbolici studi di Città del Capo-Radio Metropolitana di via Berretta Rossa 61/5, mandate una mail a secondavisione@hotmail.com, portate della vinella e vi sarà aperto.

 

La Redazione

Nella foto: simpatico raduno postnatalizio in via Berretta Rossa di ascoltatori a caccia di un posto in trasmissione

postato da secondavisione | 21:53 | commenti (4)
 
La promessa dell’assassino di David Cronenberg
 
Parlare di un film di Cronenberg significa quasi necessariamente timbrare il cartellino del “corpo”. E, per quanto mi riguarda, automaticamente squalificare la recensione. Invariabilmente, il 98% delle recensioni che hanno la parola “corpo” nelle prime tre righe o nel titolo fanno parte di tre categorie (e sì, anche la presente ha “corpo” nelle prime tre righe, complimenti per l’arguzia e faccio notare le virgolette).
1)      nel caso migliore sono illeggibili
2)      nel caso intermedio sono interessanti come il bollettino dei naviganti per uno che non si è mai mosso da Bolzano
3)      nel caso peggiore sono degli esercizi di scrittura evocativa dalla sintassi zoppicante, dai contenuti fumosi che si poggiano su una duplice strategia . Quello denominata “Alè, baracca!” (per celare il caos delle idee, creane uno maggiore e tutto sembrerà immensamente creativo) e quella denominata “Zitto tu lettore bue che non sai cosa vuol dire mitopoiesi” (ovviamente nemmeno l’autore ne conosce il significato, ma si applica la legge “se le parole difficili superano la quantità di una per riga, allora il lettore verrà travolto dal casino semantico e dal se dice allora sa”).
Ogni volta che leggo “corpo” mi chiedo: di quale corpo stai parlando? Quello dell’attore? Quello rappresentato (e allora anche gli spettacoli del Bagaglino diventano oggetti teoricamente interessanti)? Di una poetica del corpo? Del corpo dell’autore? (sfido chiunque a trovarlo) Di quello dello spettatore e delle sue reazioni (avete fatto una TAC ai presenti in sala?)? Di un simulacro del corpo (allora descrivilo senza usare ( ) / o – e altri segni grafici)? O, se si vuole volare un po’ più alti, stai parlando del corpo proprio? Della carne? Dell’involucro? Del corpo sociale? Dell’Io pelle? Del Sé? Del Me? Dell’identità? Dell’ipseità?
In realtà nulla di tutto ciò, probabilmente: quando uno usa parole come “corpo” a me viene in mente sempre una citazione dai Simpson.
 
Cartoonist: Excuse me, but "proactive" and "paradigm"? Aren't these just buzzwords that dumb people use to sound important?
[backpedaling]
Cartoonist: Not that I'm accusing you of anything like that.
[pause]
Cartoonist: I'm fired, aren't I?
  
Detto questo, giusto per sfogarmi Tutto ciò che cosa c’entra con la promessa dell’assassino? Beh, Cronenberg è più di trent’anni che ragiona sui corpi, quindi si chiede qual cosina di più che dire “Cronenberg ragiona sul corpo”. È come dire “De Palma ragiona su Hitchcock”. Grazie al cazzo, e si scusi il francesismo. Quello che mi si dire è perché dovrei vedere questo e non Rabid? Oppure, che cosa dice di più, di diverso (o lo stesso ma lo dice diversamente)da Videodrome? Allora mi guardo il dvd di la Mosca a casa e poi sono tranquillo in quanto a contagi, mutazioni e corporeità fuori dal Sé. Ok, ci sono tatuaggi, c’è sangue, c’è Viggo che si spegne la sigaretta sulla lingua, e c’è lotta pesante e fisica. Ma a me sembra più interessante altro. Altrimenti è davvero l’acqua calda.
Perché uno che parlava del lato oscuro della ricerca scientifica, delle multinazionali (biopolitica in senso lato) con ammirevole lungimiranza, si concentra soprattutto sulla “famiglia”. L’aveva già fatto, ma non i modo così esclusivo. Perché gli ultimi due film sono dei gangster movie sui generis: in A History of Violence si parlava di redenzione impossibile, in questo più o meno lo stesso, aggiungendo l’ascesa all’interno della famiglia, di cui i tatuaggi sono solo sintomo visibile (e incarnato). Sono anche simbolo del male: ma è solo un “aliquid stat pro aliquo”. Non è appunto più un contagio, qualcosa di organico e inevitabile, ma una riflessione sul male più astratta.
Ed è forse per questo che negli ultimi due film sembra essere passato dalle forme del melodramma a quelle della tragedia.
È efficace in tutto questo? È capace di farlo? Secondo me, in parte si e in parte no: a volte affoga nello schematismo astratto, senza averne la logica, a volte riesce a cogliere la vertigine del peccato e ad essere efficace. Insomma, sono perplesso.
 
manu
postato da secondavisione | 17:23 | commenti (5)


mercoledì, gennaio 02, 2008
 

L’ASSASSINIO DI JESSE JAMES PER MANO DEL CODARDO ROBERT FORD

Andrew Dominik, 2007

 

"Well Jesse had a wife

To mourn for his life

Three children

Now they were brave

Well that dirty little coward

That shot Mr. Howard

He laid poor Jesse in his grave"

 

"Non erano tre figli. Erano due"

 

Jesse James: leggendario fuorilegge, sanguinoso rapinatore, novello Robin Hood, rivoluzionario confederato, tenero padre di famiglia, spietato assassino, rispettato uomo d’affari.

Domanda: è ancora possibile e lecito girare un western su una delle sue figure più miticizzate e rappresentate, che magari rifletta in maniera non banale sul sottile confine tra Storia e Leggenda, e che possa dire ancora qualcosa senza scomodare necessariamente i Padri Fondatori Ford e Hawks o i figli scapestrati Peckinpah e Cimino? La leggenda vuole che al neozelandese Andrew Dominik, al secondo film dopo il bell’esordio Chopper, ci siano voluti 32 montaggi per passare dalle (pare) cinque ore iniziali agli attuali 160 minuti di quello che è, per sensibilità e ambizione, un progetto figlio diretto degli anni ’70, quando la New Hollywood sfornava talenti, capolavori, suggestioni e contestazioni. Tanto si sa del più famoso James e delle sue gesta quanto poco si sa del suo assassino, quel Robert Ford che fin da piccolo ha idolatrato la figura mitica della sua futura vittima, cibandosi delle sue storie più o meno romanzate, tanto da accompagnarlo negli ultimi sei mesi di quella vita che ha sempre desiderato ardentemente, e trovandosi nell’impossibilità di viverla, non ha altra scelta se non prenderla violentemente con la pistola, sperando magari di entrare in una delle tante leggende che popolano la Frontiera.

Per raccontare tutto ciò, Dominik mette in scena uno straordinario, antispettacolare, affascinante western astratto dai contorni funerei di una ghost story, incentrata sul fantasma di un uomo già morto, vestigia di un’epoca remota e romantica, che attende la propria fine insieme al ragazzo che, assassinandolo, diventerà lui stesso un fantasma che si trascinerà fino alla propria fine, ironicamente simile a quella del suo eroe. Curiosamente, è forse la parte dopo l’assassinio di Jesse James quella più interessante e originale del film, dove il maledetto e codardo Robert Ford è costretto a rappresentare all’infinito il suo meschino gesto per la crescente e vorace macchina da spettacolo che sta diventando l’America, scomparendo dalla Storia nel momento in cui la sua vittima entra nella Leggenda. Immergendo i suoi personaggi nella cupa e magnifica fotografia di Roger Deakins, Dominik l’ambizioso vince la scommessa, arriva perfino ad omaggiare il Malick de I Giorni del Cielo con una naturalezza che sconcerta, e ci regala un’opera rara ed evocativa anche in virtù della propria imperfezione, suggellata dalle bellissime musiche di Warren Ellis e Nick Cave, che compare anche in un breve cameo. Grande Brad Pitt nel ruolo di James, terrorizzante ombra in cammino ritagliata nella livida luce invernale. Grandissimo Casey Affleck, un Robert Ford tanto tenero quanto nevrotico, che ci ha finalmente fatto capire chi è il fratello scemo in famiglia.

 

 

Tom

 

postato da secondavisione | 18:59 | commenti (6)