Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo di Steven Spielberg
Io sarò invecchiato e probabilmente imbolsito e per certe cose non c’ho più l’allegra freschezza di una volta. Ma Harrison Ford sta peggio. E peggio ancora Indiana Jones, e ancora peggio Spielberg che con un po’ di finta ingenuità prova a rispolverare i fasti del suo periodo più bello.
Purtroppo non si può fare a meno di parlare come un amante deluso. C’è poco da fare. Già il trailer suscitava atroci sospetti, brutto come mai fu quello di una grossa produzione. Il film conferma tutto.
La formula è ben ripetuta: c’è il mistero, ci sono i mandanti della superpotenza cattiva, ci sono i viaggi, la frusta, i momenti comici, l’azione da montagne russe. Ma il mistero è un poco scarsino, i passaggi per arrivare al punto sono automatici e veloci (non c’è suspense, non ci sono vicoli ciechi, non ci sono ribaltamenti, o sono telefonati), l’azione è consapevole del proprio essere “fuori dal tempo”. In fondo, un’operazione priva di vita: i primi tre capitoli erano una ripresa di moduli di genere dei film di avventura, ma erano mescolati in modo da avere un risultato esplosivo, in questo caso non si prende più dall’originale rielaborando, ma si prende dalla copia facendo il calco. E, spesso, i calchi non hanno niente da dire.
Ci possono stare le strizzatine d’occhio (l’arca dell’alleanza che balena per un attimo, il becero riferimento al maccartismo che tormenta il professor Jones), ma quando queste diventano viventi e strutturali, come Karen Allen, allora si ha la misura del fallimento dell’operazione.
Karen Allen, sparita all’altezza del 1988, era la donna di Indy, di cui ci si era innamorati a 8 anni, altro che Kate Capshaw. Vederla adesso recitare a 57 à la Hilary Duff, con faccette e imbroncia menti teneri e comici, è veramente una pena. Forse più di Harrison Ford action hero alle soglie dei 70. Ma forse è solo che lui te lo aspetti, e lei purtroppo no.
Correranno tutti a vederlo, ma la delusione è cocente
Hanno imbolsito pure Cate Blanchett, marrani.
Carnera: The Walking Mountain di Renzo Martinelli
Uno ci prova anche ad avere buon cuore, a togliersi i pregiudizi, ma poi se tutto confermato, uno si chiede: perché fare lo sforzo?
Giusto per mettere le mani avanti: è un prodotto televisivo, molto più lungo, e si vede dai tagli. Quindi una prima giustificazione. La seconda è che uno potrebbe anche apprezzare il tentativo di fare dell’epica autoctona. La terza è che ho visto combattimenti girati peggio (anche meglio, ma alla fine sono la parte migliore del film, per quanto mi riguarda).
E, diciamo, che perché a volte siamo buoni, per la prima parte si capisce che si vuole copiare il Rocky più greve. Tra parentesi, esiste un cinegiornale luce in cui Primo Carnera si allena come faceva lo stallone italiano in Rocky 4: spaccando legna trainando slitte, spalando neve. L’unica cosa che mancava era Hearts on fire in sottofondo. Quando l’ho visto mi sono illuminato. Chiusa parentesi. Ma gli riesce di un male, ma di un male, che le intenzioni dopo 5 minuti non valgono più, e attendono 2 ore di salti logici, di epica bombata attraverso ormoni di digitale usato male (vette scult sono i finti reperti d’epoca) e con l’ausilio di frasi storiche di una povertà di spirito sconcertante. Non del povero Carnera, per carità, ma da chi le prende come moniti e le usa come se fossero aforismi di Nietzsche. Se poi ci aggiungiamo tirate a caso contro i critici e i popoli slavi abbiamo il quadro completo. Anzi, no: il vero colpo di grazia è la micidiale pletora di primi piani di tre quarti (sempre stesso profilo) con luce di taglio di Anna Valle.
Martinelli auspica che la produzione di film sia guidata dal mercato e non supportata dallo stato: Carnera in sala è stato un bagno di sangue, quindi bisognerebbe stare attenti a quello che si dice. Ma è un prodotto televisivo, come si diceva, quindi aspetteremo i dati auditel e giudicheremo solo allora. Se un tale esempio di analfabetismo narrativo avrà successo, allora bisognerà davvero cominciare a studiare.
Speed racer dei Wachowski Bros.
Io sottoscrivo Ohdaesu, e aspetto che FedeMc scriva il suo post.
Il resto della notte di Francesco Munzi
Rinominato dopo 5 minuti “Quand’è che un rumeno accoppa Sandra Ceccarelli con una chiave inglese?”. No, perché dalla prima inquadratura già non si sopporta, non si tollera. Che è anche in parte un effetto voluto, il personaggio non deve stare simpatico, ma lei oltrepassa la costruzione del personaggio. Così come il marito, Aurelién Recoing che, come si chiedeva il buon Kekkoz, perché è stato scelto? Perché in un film in presa diretta, quasi senza colonna sonora, fatto di fruscii documentarizzanti, per metà in rumeno con sottotitoli, si prende un attore straniero e lo si doppia (male)?.
Ma è proprio in questi due personaggi che risiede il problema: se il film funziona, pure bene, nella vicinanza scevra da giudizi e pregiudizi all’ennesima sconfitta dei vinti – siano essi white trash nordica o immigrati – è terribile nella rappresentazione della borghesia spaventata e ipocrita.
Forse è un problema di linguaggio: se si può essere lineari e semplici quando si tratta di esplorare il mondo degli outsider, ed espressione e contenuto in questo caso si congiungono in una poetica coerente e efficace, ma non è altrettanto quando si parla di un altro ceto sociale. Ci vuole qualcosa di diverso?
Perché la famiglia dell’industriale assomiglia pericolosamente alla malvagia triade fondante del “Brutto cinema italiano”: “Margherita Buy (madre moglie, cornuta, mazziata, non fa un cazzo da mane a sera, si cerca un hobby, percepisce la crisi, urla, fa cose senza senso ma proprio tanto) – Luca Zingaretti (padre stronzo assente iperelavoratore traditore con la segretaria, superficiale) – Jasmine Trinca (figlia ingenua, di belle speranze, veltroniana e impegnata nel sociale, studiosa e brava figliola)?
È davvero così la famiglia italiana? In un futuro mi toccherà assomigliare alla versione dark e alienata di Montalbano? Non credo proprio. Ma anche se fosse, cinematograficamente chissenefrega. Si percorrano altre soluzioni, si può provare, suvvia. Vi dobbiamo impedire di leggere Ibsen e Strindberg? Dobbiamo mettere un dipendente pubblico che telefoni a giorni alterni agli sceneggiatori dicendo “Siamo nel 2008. Siamo nel 2008.” Si osi un poco di più, orsù.
La commedia dei telefonini bianchi siamo tutti d’accordo che fa cacare.
Ma il lato “rumeno”, di esplorazione, di ricerca è sensato e convincente: davvero. Quindi 4 agli Zingaretti’s, 8 al resto. Facciamo 6 e aspettiamo il prossimo con curiosità.
manu