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giovedì, gennaio 26, 2006
WALLACE & GROMIT - LA MALEDIZIONE DEL CONIGLIO MANNARO, Nick Park & Steve Box, GB 2005
Ombre oscure incombono sull’annuale Fiera dell’Ortaggio Gigante: un coniglio mostruoso minaccia le verdure degli impauriti coltivatori. Toccherà alla squadra di salvaguardia vegetale “Anti-Pesto” vegliare sugli inermi bulbi.
Era con una certa trepidazione che si attendeva il primo lungometraggio con protagonista la fortunata coppia di personaggi di plastilina creata dalla fervida immaginazione di Nick Park, punta di diamante della Aardman Animations. Difficile immaginare le avventure dello strampalato inventore, fanatico di formaggio e crackers, e del suo geniale cane in un formato che superasse la canonica mezz’ora dei tre precedenti episodi. A Grand Day Out, The Wrong Trousers e A Close Shave, tutti diretti da Park, gli ultimi due premiati con l’Oscar come miglior corto d’animazione, il primo battuto sul filo di lana da Creature Comforts, altra opera dello stesso autore, avevano il pregio di riuscire a concentrare nella breve durata tecnicismi, originalità, ritmo ed ironia. Ci sono voluti cinque anni e dieci cortometraggi preparatori, messi in rete e riuniti sotto il nome Cracking Contraptions, per allestire il passaggio sulla lunga distanza e porre fine alle attanaglianti pressioni dei fans più accaniti. Cinque anni, duecentocinquanta tecnici, due secondi di girato al giorno, per cercare di bissare, e magari andare oltre, il successo di critica e di pubblico di Galline in Fuga, primo lungometraggio targato Aardman. Inutile dire che le aspettative non solo sono state mantenute, ma addirittura superate. Si cercherà di limitare, in questa sede, il linguaggio iperbolico e le lodi gargantuesche, unico, inevitabile modo per descrivere adeguatamente la pellicola e l’esaltazione suscitata dalla sua visione. Accanto ai due protagonisti, che mantengono caratterizzazioni e tic dei precedenti episodi, si srotola una straordinaria galleria di personaggi bizzarri: anziani coltivatori, sacerdoti col pollice verde, gran dame dell’alta società improvvisatesi suffragette (la Lady Tottington doppiata nell’originale da Helena Bonham-Carter), squattrinati avventurieri dal grilletto facile (Victor Quartermaine, con la voce di Ralph Fiennes) e, soprattutto, conigli, tantissimi conigli, che si inseriscono di diritto tra le grandi spalle animalesche della serie, fianco a fianco con il pinguino delinquente Feathers e la vorace pecora Shaun. Ironicamente, non sorprende quasi più l'animazione in stop-motion, arrivata ad un livello che rasenta la perfezione nella compiuta fusione tra movimenti di personaggi e macchina da presa, e qui arricchita da un uso più massiccio di effetti digitali che ben si sposano con la tecnica tradizionale. Ciò che colpisce maggiormente invece sono le trovate di sceneggiatura, reale punto di forza del film. Galline in Fuga presentava una copione tutto sommato convenzionale, complice forse l’esordio per una grande major e quindi la necessità di puntare su una storia di sicuro impatto, su cui si innestavano passaggi più personali. Al contrario, la nuova avventura del plastico duo è un capolavoro di inventiva, non rinuncia alla surreale libertà degli episodi precedenti né dimentica l’oramai usuale gusto citazionista, ricreando atmosfere care ai vecchi horror Universal. Il tutto realizzato con un pizzico di intelligenza, una buona dose di ironia, molta tecnica e tanta plastilina. Se penso che dovremo aspettare un altro lustro per un nuovo film Aardman…
Tom
mercoledì, febbraio 09, 2005
venerdì, febbraio 04, 2005
Lo speciale di SecondaVisione sul Future Film Festival Non avete scuse. Tra poco, all'interno di Patchanka, dalle 14 alle 15 circa, andrà in onda lo speciale sul FFF curato da tre quinti di SecondaVisione. Se non riuscite a sintonizzarvi su una di queste radio di Popolare Network, potete sentirlo in streaming.
domenica, gennaio 23, 2005
Hair High, Bill Plympton, 2004 La retrospettiva dedicata al geniale Bill Plympton è stata una delle iniziative migliori e più azzeccate e divertenti della scorsa edizione del Future Film Festival, e già l'anno scorso avevamo visto delle immagini in anteprima di questo ultimo suo lungometraggio. La storia è quella dell'amore impossibile tra Cherry, la ragazza più bella del liceo, fidanzata col quarterback della scuola, e Spud, lo sfigato, il novellino, l'ultimo arrivato in città. I due vengono uccisi proprio prima della loro incoronazione al tradizionale ballo di fine anno, ma un anno dopo risorgeranno e si prenderanno la loro rivincita. A sentire la storia del film, l'anno scorso, si pensava che Plympton puntasse molto sulla vendetta dei due simil-zombie, invece gran parte del film racconta proprio del progressivo innamoramento dei due, spostando il nucleo tematico su argomenti classici, in cui l'autore cerca di dare il meglio di sè. Quindi lo schiavismo a cui è ridotto Spud è veramente da rapporto slave/mistress, con tutte le implicazioni (ovviamente anche sessuali) possibili. Le caricature dei personaggi sono azzeccate, e anche la cornice in cui tutta la storia viene raccontata. Quello che non va in Hair High è la lunghezza, problema abbastanza comune nelle tematiche del cartoonist americano. L'umorismo violento, intriso di sangue, viscere e sesso di Plympton è geniale e fulminante per un'ora al massimo, poi, inevitabilmente, dà segni di stanchezza. Durante la proiezione del suo ultimo film si è visto chiaramente, visto che è stato preceduto da un corto, Guard Dog, semplicemente perfetto, proprio perché dura poco. Con questo non si può dire che Hair High sia da buttare via, ma da fanatico di Plympton devo ammettere che è uno dei suoi lunghi più debole, seppure con sequenze al limite della perfezione, qua e là. Francesco
sabato, gennaio 22, 2005
OMAGGIO A PHIL MULLOY Nere figure stilizzate, disegnate appena con un tratto di pennello, dai denti aguzzi, il naso pronunciato ed un cappellaccio simile a quello di Bob Mitchum ne La Morte Corre Sul Fiume, calato sugli occhi cattivi e livorosi. Questa è l’umanità in bianco e nero ritratta da Phil Mulloy nei lavori presentati al Future Film Festival. Uomini e donne dominati da sfrenati istinti animaleschi, in una terra desolata segnata da alberi rinsecchiti, edifici fatiscenti, dove la solitudine e l’avidità, di soldi e sesso, regnano sovrani. “Se Disney è il cuore dell’animazione, Mulloy ne è le viscere.” Così il critico Chris Robinson ben sintetizza l’opera di questo distinto signore inglese, classe 1948, difficilmente immaginabile come l’autore di alcune tra le favole più crudeli ed irriverenti mai viste sullo schermo. In The Ten Commandments vanno in scena dissacranti apologhi morali, in cui distorti e scheletrici personaggi devono fare i conti con il bigottismo perbenista imperante ed i dettami di un Dio beffardo e menefreghista. In The History of the World assistiamo alla nascita della scrittura, dettata più dall’impossibilità di fornicare che per comunicare, dimostrandosi grande arma di seduzione, capace di soddisfare i più bassi appetiti. The Sexlife of a Chair mette in scena il frutto degli studi di un oscuro professore tedesco sulle abitudini sessuali di una sedia, conciliando De Sade e l’estetica dei pruriginosi documentari svedesi anni ’60. Dimenticate Disney e la sua rassicurante leziosità a prova di carie. Dimenticate i Simpson e perfino la liberatoria follia di Tex Avery. Qui si ride, certo, ma di una risata amara ed inquietante. Non ci libereremo più tanto facilmente di questi omini neri nasuti e cattivi. Una delle cose migliori viste al FFF. Tom
venerdì, gennaio 21, 2005
CUTIE HONEY, Hideaki Anno, 2004 Come accade ormai da anni in America, anche in Giappone gli schermi cinematografici si stanno progressivamente riempiendo delle trasposizioni cinematografiche degli eroi cartacei. Questa volta tocca a Cutie Honey, sexy supereroina nata dalla matita del maestro Go Nagai (sempre nel 2004 è stato realizzato anche il film di un suo altro famosissimo personaggio: Devilman). Cutie Honey riesce nella straordinaria impresa di portare veramente su grande schermo le dinamiche narrative e stilistiche del fumetto originario. Tecnicamente il film è uno sfrenato miscuglio di live action, sequenze animate in 2-d e (pacchianissima) computer animation: queste diverse tecniche, tutte portate all'eccesso, si sovrappongono e riescono a far accettare allo spettatore un programmatico e consapevole scardinamento del linguaggio cinematografico a favore dell'immaginario proprio dei manga. Il risultato è forse il più pazzoide tentativo di film fieramente pop che io abbia mai visto: tra combattimenti contro fessi travestiti in maniera impresentabile, sequenze rubate ai teen video in stile Mtv (la protagoinista, Eriko Sato è una famosa super idol), squarci di umorismo demenziale e punte di sentimentalismo, Cutie Honey porta tutto sempre un gradino oltre al punto di saturazione, rendendo il tutto irresistibile, travolgente, completamente pazzo, esagerato... Fa piacere notare anche un deciso distacco da quegli elementi che il cinema d'azione americano ha ultimamanete reso imprescindibili in qualsiasi produzione (tipo che non c'è nenanche una citazione da Matrix...). Insomma, io personalmente di film strani un po' ne ho visti, ma questo è veramente assurdo.
FEDEmc
L'uomo che fuggì dal futuro, George Lucas 1971 Il primo film di Lucas è una di quelle pellicole di cui si sente sempre parlare, ma che raramente si ha l'occasione di vedere. Al Future Film Festival è stato presentato in un ricco programma, che comprendeva anche la visione del primo lavoro di Lucas in assoluto, THX 1138: 4EB, un cortometraggio finanziato dall'Università della California del Sud da cui poi avrà origine THX 1138. La storia del film è nota: in una società del futuro si vive sottoterra, non si pratica il sesso, si lavora, si produce, si consuma e ovviamente si crepa, ed è obbligatorio drogarsi con dei sedativi. Tutti sono controllati continuamente, sono vestiti in maniera identica, vivono in coppie formate seguendo leggi statistiche. E i nomi non esistono, sono sostuiti da sigle. THX 1138 decide di ribellarsi, in qualche modo. THX è un film povero, si tratta della prima produzione dell'American Zoetrope di Coppola, ma non si vede. E' lontano dalle produzioni di serie B, dalle quali Coppola pur veniva, perché ha una grandissima dignità, associata ad una grande inventiva. Quindi il bianco abbagliante delle scenografie nasconde le ristrettezze di budget, per esempio, e contribuisce alla creazione di un universo visivo coerente e soffocante. In questo film Lucas osa molto, pur rimanendo controllatissimo per quanto riguarda l'immagine, e lascia lo spettatore a disagio, invadendolo continuamente con numeri sullo schermo, e voci gracchianti da microfoni che ripetono continuamente numeri di procedure, cifre economiche, sigle di persone e modelli. E' interessante, inoltre, vedere come Lucas si rifaccia sia al cinema nuovo di allora, sia quello europeo che quello americano, ma che già mostri un saldo ancoraggio ai pilastri del cinema classico americano. A questo proposito si veda la splendida sequenza del processo a THX, così simile alle scene madri dei "trial movies", ma sconvolta dal modello di società in cui avviene. Curioso, tra l'altro, che nello stesso anno un altro grande talento alle prime prove, prenda in giro una scena di processo, seppure in tutt'altro modo. Lucas con il suo primo film, ma già con il cortometraggio, ancora più allusivo e sperimentale, getta le basi del suo cinema, proiettato verso un futuro passato e perfettamente conscio del retroterra culturale americano. Lontano da 1984, THX evita ogni tipo di lezioncina distopica e lascia che l'occhio dello spettatore si perda in un bianco abbacinante che ha molto di quello descritto da Melville e che ricorda gli oscuri spazi infiniti in cui si muoveranno le astronavi della saga di Guerre stellari. Francesco Il sito ufficiale del film. Un sito amatoriale, ma ricchissimo.
Strings di Anders Rønnow-Klarlund, 2004 Dopo un avvio incerto, ecco uno dei film che rimarranno nella memoria di chi sta seguendo il Future Film Festival. La storia è quasi shakesperiana. L'imperatore di Hebaldon si suicida per il rimorso della sua tremenda condotta, e lascia al figlio Hal il regno. Ma la lettera con le sue ultime volontà viene trafugata dal perfido fratello del sovrano e dal suo scagnozzo, che spingeranno l'erede fuori dalle mura della città, facendogli credere che gli assassini di suo padre siano i nemici storici di Hebaldon, gli Zeriti. Una trama semplice e solidissima allo stesso tempo, sviluppata però con una tecnica particolare, quella delle marionette. Tutti i personaggi, compresa l'oca della sorella del protagonista, sono marionette. La cosa splendida del film, però, oltre all'animazione dei pupazzi, è che i protagonisti sono consci della loro natura. Quindi sanno che il filo vitale è quello che regge loro la testa e se viene tagliato si muore, mentre una mano si può cambiare se il filo che la regge viene reciso: con l'inconveniente che bisogna togliere una mano (legata) ad un altro. Sono i fili a fare muovere le marionette, ovviamente, ma le limitano e le impediscono, allo stesso tempo. Quindi per chiudere l'accesso ad una città basta una grande trave orizzontale, mentre per imprigionare degli schiavi basta una grata sospesa sopra le loro teste. I fili sono visibili e protagonisti, fin dal titolo, e assumono una grande importanza: anche se i burattinai non si vedono mai, in qualche modo esistono. Lo spettatore si trova così cullato da una storia nota, e, allo stesso tempo, meravigliato per la recitazione delle marionette e spiazzato per l'esibizione della loro condizione. A completare il film, una cura negli ambienti maniacale, una fotografia cupa ed efficace, delle musiche meravigliose e, tra le altre, le voci di Derek Jacobi e Ian Hart. Lo so, paiono aggettivi sprecati, ma non lo sono. Un piccolo capolavoro. Francesco
mercoledì, gennaio 19, 2005
LA FORESTA DEI PUGNALI VOLANTI, Zhang Jimou, 2004 Cominciamo i report dalla settima edizione del Future Film Festival con la prima proiezione e anteprima nazionale. A due anni di distanza da Hero, Zhang Jimou torna sul Wuxia con questo La Foresta dei Pugnali Volanti, maldestro tentativo melò incentrato su un triangolo amoroso. Confermiamo le voci che lo davano superiore a Hero, ma ribadiamo le nostre perplessità nei confronti dell'operato del regista. Ancora una volta sfortunatamente ci si trova di fronte a una versione corrotta del genere. Abbandonati (in parte) i virtuosismi cromatici, il loro becero e pesantissimo simbolismo, la decostruzione cronologica del racconto e il tentativo di ricostruzione storico politica della Cina il regista qui tenta di concentrarsi maggiormente sulle vicende amorose dei protagonisti e sui nodi melò, approcciando il lato del genere che in Hero aveva parzialmente evitato. Rimangono però alcuni pesanti problemi di fondo: ancora una volta la superficie del film è fin troppo scintillante e ruffiana, tesa completamente nel rapire l'attenzione dello spettatore con una posticcia perfezione di fondo a dir poco stucchevole: rallenti inutili ogni due secondi, zoom a casaccio, bellissimi vestiti e coreografie perfette. Peccato che nessuno di questi elementi vada poi ad amalgamarsi con il racconto e che tutto rimanga in superficie. Il risultato, inevitabilmente, è il medesimo della pellicola precedente: il racconto scompare, schiacciato da una spettacolarità ormai imposta da altri modelli cinematografici, e il film si trasforma in un vuoto e noioso contenitore di cialtronerie. Cialtronerie che vengono erronemante viste come necessarie sia dal pubblico, che ha ormai un'idea del tutto perversa del genere, che evidentemente dai realizzatori del film. Prendiamo in considerazione i combattimenti, elementi portanti del genere originale e, al tempo stesso, la parte più ferita e modificata in questo tenativo di aggiornamento: mortificati da un uso massiccio del digitale, tutti gli scontri dimostrano che Zhang Jimou non solo non ha assolutamente nessuna gestione coerente dello spazio, ma che non ha neanche compreso come rendere la leggerezza dei corpi in gioco. Tutto diventa di una pesantezza controproducente al genere e il risultato non può che essere uno: noia epocale (una scena su tutte: i giardinieri ninja volanti contro i pugnali telecomandati della Polistil... una carenza di idee imbarazzante). Evitiamo di parlare poi dei riferimenti al western e del maldestrissimo discorso sulla cecità. Già che ci sono evito anche di parlare della pesantezza e dell'invasività della colonna sonora. Meglio di Hero, si... ma che brutto. Il film è dedicato alla memoria della scomparsa Anita Mui. L'amico Kekkoz non è decisamente dello stesso parere. FEDEmc
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