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giovedì, maggio 08, 2008
 
Giudizi buttati là
 
Juno di Jason Reitman
 
Professionale, scritto bene, fa ridere, emozionare, in una parola paraculo. In un universo armonico dove conflitto, disagio, emarginazione sono banditi, e tutti sono fighi. Più vicino ai Teletubbies che a Gus Van Sant, più vicino a Susanna che ai Tenenbaum. Praticamente il demonio. Ma nel mondo ogni “tendenza” nasce in periferia, diventa centro, e poi muore nel dimenticatoio.. Ecco, Juno è il punto in cui si comincia a cadere.
 
 
John Rambo di Sylvester Stallone
 
Rambo fa a pezzi gli anni 90 e quelli che pensano che gli anni 80 fossero fichi. È stato difficile avere come padre fantasmatico Stallone, lui ha almeno avuto Crenna, che ti diceva “Vai, uccidi. Fallo perché è giusto”. Noi ci ritroviamo con Stallone che dice “Vai avanti a guardia abbassata e prendine una cassa. L’importante è che ti rialzi ogni volta”. Insomma, ho visto lezioni di vita più pratiche. Ma noi ti amiamo lo stesso, babbo.
 
 
Tutta la vita davanti di Paolo Virzì
 
Virzì continua a fare l’amaro apologo della fine del popolo, della piccola borghesia e dei suoi ideali di miglioramento. Con tono grotteschi e disperati e solo con qualche piccola sbavatura. Con più palle si poteva fare un film incredibile, ma è ottimo lo stesso. Solo l’ideologia giornalistica, impostata su griglie for dummies di idee sorpassate già quando Zoff giocava a scopa con Pertini, e il referenzialismo lo condannano.
 
 
The Darjeeling Limited di Wes Anderson
 
Anderson esce dalla maniera stanca di Zissou, e innova il suo stile della narrazione, mantenendo la coerenza di fondo. Insomma, mostre di avere ancora qualcosa  Non trascinante, ma qualcosa di buono, molto buono e realmente dispari. Bravo, si temeva per la sua maturazione.
 
Iron man di Jon Favreau
 
Dopo Spiderman 2, il miglior film di supereroi fatto negli ultimi anni. Ben costruito, Downey jr in palla, leggermente più adulto, fa ridere, l’azione è rara ma strepitosa. Aaaiiron maaaan ta ta tatatata tatatatatata.
 
Colpo d’occhio di Sergio Rubini
 
Inguardabile. Adrian Scala andrà a infestare gli incubi di tutti gli autori che hanno qualcosa di parecchio intelligente da dire. Se vedete un film con metafore malriuscite, gridate "Adrian Scala!" per tre volte e il film svanirà.
 Rubini prova a fare il thriller anni 70. Non gli riesce. Scamarcio prova a trascinare il pubblico. Non ci riesce. Vittoria Puccini nuda. Ci riesce.
 
La zona
 
Bello, teso, pessimista. Cinema politico aggiornato al passare dei tempi.
 
manu
manu
postato da secondavisione | 11:10 | commenti (8)


venerdì, febbraio 22, 2008
 

Parlami d'amore, ovvero l'Into the Wild italiano.

Non sembra pure a voi che questi due si assomiglino un po'? Ma sì! Infatti anche i rispettivi film hanno parecchi punti in comune, che rendono l'opus primum mucciniano una specie di Into the Wild della Controriforma. Svolgimenti diversi, ma assi narrativi spesso paralleli. Non ci credete? Leggete la breve comparazione, poi ne riparliamo.

1a) La cosa più toccante, per chi scrive, di Into the Wild è il tentativo di Christopher (Emil Hirsch) di rifarsi una famiglia, di ricostruire ricorrendo a figure parentali sostitutive (i due hippie, l'ex militare vedovo) radici, identità e provenienza che possa sentire davvero sue.
1b) L'unica cosa interessante di Parlami d'amore è il tentativo di Sasha (Silvio Muccino) di rifarsi una famiglia, di ricostruire un complesso di Edipo dopo essere stato progressivamente abbandonato dalle persone care.

2a) Christopher fugge dalla upper class nichilista e decadente (la famiglia) e si ritrova nella comunità hippie. Lascia la città per la campagna.
2b) Sasha fugge dalla comunità hippie (gli ex tossici di Borgo Fiorito) e si ritrova nella upper class nichilista e decadente. Lascia la campagna per la città.

3a) Christopher ha un incontro decisivo con una donna più anziana (Jan) che lo educa alla nuova vita.
3b) Sasha ha un incontro decisivo con una donna più anziana (Nicole) che lo educa alla nuova vita.

4a) Jan sconta il trauma di una perdita (il figlio) che tende a riparare con la presenza di Christopher.
4b) Nicole sconta il trauma di una perdita (il fidanzato) che tende a riparare con la presenza di Sasha.

5a) Christopher incontra una ragazza bellissima con la passione per la musica.
5b) Sasha incontra una ragazza bellissima con la passione per la musica.

6a) Christopher rifiuta di unirsi carnalmente con la ragazza bellissima di cui sopra. Lei piange.
6b) Sasha si unisce carnalmente in modo compulsivo con la ragazza bellissima di cui sopra, ma poi la rifiuta. Lei piange.

7a) Christopher incontra una specie di fratello maggiore delinquente (Vince Vaughn) che, prima di sparire (viene arrestato), lo incoraggia a seguire il suo istinto: quello per il viaggio.
7b) Sasha incontra una specie di fratello maggiore delinquente (Max Mazzotta) che, prima di sparire (si uccide in crisi di astinenza), lo incoraggia a seguire il suo istinto: quello per il poker alla texana.

8a) Christopher incontra qualcuno che lo riempie di botte.
8b) Sasha incontra qualcuno che lo riempie di botte.

9a) Into the Wild è un romanzo di formazione che si risolve in un fallimento, perché (ecco l'epopea grunge di cui parlava Manu) il protagonista cerca la solitudine e l'autenticità, ma arriva fatalmente a qualcosa di diverso che non cercava, l'autodistruzione.
9b) Parlami d'amore è un romanzo di formazione che si risolve in un fallimento, perché (ecco la Controriforma) il protagonista capisce che “non esiste una donna che non possa essere conquistata”, ma a quel punto decide di conquistare sua mamma.

10a) Into the Wild è un film indubbiamente cinefilo, che rimanda continuamente alla New Hollywood (Malick, Rafelson, Pecinpah...). Ma questo forse è il suo lato meno interessante.
10b) Parlami d'amore è la pietra tombale di certa cinefilia nostrana (ci vogliamo mettere in fila?). Quella per intenderci che mescola Eyes Wide Shut, Il portiere di notte, C'era una volta in America, L'Atalante, Roma a mano armata per creare uno strano intruglio di etica noir (potrei vincere ma preferisco perdere), eccentricità visiva (che belle le luci colorate), sceneggiatura composta col t9.

p.

postato da secondavisione | 19:32 | commenti (4)


lunedì, gennaio 28, 2008
 
Dogma Sundance 2008 (versione post visione de La famiglia Savage, o meglio The savages perché i titolisti italiani non capiscono nulla).
 
1)      Nessun personaggio può essere ridotto alla seguente formula (essere umano normodotato) + x. Per x si intende caratteristica bizzarra che lo rende simpatico, unico, e dotato di una vita degna di essere vissuta. X può essere: collezionismo folle, impulso creativo frustrato, trauma insolito di natura sessuale, tendenze suicide fantasiose, acconciatura peculiare ecc.
2)      Quindi, “Il mondo è bello perché è vario” non è solo un luogo comune, ma è anche una spina dorsale narrativa insufficiente.
3)      Lo squallore della vita sessuale non può essere rappresentato con copula alla missionaria e personaggio che guarda il soffitto con fare annoiato,
4)      Lo squallore della vita professionale non può essere riassunto in “luogo freddo e grigio con persone insensibili ma inserite vs. il mio io creativo e dolce e sensibile frustrato dal mondo in cui sono”
5)      Il compiacimento dell’autore regista nel riflettersi nel personaggio – di intellettuale sensibile frustrato – principale deve avere limiti ben precisi.
6)      Le gag con vecchi colpiti da Alzheimer (o personaggi con disabilità varie) fanno ridere. Ok. Ma fanno ridere in modo volgare sia che le scriva Buck Brippin from North Dakota e siano ambientate in un residence dell’Arizona, sia che le scriva Neri Parenti e siano ambientate a Fregene. E comunque in nessuno dei casi saranno mai culturalmente (high culture version) rilevanti. Neanche per sbaglio.
7)      La noia non è un valore estetico.
8)      Il fatto che il personaggio principale non abbia superpoteri e non voli, o non spari, non è un valore estetico.
9)      Il fatto che il personaggio principale del film riconosca il valore estetico delle cose non è un valore estetico per il film
10) Basta storielline minimaline su famiglioline disfunzionaline. Siamo nel 2008, è maniera.
11) I personaggi stralunati, allibiti, allampanati, stupefatti, rincoglioniti al centro dell’inquadratura e frontali e con effetti appiattimento della profondità sono ormai vietati. Siamo nel 2008, è maniera.
12) Le storielline minimaline non possono finire a tarallucci e vino, che basta un poco di volontà e la vita continua. Senza sguardo amaro, profondo, perlomeno combattuto, sulla seconda possibilità dell’amore mi posso guardare PS I Love You. E ho detto tutto.
13) Un buon test per valutare la bontà di una scena è la “traslitterazione Ozpetek”. Cioè chiedersi: questa sequenza la potrei ritrovare in un film di Ozpetek? Se la risposta è sì, ci sono buone probabilità che la sequenza in questione sia da buttare.
14) La relazione del protagonista con gli animali domestici (o con oggetti/esseri umani facenti funzione) o è improntata ad una serena convivenza o al bieco sfruttamento sessuale. Ciò che sta in mezzo (in un film) è fuffa.
15) Qualsiasi cosa che ricordi anche vagamente La mia vita a Garden State va impedito ad ogni costo.
16) L'elaborazione del lutto di Elizabethtown è una roba brutta. Molto. Prenderla come modello è un peccato mortale.
17) Chi cita la “leggerezza” calviniana va trucidato sul posto. E' uno sporco lavoro, ma qualcuno deve pur farlo
18) Qualsiasi non-luogo va ripreso con cognizione di causa. Ma è vietato mettere un oggetto/soggetto bizzarro in questo setting per dare la sensazione di postmoderno straniamento. Quindi no panda liberati in shopping mall, no aborigeni che cantano Love Me Tender in un aeroporto, no camionisti che citano Proust in un Burger King di El Paso.
19) Chi decide di realizzare un film indie (qualsiasi cosa voglia dire) deve fare questo per un anno. Per ogni santo giorno. Si sveglia. Si guarda allo specchio e si chiede “Ma la mia vita è davvero così interessante da farci un film?”
 
manu
postato da secondavisione | 18:31 | commenti (35)


lunedì, gennaio 14, 2008
 

Aggiornamenti nella superclassifica dei generi cinematografici più insopportabili

Con la vittoria ai Golden Globes di Espiazione cambia la classifica dei generi più insopportabili.

Quarto posto (In costante discesa): Minoranze che bevono, ballano e sparano per aria (era primo nel 1999, ma è stato sconfitto da inevitabile variazione dello Zeitgeist)

Terzo posto (stabile): superproduzione hollywoodana - con budget equivalente al PIL della Mongolia - con buchi di sceneggiatura che neanche i copioni cestinati Don Matteo

Secondo posto (in ascesa): drammazzo in costume con bollino di qualità "tratto da un romanzo"

Primo posto (Inarrivabile): commedia italiana che fa ridere, ma anche pensare, sul nostro bel paese.

manu

postato da secondavisione | 11:12 | commenti (3)


mercoledì, gennaio 09, 2008
 

Premi dei Golden Globe?

Scusate, ma sta girando una notizia secondo la quale sono già stati assegnati i Golden Globe.

Ma è una notizia che mi sembra circolare solo in Italia. Non c'è traccia di questa roba sul sito della Reuters per esempio.

In più, è uscita prima che i votanti della HFPA votassero.

Quindi, credo proprio che sia un pacco.

Manu

postato da secondavisione | 13:14 | commenti (4)


martedì, ottobre 30, 2007
 

Postille al Dogma Italico

- Margherita Buy può interpretare solo personaggi che abbiano una serenità interiore ed esteriore pari a quella di un monaco tibetano.

manu

postato da secondavisione | 13:04 | commenti (1)


lunedì, settembre 24, 2007
 

Sempre sul pezzo

Repubblica (cartacea) oggi titola: "Tutti pazzi per Dick. Hollywood rilancia Mr. Blade Runner".

Si accettano scommesse sui prossimi scoop:

- "Hollywood scopre i giovani talenti della penna: pronti gli adattamenti di Stephen King e John Grisham"

- "Remakemania: Hollywood in crisi di idee?"

manu

postato da secondavisione | 19:50 | commenti (7)


mercoledì, settembre 05, 2007
 
 
E Simone Weil, interpretata da un’intensa Katie Holmes, irruppe sullo schermo…
 
 
E trovò ad attenderla George Friedrich Wilhelm Hegel, a cui presta il volto un intenso Ethan Hawke...
Esistono attori, per tutta la carriera, o single interpretazioni, che ammazzano a mani nude un film, e spesso poi danzano sul cadavere.
Una versione inconsapevole e demente dello straniamento, arrivano e uno spettatore pensa “questo è un film”, “questa è un’illusione”. Ma soprattutto “questo film, questa illusione fanno pure abbastanza schifo”. Oppure, dal lato del film, esso precipita in un abisso di minchiate inverosimili e/o invereconde per cui Godzilla che balla il tip tap in una tumida manhattan dove è difficile innamorarsi ma per loro due eros fece un'eccezione è una trama credibile.
Qualche esempio: Monica Bellucci che appare come Persefone in Matrix Reloaded, film che già di suo non ci voleva molto ad ammazzarlo, Jeoffrey Rush che fa il Trotskij imbizzarrito in Frida (il film in quel momento scende di tre gradini, se mai fosse stato possibile) il già citato Ethan per l’opera omnia, Stefania Sandrelli quando esce dal suo personaggio. L’amica Violetta suggeriva Benjiamin Bratt e la triade di The Dreamers, e direi che per gli ultimi c’ha più di una ragione. Ci sono altri suggerimenti? Che facciamo, si istituisce un premio? Una menzione?
 
Manu
postato da secondavisione | 13:49 | commenti (7)


domenica, settembre 02, 2007
 
CA VA SANS DIRE

Ieri sera guardavo il telegiornale. Mi si informava sulla rapina avvenuta ai danni del noto regista italiano Giuseppe Tornatore. Autori del reato tre ragazzi rumeni. Scampato il pericolo, con i malfattori affidati alla giustizia, il regista intervistato, ci ha tenuto a chiosare: "non è detto che tutti i rumeni siano dei delinquenti".
Grazie.

FEDEmc
postato da secondavisione | 12:33 | commenti (4)


lunedì, agosto 06, 2007
 

 

 

 

Lo stato dell’arte
(e dello stato del dibattito)
(ringraziando p. e vari altri  per il contributo serio)
 
 È una giornata di sole, ma triste. Sono scomparsi in due giorni Ingmar Bergman e Michelangelo Antonioni. Due menti illuminiate decidono di celebrarli come meritano: sono un editorialista di Repubblica, che cerca qualcosa tra i ricordi di quando andava a rimorchiare ai cineforum, aiutandosi con i VHS e i Castori in omaggio con L’Unità, e un gggiovane turco, che avrebbe voluto rovistare tra i ricordi, ma quando andava lui ai cineforum non si rimorchiava, anzi, il popolo bue gli tirava i gavettoni. Quindi anche lui si arrangia con i VHS e i Castori in omaggio con L’unità.
 
ER: In questo periodo, in cui la gente arrostisce su una spiaggia affollata senza pensieri, e i giornali si incaricano di riflettere questo vuoto pneumatico parlando solo di temperatura percepita, calciomercato e prodotti di bellezza, il destino cinico e baro assesta al mondo dell’arte e della cultura un terrificante uno-due…
GGGT: ma quale mondo dell’arte e della cultura: quei due per la vita erano già morti e sepolti, anzi erano già passati nel momento in cui giravano i loro presunti “capolavori”, già datati in quanto prese dalle onde della storia senza esserne parte!!!
ER: Ma,appunto, erano capolavori al di fuori della storia, si ergevano come moniti per una povera umanità senza speranze e senza guide, travolta dall’industrializzazione, dalla spersonalizzazione, dall’individualismo!!! Ci lasciano soli con i kolossal tutti muscoli ed effetti speciali e niente cervello! Ci lasciano soli con Michael Bay! E a noi non resta che ricordare vere e proprie icone della cultura del ‘900 come la partita a scacchi con la morte!!!
GGGGT: ah, maledetto tu dell’establishment che propina gusti falsi e incomprensione dell’arte! Schiavo delle multinazionali e del consenso controllato! Che significato oggi ha la partita a scacchi con la morte, quando quel genio di Michael Bay mostra a tutto il mondo – con il suo seminale ed epocale Transformers – che ormai noi uomini, e il Cinema, stiamo giocando con la morte alla Playstation 2!
ER: ah, non dire quel nome! Ma lo sai che a dire Playstation 2 senza una riflessione sociologica negativa si finisce nel girone infernale dei “Giovani delle High School del Nord Dakota che, dopo una partita ad uno sparatutto, uccidono civili innocenti con un UZI”??
GGGT: e che importa dell’inferno, io me ne faccio un baffo! Io devo dire la verità: che Antonioni e Bergman erano due rincoglioniti, che le poche cose buone che hanno fatto sono state ingoiate dal mainstream, e da tutti coloro per cui la cultura è un museo che non va toccato! La vitalità è altrove: Micheal Bay, Brett Ratner, Gore Verbinski! Sono loro che buttano il cinema verso il futuro, e nelle loro apocalissi hollywoodiane riflettono la sparizione della visione del mondo contemporaneo. Altro che quella sopravvalutata incomunicabilità
ER: ma quella esiste! Ed è reale, perché i giovani d’oggi non sanno fare 2+2, è perché non si parlano più. E tutti davanti a quei piccoli schermi a schiacciarsi i brufoli: non c’è più dialogo, non c’è più la vita vera! E Antonioni nei suoi film rende tangibile questo disagio che era presente in sottofondo nella cultura italiana. Dava forma alle ombre della gioiosa epoca del boom.
GGGT: Ma tu, o schiavo del senso comune, non tirendi conto ci sono più ombre del boom dall’espressione contrita di Al Bano in un musicarello , quanto soffre per amore per Romina, che in tutti i silenzi di Monica Vitti e in tutte quelle sporadiche frasi simboliche!
ER: ah, ma le donne: la Vitti, Lucia Bosè, Liv Ullman, Bibi Anderson! Erano due grandi cantori dell’universo femminile, nel momento in cui cercava di emanciparsi e di garantirsi uguaglianza nel rispetto della differenza.
GGGT: Queste donne algide, sezionate in quanto esseri sensibili alla percezione del disagio, erano loro l’unica via di fuga del loro cinema imbalsamato. Ma lo erano in quanto corpi, refrattari alla messa in scena di due registi che consideravano la mente e lo schema come superiori alla fisicità. Ah, la schiavitù platonica, ah questa insulsa, occidentalista e modernista illusione di privilegiare la cognizione rispetto al travolgente potere della percezione pura!
ER: Ma loro erano Passione. Erano la passione del bello novecentesco, rielaborando l’onirismo, la psicanalisi, il surrealismo, davano forma ad un sentire che se n’è andato e che non tornerà.
GGGT: Ah! Non nominare onirismo e surrealismo! Ma lo sai che se li nomini senza distacco critico finisci nel girone infernale dei “Sempliciotti del popolo bue che credono che il Cinema sia fatto della stessa materia di cui sono fatti i sogni”!
ER: Ma il cinema, anche quello hollywoodiano negli scarsi e rari casi in cui riesce ad uscire dalle ferree regole del marketing e delle formulette belle e pronte, fa sognare! E Antonioni e Bergman, con i silenzi delle donne, con la cura formale che oggi non ci mette più nessuno (dove andremo a finire, nemmeno il salumiere mette più perizia nel tagliare la mortadella), ragionavano e insegnavano sui sogni
GGGT: ma sono vecchi! Passati! Andati! Loro non avevano più niente da dire, e i sogni oggi sono quelli di Hulk, di Spielberg, del cinema che ha superato il corpo degli autori per diventare corpo del mondo nella visione globale della visione che sparisce.
ER: eh?
GT: Lo vedi che non capisci, è la visione che ti manca. È una cultura sclerotizzata che ti impedisce di vedere al di là del tuo naso e di vecchie categorie. Antonioni e Bergman non sono morti, si sono trasformati in altro.
ER: Sono d’accordo: non sono morti.
GGGT: no, sono eterni, come eterne sono le immagini in movimento, e la loro forza rimane a bruciare nell’eterno tabernacolo del Cinema in quanto Cinema e solo Cinema.
ER: si, e noi dobbiamo sforzarci di mantenere vivo il buon cinema di qualità che loro hanno creato. Noi uomini di oggi di buona volontà e di capacità intellettive sufficienti, abbiamo il dovere della memoria, di celebrare le loro opere, di insegnare ai giovani che cosa può trasmettere il cinema.
GGGT: Viva il buon cinema!
ER: Viva la morte che gioca a scacchi con il cavaliere!
GGGT: Viva la ripetizione insensata di gesti vuoti!
ER: Viva i capelli che dolgono!
GGGT: Viva i primi piani di donne svedesi!
ER: Viva i primi piani di donne silenti!
GGGT: Viva le sequenze oniriche!
ER: Viva la foto che rivela di più dell’occhio nudo!
GGGT: Viva l’occhio nudo che si rivela nella foto!
ER e GGGT: (assieme, all’unisono, in una scena che Frank Capra manco se la sognava, urlano):Viva il Cinema di qualità che noi capiamo e supportiamo!
 
Mano nella mano, ER e GGGT se ne vanno verso un tramonto in technicolor.
 
(avevo scordato la firma)
manu 
 
 

 

 

 

 

 

postato da secondavisione | 15:16 | commenti (7)


martedì, maggio 22, 2007
 

Arriva oggi la notizia che Zhang Yimou sarà il prossimo presidente di giuria a Venezia, il che è piuttosto coerente con l'impronta di Muller al festival.

Indipendentemente da ciò, pur essendo tacciabili di revisionismo e di "è facile dirlo adesso, bisognava dirlo all'uscita di Lanterne Rosse" (ero troppo piccino), ora si può dire: Zhang Yimou è uno dei più colossali abbagli della cinefilia occidentale, nel momento in cui guarda all'altro e non solo)

Avete altri candidati al prestigioso premio?

manu

postato da secondavisione | 17:51 | commenti (13)


martedì, maggio 08, 2007
 

Spiderman 3 – Perché sì

Forse sarebbe meglio dire: perché forse, ma così ci capiamo meglio.
A me sembra che i film dedicati ai supereroi e i comic-to-film degli ultimi (dieci?) anni abbiano tutti più o meno gli stessi problemi. In primo luogo una totale mancanza di lucidità ideologica, in secondo luogo una (quasi totale) mancanza di autonomia estetica. I due problemi sono profondamente connessi. Se 300 film, per esempio, non funziona non è perché è in buona sostanza fascista (anche il fumetto lo è, eppure ci piace), ma perché a quella materia ideologica non riesce a dare complessità estetica, ma si limita a illustrare bidimensionalmente il fumetto.(Leonardo, se non ricordo male, aveva scritto cose interessanti a riguardo). V per vendetta tira fuori uno spettacolone esaltante da uno script che proprio sulla spettacolarizzazione del fatto sociale diventava rovente; risultato: il film finisce per assumere senza riserva quella relazione di seduzione leader/massa che nel fumetto è presa con mille e mille cautele. Kracauer, giusto per fare i fighetti, avrebbe detto “massa come ornamento”, cioè niente di progressista. Gli esempi non mancherebbero, ma la pianto qui.
Spiderman 3, al contrario è un film lucido da un punto di vista ideologico e con una certa coscienza dei limiti di autonomia che l’operazione “film da fumetto” prima o poi presenta. Per agevolare chi non ha voglia di leggersi tutto il pippone, si può anticipare: Raimi secondo me mostra come il supereroe al cinema tenda ideologicamente all’autoritarismo e narrativamente alla sit-com, in modo necessario e tendenzialmente non negoziabile. Il passaggio da disinteressato tutore dell’ordine a strumento di propaganda e arma in mano del Potere è mostrato in tutta la sua evidenza, con tutti gli attributi figurativi della peggior propaganda: bandieroni, majorettes, gruppi di uomini della strada che invocano il Salvatore e via di seguito, senza niente di glorificante o anche ambiguo. Il discorso è chiaro: non ci sono da una parte il supereroe buono e dall’altra la cattiva interpretazione che lo trasforma in figura autoritaria; al contrario, come in Watchmen, il supereroe ha necessariamente una deriva autoritaria per non dire fascista. È quella la sua faccia oscura (pubblica), prima che spunti quella privata ed esistenziale, che è un altro discorso.
Peter Parker, a un certo punto, diventa cattivo e la frangetta sarebbe il pietoso escamotage che ce lo mostra come tale. A me, invece, pare che la frangetta sia l’inevitabile corruzione (non la parodia!) della questione del costume. Non esiste supereroe senza costume, Gli Incredibili ce l’hanno insegnato. Ma l’estremo debole (ancora, non la cattiva interpretazione) di questo assunto è una specie di funzionalismo della maschera, per cui è il costume a determinare indole e capacità: in fondo Spiderman e Venom sono lo stesso modello con colori diversi. Allora può anche essere che la frangetta faccia diventare fetenti, è un problema di coerenza.
Allo stesso modo gli snodi narrativi smettono di funzionare organicamente, Flint Marko viene intimato a non proseguire “perché li si svolgono pericolosi esperimenti di fisica!”, gli spazi dell’azione si restringono al caffè e al pianerottolo, il dialogo colma quello che le immagini non mostrano (non certo per carenza di budget). E Peter Parker comincia a ballare come un Tony Manero dei poveri. Insomma: il film si trasforma in una specie di Friends o di Batman feat. Adam West. La narrazione attrattiva ed eroica è uno degli estremi del film di supereroi: all’altro capo Raimi mette la sit-com. Sbaglia? Non direi. Semplicemente fa esercitare grandi poteri e grandi responsabilità in questioni di poco conto. Se si accetta il supereroe buono che (magari senza maschera) diventa vigile urbano e aiuta la vecchina a passare le strisce pedonali, si deve accettare anche questo, cattivo, che fa il tamarro con le ragazze. La parodia e l’attraversamento dei generi non c’entrano proprio nulla: al contrario Raimi percorre il suo, di genere, fino in fondo, schifezze comprese, senza attraversarne altri.
Poi, in tutto questo, il film perde di compattezza: il primo e il secondo episodio erano film quadrati, questo non lo è. Il finale non è neanche brutto, è proprio piatto. I cattivi sono buttati là alla carlona, ha ragione Manu. Ma per il resto, il coraggio è innegabile.
E la sequenza di Bruce Campbell spacca.

p.

postato da secondavisione | 21:29 | commenti (8)


mercoledì, marzo 07, 2007
 
Così, stimolato dal post su Saturno Contro e dal commento di Dust, si ripubblica il Dogma Italico (e sue aggiunte nel tempo).
1) sono vietati i carrelli circolari
2) sono vietate rappresentazioni di donne isteriche e di uomini che non vogliono crescere
3) sono vietate le inquadrature di libri, locandine, quadri se non per fini esplicitamente commerciali o per ragioni narrative fondamentali. Il cinema deve far pensare e non suggerire il modo di pensare giusto o, peggio, suggerire un gusto.
4) è vietato l'uso della voce over per più di trenta secondi per ora di pellicola
5) sono vietate le rappresentazioni di minoranze di ogni genere secondo cliché: basta gitani vitali e furbetti e danzerecci , bravi senegalesi sfortunati, gay autoironici, ecc. Queste caratteristiche ci possono essere ma devono essere mixate ad altri tratti che emergono. Altrimenti è razzismo
6) sono vietate sequenze in casolari ristrutturati, specie se con le ante pitturate in celeste
7) sono vietati gli interni dipinti i giallo arancio/giallo/celeste tenue e dipinti in spugnato o consimili
8) gli esordienti registi, per passare ai lungometraggi, oltre a innovativi corti devono dimostrare di aver girato almeno 3 filmini di matrimonio/battesimo/cresima e di essere stati pagati dalle zie per questo
9) i provini degli attori devono essere eseguiti con accanto un paracarro per la prova di espressività
10) la psicanalisi, se presente, deve essere seria e motivata
11) è vietato il viraggio in seppia (Soderbergh maledetto)
12) sono vietate rappresentazioni di simpatici gaglioffi che negli anni 60/70 volevano cambiare il mondo ma poi sono i traumi, il sesso, le violenze, gli eventi a modificare loro (almeno questo non deve essere il messaggio principale)
13) le attrici non possono indossare gonnelloni lunghi a fiori
14) i trentenni in crisi hanno decine di pessime pellicole sull'argomento in cui ritrovarsi: moratoria di dieci anni su questo tema
15) in un film non possono comparire più di tre canne, non ci possono essere epifanie dovute alla THC. Si può superare questo limite solo se sono presenti altre sostanze stupefacenti.
16) tutti i registi che vogliano cimentarsi in una scena di sesso devono fare un anno di formazione: non ne posso più di gente che non sa girare il sesso, anche quando deve essere squallido la povertà di mezzi non riesce nemmeno a farlo sembrare squallido.
17) le canzoni pop di dieci anni anteriori all’uscita del film devono apparire una sola volta e non devono essere invasive
18) è vietato raccontare la vita degli studenti fuorisede a Bologna
19) A ognuno il suo mestiere: multimedialità non vuol dire che ogni cialtrone può fare qualsiasi cosa. Per scontare Pasolini abbiamo avuto Sepulveda, la Tamaro, Ligabue, Battiato, Paul Auster ecc. Il cinema non è solo un modo di esprimersi, è anche un linguaggio, ed è complesso da utilizzare. Se voglio esprimermi non scrivo liriche in lituano - lingua a me ignota - né organizzo un concerto per chitarra quando so eseguire solo “La canzone del sole” e pure male
20) è vietato il genere "elogio del cazzone" (es. Santa Maradona) - (definizione di A. Pezzotta, per onestà)
21) i personaggi non possono avere rendite petrolifere nascoste. Niente più sottoproletari che abitano in Piazza Navona, niente più traduttori (che vengono pagati un tanto al kilo come le aringhe) che vivono in lussuosi loft, niente disoccupati che hanno case disegnate da architetti di grido.
22)Vietata l’apologia del ritorno alla natura. Sono vietate quindi le opposizioni semantiche civiltà cattiva /natura buona, che si manifestino, ad esempio, con "telefonino=cattivo/suono del corno di capra dei Monti Sibillini=buono". Vietati altresì, per le stesse ragioni, i remake di Laguna blu ambientati in Salento
23) Vengono istituite delle scuole di dizione e di lingua italiana in sette località del territorio nazionale, lontane dai centri di produzione del cinema. Si propongono: Tarvisio, Cuneo, Gela, Correggio, Empoli, Isernia, Olbia. Gli aspiranti attori dovranno trascorrere in ciascuno di essi un periodo di almeno tre mesi in una sorta di Via Crucis della Crusca
24) I personaggi dei film italiani non possono pretendere di essere più interessanti dei loro spettatori, a meno che non lo dimostrino in modo convincente.
25) I bambini, a meno che non siano diretti da registi tipo De Sica (Vittorio), dovranno essere interpretati da adulti dotati di apposite maschere.
26) Diciamo no al veltronismo al cinema.
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sabato, febbraio 17, 2007
 
 

L’amore non va in vacanza di Nancy Mayers


L’esistenza di questo film sembra a stare a dimostrare il fatto che dalla buona teoria spesso si ricava del cattivo cinema. Nel senso che la regista/sceneggiatrice deve aver letto, e pure approfonditamente, Alla ricerca della felicità di Cavell.

Purtroppo l’affermazione non è universalizzabile in quanto tentativi di riprodurre il genere della commedia sentimentale (o del rimatrimonio) senza scomodare Cavell sono altrettanto pessimi. Si pensi ai tentativi italiani di fare della commedia sentimentale. In L’amore non va in vacanza si ha ben chiaro il principio che si può ambientare una storia in cui fondamentalmente non si fa altro che parlare (riflettere) sull’amore solo in un contesto in cui le preoccupazioni economiche sono assenti (perlomeno non pressanti). Quindi l’espressione di stupore al vedere che Cameron Diaz fa il tuo stesso lavoro, ma vive in una casa il cui box doccia è grande come il tuo appartamento, e Kate Winslet non ha una posizione migliore della tua, ma ha un cottage uguale alla casa di marzapane di Hansel e Gretel che sta – visto il nulla che la circonda – perlomeno all’altezza del vallo di Adriano ma con un treno miracoloso riesce ad andare a lavorare tutti i giorni in treno nella City non è contemplata per lo spettatore del testo. In più queste case se le scambiano per le vacanze di natale e trovano l’ammore. Bello, no? Semplice sospensione dell’incredulità, o conoscenza delle regole di genere. In un film italiano del genere, in preda a ansia da rispecchiamento sociale, Cameron Diaz avrebbe lavorato la sera da MacDonald per pagare la bolletta del gas del box dove tienila la terza decappottabile (da qui la regola del dogma italico”i personaggi non possono avere rendite petrolifere nascoste”, o dei problemi pratici te ne fotti o no, tertium non datur). Oppure in un momento i personaggi avrebbero avuto un momento di coscienza sociale, prendendo coscienza di classe, che per un errore nella trascrizione dei Bignami del Capitale che circolano in Italia, è diventata presa di coscienza di classe (inferiore) dell’Altro. Tipo, “ah, che ammirazione mi incute lo sguardo fiero dell’operaio/contadino/immigrato/altro che si trova in posizione più disagevole” Questo per sottolineare la paradigmaticità di Balamban e del suo “I miei cari inferiori”.

Quindi si legga in generale Cavell, ma non lo si applichi pari pari ai film. Il (lunghissimo e noiosissimo) monologo iniziale del personaggio della Winslet cita quasi tutto il romance shakespeariano, giusto per mostrare che il film è consapevole della propria genesi. Il personaggio interpretato da Eli Wallach è una specie di “memoria del genere vivente”, o Cavell redivivo. Lasciamo stare che ha dato gli unici momenti di pathos del film 1) quasi commozione quando viene applaudito da una sala gremita (il cervello gridava che puttanata, ma tant’è) 2) puro orrore quando pronuncia la seguente battuta: “ma questo Hugo Boss fa davvero dei bei vestiti!” (cioè, capisco il mutuo da pagare, ma non che si esagera un pochino col product placement?).

Anzitutto il ruolo è quello di uno sceneggiatore dei film dell’epoca, inoltre egli si pone effettivamente come insegnante di amore per la Winslet, obbligandola a vedere Lady Eva o Susanna, a esaltare Irene Dunne ecc, che è la funzione che Cavell rintracciava nella figura maschile della commedia del rimatrimonio (re-imparare ad amare e ad essere oggetto di amore). La esalta a diventare protagonista della sua vita, e a non rimanere figura filmica della migliore amica.

Ma è in questo che il film fallisce anche “teoricamente”, oltre ad essere una cagata in generale, che la Winslet rimane la migliore amica perché alla fine “ehi, ho la storia d’amore tra Jude Law e Cameron Diaz, che sono due fighi pazzeschi, perché rinunciare a farli vedere per ¾ di film (un’ora e venti) che amoreggiano cuocendosi il caffè, no lo preparo io, no ma io te lo porto a letto, guarda che io esco e vado a prendere la brioche fresca, ma io ho appena munto la mucca per mettere quelle due stille di latte intero come piace a te (Ndr. La mucca in cortile Jude Law ce l’ha per davvero. Giuro), ma non te l’ho mai detto, no, me l’hai detto ieri sera che hai alzato un po’ il gomito, eh, ma abbiamo fatto sporcaccionate?, ma io odio gli uomini, e io le donne, ma allora il nostro è amore vero che supera gli ostacoli!”. Dialogo approssimativamente esteso per 15 minuti.

Quindi, tutto rispettato ma si mostra di aver capito poco, o di aver capito tutto ma di non riuscire a metterlo in pratica. Il tutto tralasciando che il personaggio della Winslet, che dovrebbe essere la base dell’identificazione della storia, (mentre la Diaz e Law sono talmente perfetti da accedere nella dimensione immaginaria degli unicorni, di una specie particolarmente pallosa comunque) è di un mortifero, noioso, piatto e involuto assolutamente imbarazzate.

Poi, che tristezza Jack Black ridotto a Jack Black. Cioè colui che ogni tanto appare sullo schermo, fa una faccia simpatica e poi mima una schitarrata o un assolo in aria perché tutti sanno che Jack Black fa ridere parecchio quando fa air banding.

L’unica idea decente, ma decisamente malsfruttata, è il personaggio di Cameron Diaz che rilegge la propria vita pensando in forma di trailer, perché di lavoro fa quello: “Lei non cercava l’amore, ma l’amore alla fine trovò lei, zum zum”.

Inoltre, nel genere della commedia del rimatrimonio, i film non possono durare più di un’ora e quaranta. Manoscritti dicono che Cavell volesse scriverlo. Non di più. La commedia sentimentale è quel genere che si compone di sintagmi a graffa, più volgarmente detti montatoni ruffiani con magari qualche dissolvenza su un pezzo musicale che non può essere meno abusato di Happy Together o deve essere cantato dai Counting Crows, che riassumono tutte le cose felici che la coppia felice fa felicemente (andare al luna park, correre sulla spiaggia, bere una cioccolata calda in un bistrot, fare una gara di corsa, farsi tatuare il nome dell’altro sul deltoide ecc.).

Il che serve a riassumere ridurre i momenti di mielosa felicità a un minuto e venti, non di più, non sette o otto minuti. Non più di un’ora e quaranta, che si faccia una mozione all’OCSE.


manu

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venerdì, febbraio 09, 2007
 

Uno passa anni convinto che Solaris di Soderbergh sia il remake più brutto della storia del cinema.

Poi un giorno vede City of Angels e capisce di aver vissuto per anni nell'errore. Non c'è davvero gara.

manu

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lunedì, febbraio 05, 2007
 

I lunedì di approfondimento di Secondavisione

Il Pen/Siero Antirughe.

Jean Baudrillard consiglia film e società per Secondavisione

 
Dopo il grande successo dei lunedì del pensiero approfondito di secondavisione, il prestigioso collaboratore del nostro modesto blog torna a graffiare il reale con la sua prosa lucida e icastica. Per riflettere e per riflettersi, le sue parole sono uno strappo del cielo di carta di un mondo ormai mediatizzato e ridotto al suo simulacro.
 

L’oggi si nutre del taglio del cordone ombelicale con l’ieri. Nell’epoca postmoderna, però non si ha più una successione continuativa, ma lo strappo del cordone ombelicale, una discretizzazione in un’esplosione criogenica che getta lontano e immobilizza il passato in forme riconoscibili e innocue. All’opposto dello spazio fisico – il giorno – in cui il gelo del simulacro domina, esiste lo spazio immaginario della notte, una Verstellung in cui si può provare a tornare a relazionarsi con una tradizione defunta. Relazione più parossistica tanto è più goffamente e bassamente somatica. Allora la Notte al museo altro non è che il desiderio ottuso e temuto della riduzione simulcarale dell’“è stato”, il contrappasso psichico per aver congelato abusivamente l’esistenza di Ieri. Noi, soggetti dell’oggi mediatizzato, sembriamo aspettare attoniti il risveglio delle statue del nostro inconscio collettivo.
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mercoledì, gennaio 24, 2007
 
Reazioni scomposte alle nomination agli oscar.
 
Nonostante un’intensa attività di lobbying e la concentrazione a disapprovare il film cercando di convincere il mondo intero, Babel è stato candidato e, presumibilmente vincerà. L’Academy ha una passione per il cinema nato morto, quasi come Cannes per la sfilata di autoroni bolliti.
Come l’anno scorso Crash, anche quest’anno il film da approfondimento di Repubblica vincerà. Che noia. Qui si tifa per Iwo Jima per pregiudizio, anche se in fondo speriamo The departed. Se quest’anno a Scorsese non gli danno l’oscar alla regia, secondo me Martin fa saltare le case di tutti i giurati. E non avrebbe tutti i torti, se lo danno a Inarritu - che ha già buggerato Cannes - o chessò, a Paul Greengrass – ma perché ignorare Brett Ratner, io non so – fossi in lui comincerei a sputacchiare su tutti i miei vicini.
Le agenzie di scommesse danno la vittoria di Helen Mirren a 1/12, cioè si vince un dollaro per ogni dodici puntati. Credo che ci sia poco da fare, ma per fortuna questo toglie ogni possibilità di vittoria per Penelope Cruz nel ruolo della nuova Sophia Loren. Con Volver che è stato ignorato bellamente anche come film straniero. Lo so che non è coerente elogiare i premi quando coincidono con le proprie idee, e dire che non valgono nulla quando premiano pacchi come Babel, ma la tentazione è forte. E sarà una coincidenza che anche Cannes ignora il povero Pedro? Così, per simpatia si vorrebbe la Winslet ma l’uscita italiana di Little children non è ancora prevista, e sinceramente non è che c’è da strapparsi i capelli)
L’attore mi sa che sarà il premio “Provvediamo a premiarlo prima che schiatti”, cioè Peter O’Toole, già premio alla carriera nel 2002, accettato mi sa suo malgrado, dopo 7 nomination andate buche. Giusto per rimarcare il fatto che Scorsese deve aver fatto qualcosa di male, Dicaprio, per cui si tifa, è stato candidato per Blood diamond, film stroncato dalla critica e mezzo flop, invece che per The departed. Con lui l’altro miglior attore della sua generazione, Will Smith, ma colui che potrà evitare il premio geriatria (tra parentesi, Judi Dench e Meryl Streep tra le donne) è Forest Whitaker, che oltre a fare simpatia, pare sia strepitoso. Dalla sua, è l’unico attore che interpreta un personaggio realmente esistito, anche se un dittatore sanguinario – il che non guasta. Visto che gli ultimi due sono andati a Truman Capote e Ray Charles, tutto può succedere.
Eddie Murphy e Jennifer Hudson dovrebbero vincere a mani basse, se vince la bimba di Little Miss Sunshine facciamo intervenire il telefono azzurro. Se vince Mark Wahlberg i caschi blu. Adriana Barraza o Rinko Kikuchi, urleremo “Babel No! No! No!” e appoggeremo una politica più restrittiva sul confine meridionale degli Stati Uniti. Anche se loro sono brave, le crociate contro sono crociate contro, non è che si possono fare sottili distinguo.
 
manu
PS. Chiamare sceneggiatura, e candidarla, quella di Borat - durante la visione del quale ho riso come mai negli ultimi tempi - è una sfida a qualsiasi pensiero categoriale. Mah
PPS: per Ryan Gosling ci si richiama all'entusiasmo altrui
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giovedì, gennaio 04, 2007
 

Cominciamo il nuovo anno con una domanda intelligente: sono state più patetiche le polemiche su Olè e la presunta diffamazione degli insegnanti o quelle sulla mancata censura di Apocalypto?

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lunedì, dicembre 18, 2006
 
Tutti opinionisti qua (copyright Blog di gago)
 
Visto che è uno sport diffuso, praticato da parlamentari, opinionisti, fustigatori del costume, profeti dell'apocalisse delle civiltà occidentale, marxisti easy listening fuori tempo massimo, gioiosi celebranti della pop culture fuori tempo massimo ma che si credono avantissimo, tipo nel 1988, sociologi ecc. ecc., ci buttiamo anche noi nell'ammucchiata.
La tesi è che tutto ciò sia pura conversazione fuffa, da fare davanti a tre Ceres e in nessun altro luogo. quindi un post sommamente inutile per sua stessa ammissione.
Per delimitare il campo si può dire:
Olè di Carlo Vanzina dovrebbe essere il film in cui si dà fuoco alle scoregge; Natale a New York dovrebbe essere quello in cui uno fa una scoreggia e c’è un gioco di equivoci su chi l’ha fatta; CommediaSexi di D’Alatri quello in cui in voice over c’è una riflessione su cosa significa la scoreggia per l’Italia e gli italiani di oggi. Evidentemente un trait d’union tra queste pellicole c’è.
 
(Se vogliamo fare gli internazionalisti, Eragon sarà il film in cui la scoreggia è quella del drago e sono cazzi per tutti).
 
(continua)
 
manu
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lunedì, ottobre 30, 2006
 
Le grandi firme di Secondavisione
 
 
Siccome la forma recensione è ormai morta, un residuo novecentesco, ci siamo resi conto che oggi il pubblico  vuole sentire parole affidabili, da persone che conoscono su cui possono fare affidamento empatico, di cui si fidano. Si è deciso che non si va al cinema e si parla di film senza averli visti. Però invitando gente che conta, mica cazzi. Altro che Friday Prejudice, caro Kekkoz, noi solo giudizi di un certo livello.
 
L’arguto corsivista di Repubblica - N – Io e Napoleone di Paolo Virzì
 
Il cinema italiano, e non solo, è forte di una tradizione di grandi commedianti. Ma artigiani della risata come Age, Scarpelli, Dino Risi e Monicelli sono sempre stati aiutati dalla bieca natura dell’Italietta fatta di piccole furbizie, di volemose bene, e di irresponsabilità condivisa.
L’erede di questa tradizione è il toscanissimo Paolo Virzì, che usa Napoleone per parlare dell’Italia di oggi. E del simbolo del suo andare alla deriva, Silvio Berlusconi. Come aveva già fatto l’ottimo Nanni Moretti, Virzì parla di pregi e virtù dell’italiano medio. Magari più qualunquista rispetto a Nannì, come lo chiamano a Cannes, ma le soverchierie dei potenti parvenu nei confronti rimangono uguali come una tara atavica del nostro paese, che solo nelle canzoni di Apicella – non Michele, alter ego del caro Nannino – è quello del sole e del mare, mentre nella cruda realtà secolare di potere prima democristiano e poi berlusconiano è fatta di grandi squali che se ne approfittano, e di gente che prova ad arrangiarsi e a cullare una rivincita. Il Napoleone di Virzì è il perfetto simbolo di un paese sempre in deficit democratico
Ah, la nostra bella Italia che se non ci fosse Silvio non guarderebbe quel deserto dell’animo umano che è la pupa e il secchione, e saprebbe a memoria le poesie di Allen Ginsberg e Alda Merini!
 
Il sociologo - The Departed di martin Scorsese
 
L’occidente non ha più storie da raccontare. Come se fosse un piccolo imprenditore tessile di Prato, anche il grande cantore della New York multietnica e conflittuale deve prendere a prestito da altre culture le storie. Il grande Scorsese, colui cha aveva innovato il linguaggio e lo sguardo sul mondo di Hollywood, si riduce a fare un remake di un film cinese. Non trovava più il respiro epico nell’America del politically correct e di Bush, non c’erano più tragedie, lacrime sangue e rapporti carnali raccontati. È dovuto andare a cercare soggetti da un'altra parte, in una cultura più vitale, dove ancora c’è una frontiera, dove le metropoli brulicano di energia nascente, e non morente. Il futuro ha gli occhi a mandorla, anche quello della settima arte, che è sempre di più uno specchio della realtà globale, glocale e anche un poco liminale che ci circonda.
 
Il pubblicitario - Miami Vice di Michael Mann
 
Sonny e Rico. Rico e Sonny. Il sole che si rilette sulla carena di un offshore tra l’amata Miami dei grattacieli e la cuba seppiata. Non riesce più a dettare moda, ma è solo un ricordo dei bei tempi che furono, quelli della serie dove si impazziva a cercare la giacche di Don Johnson, e gli occhiali di Philip Michael Thomas, e tutti desideravano di sgommare su una Ferrari. Non riesce più a essere il sunto dell’immaginario, ma è solo una rifrazione di un passato delle merci.
 
Il giovane turco 3.0 - La sconosciuta di Giuseppe Tornatore
 
Tornatore continua a fare cinema di papà! Pfui! A confondere il virtuosismo con lo stile! A non avere nulla d dire e infestare le sale con la sua estetica finto non televisiva! Il cinema è un’invenzione senza futuro! Ah, la realtà che parla con le carni del suo corpo di pellicola nelle pulsioni a 24 foto/grammi al secondo! Empatia, sguardo e corporeità, perdindirindina.
 
Quella che si fa le foto ai piedi – Fur di Steven Shainberg
 
Un giorno, avevo 12 anni, ero da sola a casa e non avevo tanta voglia di fare i compiti, e la tv mi aveva annoiato. Allora andai nel salotto, e mi misi a guardare la libreria dei miei genitori. Mi aveva sempre causato un certo timore, con tutti quei libri grandi che non venivano ami tirati giù per essere letti. Credevo che fossero lì per sbaglio, o che ci fossero cose passate, poco importanti, o troppo difficili per me bambina. Ma quel giorno la curiosità ebbe la meglio: ne tirai fuori uno a caso e cominciai a sfogliarlo. E dopo poco non riuscivo più a staccarmi. Guardavo quei soggetti bizzarri, patetici, pieni di dolore e che emettevano una vibrazione umana mai sentita prima. Io abituata alle foto ricordo di Gardaland e delle vacanze a Forte dei Marmi e della settimana bianca, mi resi conto con sommovimenti tellurici dell’animo del potere della fotografia. Le foto possono provocare tutto questo, possono svelare gli aspetti più nascosti, più eccentrici del mondo, e farlo con un rispetto mai visto. Le foto erano quelle di Diane Arbus: mi ha donato, per caso, la passione per la fotografia e la necessità interiore di “guardare oltre”, oltre le apparenze, oltre i, visi, per cercare quello che nel mondo c’è di bizzarro, affascinante, nascosto. E io, nel mio piccolo, cerco di imitarla, cercando di trovare con il mio sguardo meccanico i punti oscuri della mia vita quotidiana. Quello che mi ripeto sempre per procedere nella mia passione vulcanica è: niente è banale, se visto con un grandangolo. Grazie Diane.
 
 
 
Il controcultural-avant-pop che di solito si occupa di quello che di cool succede nel mondo in quanto esperto di cool - A Scanner Darkly di Richard Linklater
 
 
Ero a Junies (Ohio) a sentire il concerto di Olaf Katzenberger, clavicordista dei My desperate Ullas, un mix tra Monteverdi e Trent Reznor, esemplare geniale del meticciato nordamericano, e lì una mia amica mi invita all’anteprima del nuovo film di Linklater, un autore che mette assieme l’anima di Peter Bogdanovich e lo sguardo di Brett Ratner. Lo fanno in una multisala di Junies, un luogo sperso nel nulla ma la nuova frontiera delle tendenze che arrivano dagli States. Quando entro nella multisala, affollata come mai sarà in Italia, penso che l’architetto dovrà aver pensato di far copulare l’estetica di un deposito Ikea con quella di un bordello di las Vegas.
E poi, si spengono o le luci, e comincia il film: un viaggio allucinante nel mon do di Philip Dick mixato con le figure del Corriere dei piccoli anni 50: un’esperienza stordente, fantasmagorica, inquietante, empatica e postmoderna. È come unire Capitan America con il fenachistoscopio, costruire un ponte tra Tex Avery e i Wachowski Bros, la pubblicità del Coccolino, quella che mi inquietava da bambino nel 1985, e i lamenti strazianti di Siouxsie, fondere Cary Grant e la Playstation 3. In una parola: fichissimo.
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