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lunedì, luglio 14, 2003
Ken Park, finalmente un dibattito con un po' di sangue. Butto là un po' di impressioni: per il 90 per cento i meriti e soprattutto i demeriti del film mi sembrano attribuibili alla sceneggiatura di Harmony Corine, che autorizza quella lettura "scandalistica" con cui (giustamente) se la prendono i miei compari. Mi sembra che Clark non dia una direzione a quell'ammasso di grottesco, tenerezza, pruderie e violenza che Corine gli consegna (e anche citazioni: Sonatine e Viridiana, ma forse è una mia impressione), con il sospetto più che lecito che si voglia solamente epater le bourgeois. Poi però c'è l'ultima sequenza, quella in cui i tre "superstiti" fanno l'amore, che non ha niente a che vedere con tutto il resto del film. Al sesso malato in solitaria o con adulti alienati visto prima si contrappone una naturalezza e una gioia priva di forzature che fa pensare a possibili vie di fuga da un mondo che sicuramente bello non è. E qui finalmente Clark pare recuperare uno sguardo, partecipe e senza quella patina di insopportabile cinismo che oltretutto non riesce a gestire. Insomma, secondo me è una sequenza bellissima, ma mi viene da chiedere: erano necessarie due ore di film per avere cinque minuti che non sembrassero solamente la versione lunga e xxx del video di Black hole sun dei Soundgarden?
giovedì, luglio 10, 2003
Visto che addirittuta ce lo chiedono nei commenti di altri post, parliamo di Ken Park. Allora, personalmente non l'ho trovato un brutto film, anche se a dire il vero mi sono piuttosto annoiato. Per quanto mi riguarda, del tanto declamato scandalo sessuale non vi è traccia (non vorrei scandalizzare nessuno, ma di pippe ne so un pò e almeno un porno nella vita l'ho visto), quindi di questo mi sembra inutile parlare. Non penso che Clark tenti di sconvolgerci mostrandoci una fellatio o una maturbazione. Ovviamente ogni tanto si accusa le scene di sesso come un pò forzate o troppo lunghe, ma non mi sembra niente di così eccessivo o scandaloso. Il limite del film mi sembra sia rintracciabile semmai nell'esasperazione che Korine ha messo nella caratterizzazione delle figure familiari. Lo squallore di queste figure è riportato in toni decisamente eccessivi è la conseguenza è un passaggio da disgusto a involontario senso del grottesco. Un padre fanatico religioso lo si può fare in mille modi. Risulta forse eccessivo farmelo vedere che mangia in ginocchio o mentre legge la bibbia come un invasato. Dopo che hai fatto vedere che è tutto il giorno che il padre di Claude beve, non penso sia necessario mostrarmelo barcollante mentre beve una lattina di birra in un sorso e contemporaneamente piscia. Ci sono già arrivato a capire che il soggetto in questione ha un problema con l'alcool. I nonni di Tate è un pò inutile farmeli vedere che si danno i bacini e che si dicono parole dolci dopo una partita di tennis. Giuro, avevo già capito che erano una coppia di mezzi rincoglioniti lobotomizzati da un finto benessere. L'effetto è alla fine opposto a quello voluto. Da personaggi comuni, rintracciabili in ogni dove, sicuramente sovrapponibili a personaggi relamente esistenti (che non dubito Korine e Clark abbiano relamente conosciuto) si passa a una caricatura fin troppo programmaticamente squallida e forzata. In questo modo l'intento polemico del film scompare e il rischio è quello di pensare a una provocazione forzata e fatta solo per un pubblico facilmente (o fintamante) scandalizzabile. peccato...
FEDEmc
Torno a commentare qua dopo un po' che non lo facevo. Dunque. Mai le parole del ragioniere furono più appropriate. "Ken Park è una cagata pazzesca!". Senza correre a vedere subito "Giovannona Coscialunga" (che peraltro per me sarebbe una prèmiere), mi spiego. KP è un brutto film. Vorrebbe scandalizzare, ma potrebbe scandalizzare solo un pubblico al quale non è rivolto. Credo che le ambizioni intellettuali di Korine (Gummo non l'ho visto, ma Julien Donkey Boy sì. E signoriddio!) siano elevatissime. Ma quindi, se il film si rivolge ad un pubblico "intellettuale" (perdonate il termine), la provocazione è talmente sbrodolata e didascalica da non turbare nessuno. Non si tratta solo di questo. Si tratta, come dice Fede, di passare al grottesco, di inanellare uno dopo l'altra una serie di figurine ("Ce l'hai il padre fanatico religioso? Te lo do in cambio di una masturbazione" "No, ti do problemi in famiglia" "Problemi in famiglia celo. Interessa l'incesto?") alle quali non ci crede più nessuno. E anche parlando di sceneggiatura in senso quasi tecnico, di modo di narrare: possibile che sti cazzaroli di americani citino sempre il passaggio di "Babilonia la metetrice" dall'Apocalisse? In KP addirittura il padre casualmente lo legge (con una bella lente di ingrandimento che così lo vediamo bene pure noi) poco prima di pronunciarlo predicando alla figlia (che ovviamente è bella, sexy, cattolica e si scopa gli uomini solo se li lega). Peccato, perché in alcuni punti si vedono la mano e la penna di Clark&Korine. Per esempio quando il padre entra nella camera di Claude, il figlio, e lo guarda, con un mezzo sorriso. Finisse qui, la scena. E invece no. Gli tenta di fare un pompino. Perché aveva finito la birra. E prima era andato a puttane con l'amico che guarda i culi delle sue colleghe. Perché il mondo è malato. Serve un'aspirina?
Francesco
PS Chiedo scusa a Fede, ma riesco ad inserire queste riflessioni solo come post, non come commento. Misteri.
sabato, luglio 05, 2003
Siccome sono fieramente un tamarro, e anche perchè il periodo è decisamente povero di film interessanti, ho visto 2 Fast 2 Furious. Cari amici, la prima sequenza, una roboante gara a 4, è decisamente bella. Ovviamente poi il film segue la strada che deve seguire è diventa canonico è prevedibilissimo, ma quel primo inseguimento mi sembra veramente la cosa più interessante del film. John Singleton, non cade nel trappolone di voler girare un inseguimento "classico" (cosa che sfortunatamente hanno fatto sia Rob Cohen nel primo che i Wackowsky in Matrix reloaded prendendo belle facciate) e riesce a trasformare quello che in teoria dovrebbe essere il centro del film in un altra cosa: non un totale, non un inquadratura che ti dia il senso d'insieme dell'inseguimento, solo ed unicamente particolari. Paticolari sugli occhi di quelli che gareggiano, sul cambio (dotato di x marce...), sui tubi di scappamento, sulle lancette dei tachimetri, sulle gomme, ecc... Sembra quasi un miscuglio tra quel cartone animato giapponese delle corse d'auto (scusate ma il titolo non me lo ricordo) e l'esasperazione del discorso sulle macchine del grandissimo George Miller per Mad Max. All'inizio ho avuto un senso di frustrazione per l'occhio, poco dopo ero completamente affascinato dalla velocità della sequenza. Quando le macchine passano vicino alla macchina da presa, questa trema come il joystick dei videogiochi... e vi giuro che l'effetto è molto coinvolgente. Ovviamente dopo questo exploit iniziale si preferisce un film decisamente canonico e eccessivamente corretto, che sinceramente (anche se piuttosto godibile) lascia il tempo che trova.Coppia di amici nemici uno bianco e uno nero, gnocca di turno (la deludente Eva Mendes), il cattivone senza scrupli, ecc... Anche l'attesa sequenza finale è decisamente bruttina e insoddisfacente... Per i più colti di noi segnalo che ci si limita nella formula "donne mezze nude che puliscono auto" (nel primo si osava un pò di più in questo senso). Comunque rimango dell'idea che in film del genere, alla fine una sequenza che riesca a riscattare il film dal piattume generale la si trova sempre. Vedete un pò voi: non che ve lo consigli, ma attendendo film decenti, 2 Fast 2 Furious mi sembra che qualcosina di personale la dica.
fedeMC
lunedì, giugno 30, 2003
LA MEGLIO GIOVENTU': L'atto secondo riprende ed amplifica i difetti del primo, putroppo lo trscina con se cverso il pericoloso abisso del sentimentalismo di marca televisiva e della schifezza cinematografica. Cinema per il ceto medio riflessivo, con una idea di storia conciliata e conciliante, dove i deviati sono eclusi e sconfitti, e vivono solo nei buoni sentimenti dei sopravvissuti. Forse è naturale, ma la storia, man mano che ci si avvicina ai giorni nostri, scompare dalo schermo per lascire spazio allo sfogo del melodramma più pacificato e prevedibile del mondo. L'ipotesi più plausibile è quella della mancanza di tempo e di voglia degli sceneggiatori, forse l'impossibilità di poter parlare di Berlusconi, che bene o male è la storia italiana degli ultimi dieci e dico dieci anni. alal fine il tutto esplode in una festa in un casale di campagna toscano dove si compra l'olio dal contadino e si mangiano i frutti appena colti dall'albero, con amori confessati, gravidanze desiderate, lavori soddisfacenti e para artistici (grazie di averci risparmiato il genio e sregolatezza), felicità da happy few che sanno vivere ed essere cittadini del mondo. Una sequenza agghiacciante, magari se Giordana facesse girare i finali ad un co. co. co sarebbe meglio. manu
mercoledì, giugno 18, 2003
The Truth bout Charlie di Jonathan Demme si inserisce a pieni titolo nella affollatissima categoria di aspiranti al titolo "Remake più inutile della storia del cinema" (minisondaggio a cui si può partecipare). La mia stroncatura l'ho già data in trasmissione, ma continuo a vagre per le strade con una dmanda fissa al centro del cervello: perché? Il remake dovrebbe essere l'adattamento di un testo tolto adlla suoa cultura di partenza e riadattato per una cultura di arrivo, la quale lo mdifca, dotandolo di nuovi sensi e ne viene modificata, ampliando il prorpio orizzonte. quale senso ha fare un remake di un giallo rosa del '63 di stanley Donen spruzzandolo di Nouvelle vague (perché siamo a parigi, perché demme ormai si sente autore dopo aver creato la "poetica dei degustatori di duodeno in salmì?"). Salta fuori un film morto in partenza, che emette un puzzo tale da non lasciare indifferenti. Se qualcuno lo ha visto...manu
martedì, giugno 17, 2003
Siccome starà su ben poco e solo in poche città, consiglio a tutti Aspettando la felicità, che è un film di un regista della Mauritania, Abderrahmane Sissako. Vabbe', il nome è impronunciabile e parlare di cinema africano sa sempre di snob, ma 1) non c'è nulla da vedere 2) il regista riesce a costruire una rete intelligente di rimandi cinematografici, e invece di puntare tutto su "quanto è bello il mio paese..." modula il paesaggio creando un ritmo visivo anche in assenza di avvenimenti veri e propri. Insomma, fa quello che Costanza Quatriglio non era riuscita a fare in L'isola, almeno a mio parere. E poi ci sono almeno tre sequenze che restano nel cuore, di cui una sembra arrivare direttamente dal grandissimo Getting any? di Takeshi Kitano...
martedì, giugno 10, 2003
L'ANIMA DI UN UOMO (ma quanti film hanno nel titolo la parola anima o la parola cuore, solo quest'anno: il posto dell'anima, l'anima gemella, aprimi il cuore, il cuore altrove ecc.) è un'altra delusione di questo finale di stagione, e un'altra per il povero Wenders che non azzecca un film da quindici anni (forse Buena Vista Social club). Senza un'idea, senza capacità di raccordo tra i momenti di ascolto della diverse registrazioni originali dei pezzi, appesantito dalle cover fatte dagli amici del regista, non aggiunge nulla di più a una compilation dei pezzi presentati. O forse è sufficiente la metafora della sonda che si perde nell'infinito del cielo stellato sopra di noi? Patinata in modo indecoroso la scelta delle immagini, rimane un film che non tocca l'anima ma soprattutto senza un'anima. Ma perchché un grande regista, se deve sputtanarsi, non lo fa in modo totale dirigendo un buo Mission Impossble 3 con riflessioni sulla piccoleza dell'anima umana di fornte alle meraviglie dell'universo e dell'atre?. manu
Ma allora non c'è scampo! Ieri sono andato a vedere City of Ghosts di Matt Dillon. Inutile dire che è stata una delusione. Non è un brutto film, ha anche delle sequenze piuttosto azzeccate e qualche lampo di genio (inevitabilmente dovuti a Barry Gifford), però penso che nessuno senta realmente il bisogno di un film del genere. Quello che spiazza è la mediocrità del prodotto: un noir (nelle intenzioni) destinato ad essere velocemente dimenticato all'uscita del cinema. Un esordio che ha sinceramente poco da dire. I temi trattati sono, come direbbe il mio vecchio pc, logori e obsoleti e, soprattutto, vengono buttati li un tanto al chilo ("va beh, regaz... anche se sono destinato al crimine, causa mio padre, mi redimo e vado a vivere con quella gnocca la in una specie di comune dove finalmente non farò più del male alla gente... zao"). Come abbiamo già detto, il noir lo devi avere dentro. C'è poco da fare: non te lo inventi. Neanche mettendo dentro un gangster nano con lo smoking rosso (?). Non che mi aspettassi molto di più dall'esordio di Matt Dillon, ma fa caldo, mi girano la palle e ho voglia di vedere un film che abbia qualcosa da dire. Se proprio proprio recuperate Triplo gioco di Neil Jordan.
FEDEmc
lunedì, giugno 09, 2003
Dopo una lunga pausa (dovuta anche all'assenza pressochè completa di film decenti in sala), torniamo a scrivere sul nostro blog. Siamo andati a vedere L'Isola di Costanza Quatriglio, unico film abbordabile in questo tragico momento pre estivo. Dopo una prima parte piuttosto bella (e delle buone aspettative), il film mi ha un pò deluso. Mi sembra che da un certo momento in poi, il film non sappia esattamente che strada prendere e che si trascini in avanti quasi per stanchezza. Documentario alla Nicholas Philibert (che tanto ha apprezzato L'isola a Cannes)? Favola (nera) sulla crescita? Anche se poi personalemente non li vedo così vicini, ma sembra impossibile non citarlo parlando di questo lavoro, Respiro mi è sembrato molto più coerente ed unitario. Cosa ne pensate, o cari amici?
L'utilizzo della colonna sonora è da codice penale.
FEDEmc
martedì, maggio 27, 2003
Matrix reloaded. E' come andare al catechismo per la prima comunione. C'è uno vestito come il prete di Montuolo che picchia la gente e dice cose tipo "Segui il tuo scopo e incontrerai una porta circonfusa di luce...". Almeno lì dopo si andava a pescare i ranocchi in Ozzeri.
Matrix reloaded. "Entrare nel midollo del metallo/ è bello/ se non è fasullo/ io lo voglio/ se no strillo" (Cugini di Campagna)
martedì, maggio 13, 2003
ma come si fa quando un film non ti ha convinto del tutto, però non è nemmeno brutto? ora questo problema mi si è presentato con City of God. il film è brasiliano, e questo già mi aveva fatto entrare nel cinema un po' dubbioso, ovviamente non per pregiudizi verso il cinema brasiliano, ma per scarsa fiducia nella nostra capacità di vedere film di cinematografie lontane se non attraverso la lente esotismo+ passioni incontaminate+ cruda realtà sociale. (+, magari, "quella classicità dello sguardo che noi Occidente abbiamo ahimè irrimediabilmente perso...": quanto Hong Kong abbiamo distorto in questa maniera?). e invece il film funziona, perché rifiuta le pastoie del cinema equo e solidale per raccontare una storia epica, dove gli spacciatori sono eroi con pulsioni e statura primordiali, il racconto si sospende in digressioni improvvise, il distacco non presuppone giudizio. niente a che vedere, insomma, con quell'insopportabile estetica dell'apatia e del disfacimento di roba da esportazione tipo La cienaga o AmoresPerros, a uso e consumo degli intellettuali che non si possono permettere il biglietto Bologna-Cuzco solo andata. poi verso tre quarti di film qualcosa si interrompe: gli eroi cominciano a morire (su Kung-fu fighting di Karl Douglas...da lacrime), la vita diventa ordinaria amministrazione e vola via il fascino del racconto confuso ma potente. boh, da Kung-fu fighting in poi, mi sono annoiato, dopo avere visto Benè e Mane Galinha, banditi gentlemen e pazzi idioti, vendicatori e spacciatori con un codice d'onore, che me ne faccio di uno che vuole diventare fotografo? troppa laicità in un colpo solo. o forse il film non mi autorizzava ad aspettarmi questo? ne parliamo stasera alle otto. p.
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