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giovedì, gennaio 13, 2005
Che pasticcio, Bridget Jones! di Beeban Kidron
Una tendenza diffusa nei sequel è quella di amplificare alcuni tratti dei personaggi e delle situazioni che caratterizzavano il successo, o supposto tale del primo film per cercare di ripeterlo. Insomma, dare una porzione più grande di quello che è piaciuto. Se proprio si vuole, l’interessante in questo film è che questa tendenza viene amplificata a tal modo da creare un qualcosa di completamente assurdo, che priva lo spettatore di una risorsa fondamentale: l’identificazione.
Parlo da profano, e da non lettore del libro della Fielding, ma l’ingrassamento davvero evidente della Zellweger elimina qualsiasi effetto “Clark Kent”: un bruttarello basta che si tolga gli occhiali per diventare un cigno superfigo. Inoltre, l’esacerbare le goffaggini e le sfighe della Bridget crea una voragine spaventosa nella trama: se nel primo lo humour e l’intelligenza non espressa e non apprezzata di Bridget giustificavano l’interesse del seduci-stagiste Hugh Grant e dell’avvocato alto borghese Colin Firth (Darcy), in questo film non si ha giustificazione per l’interesse folle che questi due provano per lei. Insomma si aprono delle voragini non tanto nella trama e nella messa in scena, ma anche nei mezzi per affascinare e conquistare il pubblico. Una sorta di autodistruzione. Si ride, a volte (la figura del padre di Bridget, qualche goffaggine azzeccata), ma comunque meno che nel primo. Imbarazzanti, e non per le figuracce di Bridget Jones in società, altri momenti.
m.
giovedì, luglio 22, 2004
Non è che qui non si va più al cinema, solo che c'è poca voglia di muoversi a causa del caldo, e quindi raggiungere le sale diventa molto difficile. Ieri sera però ce l'ho fatta - non potete capire con che sforzo - e sono andato a vedere The Call, primo film di Miike distribuito in Italia. Introduzione necessaria: Takeshi Miike è un pazzo furioso con un enorme seguito di fan sparsi per tutto il globo, che realizza una media di quattro cinque film assurdi l'anno. Inevitabilmente poi si fa media: qualche capolavoro, qualche ciofeca enorme, qualche film medio. Tra gli appassionati del regista in Italia, se ne è parlato molto, la cosa faceva molto gola ma, il trailer, quello che si poteva capire della storia e il titolo, richiamavano alla memoria una ciofeca enorme di qualche mese fa. E quindi la preoccupazione era enorme: Ma come? Finalmente Miike in sala di prima visione e ci rifilano una ciofeca? Non può essere... E invece, inevitabilmente, è andata proprio così. The Call fa parte della serie ciofeca della produzione del regista. Un altro bel film della serie: "non rispondere al tuo cellulare, potrebbe essere la Morte che ti chiama. Stai attento!" Uff... Per lo meno, dietro la macchina da presa, c'è qualcuno. Si vede che c'è del mestiere, e qualche sequenza lascia il segno, ma non si può passare sopra a una storia che fa acqua da tutte le parti (che puttanata, amma mia, che puttanata ...) e soprattutto sull'ennesimo riciclo di una lunghissima serie di topoi del cinema di genere orientale che ormai hanno rotto le palle anche a chi se visto solo Phone e Ringu. Qualche salto sulla sedia, poco sangue, qualche risata involontaria e tanta fatica per tentare di capire qualcosa in una trama che ha più buchi di sceneggiatura di un gruviera. Speriamo almeno che quest'uscita possa favorire l'arrivo di qualche altra pellicola di Miike in sala.
Per la cronaca: su Tv Sorrisi & Canzoni, famosa rivista di settore, The Call prende il massimo dei voti. Mah...
FEDEmc
venerdì, luglio 02, 2004
La Casa Dei 1000 Corpi, Rob Zombie, USA, 2003
Con un passato con i fenomenali e devastanti White Zombie, gruppo proto noise newyorkese, con un presente da cantante solista (non troppo esaltante) e da disegnatore di fumetti, quella mente anarchica e pazzoide di Rob Zombie ha trovato il tempo di realizzare anche un film. Ne La Casa dei 1000 Corpi, trova spazio un immenso universo visivo, ed estremamente visionario, che ha da sempre accompagnato l'inqiuetante personaggio in questione: riferimenti al cinema e ai fumetti anni '50 e '60 (Sid Haig e Karen Black nel cast), iconografia garage punk (Ramones tra le musiche e citazione per i The Sonics), pagliacci, mostri, robots e freaks di ogni genere, inquieatanti disegni per bambini e, ovviamente, tanto, ma proprio tanto horror. Quell'horror che proprio da poco Hollywood ha deciso di omaggiare (di stravolgere e mal interpretare, sarebbe meglio dire) con il discutibilissimo remake di Non Aprite Quella Porta di Marcus Nispel con la supervisione di Micheal Bay. Quel New Horror che aveva sconvolto l'America alla fine dei '70, quella serie di film incredibili che avevano svelato bolle di passato sanguinose nella storia di una nazione, che in qualche modo erano riusciti ad essere politici ed estremamente disturbanti. Il film di Zombie parte proprio da qui (come già l'interessante Cabin Fever di Eli Roth), da un omaggio sentito proprio a quel genere e a quel lontano film di Hooper, e procede esagerando continuamente, trascinando il film in un incontenibile e inesauribile tunnel degli orrori e a farlo divenire, nelle sequenze finali, uno splendido e sconcertante esempio di psicotica psichedelia cinematografica. Scorretto, duro, deciso, disturbante, inquietante ed estremamente pauroso. Non tutto è riuscito, ma il film di Zombie si eleva al di sopra dei canoni di quello che ormai da tempo sembra essere uno dei generi più in crisi della cinematografia americana, grazie ad alcune intuizioni visive assolutamente eccezionali. Un piccolo gioiellino che rischia di passare inosseravato in questi periodo non troppo esaltante per le uscite in sala. Imperdibile per gli appassionati, una possibile sorpresa per chi all'horror magari non ci è proprio abituato.
FEDEmc
martedì, giugno 15, 2004
LADYKILLERS, Joel & Ethan Coen, USA, 2004
Dopo Prima Ti Sposo, Poi Ti Rovino, tornano a breve termine i fratelli Coen, con il secondo film in un anno, un remake piuttosto fedele de La Signora Ammazzatutti, film del 1955 a firma Alexander Mackendrick. Chi già aveva trovato di che lamentarsi per il film con Clooney e la temibile Zeta Jones, a mio avviso, rimarrà ancora una volta (e maggiormente) deluso. In questo caso i Coen rinunciano anche all'aspetto più interessante del loro lavoro precdente, il discorso critico o parodico verso il genere omaggiato, e realizzano un film decisamente minore all'interno della loro filmografia. Ben realizzato, ben confezionato, con a ben vedere più di un pregio, ma sicuramente deludente. C'è quasi aria di maniera in questo film. Si inizia alla grande, in un luogo che sembra uscire da una visione futura dei luoghidi Fratello, Dove Sei?, ma poi tutto procede in modo più che canonico, rinunciando agli aspetti più neri e disturbanti dell'originale, ma eccedendo in furbizie a lungo andare un pò fastidiose. C'è bisogno delle poesie di Poe recitate da un Tom Hanks gigione più che mai e evidentemente fuori parte? C'è bisogno di quei sottili tocchi gotici o di quelle schegge slapstick? C'è necessita di saturare il film di una galleria di freaks affetti da problemi intestinali o da parlantina volgare? A cosa serve tutto questo? Per far pensare al pubblico europeo (in USA è stato un flop) di essere di fronte a un film d'autore? Spero di no: i film "d'autore" dei Coen qui ce li ricordiamo tutti. Questo è qualcosa di diverso, una gradevole ma semplicissima commedia piuttosto impersonale, che però in qualche modo sembra giocare sporco, sembra voler far capire che sotto la superficie da piccolo film, ci sia ben altro: un divertimento da genietti. Viene quasi da pensare che i fratelli Coen vogliano inserire la loro versione di Ladykillers nella terribile categoria film "intelligente". Un peccato.
FEDEmc
lunedì, giugno 14, 2004
Primavera, estate, autunno, inverno...e ancora primavera di Kim Ki Duk
Il maestro dice "non muovere la macchina da presa, perché il movimento esprime la modanità del desiderio"
Il maestro dice "non far parlare troppo i personaggi, perché una parola è poco, due sono troppe"
Il maestro dice "le palafitte sul lago sono molto spirituali, ma smettila di infilare ami dovunque"
Da buon eurocentrico, penso a Dreyer e Bresson e mi sento male. Da snob, penso a Ozu, l'effetto è lo stesso.
Qualla dietro di me dice al suo ganzo "Tutto ciò che è Asia, per me è una calamita". Il ganzo risponde: "questi paesaggi, quale tranquillità spirituale". Io li sogno a cacciare il Mugik della steppa in Siberia, a cacciare Bin Laden in Afghanistan, soli nel deserto del Gobi, a vivere in un bilocale nella periferia di Shangai.
manu
lunedì, giugno 07, 2004
Il tempo dei lupi di Michael Haneke.
Il problema è che quando si va a vedere un film di Haneke ci si aspetta un qualcosa di raggelante e che si svolge come un teorema.
In questo caso il materiale narrativo non permette una scelta del genere: si tratta di un film corale, per poter donare tutte le prospettive sullo svolgimento del tema: una società in disfacimento, per un avvelenamento delle fonti d'acqua( almeno questo è ciò che sembra. Quindi anche la diva Isabelle Huppert scompare presa dalle dinamiche di un gruppo sempre meno numeroso e sempre più difficile da controllare.
Quindi le storie sfuggono, i personaggi sono solo accennati e le azioni non hanno una causaltà precisa, che non sia un generale imbarbarimento.
Da un lato questo è interesante, perché il lato teorematico (il teorema sulla violenza) si specifica di più a livello di scelta delle immagini (il bellissimo gioco del buio e dei fuochi). Dall'altro sembra perdere però in freddezza e matematicità. E questo impedisce anche lo straniamento che era presente in Funny Games, o anche in La pianista, e credo nei film precedenti del regista austriaco.
Ma questa è solo una critica da uno spettatore che "vuole di più": in realtà il disagio delle immagini è concreto e profondo, la speranza smorzata, e la pesantezza parabolica, che alcuni critici hanno segnalato, non è così eccessiva.
manu
PS: anticipo Fede. Harry Potter e il prigioniero di Azkaban = se alfonso Cuaron è un autore, Chris Columbus è un genio
martedì, giugno 01, 2004
L'ALBA DEL GIORNO DOPO, Roalnd Emmerich, USA, 2004
Se devi dire una cazzata, sparala enorme. Questo è fondamentalmente il punto di partenza di molti film catastrofici. "Mi si è bloccato il nucleo della terra", "Ma è incredibile quant'è grosso sto meteorite", eccetera. Non parliamo poi della soluzione con cui alla fine si salva la baracca. Mi viene sempre in mente la scena di Armageddon, dove scienziati che hanno passato la loro vita a studiare materie difficili anche da pronunciare, militari con dei nervi grossi come dei tubi Innocenti, che con una faccia tra il serio e il sofferto dicevano delle puttanate inascoltabili, talmente enormi da passare inosservate. "Mandiamo su uno, ci facciamo trivellare quel teribbile meteorite, e il gioco è fatto". Insomma, a quel punto li o ti fidi o lasci perdere. Queste esagerazioni sono accettate da chi paga il biglietto, perchè fanno parte dell'aspettative e della funzionalità del genere. Il catastrofico, dal primo King Kong in avanti, deve mostrare sempre di più. E non è che tutto poi si può giustificare coerentemente. Roland Emmerich di esagerazioni e di distruzioni se ne intende (Indipendence Day e Godzilla...), e qui rilancia quasi all'inverosimile la posta in gioco del genere, ipotizzando la fine del mondo a causa del discoglimento delle calotte polari e il consequanziale congelamento del globo. C'è tutto, dai tifoni giganti che devastano Los Angeles, all'ondata gigante che sommerge completamente New York, passando per terremoti e mirabolanti incidenti stradali. Più di così, giuro, è durissima. E il risultato, sotto questo punto di vista, è esaltante. E ripeto, è il primo punto di vista che si deve tenere nel confronto con questo genere. Difficile rimanere delusi quando in un film si vede arrivare un enorme nave russa nel centro di New York completamente ghiacciato. La tensione non manca, non ci si annoia mai, e l'utilizzo degli ultimi effetti speciali (se avtet una ventina di minuti da sbatere via, guardate nei titoli di coda quante case di produzione di effetti sono impegante) è azzeccato. Qua e la poi ci sono degli spunti narrativi decisamente interessanti: uno su tutti il gruppo di giovani nerd (nerd si, ma fighissimi) rimangono intrappolati a difendersi dalle intempereie in una biblioteca. Qui per sopravvivere dovranno per forza di cose dar fuoco ai libri, sollevando più di un'interessante questione (Nietzsche lo possiamo bruciare o era uno che ne sapeva?). Insomma come prodotto classico nel genere catastrofico mette a segno un paio di colpi niente male. Poi possiamo passare a parlare a quello che sta attorno al film. Roland Emmerich uno di noi? Vicino ai democratici e contro George W? La zampata politica del regista che ha fatto guidare un caccia bombardiere al presidente degli Stati Uniti con tanto di chiodo tipo Top Gun? Va beh, lo spunto ecologista di fondo è ammirevole e abbastanza innegabile e qualche zampata effettivamente si fa notare (gli americani che espatriano in Messico illegalemente, obbligando il presidente americano a patteggiare con quello messicano), però non scherziamo: L'Alba del Giorno Dopo è la massima espressione del blockbuster americano. Un prodotto commerciale d'intrattenimento. Io non ho niente contro questo tipo di film, ma almeno non si tenti di spacciarmelo come frutto di una mente liberal democratica. Come dicevamo prima i nerd sono fighissimi, il motore narrativo principale è la ricostruzione del nucleo famigliare, c'è il bambino tenero malato di cancro che legge Peter Pan, il barbone di colore buono e intelligente, un paio di morti tra i buoni che dovrebbero far spuntare la lacrimuccia, ecc... Insomma tutto quello che c'è anche in Indipendence Day. Oh, e poi questo ha fatto Il Patriota... e che cazzo! Alcune riflessioni e dubbi finali: è la più grossa catastrofe che possiate immaginare, dovrebbero essere morti a milioni, una roba assurda; nel film si vedranno, esagerando, una quindicina di cadaveri. Un pò pochini, non trovate? Il risultato di questa scelta (la motivazione penso faccia abbstanza rima con l'espressione politically correct o a fear of the diviet ai minors) è che la portata della minaccia è decisamente sminuita. L'inizio del film è veramente molto simile a quello de L'Era Glaciale. Un'inquadratura dal satellite ci mostra l'Italia tutta ghiacciata. E' accaduto che è succeso che siamo morti.
FEDEmc
lunedì, maggio 24, 2004
Troy (Wolfgang Petersen, 2003)
Siamo seri, per accusare Wolfgang Petersen di lesa filologia ci vorrebbe un gran coraggio. E poi, ci interessa che Omero la racconti proprio così? Insomma, non sono gli innumerevoli strafalcioni a rovinare il film Troy, che è brutto perché è prolisso, musicato in modo criminale e si divide tra due protagonisti di cui uno (Achille, Brad Pitt) non ha niente da dire e parla troppo, mentre l'altro (Ettore, Eric Bana) non ha niente da far vedere ma è sempre inquadrato. Poi, come spesso succede nei film brutti, le cose più interessanti sono anche le più improbabili e gli spunti più belli vengono persi per strada.
Per dire, Achille è un prototipo di eroe psicopatico, incapace di frenare istinti, violenza e sentimenti. Non sarebbe stato male vedere un Brad Pitt meno apollineo, meno eroe cinico che sa tante troppe cose della vita, più invischiato nei lati oscuri dell'azione. Ci sarebbe la vendetta di Patroclo, che però qui è il cugino (non l'amato...) e si perde tutto il bello.
Brad Pitt, si diceva. La guerra di Troia dura più o meno dieci anni, cioè quasi un terzo della vita media di un greco dell'età classica, cioè tantissimo. La vicenda mostrata in Troy dura sì e no due settimane. Vi immaginate gli inamovibili pettorali di Brad Pitt dopo un campeggio di dieci anni sul mare? Infatti, il corpo meraviglioso dell'attore è davvero il centro del film. Non un corpo per l'azione, nemmeno per quella esagerata dei peplum italiani o di Conan - Schwarzenegger, ma un corpo alla Calvin Klein, perfetto quanto più privato di elementi terreni, deputato alla contemplazione. E questo è forse il lato più irritante (ma anche meno banale) del film: quello di trasferire l'epica, le imprese di uomini e di eroi che hanno bisogno di tempo e tradizione per diventare eterne, nell'istantaneità dell'immagine da mensile di moda, una versione disinvolta ma coerente del binomio greco bellezza/valore. Le musiche sono da interdizione dai pubblici uffici.
paolo
lunedì, maggio 17, 2004
PHONE,Byeong-ki Ahn, South Corea, 2002
La paura corre sul telefono senza fili, ovvero: ho sfortunatamente collegato il modem in una morta
Comincia ad avvicinarsi l’estate e puntualmente spuntano in sala i primi horror da discount. Questa volta, grazie al successo di film come Ringu, Dark Water e The Eye, si va a pescare in quell’enorme calderone che è la produzione di genere orientale (siamo finiti nella Corea del Sud), capace di cose fantastiche e, ovviamente, di cose non proprio esaltanti. Phone, da qui forse le ragioni del suo arrivo sui nostri schermi, recupera in gran parte situazioni e atmosfere dai film di Hideo Nakata, senza però averne la forza o l’efficacia. La storia, assolutamente risibile, gira attorno ad una giornalista e a delle strane telefonate che riceve sul suo cellulare. Le vocine dall’altra parte della cornetta rischiano di far impazzire un po’ tutti, bambina inquietante compresa, e ovviamente nascondono un angosciante e terribile segreto. Buchi di sceneggiatura, spunti persi per strada, citazione alla Tamaro (!!!) e al solito Chiaro di Luna, si rincorrono in un film che punta la sua funzionalità interamente sulla musica sparata a palla e al classico salto sulla sedia (e che diciamolo, fa anche poca paura). Interessante la lunga parte melò, ma decisamente inferiore a quella finale di Dark Water o di altri prodotti simili. Con le cose straordinarie che si girano in Corea, proprio Phone dovevamo distribuire? Per gli appassionati del genere si consiglia il recupero in home video in giorni uggiosi. Per gli altri… recuperate Hideo Nakata.
FEDEmc
domenica, maggio 16, 2004
La spettatrice di Paolo Franchi
Già il secondo film italiano bello visto nell’ultimo mese, quando le maglie imperscrutabili della distribuzione si fanno più larghe. La trama in breve forse sufficiente a rendere la atmosfere del film: Valeria (la bellissima Barbara Bobulova) fa la traduttrice simultanea e passa le serate a osservare dalla finestra il suo vicino Massimo, ricercatore farmaceutico. Quando questi d’improvviso si trasferisce a Roma, lei lo segue, senza averci mai effettivamente parlato, e si introduce nella sua vita, conoscendo la sua donna, la non più giovane Flavia, ordinaria di diritto penale.
Ci potrebbero essere tutti gli ingredienti del pessimo film italiano “d’autore per forza”, ma in realtà i silenzi carichi di significato per una volta non sono ornamentali, e si riferiscono a passioni e sensazioni molto precisamente delineate. Sono le scelte fatte in automatico, come la menzogna che racconta Valeria a Flavia in un bar, traducendo un discorso in inglese fatto a un tavolo vicino, sono scelte che non portano a nulla di concreto, se non ad attualizzare un’incapacità a vivere quasi congenita. Però non si rinchiude mai su se stessa in autocelebrazione o in facili scappatoie, ma diventa messa in scena pesante che non elude mai le durezze e impossibilità.
Nessuna facile risposta, una sceneggiatura asciutta, una scrittura rigorosa (peccato per le scena di masturbazione, unica vera caduta in un pessimo simbolismo decadente) che rendono il film realmente da vedere, per come riesce a mettere in gioco lo spettatore senza concedergli mai nulla.
Fatte le ovvie e debite proporzioni, solo gli ultimi film di Bellocchio mi hanno lasciato uscire dalla sala con una simile sensazione, tra i film italiani
manu
martedì, maggio 11, 2004
Aggiorniamo con un po’ di prime visioni. Riappare dopo alcuni anni di latitanza, Vincenzo Natali, regista canadese, autore di quel piccolo caso di fantascienza che fu The Cube. Il suo nuovo film, Cypher, è datato 2002, ma inspiegabilmente esce da noi solo oggi e in un numero di copie talmente esigue da renderlo abbastanza difficile da vedere. In un futuro molto prossimo, un uomo viene usato come spia da alcune aziende tecnologiche che non esitano a cambiargli identità, fargli il lavaggio del cervello o a drogarlo per i loro più bassi scopi. Contemporaneamente, mentre il suo distacco dalla realtà si fa via via più evidente, verrà contattato da dei “ribelli” che lo aiuteranno a districarsi tra gli innumerevoli tranelli e doppi giochi. Non potendo giocare ancora una volta con un meccanismo fin troppo calibrato e chiuso, fine a se stesso come quello de Il Cubo (che funzionava, ma inevitabilmente lasciava il dubbio che forse sarebbe stato meglio con venti minuti di meno), Natali tenta di realizzare un film che recupera una Sci-Fi che potremmo definire in qualche modo “classica”, sicuramente poco attuale: in un’ottica Dickiana, perdita d’identità, finzione e realtà, inganni, doppi e tripli giochi si rincorrono per tutto il film, tentando di rilanciare continuamente la tensione. Sfortunatamente dopo poco la struttura narrativa si fa fin troppo complicata e macchinosa, il regista conferma di essere decisamente prolisso e, al ventesimo colpo di scena, si comincia a sbuffare e ad arrovellarsi il cerebro con dei ragionamenti astrusi. Peccato perché Natali ha un buon occhio sui personaggi di contorno e soprattutto sui luoghi che, pur richiamando alla memoria i set del film precedente, non mancano di inquietare. Rimane la soddisfazione di vedere un discreto film di genere, realizzato con evidente povertà di mezzi. Cypher è infatti un piccolo film che trova spazio in un genere cinematografico oggi come oggi dominato dalle mega produzioni miliardarie, che fanno dell’effetto speciale e della sua evidenza una credenziale fintamente necessaria. Forse il suo pregio maggiore è tutto qui: la Fantascienza si può ancora fare con “pochi” soldi, ma con un surplus di idee. Certo, le idee di Natali non sono nuove e, come abbiamo detto, spesso non funzionano, ma almeno c’è un tentativo. Per gli appassionati del genere da recuperare in home video. Lucy Liu, nella parte della misteriosa donna del capo dei ribelli, con parrucca rossa e tutine di lattice, è sempre bellissima, ma sembra un po’ annoiarsi.
Parigi. Una cameraman annoiata e sola, viene casualmente in contatto con una banda di rapinatori e sceglie di darsi al crimine. Insieme i cinque, tra amicizie, amori e incomprensioni, architetteranno il “colpo grosso” per mettersi a posto per tutta la vita. Dopo la parentesi giovanilistica de L’Appartamento Spagnolo, Klapish realizza Autoreverse, film sicuramente non risolto, ma che a ben vedere evidenzia più di un pregio. L’intento è, anche in questo caso, quello di realizzare un sano film di genere. Klapish poi fa confusione, mescola un po’ troppo le carte in tavola, ma l’intento è sicuramente lodevole. Tolto l’inizio, stiloso e fastidioso come uno spot di una macchina, e il finale, brutto come pochi, rimane una buona ora di cinema di genere che spazzia tranquillamente dai toni della commedia a quelli della tragedia più cupa e dolorosa, passando per iln film di rapina. Decisamente più convincente nel finale, Autoreverse spiazza per come devasta senza pietà quello che poteva essere sulla carta l’ennesimo elogio furbacchione della microcriminalità simpatica e romantica, tutto stile video clip e frasi mitghe, miticissime. Tutto il film è percorso da un sottile filo d’amarezza che rende difficile provare quella simpatia tesa a farci rivalutare umanamente i gangsters figaccioni di Guy Ritchie o affini, e i pochi momenti di gioco, di sospensione della narrazione, sono quasi sempre tristi o grotteschi. Non sempre tutto torna e, lo ribadiamo, qualcosa di brutto c’è, ma qua e la si ritrova qualcosa che, con enormi e debite differenze, richiama alla memoria il noir americano Quaranta. Ottimo il cast.
Torna alla regia anche John Boorman con In My Country, film sull’apartheid tratto dal libro di Antjie Krog, Country Of My Skull. Durante le sedute delle “Commisioni per la verità e la riconciliazione” del 1995 in Sudafrica, si incontrano, si scontrano, si apprezzano, si amano, ma poi si lasciano, due giornalisti (Jackson e la Binoche), interessati a raccontare la verità sugli orrori perpetrati da parte della polizia ai nativi. Molti buoni spunti come il confronto tra due diversi tipi di appartenenza a una terra (Jackson afroamericano, Binoche bianca ma nata in Africa), il senso di colpa, il ritrovamento della dignità, affondano in un film indeciso tra il film dossier e la classica cartolina di denuncia. La sensazione è che la signora Mariella, all’uscita dalla sala, carica di commozione per le lacrime versate copiosamente dalla Binoche, si affretti ad acquistare compulsivamente dei monili africani per poi sentirsi a posto con la coscienza. La voce over della Binoche che recita insostenibili poesiole su quanto sia bella, selvaggia e fiera l’Africa, la sfortunata scelta di spostare l’attenzione dai dolorosissimi processi alla storia d’amore tra un afromaricano e una bianca (con battute degne di una parodia di Indovina Chi Viene A Cena), le faccette della Binoche che piange o che sbuffa borbottando frasi saggissime in Afrikaner, la presenza macchiettistica del nero simpatico e spensierato (un Martin Lawrence Africano quindi, nella mente degli sceneggiatori, dotato di una dose standard di saggezza) e un finale da denuncia, rischiano di rovinare un film dall’intento mobilissimo e sfortunatamente, insopportabilmente, attuale. Come per Monster, si rimpiange l’idea di non aver potuto vedere un documentario, ma un film che non ha il coraggio di andare fino in fondo e che troppo spesso si affida al pietismo e alla ricerca della lacrima facile. Peccato.
FEDEmc
mercoledì, maggio 05, 2004
Kill Bill e dintorni
So che Paolo aveva scritto un post ma spinder se l'è mangiato quindi, in colpevole ritardo, cominciamo il dibattito interno ed esterno su Kill Bill. Vi tocca un post palloso e lungo, ma sono di cattivo umore. Non è una scusa ma quasi.
Dopo il primo troncone mi era chiara, anche perché ribadita in ogni dove, l'intenzione di Tarantino, cioè di creare una sotra di summa delle variazioni sul tema vendetta, attingendo a piene pmani dal cinema di genere passato. La scansione in capitoli, di libro, era funzionale a questo: ognuno aveva un proprio "tema" (il massacro, l'uccisione del padre, la donazione dell'oggetto magico), un propria autonomia stilistica e figurativa (addirittura un cartrone animato).
Senza vole proprio prendere sul serio il paragone, una sorta di Ulysses basato però su un archetipo del cinema di genere. E sembrava funzionare: i capitoli avevano confini ben marcati, non erano mai consecutivi o consequenziali logicamente. Un'operazione toerica interessante, una sorta di presa di coscienza del ruolo che il cinema di Tarantino ha avuto negli ultimi anni. Il ruolo si può scegliere (parassita, capostipite, punta dell'iceberg, geniale ideatore), ma l'importante è che Kill Bill fosse una esplicita presa di coscienza.
Si dice un po' dovunque che Tarantino è godardiano. non sono sicuro di quello che significa, se non che è un bell'aggettivo, ma secondo me va inteso non tanto come decostruzione [prima deviazione: verrà pubblicato prima o poi un Indice del lessico della critica cinematografica, in cui il termine decostruzione, assieme ad altri, sarà bandito, in quanto inteso solitamente come "un film dove si può dire finalmente un po' quel cazzo che si vuole", e quindi paragonabile alla fede anarchica dei diciassettenni spinellari. FINE], quanto come una politica degli autori fatta negli anni novanta nei confronti degli unici a cui un'opoerazione del genere fosse ancora applicabile. Dunque, registi "di serie B", sottovalutati, criticati, ignorati. Ciò era già stato fatto con Pulp fiction e gli altri film, ma in questo caso sembrava dover'essere l'esplicitazione più cristallina di tutto questo.
Invece il Volume II sembra non sottostare a questa intenzione: la scansione in capitoli rimane, ma molto spesso sforano l'uno nell'altro, c'è un recupero della narrazione lineare, del dialogo esteso (anche se non troppo ficcante) contro il collage pop del primo. Nell'immediato ho provato delusione, perché la grandiosità della summa mi sembrava tradita e scivolata nella confusione e nell'imprecisione. Ma forse il marketing indica una strada possibile. Kill Bill volume II è stato lanciato come "Il nuovo capolavoro di Quentin Tarantino". Come Godard negli anni sessanta, si trova ad essere consumo culturale della cinefilia, o meglio "di chi vuole saperne di cinema". Ma senza allontanarci troppo in question esterne, il problema potrebbe risiedere nell'autore-star Tarantino, uno degli ultimi, assieme a Scorsese, che è un residuato di un "gruppo" che non fa più molto.[seconda deviazione: Bogdanovich gira spot per deodoranti in Canada, come dice Woody Allen che ormai è l'exploitation di se stesso come genere, Malick gira un film ogni vent'anni, Cimino perso nei deliri di onnipotenza, Coppola produce vini e sparge semi sperando che qualcosa venga fuori, Spielberg ormai Grande Autore fa film profondissimi della durata di sei ore in cui mette anche le idee che sono venute al suo gatto]. Insomma, per concludere, non riesce (per fortuna) a creare un gruppo Dziga Vertov, cioè ad andare in fondo alla sua intuizione e intenzione teorica che sembrava trasparire dall'inizio, ma recupera la narrazione, l'energia non solo del classico, ma anche del generi a cui si ispira e da cui prende a piene mani (niente giochini di riconoscimento di citazione, please).
Quindi, se da un lòato cede in chiarezza e metodicità dall'altro recupera una vitalità che nel primo era manifestata soprattutto dall'impatto visivo e dall'impressione di camp. Per questa doppia tendenza, da un lato è un film che non manitene quello che promette, che fa confusione e contraddice se stesso, dall'altra riesce a recuperare, attraverso l'imperfezione, una vitalità e uno stile che sembrano ancora funzionare e a coinvolgere.
Temo di essere stato pesante e poco chiaro, me ne scuso. Uma è la parte più bella del film.
manu
martedì, maggio 04, 2004
L'ALBA DEI MORTI VIVENTI, Zack Snyder, USA, 2004 Nell'ansia tutta americana di rivitalizzare l'Horror, si continua a guardare al passato e a rifare dei capolavori del genere. Ogni tanto si rimane delusi, ogni tanto si rosica un pò, ma sotto sotto... Ebbene si, mi sento quasi un pò in colpa a dirlo, visto che alla notizia della nascita di questo film mi ero un pò preoccupato, ma mi sono divertito. E non poco. Forse il migliore capitolo della trilogia dei morti viventi di Romero, sicuramente quello più felice nella difficle interazione tra intenti e realizzazione, finisce nelle mani di uno sconosciuto regista di video clip che riesce nella difficile impresa di non farci uscire dal cinema urlando orrende imprecazioni ai quattro venti. Il film in fin dei conti funziona: la trama viene rispettata, il sangue non manca, la tensione si mantiene costantemente alta, l'incipit è forte e accattivante... Certo, stiamo parlando di un altro film, di altre menti dierto la macchina da presa, ma per gli appassionati del genere c'è di che gioire. Snyder sembra intuire ciò che si trova a dover rifare e, pur accreditando Romero (Da una sceneggiatura di...) cambia alcune carte in tavola. Fondamentalmente muta la critica al consumismo e alla prossima morte cerebrale del cittadino dell'originale, in una critica generale, e sicuramente a ben vedere superficiale, all'America. Le inizilai sequenze del dilagare del virus, sono scene di repertorio di violenza urbana, di manifestazioni finite in botte, di "comuni" pestaggi da strada. La disgregazione della famiglia (l'orrenda filiazione), la posticcia pace e il finto ordine ritrovato del gruppo di eroi, il finto happy ending, qualche corda riescono a toccare. Niente a che vedere, sia chiaro, con la profondità del discorso Romeriano, ben più articolato e di inclinazione politica pare opposta, ma effettivamente a ben guardare qualcosa di politico rimane. Per lo meno non siamo dalle parti di quella socilogia spicciola di 28 Giorni Dopo di Danny Boyle. Le idee ogni tanto poi riescono a stupire (vedi la comunicazione tra fortino e fortino, tra mall e armeria, il tiro a segno con i simil divi del cinema e della televisione) e, anche se vi a pescare inevitabilmente tra un infnito materiale già esistente (oltre all'inevitabile fonte originale si notano qua e la Mad Max, Cannibal Holocaust, Il Ritorno Dei Morti Viventi di O'Bannon e molti altri), l'amalgama, a fasi alterne, funziona. Rimane il dubbio che il regista, al di la del facile discorso politico di cui sopra, abbia gioco fin troppo facile, e che di realmente personale ci abbia inserito ben poco ma, pur sperando che Romero vinca la causa in corso, ci si diverte e si evita il disastro. Io ho tirato un sospiro di sollievo. Con qualche senso di colpa, ma l'ho fatto. Brutto l'utilizzo del digitale, ma qualche buon colpo in colonna sonora (The Man Comes Around di Jhonny Cash). Tom Savini, storico curatore degli effetti speciali di Romero, compare nella parte di uno sbirro fascista.
FEDEmc
lunedì, maggio 03, 2004
MONSTER, Patty Jenkins, USA, 2003
Film sulla vera storia di Aileen Carol Wuornos, prostituta e spietata assassina seriale attiva in America negli anni '80. La donna, dopo aver passato un'infanzia terribile, ma ricolma di sogni, d'amore e di speranze per una vita normale, finisce per diventare una feroce assassina contro la sua volontà. A nulla ovviamente servirà la storia d'amore con un'altra anima persa, la giovane Selby. Patty Jenkins dirige un film dalle pretese più che alte (ritratto di un America feroce, amore redentore, crudeltà umana, ...) senza mai essere realmente incisiva, ma cadendo ovviamente nei più facili tranelli: il primo dei quali è ovviamente la tanto osannata interpretazione, premiata con l'Oscar, della bellissima Charlize Theron (per l'occasione irriconoscibile e brutta). L'attrice è costantemente sopra le righe e finisce per portare alla mente una parodia del Joe Pesci dei film di Scorsese, tanto è fintamente violenta e "scaricatrice di porto" (Christina Ricci, dispiace dirlo, ma qui è ai minimi storici). In secondo luogo lo stile da classico film indipendente americano (ma con più di una pecca) affloscia il tutto, svelando la falsità dei terribili luoghi e personaggi che la regista mette in fila uno dopo l'altro per farci capire meglio il perchè di tanta violenza. Quelle macchie di umidità in quelle brutte stanze d'albergo, giusto dietro a terribili bar malfamati, popolati da omaccioni barbuti e con la birra in mano, finiscono inevitabilmente per svelare immediatamente la loro natura di set argutamente sporcati a dovere (lo stesso lo si può dire per tutti i personaggi: tutti mostri di cartapesta. Tipo quelli di Megaloman). Ma la cosa forse più divertente la si ha nel momento in cui la Jenkins si cimenta con quello che sulla carta era la cosa più interessante del film: perchè questa donna è diventata una feroce assassina? La risposta, ovviamente, è da ricercare in quelle due terribile sequenze iniziali (girate con un finto super 8) in cui la protagonista da piccola legge una bella rivista di moda ma, come nei cartoni di Tom & Jerry, enrtrano in scena due gambe, un dito accusatore una mano violenta. Il padre, ebbene si, era un cattivone. Vi viene in mente un metodo più sbrigativo o più banale per tentare di andare a fondo di una mente malata? Fatecelo sapere. Il finale poi, con una bella voce over, musica a palla e luce bianca accecante, è la mazzata conclusiva per quello che poteva essere un buon film, ma che finisce per essere una sciocchezza anche abbastanza dannosa.
FEDEmc
mercoledì, aprile 28, 2004
Dopo mezzanotte di Davide Ferrario
Lasciamo a un post successivo l’elaborazione della categoria critica dei "film teneri", perché in questo caso è pertinente fino ad un certo punto.
E, inoltre, anche se infrange un comma del dogma italico, quello della voice over, è perdonato. Primo perché non è di supporto ma integrata in un progetto abbastanza precisok, per cui per i primi venti minuti non è di ausilio alla storia ma la crea e la fa in piena autonomia. Secondo perché è raro trovare un film in cui l’omaggio cinefilo non è solo spocchiosa decorazione appiccicata per vantare presunti ascendenti e improbabili numi tutelari, ma organica alla narrazione, ai personaggi, alle vite. E non solo perché il protagonista, Martino (Giorgio Pasotti che, mai credevo che tali parole fossero da me enunciate, è convincente) fa il custode e vive nella Mole Antonelliana, nel museo del cinema.
Ma perché il riferimento a Buster Keaton, al muto, al cinema in genere diventa ragione di essere, non esaltata come elevazione culturale, ma qualcosa che può cambiare la vita ai personaggi e la storia che lo spettatore si fa raccontare. Una cosa che aveva già forse tentato Bertolucci con il suo The dreamers, che però si perdeva in ambizioni e conseguenti involuzioni ben più gravi.
Allora si possono perdonare difetti e imperfezioni, che non sono tanti, e si può anche ammirare la volontà produttiva che è stata sotto un progetto del genere.
Ultima notazione, non meno importante: Ferrario è uno dei pochi registi italiani, almeno che mi vengono in mente, che riesce a guardare e a raccontare la periferia urbana e i suoi abitanti. Lo fa di Torino, ma riesce a trovare percorsi validi anche al di fuori da quella città. Non è un soggetto né frequentato né amato in generale dal cinema attuale, se non per altisonanti e ben scritte denunzie o condiscendenze di convenienza o, soprattutto, per alienazioni paesaggistiche che servono per dipingere intimismi ambientati in casolari di campagna o consimili. Ogni tanto farne materiale di racconto non è male.
manu
domenica, aprile 25, 2004
Una storia americana di Andrew Jarecki
Anche se ha sofferto di una distribuzione ridicola, è quasi necessario parlare di un film, di un documentario del genere, vincitore di un premio al Sundance dell’anno scorso. La principale difficoltà sta nel continuo mutare del soggetto del documetario, che sottrae le certezze allo spettatore, mette in dubbio tutte le testimonianze attraverso la loro contrapposizione, cambia continuamente la posta in gioco. I Friedman sono una famiglia che vive a Great Neck, quartiere residenziale di Long Island, composta da padre madre e tre figli maschi, David, Seth e Jesse. Il padre, Arnold (in questo momento non ricordo di preciso) è un cineamatore, quindi ogni momento di vita familiare ha una testimonianza filmata, che è stata utilizzata da Jarecki: le vacanze, le grigliate, le riunioni sui vari problemi. Ad un certo punto la polizia scopre che il padre, professore al liceo che dava lezioni pomeridiane di informatica (siamo nel 1984 circa) e di pianoforte, si faceva inviare materiale pedofilo dall’Olanda. Partono le indagini interrogando i ragazzini, dagli otto ai dodici anni, partecipanti ai corsi pomeridiani che confermano i peggiori sospetti: le lezioni erano occasione per ripetute violenze sessuali, perpetrate dal padre e dal figlio minore Jesse. Sembra un copione classico: dietro la facciata di happy family si nascondno quali oscuri segreti. A questo punto la narrazione procede attraverso l’uso dei filmini della famiglia, le interviste ai figli Jesse e David, che fa il clown alle feste di compleanno dei bambini a New York, alla madre, al fratello di Arnold, a poliziotti, giornalisti, e a vittime (o presunte tali) delle violenze. Molti momenti della vita familiare sono ripresi nei filmini: la madre che abbandona il padre, i litigi all’intern della famiglia, i sospetti. Alla questione pedofila, si affianca l’esplosione familiare e giudiziaria, ripresa dal vero nella follia della ripresa continua, per cui anche prima del processo i tre figli si riprendono danzare fuori dal tribunale. Inoltre le testimonianze incrociate cominciano a fare emergere dei dubbi: nessuna coincide con un’altra. Ha Arnold abusato in tenera età del fratello minore? Ha compiuto atti di violenza sessuale? Sembra di sì, lo confessa. Ma com’è possibile che per tre anni dei ragazzi di dieci anni venissero stuprati, anche con “cerimonie” di gruppo e nessuno si sia mai lamentato, nessuno abbia mai detto niente. Perché alcuni ragazzini ora sostengono che mai nulla di tutto ciò accadde? Perché ci sono certi che dicono che le risposte furono loro messe in bocca dalla polizia? Perché alcune testimonianze di poliziotti sembrano ricordare un antro infernale pieno di riviste porno pedofile mentre nelle foto della perquisizione non c’è traccia di queste? Tutto scivola, non dà certezze, anche l’isteria collettiva sulla pedofilia viene messa sul piatto. Non si arriva ad un minestrone di temi, ma a un congegno che a un tema risponde con un altro, che mette in crisi quello precedente. Un’esperienza sconcertante e sconvolgente, un documetario di fattura davvero notevole. Da recuperare in ogni modo, se riuscite. manu
martedì, aprile 20, 2004
FILM DANNOSI PER L'UMANITA'
Inauguriamo un nuovo spazio all'interno di questo blog. Recensiamo film che trovano difficoltà ad inserirsi nelle ormai logore categorie bello, brutto, inutile, ecc.. Trattiamo quei film che a causa dei loro contenuti, del loro stile o della loro rappresentazione del mondo, possono essere considerati dannosi per l'umanità intera. Servizio gratuito fornito da questo blog che vi permetterà di preservarvi da pellicole terribili, da evitare come la peste.
Il primo film che ha l'onore di entare a fare parte della categoria è Valentin, scritto e diretto da Alejandro Agresti. Argentina, anni '60: Valentin è un bambino di otto anni, dotato di un simpatico paio di enormi occhiali da nerd, attraverso i quali guarda un mondo agrodolce, fatto di papà cattivi, razzisti e donnaioli, di mamme che non ci sono ma ricolme d'amore, di nonne che parlano da sole perchè ormai rincoglionite e vedove, di zii simpatici e carini, di quartieri colorati con il bar all'angolo dove si alterna un'umanità piuttosto folkloristica (dall'uomo che legge il giornale al pianista romantico, mezzo filosofo e contemporaneamente mezzo alcolizzato, per finire con dottorini della mutua pronti a far uscire il loro lato più umano). Un mondo finto, melenso, tratteggiato con una profondità da sussidiario, luogo della memoria dell'autore che, attraverso un autobiografismo spudoratamente ricattatorio, tenta di far passare come poetico e tenero il guardare alla vita innocente e spontaneo di un bambino tenerissimo suo malgrado cresciuto troppo in fretta a causa delle brutture della vita. Inutile dire però che la fanciullezza ci dona anche la dose necessaria d'immaginazione per rendere il tutto più dolce e inevitabilmente poetico. Realismo magico? Ecco, siamo proprio da quelle parti. Nelle sue derive più becere. Il regista, dopo aver indugiato per tre quarti del film su primi piani da soap opera sul tenerissimo e simpaticissimo pargolo, si ritaglia pure la parte del terribile padre cattivone, così, giusto per incrementare ancora il pathos e il coinvolgimento personale. "La vita è come un piatto di tagliatelle" (!!!) dice Valentin alla fine del film. Lo spettatore, nelle intenzioni dell'autore, dovrebbe commuoversi con un bel sorriso sulle labbra per cotanta spontanea simpatia. In realtà, sogna sadicamente camion guidati da automobilisti impazziti d'odio che guidano bendati per la via del simpatico e colorato borgo argentino. Un Oscar poteva pure vincerlo...
FEDEmc
lunedì, aprile 19, 2004
FRATELLI PER LA PELLE, Bobby & Peter Farrelly, USA, 2004
Bob e Walt (Damon e Kinnear. Entrambi bravissimi. Giuro, anche Damon) sono due fratelli siamesi uniti per il fegato. Il primo è un timido ed impacciato cuoco, il secondo è uno sciupafemmine aspirante attore. I due, da un paesino sfigatissimo, si spostano a Hollywood per tentare di dare una svolta alla carriera di Walt. Decisamente il miglior film dei fratelli Farrelly, che rinunciano in parte alle battute più volgari con cui sono diventati famosi, ma che riesco a mantenere una cattiveria e soprattutto una scorrettezza (meno immediata che nei film precedenti ma sicuramente più grafiante) impensabili per una commedia Hollywoodiana. Al centro della storia questa volta i due registi piazzano in primo piano i freak che costellavano i loro film precedenti, scelta che permette loro di essere ancora più impietosi verso tutto e tutti, senza riserve. Il problema dei loro lavori precedenti era sempre quello della gestione del tempo e dei generi, che inevitabilmente in uno scatenato affastellamento andavano a urtarsi, creando notevoli differenze di ritmo. Al contrario in questo caso, tutto sembra filare liscio, la tentazione ad allungarsi ce l’hanno sempre ma, i momenti comici – che siano gags slapstick o scatenati non sense - riescono ad andare di pari passo con la narrazione e soprattutto con i passaggi sentimentali ed emotivi, quelli che creavano più problemi. La gag principe del film, la diversità dei due protagonisti, sembra non esaurirsi mai, rinnovandosi continuamente e trovando via via sempre nuovi sbocchi comici. La presenza di Cher, Griffin Dune e Meryl Streep nelle parti di loro stessi e di Seymour Cassel, permette alla storia di sbeffeggiare pesantemente l’industria cinematografica. Una gran boccata d’aria fresca in un periodo piuttosto deprimente. Rimanete per tutti i titoli di coda. Al solito, gran colonna sonora che piazza i ritrovati Pixies sui titoli di testa.
FEDEmc
domenica, aprile 18, 2004
SECRET WINDOW, David Koepp, USA, 2004
David Koepp è un bravo scrittore e un discreto regista. Ha scritto una lunga serie di buoni film, come Carlito’s Way, Spiderman, Omicidio in Diretta, Jurassic Park, e ha girato Echi Mortali, horror thriller più che dignitoso. Per questo suo nuovo film si è ispirato ad un omonimo racconto di Stephen King. Come sfortunatamente sappiamo, gli scritti del geniale romanziere del Maine, possono essere dei grandi film come delle immense bufale. Questo Secret Window alla fine non è ne uno ne l’altro. Si pone come una via di mezzo, a dire il vero piuttosto inutile. È uno di quei film che una volta accese le luci in sala, già sta scomparendo dalla nostra memoria. Qualche buona intuizione, buona volontà, affogata in una storia che al cinema evidentemente non rende e che sconta forse troppo il passaggio dalla carta stampata al grande schermo e in uno stile di maniera e decisamente poco incisivo. Quello che manca è la tensione, quella spinta che dovrebbe portare lo spettatore a sentirsi curioso, angosciato. Inspiegabilmente Koepp, che di meccanismi thriller dovrebbe capirne, al decimo minuto di film spiattella la soluzione della storia così, senza che nessuno gliela avesse chiesta. Quello che rimane, a questo punto, è un film che non sa assolutamente dove andare, che sa di avere poche cose da dire, e che soprattutto lo fa utilizzando situazioni che puzzano di deja-vu lontano un chilometro. La Metà Oscura aleggia inevitabilmente su tutto il film (la presenza di Timothy Hutton è li a sottolinearlo) e a metà si spera che arrivino degli alieni carnivori o che il tutto diventi un musical. Sfortunatamente niente di questo accade e si finisce per annoiarsi. Resta una buona interpretazione di Deep, evidentemente più a suo agio nei panni dell’imbranato che del figaccione, qualche virtuosisimo registico (al terzo però si invoca pietà) e poco altro. Turturro si limita a fare delle faccette buffe. Philipp Glass la deve smettere.
FEDEmc
mercoledì, aprile 07, 2004
La passione di Cristo (per tacere di quella del minimo comune spettatore)
Andava visto, e vabbè. Ne ho parlato e se ne parla. Quindi: l'ho visto. Piccola nota personale: stasera mi girano le palle, anche perché è ormai settimane che vado al cinema e butto via un capitale di vita e di soldi a colpi di due ore/cinque euro. Ma vogliamo fare della critica cinematografica, no?, seppur cialtrona. Quindi.
Questo film è brutto, bruttissimo. Girato con mano pesante da morire. E' un film banale. Me lo immagino, Mel Gibson, nel suo studio, che pensa e dice: "Allora: il musical l'hanno fatto. Il kolossal hollywoodiano tutto costumi e comparse pure. Il film d'autore palloso, di quell'italiano, Pasoleeni, pure. Che manca?" Poteva pensare al postatomico, ma non è un genere commerciale e commerciabile oggi. Invece Mel ha pensato all'horror. E con quel taglio confeziona buona parte del film, in particolare i primi cinque minuti, ambientati in un orto degli ulivi terrificantemente simile ad un cimitero della Hammer. E anche l'apparizione di Satana (Rosalinda Celentano) è inquietante. La prima volta, s'intende. Perché dopo, quando si aggira a caso nel film, il senso di inquietudine diventa un molto più banale senso di fastidio e noia. Che poi l'horror viri allo splatter e al gore (carne che si spezza, schizzi di sangue: ci fosse la merda sarebbe veramente pulp - pure troppo) e ai video di Aphex Twin (le visioni di Giuda che si pente del tradimento, con bambini dai visi inquietanti sono trash - e usiamolo 'sto termine), beh, è un altro discorso.
Ma Gibson non si accontenta di rifarsi alla storia, appunto. Aumenta, ingrandisce, squarta, mostra pus e lacrime. Tutto al ralenti, metti che uno non colga.
E così Gesù lungo la via crucis sembra Rocky Balboa, che pare che non ce la faccia, ma alla fine si rialza, anche se lo sguardo non è dei più lucidi.
E così i Romani torturatori sembrano una banda di coatti ubriachi.
E la Bellucci (basta, no?).
E Sabrina Impacciatore che asciuga il volto insanguinato di Cristo, e la veronica che gli rimane in mano è precisa che manco con gli stampini.
Gibson è ossessionato dal mostrare. Non si/ci/mi/vi risparmia niente. Non fa parlare la storia (che è la seconda o la terza più portata sullo schermo. Qual è la prima? Dracula. Traete le conclusioni che volete), né si affida alla memoria dello spettatore, infarcendo tutto di flashback risibili e di un didattico che manco Zeffirelli (e ho detto tutto).
Il finale lo posso rivelare, tanto la storia la sapete, no? Alla fine il povero cristo viene messo in croce (chiodi infilati: se non sbaglio tre martellate a destra, tre a sinistra e altrettante nei piedi) e muore. A quel punto che fa il delicatissimo Mel? Ripresa dall'alto del Golgota e soggettiva della prima goccia di pioggia che cade. Al ralenti, ovviamente. E poi? Primo piano su RoSatana Celentano che urla disperata (il Male ha perso, il Bene ha vinto) in una landa desolata: superzoom velocissimo all'indietro. Che tocco, maestro.
Resurrezione: la pietra si sposta da sola, entra la luce nel sepolcro, che illumina il sudario, sotto il quale c'è il corpo di Cristo. Come nella sigla di Manimal, di colpo il sudario si "sgonfia" e compare in primo piano Gesù, di profilo. Apre gli occhi. Chiude gli occhi. Apre gli occhi e si alza, verso...
L'ultima immagine che abbiamo è assolutamente significativa del film, e offre la vera chiave di lettura dell'opera tutta. Primo piano della mano bucata di Gesù, stesa lungo la gamba. Vediamo la sua coscia attraverso il buco. Fisiologicamente corretto. Ops. Filologicamente, volevo dire filologicamente. D'altro canto, il film è in ebraico, aramaico e latino, no?
Francesco
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