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mercoledì, giugno 27, 2007
 

And the winners are...

Nella prima edizione in diretta video del Gran Galà, che verrà ricordata anche come quella con la scaletta più serrata di sempre, sono stati assegnati i seguenti premi:

Gnocca dell'anno
Il cast femminile di Grindhouse - A prova di morte

Gnocco dell'anno
Il cast maschile di Ocean's 13

Premio DAMS e Scienze della Comunicazione
INLAND EMPIRE

Premio film equo e solidale
Mille miglia lontano

Attrice filodrammatica
Nicole Kidman per Fur

Attore filodrammatico
Marco Leonardi per Maradona, la mano de Dios

Migliore colonna sonora
Grizzly Man

Migliore attrice
Laura Dern per INLAND EMPIRE

Miglior attore
Leonardo Di Caprio per The Departed

Cesso di bronzo
Maradona, la mano de Dios

Cesso d'argento
The Fountain - L'albero della vita

Cesso d'oro
Babel

Premio del pubblico
Zodiac e Guida per riconoscere i tuoi santi (ex aequo)

Seconda Visione d'Oro
Lettere da Iwo Jima

E anche per quest'anno la stagione radiofonica di Seconda Visione è finita. Noi ringraziamo tutti a Città del Capo - Radio Metropolitana, ma ringraziamo soprattutto il nostro pubblico,che è venuto in studio, ha scritto e partecipato come non mai.

La redazione (un po' commossa)

P.S. Una chilata di grazie a Daniele Rollo che ha diretto lo streaming video e che ne ha messo un pezzetto qua.

postato da secondavisione | 18:22 | commenti (1)


mercoledì, giugno 20, 2007
 

Il gran galà di Seconda Visione

Quest'anno la facciamo finita prima: come tradizione, martedì 26 giugno dalle 2230 in poi ci sarà la puntata speciale di chiusura in cui assegneremo i nostri premi. Musica sinfonica, considerazioni intelligenti, elenchi vari e le "cinquine" dell'anno di Manu e Paolo (fondatori emeriti di Seconda Visione, ma un tempo anche spocchiosi), Giangi di Modena Radio City, Violetta Bellocchio, il giovane cinefilo Kekkoz, Davide "Il Turro" Turrini, Pier Maria Bocchi e Roy Menarini. In più il voto collettivo dei numerosi partecipanti alle varie puntate, il nostro amato pubblico non pagante. Come al solito, ecco le nomination. E, come al solito, potete votare quanto vi pare, a noi fa piacere, eh, ma tanto i premi già li abbiamo decisi.

Gnocca dell'anno
- Cate Blanchett per Diario di uno scandalo 
- Il cast di Grindhouse - A prova di morte 
- Kirsten Dunst per Marie Antoinette e Spiderman 3
- Anna Hathaway per Il diavolo veste Prada 
- Eva Green per Casino Royale

Gnocco dell'anno
- Il cast di Ocean's 13
- Daniel Craig per Casino Royale 
- Clive Owen per I figli degli uomini
Christian Bale e Hugh Jackman per The Prestige 
- Ken Watanabe per Lettere da Iwo Jima

Premio DAMS e Scienze della comunicazione
- INLAND EMPIRE
- The Fountain - L'albero della vita
- Il grande capo
- L'amore giovane
- L'amico di famiglia

Premio film equo e solidale
- Mille miglia lontano
- Goodbye Bafana
- Babel
- Still Life
- Lezioni di volo

Attrice filodrammatica
- Laura Chiatti per Ho voglia di te, L'amico di famiglia, A casa mia
- Jessica Alba per I fantastici 4 e Silver Surfer
- Claudia Gerini per Nero bifamiliare
- Ambra Angiolini per Saturno contro
- Nicole Kidman per Fur 

Attore filodrammatico
- Marco Leonardi per Maradona, la mano de Dios
- Stefano Accorsi per Saturno contro
- Harvey Keitel per Il mercante di pietre
- Edward Norton per The Illusionist
- Tobey Maguire per Intrigo a Berlino

Miglior colonna sonora
- Scrivimi una canzone
- Guida per riconoscere i tuoi santi
- Grindhouse - A prova di morte
- Miami Vice
- Zodiac
- Marie Antoinette
- Grizzly Man
- The U.S. vs John Lennon
- Lettere da Iwo Jima
- Vero come la finzione

Miglior attrice
- Helen Mirren per The Queen
- Laura Dern per INLAND EMPIRE
- Il cast femminile di Cuori
- Marion Cotillard per La vie en rose
- Anna Bonaiuto per L'uomo di vetro

Miglior attore
- Clive Owen per I figli degli uomini
- Christian Bale per The Prestige
- Elio Germano per N. e Mio fratello è figlio unico
- Ken Watanabe per Lettere da Iwo Jima
- Leonardo di Caprio per The Departed

Cesso d'oro, d'argento e di bronzo
- Maradona la mano de Dios
- Apocalypto
- Il mercante di pietre
- Babel
- Saturno contro
- La ricerca della felicità
- The Fountain - L'albero della vita
- Fur
- World Trade Center
- Il giorno più bello

Seconda Visione d'oro
-
Miami Vice
- Lettere da Iwo Jima
- Nuovomondo
- Grizzly Man
- L'arte del sogno
- The Prestige
- INLAND EMPIRE
- Guida per riconoscere i tuoi santi
- I figli degli uomini
- Zodiac

Votate, votate, votate. Ci sentiamo martedì prossimo.

postato da secondavisione | 01:23 | commenti (32)


venerdì, giugno 15, 2007
 
 
Cannes a Milano
We own the Night di James Gray
 
 
 
Incipit strepitoso. Heart of glass di Blondie sparata. Primo piano di Joaquim Phoenix che emerge dalla penombra con sguardo truce (“ma è bolsissimo, mormora la vicina. Si assente), Controcampo di Eva Mendes che si masturba su un divano di broccato dorato. Blondie continua. 
E il film tiene questo ritmo fino a un certo punto: quando Joaquim Phoenix, figlio del capo della polizia (Duvall) e fratello di un altro poliziotto (Wahlberg), rimane dalla “parte sbagliata della barricata”, gestore di un locale di gran successo nella Brooklyn del 1988 gestito dalla mafia russa. Ma poi sparano al fratello, Joaquim è sempre bolso ma combattuto, accetta di fare l’infiltrato. Bolso, ma efficace, e poi comincia la vita sotto la protezione della polizia. A questo punto inizia la sua conversione, il ritorno alle origini nel grembo della grande famiglia della polizia e della legge, e della famiglia patriarcale che lo aveva rinnegato per le sue scelte libere. I sacrifici sono grandi, ma la sua conversione è un po’ veloce e appiccicaticcia, qualcosa di meccanico. Che rovina il capolavoro suggerito dall’incipit, ma che non impedisce che il film funzioni onestamente e tenga su la baracca. Un po’ bolsa la baracca, ma accettabile.
 
 
manu
postato da secondavisione | 13:25 | commenti (2)


giovedì, giugno 14, 2007
 
In breve
 
Cannes a Milano
 
4 mesi, 3 settimane e 2 giorni di Cristian Mungiu
 
Storia di un aborto clandestino nella Romania di Ceausescu del 1987. Due amiche: Gabita, qeulla che deve abortire, e Otilia, l’amica che la deve aiutare facendo le cose più sgradevolo, che l’altra non può e non deve fare (corruzione, contattare e tanto altro colui che deve praticare l’intervento, sbarazzarsi del feto). Cannes piace il realismo e il seguire i personaggi à la Dardenne, e si era capito. Ma colei che viene seguita è Otilia, mentre abita viene lasciata a letto nell’attesa che il tutto si compia. E l’attesa per lo spettatore è snervante, angosciosa, e si narra una disperazione nascosta, quotidiana meccanica e senza scampo. Sconvolgente e bello: ma per aver voglia di rivederlo mi ci vuole una seduta di cura Ludovico. E si, l’immagine del feto poteva risparmiarsela.
 
 
La voyage de ballon rouge di Hou Hsiao Sien
 
Il maestro in vacanza a Parigi a spese del museo d’Orsay, che per il suo ventesimo anniversario ha commissionato dei film a una serie di autori (anche Ruiz, Assayas, Jarmusch) con l’unica costrizione di far vedere almeno in una scena il museo.
No, io capisco tutto: l’ispirazione dal film dal film del ’56 di Lamorisse, l’ipotiposi filmica del quadro di Vallotton, il discorso metacinematografico, il girotondo delle muse e tutto il resto che potremmo parlarne per ore e ore. Ma a proposito di un altro film.
Ceto medio riflessivo francese. Juliette Binoche imita Laura Morante che imita Juliette Binoche. Filmmaker cinese (taiwanese? è lo specchio dell’autore? È una riflessione sulla sua posizione in Francia? Non aveva idee migliori) che fa la baby sitter in Europa. Marionette (e fin qui va bene), superotto, tecniche digitali, quadri, passeggiate per Parigi, quotidianità, dialoghi così, come sono quelli veri.
E le metafore sui palloncini hanno davvero spaccato le palle.
Che palle. Un film brutto può capitare a tutti no?
Maledetti soldi francesi.
 
 
 
 
Smiley Face di Gregg Araki
 
Anna Faris (quella che viene attaccata al soffitto da un geyser di sperma nel primo Scary Movie, per intenderci) è laureata in economia ma passa le giornate a fumare erba e a provare a fare l’attrice. Un mattino mangia una decina di muffins preparati dal suo coinquilino nerd e forse psicotico, senza sapere che sono torte alla marijuana. Quindi la si segue in tutta la giornata in cui cerca di recuperare soldi per risolvere i problemi vendendo marijuanaa chiunque, seducendo un nerd ritratto in modo cinico e perfetto, entrando in possesso di un originale del “Manifesto del partito comunista” truffando Marion Ross (cioè Marion Cunningham).
Si ride un casino ma in realtà è un tristissimo impietoso ritratto di qualsiasi velleitarismo. Bello, Forse un po’ moralista, ma anche no.
 
In aggiunta
 
Il vento fa il suo giro di Giorgio Diritti
 
Discepolo di Olmi, ribalta le convenzioni senili del maestro e mostra che il ritorno alla natura non si dà. Un pastore francese (ex professore, che ha deciso di tornare alla natura) decide di trasferirsi con la famigliola nel ridente paesino di Chersogno, in una valle piemontese dove si parla occitano (langue d’oc, non d’hoc, porca troia, ma le maestre non vi bacchettavano sulle nocche, non vi consigliavano di prendere in mano un aratro? Fine del momento “Reazionario oggi”). Un sindaco progressista lo prova a far digerire alla comunità, che prima lo accetta storcendo il naso, ma poi grettezza, paura dello straniero, orgoglio residuale di essere gli unici ad aver diritto ad abitare lì sebbene il luogo sia abbandonato da anni e usato solo come località di villeggiatura. Rigoroso linguisticamente, capace di mostrare come i fantocci dell’idea di “cultura”, di “radici” e di “territorio” siano solo delle posizioni gonfie di retorica e povere di realtà: la cultura viva è gente che vive assieme, e non celebrazioni di ciò che non può più essere. E soprattutto, ancora una volta, che il buon selvaggio non esiste, anzi. Gran bel film distribuito in tre copie (mi sa che c’è solo a Roma e a Torino, in questo momento)
Chiudo con una citazione che amo molto, anche se l’ironia non è molto adatta a questo film, e l’obiettivo leggermente diverso. Insomma, non c’entra un cazzo ma piace ai giovani.
"Avevano le carte. Le guide. I prospetti. Gli itinerari. I dèpliants. No: dovevano passarsi le liste private, le informazioni in esclusiva. Volevano sentirsi pionieri. cercavano di partire con l'idea che la Costa Brava stessa ancora aspettando le navi cartaginesi; che le sponde del canale d'Otranto fossero abitate dagli Iapigi; che su intere zone del palermitano, sfuggite ancora ai rilievi cartografici , le sole notizie certe fossero quelle riportate dai Botta l'anno scorso...
Ecco. Chiunque fossero e qualsiasi cosa facessero mai che li sfiorasse il più lontano sospetto. sullo stesso scoglio, sulla stessa erta sassosa, erano disposti a saltarci in dieci, in mille, in centomila; ma le cavallette, i volgari che rovinavano tutto, erano e sarebbero sempre stati gli altri. Loro, erano sempre un caso a parte...
Ma ecco il punto: non avrebbe dovuto capirlo da sé, allora? che proprio lì stava tutta la differenza? che non c'er davvero riposo se sapevate che accucciata alla porta dell'albergo, o della tenda, o della casetta bianca tra gli ulivi, stava ad aspettarvi, festosa e inesorabile come una cagna randagia in cerca di nuovi padroni la possibilità della circumnavigazione del golfo, dell'esplorazione delle grotte, del giro dei monasteri, della spedizione all'interno con l'incontro del contadino analfabeta ma di nobile tratto, che vi metteva in mano, e fuggiva prima che poteste anche solo ringraziarlo, la caciotta o il carciofo gigante, il fragrante pagnottone, la collana di fichi secchi? Nel Monferrato, non c'era nessuna possibilità. Niente da perdere nel raggio di decine di chilometri. e i contadini cercavano solo di fregarti..." (Fruttero e Lucentini,La donna della domenica)
manu
postato da secondavisione | 15:03 | commenti (5)


martedì, giugno 05, 2007
 
Breakfast on Pluto di Neil Jordan
 
Premessa: si è visto il film doppiato. Questo doppiaggio rasenta il penale. Quindi, qualcosa si è perso
 
Svolgimento: Il film non è né bello né brutto. È così: non spinge sul pedale delle emozioni, cerca la leggerezza, sembra trovarla, ma poi inciampa in qualche colpo basso. Cillian è meraviglioso – anche se avrei voluto sentire la sua voce – ma Patrick Kitten è descritto solo come un angelo caduto. Non è un po’ poco? In ogni situazione lui non fa che essere (meravigliosamente) sprovveduto. Sempre sprovveduto. Il che fa venire voglia di chiedersi: ma qualcosa in più pare brutto. In realtà in questo potrebbe essere celata un’intenzione ben precisa: la derivazione letteraria è ostentata. La struttura a capitoli, di cui ciascuno altro non è che un breve schizzo di qualcosa, leggero e insufficiente per il dramma, ma abbastanza per creare un’empatia leggera e non approfondita. I coprotagonisti che non hanno un carattere proprio se non per riflesso nelle gesta dell’angelo caduto. Insomma, è come se il dramma non fosse cercato, non fosse interessante. E questo è un bene, ma anche un difetto originario nel film. Che risulta, in fondo, vecchio.
Mi spiego: la parola d’ordine è la sprovvedutezza del personaggio. Glielo dicono, lo ammette, ne fa un modo di attraversare dolori, eventi, gioie e la Storia. Con le ovvie differenze, a me ricorda Forrest Gump, forse il film più anni novanta che si possa immaginare. Nella sua ansia di sintesi, di una storia puramente narrativa senza traumi pubblici. Kitten passa, nella sua sprovvedutezza, dal Bloody Sunday (‘72) all’elezione della Thatcher (‘79), passando per gli attentati dell’IRA.
Meglio la figura dell’ingenuo angelo caduto che il saggio viaggiatore del tempo (cfr. La meglio gioventù), ma le operazioni di sintesi di periodi storici tra privato e pubblico mi pare abbiano fatto il suo tempo. La storia non è finita e vorrei evitare tra trent’anni di anni di fare sintesi sul presente attuale: la storia si muove e chi fa bilanci viene travolto, op perlomeno non è più così interessante dato che il postmodernismo è in gran parte alle spalle. Inoltre, suo malgrado, anche l’Irlanda è un luogo leggermente anni ’90: lo so che è ingiusto legare un paese alla diffusione massiccia di Irish Pub in franchising Guinness nel basso lodigiano, ma chi non è andato in Irlanda in quegli anni? Inoltre si ascoltava Enya e i Modena City Ramblers pe svolta latina, e si leggevano i diari di Bobby Sands. Non che sia colpa del film, è che forse i tempi sono cambiati.
Quindi, è un film in qualche modo sorpassato, che non ha la forza di ergersi a qualcosa di più transstorico.
Si Cillian Murphy è meraviglioso. Sì il tono è piacevole, anche se è quello dell’abusatissima leggerezza (“non sono superficiale, sono leggero” disse Cesare Cremonini, in Un amore perfetto). Sì, alcuni schizzi di sequenza sono azzeccati. Ok, le sequenze oniriche sono godibili. Ma non è peccato pretendere di più. Un po’ di più del non riuscito, delle intenzioni solamente abbozzate, del solo artifizio narrativo dell’angelo caduto.
 
Manu
PS. Sarà lo spirito del tempo (e del luogo), per cui basta affermare “eh, i preti sono proprio dei birichini” per essere spediti dalla gerarchie a patteggiare con Minosse, ma nel momento in cui il prete con il figlio travestito e la ragazza madre del morto ammazzato in quanto traditore dell’Ira provano a fare la famiglia allargata felice (Ozpetek maledetto) senza alcun intervento immediato del vescovo e della brava gente ho pensato “Eh, però stiamo esagerando con il romanzato. Che è, un’altra sequenza onirica?”. Poi il triste verosimile ha preso il sopravvento.
postato da secondavisione | 12:23 | commenti (84)
 

(da Venezia 2006 ripubblichiamo)

The U.S vs John Lennon di David Leaf e John Seinfeld

Nella sezione "Orizzonti", un documentario di stampo televisivo che narra la svolta “politica” di John Lennon e, visto l’ascendente che aveva sui giovani, i timori, le manovre e – alla fine – il tentativo di espulsione perpetrata dall’amministrazione Nixon nei suoi confronti. Grande sfoggio di materiale d’archivio, ricostruzione storica puntigliosa e lavoro in post produzione sulle foto d’archivio veramente mirabile. Ma John Lennon (mito indiscusso) contro Richard Nixon (considerato da tutti un farabutto) è una tesi talmente facile che probabilmente sostenere “Gandhi contro la scabbia” sarebbe stato un esercizio di dialettica più complesso da sostenere.
Oggi che essere intercettati è più che una possibilità ma un fatto, fanno sorridere – amaramente – le paranoie di Lennon.
Pessima la ricerca di pathos finale saltando di sette anni per arrivare alla morte di Lennon, quando il tema era molto ristretto temporalmente (1968 - 1974). Inspiegate in modo non molto corretto lo scioglimento dei Beatles (neanche citato) e perché, nonostante tutte le mobilitazioni e le cattiverie, e i giovani, Richard Nixon vinse alle presidenziali del 1972. Non sarà che le canzoni non possono cambiare il mondo?
Bella la passione e interessante il sottotesto, che ho visto forse solo io, di come la notorietà di Lennon in fondo fosse usata come un’arma dai “politici” dei movimenti

postato da secondavisione | 10:43 | commenti


martedì, maggio 29, 2007
 
La città proibita, Zhang Yimou, CHI 2006

Si parlava giusto qualche post sotto di quello che è diventato Zhang Yimou, cioè il perfetto rappresentante di quello che il governo cinese vuole che si mostri della Cina, in questo caso sotto la voce "cinema". A differenza, però, del tremendo Mille miglia lontano, in questo caso non si parla della Cina di oggi, ma di quella del 900 d.C. La vicenda raccontata è, ammettiamolo, bellissima: intrighi di corte, incesti, omicidi, tradimenti, complotti. Si può dire, utilizzando un aggettivo logoro e abusato, che si tratta di una trama shakespeariana. Il problema, però, è la messa in scena di Zhang Yimou: ipercolorata nel ricreare gli ambienti della città imperiale, manieristica quando fa sfilare i protagonisti lungo gli infiniti corridoi del palazzo, e, ovviamente, satura di ralenti del tutto inutili.
Quello che Zhang Yimou non riesce a fare nelle scene di lotta e battaglia è ricreare il dinamismo dei corpi e dei movimenti: nonostante blasonatissimi credit alla coreografie delle arti marziali, il senso dell'agilità e della perfezione dei colpi è dato in maniera maldestra dalla macchina da presa attaccata ai corpi, o inclinata, o ipercinetica. Trucchetti, insomma, per tentare di dare un tocco in più a sequenze poco riuscite.
E anche per quanto riguarda le scene di massa, l'unico riferimento possibile è la cartolina kitsch: solo in un paio di occasioni si sente un tocco personale in quello che vediamo, il resto è veramente di plastica.
Menzione speciale per Gong Li, scarsa come poche altre volte nella sua carriera d'attrice e a un Chow Yun-Fat che si scarmiglia con gesti generosi. Al ralenti, ma che ve lo dico a fare.

Francesco

postato da secondavisione | 14:04 | commenti (13)
 
The History Boys, Nicholas Hytner, GB 2006

Un gruppo di ragazzi si prepara agli esami di ammissione all'università negli anni '80. Con qualche lieve differenza, questa trama liofilizzata potrebbe essere applicata anche a film come Notte prima degli esami, ma basta ascoltare la colonna sonora del film di Hytner per capire che, da basi simili, si possa arrivare a risultati completamente diversi. Lì, per lo più, ciarpame di una ventina di anni fa, qui una curiosa selezione di hit post-punk (e non solo) a cui è stata tolta la traccia vocale (per motivi di diritti?). Ma, ovviamente, in The History Boys la differenza è fatta dal copione del grande Alan Bennett, che lo trae da una sua pièce. E in più di un punto è evidente l'origine teatrale del film, non solo nelle parole, ma anche nei movimenti dei personaggi e nell'organizzazione della messa in scena: d'altro canto l'aula scolastica è un palcoscenico perfetto, anche non metaforicamente.
Gli attori, tutti bravissimi, danno il meglio: ragazzi e insegnanti riescono a rendere credibili dei personaggi che, diciamolo, sono un po' sopra le righe, rendendoli caratteri ma non macchiette. E dire che ci sarebbe l'insegnante bizzarro con tendenze omosessuali, l'insegnante di storia tosta, bruttina e con tendenze femministe, l'insegnante nuovo e giovane che deve lottare per mantenere il posto: insomma, un potenziale rischiosissimo. Invece Hytner riesce nel compito, dandoci un film buono, non indimenticabile, ma ossigeno puro in questa stagione cinematografica tremenda.

Francesco
postato da secondavisione | 13:51 | commenti (2)


venerdì, maggio 18, 2007
 
Ho appena cancellato inavvertitamente un post lunghissimo e divertentissimo su Le Colline Hanno Gli Occhi 2. Che palle. Un'ora gettata alle ortiche. Il succo è che il film è una merda e che molto probabilmente faranno il terzo capitolo. Wes Craven si è bevuto il cervello. Suo figlio era destinato a fare il cassiere al supermercato ma Wes gli ha dato fiducia. Madonna mia, che nervoso. Non ho nenache capito che tasto ho schiacciato... semplicemente è tornato indietro e non c'è più nulla. Uff... Va beh: chi l'avrebbe mai detto? Brutto, deprimente senza uno straccio di idea.
Vi segnalo questo. Bel posto, bei concerti, bei dj set, simpatia ed erbazzone.
Che palle...

FEDEmc
postato da secondavisione | 12:03 | commenti


martedì, maggio 15, 2007
 
Zodiac di David Fincher
 
Zodiac è un film di “testa”. Lungo, frammentario, ha la pretesa di rendere conto della complessità dell’indagine contro la linearità della ricostruzione. Si potrebbe parlare di “fallimento della detection”, anche se in realtà è semplificante. Rimanendo sulla narrazione delle indagini, si potrebbe contrapporre alla forma detection televisiva (CSI), per cui Zodiac mostra uno dei pochi vantaggi del cinema: quello di poter mostrare l’informe e l’indeterminato.
Ci sono tre personaggi che indagano, e tutti interpretati benissimo: il cronista di nera Avery (Rbert Downey Jr.), il poliziotto Toschi (Mark Ruffalo, ispiratore nella realtà di Dirty Harry), e il vignettista del San Francisco Chronicle Greysmith (Jake Gyllenhall).
Nessuno di loro riesce ad arrivare ad una spiegazione plausibile dei delitti di Zodiac, ma è solo l’ultimo, l’outsider, a proseguire nella ricerca. Colui che non ha la competenza per farlo e precipit poco alla volta nell’ossessione. Il giornalista e il poliziotto hanno una competenza, un saper fare pratico, che ad un certo punto non può più individuare un colpevole: il metodo è sconfitto. Avery precipita nell’alcolismo, Toschi si dedica ad altro. Non riescono a fornire una spiegazione bsata sui fatto: hanno bisogno di una necessità che leghi i vari anelli: il giornalista per creare una storia che si distingua dall’opinione, il poliziotto perché ha bisogno dii più che delle prove indiziaire. È solo l’ossessione, che sostituisce la competenza, il dilettantismo, a permettere di dare seguito a delle inquietudini, di connettere senza tener conto della verosimiglianza, a permettere di muoversi su ragionamenti non sbagliati ma solo accidentali. E la ricostruzione è solamente romanzata, quella del vignettista, tratteggiata, ma senza una logica di moventi, prove e conseguenze. È solo un’ipotesi folle, verosimile, alla quale si crede ma non si può sapere.
Lo scacco è quindi ancora più forte che in Seven: là c’era una indagine che funzionava ma solo perché c’era qualcuno che le permetteva di funzionare. C’era un piano, una strategia messa a punto da John Doe che agiva in base ad uno schema, che permetteva la propria identificazione solo perché non era un disvelamento (uscita al di fuori del piano) ma una tappa (il fuori non era altro che una dimensione proiettata del dentro). Insomma, c’era il Kaiser Sauzee della situazione, colui che teneva le fila del film. L’indagine altro non era che il completamento del disegno criminale.
Anche in questo caso le indagini fanno parte del disegno, Zodiac cerca una ribalta pubblica e cerca di provocare l’indagine tramite le lettere ai giornali, i messaggi cifrati, le false attribuzioni. Ma l’assassino non è più onnipotente, non ha il controllo del racconto, ma la sua azione è solo una parte del caos. A volte non uccide, a volte viene visto, deve sparire, lascia delle tracce: è umano e per questo immerso nell’incontrollabilità del mondo, del caso, delle maglie della legge. Per questo è pi disturbante.
L’uomo nero non controlla più quello che accade nel film, ma solo l’involucro temporale degli eventi. Zodiac appare, e quindi c’è una connessione, zodiac tace due anni, allora tutto si perde nel nulla. Il film copre perlomeno 25 anni continuando a saltare, unendo eventi che non hanno legami apparenti ma solo l’ombra di Zodiac, che si ripercuote su tutte le cose.
Quindi, continue ellissi temporali che testimoniano la disconnessione degli eventi, uno non illumina l’altro, c’è solo giustapposizione.
Da un certo punto di vista c’è chi ha parlato di un Fincher più classico: in realtà il maggior controllo sul piano della forma (e tutte le scene di omicidio o quasi omicidio sono messe in scena davvero divinamente) è solo locale, ma globalmente non si è più nemmeno nel piano folle e schizofrenico di Fight Club, è semplicemente che non c’è un piano, né da parte dell’assassino, né da parte dei personaggi, né da parte dell’Io. Se questo sia classico o meno, vedete voi. Per me è solo una contrapposizione artificiale. È che quello che si può raccontare è solo una piccola ossessione di indagine, tanto piccola quanto destinata a voler vedere in faccia il colpevole e basta.
Per essere brevi, gran film
 
manu
postato da secondavisione | 16:27 | commenti (3)
 
Quattro minuti nell’Eurocinema
 
Quattro minuti di Chris Kraus
 
Perdoniamo chi parla di Nouvelle Vague tedesca, che si abbia almeno la bontà o la cultura almeno di parlare di Neue Deutsche Kino, visto che si sta a fare gli sborni. A parte le questioni di metodo, due film tedeschi distribuiti e di discreto successo di pubblico e di Oscar non fanno una tendenza. Ma se vogliamo provare l’esercizio di individuare tratti comuni (e ci mettiamo anche Requiem e Le particelle elementari), l’operazione in scena è quella di una specie di discountizzazione dei modelli e dei generi. Cioè mancanza di marchi, atmosfere più tristi, vaga sensazione di diversità rispetto a un modello dominante che comunque rimane indispensabile riferimento, e un tocco apocalittico a sancire la presenza del pessimismo delle ragione.
Le vite degli altri, film medio oggetto di una sopravvalutazione critica dovuta, credo, ad un panorama desolante che lo circonda, era una sorta di Conversazione in salsa DDR, cioè dotato di un background storico reale che ne garantisce l’efficacia grazie a un patto comunicativo con gli spettatori. Anche perché la tematizzazione della storia viene abbandonata dopo pochi minuti per lasciare spazio al confronto tra le vite dell’artista e dell’oscuro travet della polizia segreta, e alla loro reciprocamente necessaria ribellione contro il sistema. Insomma, la maggior parte del senso sta nella compenetrazione pattuita, e non testuale, della dimensione storica su un intrigo piuttosto banale.
Quattro minuti soffre dello stesso complesso, la cosa grave che il modello non è La conversazione, ma Billy Elliott. O un qualsiasi film il cui “giovane di talento supera gli ostacoli posti dal sistema/famiglia/caso per affermare la propria individualità”. Inoltre il modello Billy Elliott è intersecato con il genere carcerario femminile e con l’ipoteca storico-reale. Quindi, si fa presente il  un background nazista e omosessuale della vecchia insegnante di pianoforte, il che non le impedisce di sbottare con la frase “alza quel culo e dimostra chi sei”, che sta bene in bocca all’allenatore degli orsi, o uno che parla con il talentuoso quarterback di una squadra di football del college il giorno che ci sono in tribuna gli osservatori. Inoltre, si fa presente il background di abusi e ribellione della giovane studentessa incarcerata, che però non le impedisce di mostrare il suo talento con un doppio gesto di rottura (dalla violenza del carecere, dalle regole di fuga). Quindi, si fa presente che esiste una vaga umanità, che si traduce invariabilmente in una cocente meschinità, di coloro che lavorano in carcere: guardie, direttore, psicologa.
La meschinità dell’umano è quindi l’unica cifra tematica diversa rispetto al modello: siamo europei, alla seconda possibilità ci crediamo fino a un certo punto. Quindi il talento deve negoziare con la meschinità di tutto ciò che lo circonda: la politica carceraria, il razzismo dell’insegnante, l’odio delle guardie, la violenza delle compagne, e le pulsioni distruttive di chi porta con sé il talento.
E, dopo tutto questo, non può risolversi in reale progresso, in reale riscrittura di una vita, ma solo come bel gesto tanto eccezionale quanto fatuo, può strappare un applauso all’umanità ma nulla di più.
Unica costante formale degna di nota è l’uso di ellissi temporali che creano scompensi informativi su ciò che sta accadendo. A volte accademiche, in generale ben dosate.
 
Salvador – 26 anni contro di Manuel Huerga
 
Ha ancora senso parlare di morale dello sguardo? Fare un carrello circolare mentre la garrota si stringe attorno al collo di Salvador Puig Antich, ultimo condannato alla garrota nella spagna franchista, è una schifezza o no? Chiedersi se questo movimento formale che si accorda, in modo abbastanza evidente, con il gesto del boia che fa ruotare il “manico” dello strumento omicida, sia abbastanza per dare del pirla a chi lo ha fatto è in effetti utile o no?
Per quanto mi riguarda, è abbastanza per rendere indigesto un film che dell’esibizione della forma visiva fa uno dei suoi punti di forza. A partire dalla grana della fotografia, per finire con un montaggio che se ogni tanto si fosse lasciata un’inquadratura per sei secondi nessuno avrebbe gridato allo scandalo e alla noia.
Il termine di paragone qui è Romanzo criminale: cioè il partire da un oggetto di cronaca/oggetto storico per trasformarlo in qualcosa di diverso: in Salvador si ha fondamentalmente un film di gangster. Dalle motivazioni politiche, certo, fomentati più da un ribellismo generazionale che da una necessità reale, sicuramente, ma l’ascesa e la caduta del gruppo MIL  è quasi da manuale.
La dimensione politica, di riflessione storica viene solo dopo, la condanna della condanna a morte, la commovente amicizia della guardia carceraria sono solo successivi, sono un altro genere, sono un altro film che viene legato a forza tramite un gioco di flashback ma niente di più.
È una generale rottura che attraversa tutto il film, diviso tra genere e ambizioni autoriali, e linguaggio veloce e rapido che rallenta solo di fronte alla morte, si teme per contemplarla meglio. O perché il coinvolgimento “nei fatti tristi e importanti si fa così”.
La riflessione storica, e la commozione conseguente, sono quindi conseguenza di un meccanismo di fusione meccanica e poco riuscita, che rendono colpevolmente dimenticabile un film che on dovrebbe esserlo.
 
manu
postato da secondavisione | 16:24 | commenti (6)


venerdì, maggio 11, 2007
 
Scaletta per il paradiso

O meglio, per l'inferno, vista la temperatura che la sala ospiti degli studi di Via Berretta Rossa può raggiungere. Ma non vi preoccupate, o pubblico potenziale: avremo per voi il condizionatore a pieno regime. Quindi, date una rapida occhiata alla scaletta e mandate subito una mail a secondavisione%hotmail.com per prenotare il vostro posto in prima fila per la puntata del 15 maggio. Ecco la succulenta lista di titoli:

- 4 minuti, di Chris Kraus; un altro film tedesco, dopo Le vite degli altri: una nuova vita per il cinema germanico?
- La vie en rose, di Olivier Dahan; un biopic su Edith Piaf: se ne sentiva il bisogno? Ai posteri l'ardua sentenza;
- Le colline hanno gli occhi 2, di Martin Weisz; il remake di un sequel: il senso dell'operazione verrà disvelato in studio;
- e infine, il duro mestiere del critico che avete votato voi martedì scorso in extremis: Notturno Bus, di Davide Marengo; non aggiungiamo commenti, ci penserà il candidato Tommaso Oldman Simili.

A martedì, scrivete, scrivete.

La redasiùn

Nella foto: la coda fuori dagli studi di Via Berretta Rossa, il martedì pomeriggio, ore prima dell'inizio della puntata di Seconda Visione.
postato da secondavisione | 13:47 | commenti (6)


martedì, maggio 08, 2007
 

Spiderman 3 – Perché sì

Forse sarebbe meglio dire: perché forse, ma così ci capiamo meglio.
A me sembra che i film dedicati ai supereroi e i comic-to-film degli ultimi (dieci?) anni abbiano tutti più o meno gli stessi problemi. In primo luogo una totale mancanza di lucidità ideologica, in secondo luogo una (quasi totale) mancanza di autonomia estetica. I due problemi sono profondamente connessi. Se 300 film, per esempio, non funziona non è perché è in buona sostanza fascista (anche il fumetto lo è, eppure ci piace), ma perché a quella materia ideologica non riesce a dare complessità estetica, ma si limita a illustrare bidimensionalmente il fumetto.(Leonardo, se non ricordo male, aveva scritto cose interessanti a riguardo). V per vendetta tira fuori uno spettacolone esaltante da uno script che proprio sulla spettacolarizzazione del fatto sociale diventava rovente; risultato: il film finisce per assumere senza riserva quella relazione di seduzione leader/massa che nel fumetto è presa con mille e mille cautele. Kracauer, giusto per fare i fighetti, avrebbe detto “massa come ornamento”, cioè niente di progressista. Gli esempi non mancherebbero, ma la pianto qui.
Spiderman 3, al contrario è un film lucido da un punto di vista ideologico e con una certa coscienza dei limiti di autonomia che l’operazione “film da fumetto” prima o poi presenta. Per agevolare chi non ha voglia di leggersi tutto il pippone, si può anticipare: Raimi secondo me mostra come il supereroe al cinema tenda ideologicamente all’autoritarismo e narrativamente alla sit-com, in modo necessario e tendenzialmente non negoziabile. Il passaggio da disinteressato tutore dell’ordine a strumento di propaganda e arma in mano del Potere è mostrato in tutta la sua evidenza, con tutti gli attributi figurativi della peggior propaganda: bandieroni, majorettes, gruppi di uomini della strada che invocano il Salvatore e via di seguito, senza niente di glorificante o anche ambiguo. Il discorso è chiaro: non ci sono da una parte il supereroe buono e dall’altra la cattiva interpretazione che lo trasforma in figura autoritaria; al contrario, come in Watchmen, il supereroe ha necessariamente una deriva autoritaria per non dire fascista. È quella la sua faccia oscura (pubblica), prima che spunti quella privata ed esistenziale, che è un altro discorso.
Peter Parker, a un certo punto, diventa cattivo e la frangetta sarebbe il pietoso escamotage che ce lo mostra come tale. A me, invece, pare che la frangetta sia l’inevitabile corruzione (non la parodia!) della questione del costume. Non esiste supereroe senza costume, Gli Incredibili ce l’hanno insegnato. Ma l’estremo debole (ancora, non la cattiva interpretazione) di questo assunto è una specie di funzionalismo della maschera, per cui è il costume a determinare indole e capacità: in fondo Spiderman e Venom sono lo stesso modello con colori diversi. Allora può anche essere che la frangetta faccia diventare fetenti, è un problema di coerenza.
Allo stesso modo gli snodi narrativi smettono di funzionare organicamente, Flint Marko viene intimato a non proseguire “perché li si svolgono pericolosi esperimenti di fisica!”, gli spazi dell’azione si restringono al caffè e al pianerottolo, il dialogo colma quello che le immagini non mostrano (non certo per carenza di budget). E Peter Parker comincia a ballare come un Tony Manero dei poveri. Insomma: il film si trasforma in una specie di Friends o di Batman feat. Adam West. La narrazione attrattiva ed eroica è uno degli estremi del film di supereroi: all’altro capo Raimi mette la sit-com. Sbaglia? Non direi. Semplicemente fa esercitare grandi poteri e grandi responsabilità in questioni di poco conto. Se si accetta il supereroe buono che (magari senza maschera) diventa vigile urbano e aiuta la vecchina a passare le strisce pedonali, si deve accettare anche questo, cattivo, che fa il tamarro con le ragazze. La parodia e l’attraversamento dei generi non c’entrano proprio nulla: al contrario Raimi percorre il suo, di genere, fino in fondo, schifezze comprese, senza attraversarne altri.
Poi, in tutto questo, il film perde di compattezza: il primo e il secondo episodio erano film quadrati, questo non lo è. Il finale non è neanche brutto, è proprio piatto. I cattivi sono buttati là alla carlona, ha ragione Manu. Ma per il resto, il coraggio è innegabile.
E la sequenza di Bruce Campbell spacca.

p.

postato da secondavisione | 21:29 | commenti (8)


lunedì, maggio 07, 2007
 
 
 
Spider-Man 3 di Sam Raimi
 
 
Una delusione immensa. Non ci sono altre parole.
Qui, dopo il bellissimo secondo episodio ci si attendeva qualcosa magari di meno, ma sicuramente qualcosa di interessante. La lotta con il suo ex migliore amico che diventa Gobelin per ucciderlo, Gwen Stacy, Venom e il lato oscuro. Gli unici dubbi si manifestavano “Ma non starà mettendo troppa carne al fuoco?”. Tre villains, due donne non sono troppi per un blockbuster? In effetti, alla prova dei fatti, mancava solo che facesse capolino Heath Ledger vestito da Joker e dicesse: “Uh, forse ho sbagliato set”, e comunque avrebbe fatto la sua figura.
Ma, prima dell’uscita, vedendo il primo trailer a disposizione, ci si tranquillizzava dicendosi che Venom sarebbe stato solo introdotto e poi sviluppato in un auspicabile quarto capitolo. Infatti nella prima versione, apparivano solo Sandman e Gobelin, con Venom che appariva per tre fotogrammi alla fine. I dubbi si erano acuiti on la versione definitiva del trailer, in cui Sandman quasi spariva per dare grande spazio a Eddie Brock/Venom.
Tutti timori confermati: l’unica notizia positiva è che forse un quarto non ci sarà, o forse sarà diretto da Brett Ratner con altri attori, di modo da non avere aspettative e quindi si potrà lamentarsi tranquillamente di come la serie sia stata buttata in vacca. (Se ci sarà probabilmente vedremo Lizard, ma speriamo anche di no)
Lasciando perdere le aspettative deluse, il film fa acqua da tutte le parti. Innanzitutto per il sovraffollamento di personaggi che non permette neanche un minimo approfondimento. Non che ci si aspettasse Ibsen, ma un minimo di credibilità almeno sì. Il casino è tale che si ricorre a una delle peggiori soluzioni possibili per giustificare la conversione di Harry Osborn: il maggiordomo. Personaggio mai visto, o se visto mai considerato, che a un certo punto va dal suo giovin signore a dirgli: “Ohi, sono anni che ti crogioli nella rabbia e nella vendetta, ti sei iniettato dei nanonidi nel corpo che ti hanno fatto sbroccare, non fai altro nella vita che cercare di uccidere il tuo migliore amico e le persone che ti vogliono bene, perché credi che tuo padre sia stato ucciso da Spiderman, ma in realtà non è vero, io l’ho visto”. Doveva aggiungere: “Fino ad ora non ho parlato perché sono una semplice funzione narrativa sottopagata”.
Questo, assieme alla botta in testa, rende ridicolo il confronto tra i due ex migliori amici, ma nulla in confronto di Venom e del lato oscuro di Peter Parker. Che si manifesta attraverso una frangetta (simbolo di cattiveria e di rottura delle regole) e la mutazione in una parodia di Tony Manero. Che ci potrebbe pure stare come tono, ma che da un lato è un cambiamento deciso rispetto al tono del secondo episodio, e dall’altro è realizzata con una grevità spaventosa, e tirata via in modo pazzesco. Non ci si crede nemmeno per un attimo. Lo stesso procedimento avviene per Gwen Stacy: a che pro introdurlo, se poi non si sa evidentemente come gestirlo?
Ok, si possono salvare due o tre scene d’azione, ed è molto bella – visivamente ed emotivamente – la rinascita di Flint Marko come Sandman/Golem, ma per due ore e quaranta sembra di assistere a delle sequenze di raccordo, in cui tutti parlano parlano per mettere delle pezze di senso a quello che sta accadendo. E l’unica coerenza rispetto al secondo è quella della luce. Tutto avviene alla luce del sole, e la stessa identità di Spiderman è ormai il segreto di pulcinella. La maschera è diventata un’icona della città, per tutti, pura e semplice, qualcosa che appare sui cartelloni pubblicitari ed è un vero e proprio marchio di fabbrica, mentre il vero spiderman combatte praticamente sempre a volto scoperto. Tutti i cattivi sanno chi è, lui non ha timore di farsi vedere: più che SpiderMan è Peter Parker. Ma anche questa intuizione – che apre a interessanti e pippose ipotesi metatestuali – si perde nella disperata impresa di “tenere unito tutto”. È come se si vedessero i segni delle unghie di sceneggiatori e regista sulla superficie del film. Possiamo dare la colpa a esigenze produttive, ma è una magra consolazione.
Lo so che bisognerebbe essere più freddi, e uscire dalle secche del confronto, con il fumetto e con i capitoli cinematografici precedenti, ma soggettivamente è difficile, e comunque i difetti rimangono anche prendendo Spider Man 3 in isolamento. Un film arruffato, con la necessità di tenere assieme un’ambizione da Bignami della saga, e la necessità di mettere sempre più elementi, e spettacolo, e opposizioni di base (amico vs. amico, eroe vs. il proprio lato oscuro) comprensibili anche al più ottuso spettatore della terra.
 
manu
 
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sabato, maggio 05, 2007
 
GRINDHOUSE, Robert Rodriguez & Quentin Tarantino, USA, 2007


Come molti di voi sapranno, i Grindhouse erano quei cinema o drive-in che tra i '70 e gli '80 hanno rimbecillito gli adolescenti americani a suon di double feature (due film al prezzo di uno) tutto sesso e violenza. Tra quei teenagers molto probabilmente (avevate dei dubbi?) c'erano anche Rodriguez e Tarantino. I due hanno deciso di omaggiare quel periodo e quel cinema, creandone una sorta di copia filologicamente perfetta nel 2007. Finti trailer all'inizio e in mezzo, pellicola sporca o graffiata, rulli mancanti e soprattutto due film da un'ora e mezza circa l'uno, tematicamente e stilisticamente simili a quelli di quel periodo. Dopo gli scarsi risultati al botteghino in America, per tentare di correre ai ripari, si è deciso per l'uscita europea di dividere i film, e farli uscire separatamente. Il collettivo secondavisione, rispettoso delle intenzioni dei registi, ha deciso di intraprendere un viaggio oltreoceano per vedere il film come è stato pensato dai due guasconi. Teletrasporto e via, verso il famoso Grindhouse LaPenta's

Cominciamo da quello che qui da noi molto probabilmente non si vedrà: i finti trailer sono firmati dallo  stesso Rodriguez, Rob Zombie, Eli Roth e Edgard Wright. Grindhouse si apre con Machete (Rodriguez): Danny Trejo viene assoldato per uccidere un senatore. Messo in trappola da chi gli ha fornito il lavoro, decide di vendicarsi a colpi di machete e violenze varie. Esagerato, divertente, incontenibile, è effettivamente una delle cose migliore dell'intero film. Pare che il regista, dato l'entusiasmo suscitato da questi due minuti scarsi di girato, abbia deciso di portare veramente a compimento il film. Tra i due segmenti lunghi, altri trailer: Rob Zombie ci regala Werewolf Women of the S.S gustosissimo omaggio al nazi porno con surplus di lupi mannari e stregoni cinesi (Nicolas Cage nella parte di Fu Manchu!). Udo Kier, in soli due minuti, spadroneggia nella parte del terribile scienziato nazista. Estremamente divertente. Eli Roth firma invece Thanksgiving, folle slasher violentissimo. Concludiamo con l'ironico Don't di Edgar Wright che, in modo piuttosto deludente, si limita a giocare con i vari luoghi comuni degli horror fine '70 e '80: Non aprite quella porta, non scendete in quello scantinato, non svolate quell'angolo buio, ecc... "Arricchisce" il tutto una finta pubblicità di junk food messicano (immagino idea di Rodriguez). In parte già qui ci sono pregi e difetti dell'opera in generale, ma tentiamo di riscontrarli nei due veri e propri film. Si parte con Planet Terror di Robert Rodriguez. Brevemente, la storia: nel profondo Texas a causa di una qualche non meglio precisata operazione militare, rimane sul groppone al tenente Bruce Willis un virus capace di rendere tutti degli zombie, ovviamente affamati di carne umana. Dopo aver tentato di venderlo al trafficante Naveen "Sayd" Andrews, il virus inevitabilmente si sparge per la città. Qui, in un crescendo di panico e follia, si incroceranno varie storie, tra cui: El Wray, un misterioso ragazzo che evidentemente nasconde un passato avventuroso e burrascoso, ritrova Palomita (Rose McGowan), la sua ex ragazza ora go go dancer dalla lacrima facile. Un'infermiera tenta di mettere in salvo la sua vita e quella del proprio figlio dalle grinfie del sadico marito dottore (Josh Brolin). Poliziotti più o meno burberi (tra cui Tom Savini) stanno con il fiato sul collo a El Wray, i militari continuano imperterriti a fare danni, donne sole in macchina di notte faranno brutti incontri... Rodriguez, regista già evidentemente legato agli anni '80, qui si fa prendere la mano e realizza un film che sembra essere uscito da una seconda serata su Odeon TV di 15 anni fa. Personaggi stereotipici e inquadrabili con un solo sguardo o con una battuta di sceneggiatura, carenza di filo logico tra un'azione e l'altra e, ca va sans dir, tanta violenza. Non ci si può dimenticare che la coppia di registi in questione ha portato al cinema il progetto Dal Tramonto All'Alba: qui il meccanismo è lo stesso. L'unica differenza è un'attenzione ancora maggiore a una tecnica e a un'estetica se possibile ancora più spudoratamente simile a quella del cinema preso come ispirazione. Raccordi sbagliati, dettaglioni e zoom insensati e un senso di ingenuità che dovrebbe giustificare qualsiasi altra carenza. Impressionante come ci si riesca, soprattutto a livello narrativo e di presentazione dei personaggi, ma come prevedibile, a Rodriguez tende a scappare la mano: come nel già citato Dal Tramonto.. verso il finale, l'esagerazione prende il sopravvento. Non che sia un male (c'è veramente di che stupirsi e divertirsi...), ma si avverte come uno scarto. La povertà e l'ingenuità di quelle pellicole era in primo luogo causata da carenze economiche. Erano i mezzi a mancare, non la fantasia (spesso mancava anche la tecnica, ma non è qui il punto). I film risultavano inevitabilmente castrati da ambizioni irraggiungibili. In Planet Terror qualsiasi cosa invece è fattibile. Camei di attori famosi, panorami post apocalittici, donne con mitra al posto delle gambe che saltano sparando, pale di elicotteri che mozzano teste a zombie, esplosioni a strafare ecc... sanissimo e divertentissimo, ma se mescoliamo questo a un gusto per la citazione pesantissimo e spesso fuori luogo, il film ancora una volta mette in luce i difetti di un regista che tende a far prevalere la superficie al contenuto. A scanso di equivoci, ripetiamo: godibile e entusiasmante ma fine a se stesso. Se non ci fosse la pellicola rigata o giochini del genere sembrerebbe più un film di Rodriguez di due anni fa che un'omaggio ai Grindhouse...

C'ho tentato, ma spolier... Giuro che non è importante sapere determinate cose in questo caso, ma  io vi avverto.

Di tutt'altro spessore il segmento firmato Quentin Tarantino, Death Proof. La sensazione è quella di un altro periodo storico omaggiato, come se il regista avesse intelligentemente voluto differenziarsi dall'episodio precedente. Non è un caso che  In Planet Terror Tarantino compaia, quasi fosse un'anticipazione, impegnato a vedere Woman In Cages, datato 1971. Dagli '80 ai '70 quindi, e tra quei dicei anni ci sono un bel po' di differenze. L'episodio è come se fosse divise in due: nella prima parte incontriamo un gruppo di donne. Una di queste è una famosa dj locale (interpretata dalla figlia del grande Sydney, Tamiia Poitier) la quale per tirare uno scherzo a una sua amica (la bellissima Vanessa Ferlito) la mette nella posizione di aspettarsi le avance s di qualche ascoltatore allupato. Le ragazze passano la sera per locali, bevendo e chiacchierando senza sosta. Ogni tanto però, una Chevy Nova SS del 1971 nera, con un teschio sul cofano, sembra seguirle... Al volante c'è Stuntaman Mike (Kurt Russel), ex stuntman sfregiato e maniaco omicida. Dopo avre fatto la loro conoscenza, l'uomo le segue con la sua macchina "a prova di morte" e le ucciderà. Nella seconda parte del film un altro gruppo di ragazze - tutte più o meno impegnate nel mondo del cinema - gira per la campagna texana. Fans del film Punto Zero, decidono di acquistare una macchina simile a quella del film e di fare uno spericolato gioco. Stuntman Mike è sulle loro tracce, ma troverà pane per i suoi denti. Difficile parlare della trama del film senza rivelare troppo, anche se l'elemento sorpresa non è sicurmente il centro dell'azione. Come si diceva precedentemente, anni '70 piuttosto che '80. Tarantino è già passato per questi territori e, nello specificio, in Jackie Brown aveva costruito un omaggio alla blaxploitation per noi all'epoca della sua uscita piuttosto incomprensibile. Qui il progetto  è più o meno lo stesso: se la prima parte del film potrebbe ricordare le atmosfere alla Switchblade Sister di jack Hill (in soldoni: ragazze di strada che parlando tra di lorto tra una birra e l'altra) la seconda è un bellissimo omaggio a molti dei temi cardine del cinema americani anni'70. Tolta la citazione palese e dichiarata a Punto Zero, il film è in primo luogo un omaggio a quei film "post Easy Rider" basati su uno spostameto vettoriale orizzontale. Gli stessi film che a loro volta recuperavano, modificandone il significato, il tema della Frontiera dall'epopea western. Come nella migliore tradizione dell'epoca la seconda parte di Death Proof è "solo" un gigantesco e suntuoso inseguimento ambientato nella campagna rurale americana. Stuntman Mike, che di quel cinema è stato protagonista, spunta dal nulla e sembra avere il controllo totale della situazione. Come se fosse emanazione del territorio, risulta una minaccia quasi fantasmatica: appare, fa il suo sporco lavoro, scompare. Uno spettro di un cinema che è stato. In questo senso risultano ancora più chiare le intenzioni di Tarantno presentando i due diversi gruppi di donne. Quando Stuntman Mike si presenta per la prima volta, elenca tutte le serie televisive o i film in cui ha partecipato: nessuno ha la più pallida idea di cosa stia parlando. Come fosse un residuato di un mondo che nessuno ricorda più. Le ragazze della seconda parte invece, nel cinema ci lavorano (una stuntwoman, un'attricetta, un'assistente di produzione e una costumista): fanno parte di quel "nuovo" cinema che ha spazzato via Stuntman Mike e soci. Inevitabilmente quindi, conoscono le regole del gioco e avranno la meglio sull'uomo. Pradossalmente lo farnno diventando progressivamente simili e vicine proprio al periodo cinemtografico storico qui evocato (vd lo stop frame finale). Tecnicamente il film è spaventoso: la sequenza del primo incidente (visto da 4 punti di vista differenti, come lo "scambio" in Jackie Brown) e tutto il lungo inseguimento della seconda parte sono momenti altissimi di cinema. Colonna sonora e dialoghi da antologia. Un gioiello.
L'episodio di Tarantino, con mezz'ora in più rispetto a questa versione, andrà da solo in concorso a Cannes e uscirà nelle nostre sale il 1° giugno.   

FEDEmc

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lunedì, aprile 23, 2007
 
Mio fratello è figlio unico di Daniele Luchetti
 
Non avrei mai creduto che parole simili uscissero dalla mia bocca: Mio fratello è figlio unico non è un brutto film, tutt’altro.
Temo ancora di essermi bevuto il cervello, ma partivo con il corazzato pregiudizio che questo potesse essere il Santo Graal del brutto cinema italiano, la sintesi definitiva, e per questo sono andato a vederlo. Per avere un’ottima giustificazione che fosse valida per una settimana al cattivo umore.
Gli ingredienti erano perfetti:
1) ambientazione nostalgica anni sessanta-settanta, perfetta per l’elogio “ma quanto eravamo cazzoni, ma come ci siamo divertiti in quella magica epoca”, 2) Scamarcio e Germano che fanno due fratelli uno fascista e uno comunista che litigano, un cotè politico da far rabbrividire (destra e sinistra sono uguali, ma in fondo eravamo giovani e ci siamo divertiti in quella magnifica epoca), 4) Rulli e Petraglia alla sceneggiatura, che facevano presagire una specie di meglio gioventù in tono minore (in quell’epoca magnifica si sono commessi non pochi errori, ma erano dei compagni che sbagliavano e le cose belle della nostra bella Italia – come i casolari ristrutturati – sono dovute a noi, e se il Grande Altro non ce l’avesse impedito vivremmo tutti felici e contenti), 5) Luchetti alla regia (in quella magnifica epoca in cui lo si credeva un autore). 6) Rino Gaetano e la sua magnifica epoca 7) Rino Gaetano 8) Su tutto, il timore dell’effetto “Biff Tannen”, cioè che fosse presente un personaggio miracolosamente in possesso di un libro di storia dei successivi 40 anni, e quindi che le sue scelte fossero giustificate da un ammiccante “poi lo sappiamo tutti come è andata a finire”, un po’ come la pubblicità attuale dei Quattro salti in padella 9) l’uso smodato delle canzoni pop in funzione intellettualizzata midcult. 10) tipo quelle di Rino Gaetano.
Invece, tutto ciò viene evitato. Anche perché l’idea viene persa – o perlomeno ben celata – qualsiasi ambizione storica o politica, il porsi come testo in qualche modo giudice della materia storica. Il giudizio che si può trovare è quello dell’ironia, a volte squilibrata, ma comunque dominante.
Quindi, il meccanismo del brutto cinema italiano viene evitato scegliendo il registro del genere, della commedia. Mettendo in scena non dei prototipi di personaggi “verosimili, ma dei veri perdenti che non fanno altro che ripetere la propria sconfitta. Si parla di due personaggi, anche se il protagonista è uno solo, Accio, interpretato da Elio Germano. Due perché tanto è cialtrone Manrico, o Scamarcio seduttore impenitente e arruffapopoli, tanto da rimanere vittima del suo “prendere la vita così”, tanto è esasperata la ricerca di purezza, di essere al di fuori dei giochi, di Accio. E quindi, non fanno altro che ripetere i propri schemi, perdendosi nelle situazioni: ciò è più chiaro nella parabola di Accio, che passa dal seminario, ai fasci, ai comunisti, senza stare bene da nessuna parte e rimanendo ottusamente sconfitto, e orgogliosamente escluso. Ma questo orgoglio non è dovuto alla comprensione di una scelta fatta - non sto bene con nessuno, quindi vado per me – ma al fatto che per lui non c’era altra soluzione possibile.
Quindi è credibile la famiglia operaia che lo frustra, credibili (anche se mostrati con meno comprensione dal film) i fascistelli cui si accompagna, credibile lo sbertucciamento – anche se semplice –della sinistra anni settanta (l’Inno alla gioia defascistizzato) ecc.
Oltre al genere, l’altro modo in cui viene evitato il superotto generazionale ricreato in Final Cut è lo stile. E qui ci sarebbe da discutere, ma Mio fratello è figlio unico sembra riprendere, intelligentemente, alcuni motivi dello stile di Muccino, integrandolo a quello della casa di produzione (Cattleya): il che crea un ritmo particolarmente efficace nel momento in cui si vuol tenere alta l’attenzione e uscire da alcune difficoltà di sceneggiatura.
 
Manu
 
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venerdì, aprile 20, 2007
 

 Sono usciti il film in concorso a Cannes:

My Blueberry Nights di Wong Kar-wai
Une Vieille Maîtresse di Catherine Breillat
Les Chansons d'amour di Christophe Honore's
Le Scaphandre et le papillon di Julian Schnabel
Yasamin kiyisinda di Fatih Akin
No Country for Old Men di Ethan Coen e Joel Coen
Zodiac di David Fincher
We Own The Night di James Gray
Mogari No Mori di Naomi Kawase
Promise Me This di Emir Kusturica
Secret Sunshine di Lee Chang-Dong
4 Months, 3 Weeks And 2 Days di Cristian Mungiu
Tehilim di Raphael Nadjari
Silent Light di Carlos Reygadas
Persepolis di Marjane Satrapi / Vincent Paronnaud
Import/Export di Ulrich Seidl
Alexandra di Alexander Sokurov
Death Proof di Quentin Tarantino
The Man From London di Bela Tarr
Paranoid Park di Gus Van Sant
The Banishment di Andrey Zvyagintsev

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domenica, aprile 15, 2007
 

Ripubblichiamo dalle cronache della Mostra del Cinema di Venezia del 2005

FUORI CONCORSO, EDMOND, Stuart Gordon

Stuart Gordon se lo ricordano tutti (tutti... Tutti i fans tamarri dell'horror come il sottoscritto) per Re-Animator. Dopo l'esordio col botto è riuscito poi a fare un film più brutto dell'altro, incapace (come l'amico Yuzna) di smuoversi da un'idea di horror profonadamente legata agli anni '80, invecchiata precocemente e spesso relizzata al peggio delle possibilità. Su di lui in realtà si era anche puntato molto (qualcuno si ricorda Space Truckers?), e ad ogni film ci si augurava la sorpresa... ma niente: al di là di Re-Animator, niente. Ultimamente anche lui emigrato in Spagna, sempre come Yuzna, era riuscito addirittura a peggiorare e i suoi film si erano fatti pressochè inguardabili (Dagon... mamma mia, Dagon) e anche gli appassionati del genere lo avevano un po' abbandonato.
Inspiegabilmente invece, dopo 20 anni di attività, Gordon cambia registro e, appoggiandosi a uno scritto di David Mamet, realizza un buon film. Non un capolavoro: un buon film. E guardate che non è poco. Edmond (William H. Macy) dopo anni di matrimonio, stressato da una vita che lo rende infelice, una sera decide di essere stanco di subire passivamente e imbocca la porta di casa per non fare più ritorno. Vagando per una fredda e folle città, si farà fare i tarocchi da una maga che, ovviamente, gli predice il peggio. Con enormi debiti verso lo script di Fuori Orario, il film segue la progressiva e inarrestabile discesa verso gli inferi di un uomo che nel momento in cui decide di vivere viene travolto dalla forza del destino. Non un capolavoro, già visto ed eccessivamente verboso, d'accordo, ma dal regista di Robotjox era lecito aspettarsi il peggio. Si può affermare che Mamet è più della metà del film e che l'altra metà del merito è tutta dell'interpretazione di Macy, ma forse ancora un po' di credito a Stuart Gordon possiamo darlo. Oltre a Macy brevi camei per Bai Ling, Denise Richards e Julia  Stiles (che, fortunatamente, muore) e per l'immancabile Jeffrey Combs, il dott. Herbert West di Re-Animator.

FEDEmc  

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lunedì, aprile 09, 2007
 

Le vite degli altri, Florian Henckel von Donnersmark, Germania 2006

(Spoiler, attenziò)
Sulle riflessioni che il (rinascente?) cinema tedesco ha fatto sulla storia della Germania negli ultimi anni (Sophie Scholl, Goodbye Lenin, La caduta) questo film è sicuramente il più convincente. L'esordiente (oh sì, signori, von Donnersmark prima di questo ha fatto solo dei corti) regista ha uno sguardo sul suo passato in vertiginoso equilibrio: non sfocia mai nel pietismo, non eccede in scelte violente, ma riesce perfettamente a trasmettere il senso di disagio totale che dovevano avere i cittadini della Germania est, quel senso di oppressione latente, che si reificava solo ogni tanto, nei tremendi metodi di interrogatorio della Stasi. Un sistema che si reggeva sul sospetto continuo, sulla delazione, sullo spiare, appunto, le vite degli altri. Gerd Weisler, incarnato meravigliosamehte, come tutti gli altri personaggi del film, vive letteralmente in funzione del suo lavoro. Ascolta e trascrive, obbedisce e spia: tutto questo, ovviamente, gli impedisce di avere una vita propria. Invidia, certo, la relativa libertà di Dreyman e della sua compagna Christa Maria, e inizia a vivere di questa libertà, contraddicendosi profondamente, in quanto è proprio questo l'oggetto del suo lavoro, il cui fine è, in un modo o nell'altro, quello di interrompere la vita di queste persone, deviarla, farla rientrare nei ranghi del sistema della DDR.

Il problema è che se ne innamora. Un innamoramento empatico, così diverso da quello carnale consumato dal ministro nei confronti di Christa, sul sedile posteriore della sua automobile. E dico empatico perché il nostro, ad un certo punto, inizia a scrivere di loro, togliendosi le cuffie, redigendo rapporti perfetti quanto falsi su quello che sta succedendo nell'appartamento del drammaturgo. Ecco quindi che le vite dei protagonisti cambiano, grazie alla parola, non udita o parlata, ma scritta. Dreyman scrive un articolo di denuncia sui suicidi degli artisti della Repubblica Democratica Tedesca, Weisler inventa letteralmente un dramma per celebrare il quarantennale della DDR, sostituendosi al drammaturgo.

Risulta quindi perfetto il finale del film: Christa diventa un caso in mezzo ai tanti del periodo, tra delazione e autodistruzione, ed è di nuovo la scrittura e, specularmente, la lettura (del romanzo di Dreyman, dei rapporti degli archivi della Stasi riaperti al pubblico) a fare incontrare di nuovo i due, dopo un momento in cui il ribaltamento dei ruoli è stato totale, quando Dreyman spia da un'automobile la nuova vita del funzionario. "Non lo incarti, è per me", dice Weisler al commesso della libreria (sulla facciata della quale troneggiano scritte socialiste), riappropriandosi, così, di una piccola parte della sua vita, costruita in funzione di e non per danneggiare tutti gli "altri" che aveva tenuto sotto controllo.

Francesco

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sabato, marzo 31, 2007
 
MARADONA LA MANO DE DIOS, Marco Risi, Italia/Spagna, 2006

Il film si apre su un bambino che sotto un temporale cerca la sua palla. Corre a perdifiato, è buio...  e finisce in fondo a un pozzo. Piove, l'acqua è alta, rischia di morire. Un ragazzino di 14 anni di fianco a me, si è girato verso il fratello maggiore (almeno 16) e ha detto "secondo me è Maradona da piccolo... quindi si salva". Se fossi uscito in quel momento dalla sala mi sarei fatto un piacere. Avrei risparmiato ben 113 minuti della mia vita. Si parte dagli esordi, dai campetti di periferia, dal sogno da inseguire a tutti i costi anche quando si vive nella più bassa miseria. Si passa poi all'ascesa del campione, a quel mago capace di fare tutto quello che vuole, fino ad arrivare all'inevitabile crisi. Discoteca, musica anni '80, gente con le camice aperte. Una bionda, incurante del suo uomo, guarda Diego con fare voglioso. Lui si avvicina, ne nasce una rissa, il tipo le prende. Diego è in macchina con la ragazza. Lei gli offre una riga di cocaina. "Ma è illegale!" e poi pippa. Un minuto dppo siamo già alla sequenza con il protagonista che si ritrova a pippare chiuso a chiave in bagno. Prima di tirare, l'occhio cade sullo specchio. Intensissimo primo piano. Questo è solo un esempio della disarmante banalità del film. La storia di Maradona, tragica e appasionante, scompare sotto un cumulo di situazioni già viste: le speranze infrante, le amicizie che potrebbero salvarti, quelle false che ti portano ancora più in basso, i tentativi di rimettersi in carreggiata per poi cadere ancora una volta.... Tutto è raccontato  in modo semplicistico, senza mai il ben che minimo t